La favola dei poveri imprenditori concussi di Tangentopoli

Raffaele Cantone, da più di tre anni presidente dell’Autorità nazionale dell’anticorruzinne, considera “sfascista” l’idea, pur diffusa fra i meno giovani di lui, che il malaffare dei nostri tempi sia peggiore dei “tempi di Tangentopoli”, quando si sprecavano gli arresti e la gente sfilava per le strade di Milano in maglietta bianca invitando l’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro a farla sognare. Che significava arrestare ancora di più, spesso alla presenza di puntualissime telecamere, in modo che il pubblico potesse godersi lo spettacolo guardando il telegiornale a pranzo e a cena.

“Davvero vogliamo credere -ha chiesto il pur ottimo Cantone a Fiorenza Sarzanini, del Corriere della Sera- che la maxitangente Enimont sia uguale alle mazzette versate per gli appalti del Campidoglio o per il G8 ?”. O per quelli della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, su cui -aggiungo io -s’intrecciano le indagini delle Procure della Repubblica di Napoli e di Roma con criteri non proprio univoci, e la seconda non fidandosi della polizia giudiziaria adoperata dalla prima?       I tempi della vecchia Tangentopoli, secondo Cantone, rimangono quindi peggiori di quelli attuali perché “prima la politica era il fine dell’attività corruttiva”, mentre “adesso è il mezzo”. Sarebbero cioè i gruppi di potere economico a utilizzare la politica per fare affari e corrompere. Ciò “vuol dire -ha detto ancora Cantone- che i corruttori sono in grado di tenere sotto controllo i politici”, allevati “come polli in batteria per essere messi nei posti giusti a garantire gli interessi di pochi”.

Da questa rappresentazione dei fatti di adesso e di allora il presidente dell’Anticorruzione mi ha dato l’impressione, spero sbagliata, di essersi fatta un’idea, essendo allora un giovane appena entrato in magistratura, un po’ approssimativa dell’era di Tangentopoli, quando una politica vorace e spregiudicata, secondo una convinzione del resto generalizzata, teneva sotto scacco l’imprenditoria vessandola con finanziamenti illeciti. E infatti il reato che più frequentemente la magistratura contestava allora ai politici era quello della concussione, prendendo per buona la difesa dei corruttori. Che essi cioè fossero stati costretti a pagare partiti, correnti e singoli esponenti politici pur di lavorare e procurare lavoro.

Ebbene, la mia sensazione fu diversa, forse condizionata -lo ammetto- dal fatto di conoscere per motivi professionali un bel po’ del personale politico finito nel tritacarne del giustizialismo. La storia dei poveri industriali concussi, costretti cioè a finanziare, e in nero, la classe politica pur di lavorare e far lavorare la considerai subito più fantasia che realtà. Fui decisamente controcorrente. Ma credo, modestamente, che i fatti mi diedero spesso ragione quando dai processi mediatici si passò finalmente ai processi veri: quelli nei tribunali.

La Fiat -tanto per fare il nome di un’azienda o di un gruppo- mi apparve subito troppo grande e forte per poterla immaginare in ginocchio di fronte ad una politica ancora più forte di lei, dei suoi amministratori, del suo mitico “avvocato” e presidente. Che metteva soggezione al solo mostrare quell’orologio originalmente allacciato sul polso della camicia, credo non per non usurarne l’orlo.

Gli industriali -mi creda, dottor Cantone- facevano letteralmente la fila davanti alle segreterie dei partiti, e delle correnti, per finanziarle. Ne erano tanti che qualcuno dei leader o politico di turno si prendeva anche il lusso o il gusto di dire no. Il compianto Vincenzo Balzamo, segretario amministrativo del Psi, raccontò – credo anche agli inquirenti, prima di morire d’infarto- di avere avuto disposizioni da Craxi di rifiutare soldi, per esempio, da Carlo De Benedetti.

Anche alle Botteghe Oscure si faceva una discreta selezione fra quanti erano disposti ad aiutare il Pci, specie dopo che Enrico Berlinguer aveva disposto di non accettare più finanziamenti da Mosca, dove d’altronde non avevano più voglia di darne ad un partito che si concedeva troppa autonomia.

Quando scoppiò il finimondo di Mani pulite, con l’arresto persino banale del presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano, che aveva appena intascato una miserabile mazzetta di sette milioni di lire, equivalente a circa 3500 euro di adesso, sia pure come acconto o rata di una somma maggiore, molti imprenditori profittarono dell’occasione per raccontare balle agli inquirenti. Che a loro volta non credevano ai loro occhi vedendo di poterne usare deposizioni, confessioni e quant’altro per ghigliottinare leader e partiti, per giunta selezionandoli a dovere.

Gli ammanchi di molte società, i cui titolari avevano sottratto capitali mandandoli all’estero e frodando soci e creditori, furono allegramente attribuiti a versamenti ai partiti, di cui spesso non si riuscivano a trovare tracce, senza che per questo venisssero meno le accuse.

A favorire quell’andazzo era anche un codice di procedura penale che consentiva a chi raccontava frottole di sottrarsi poi, durante il pubblico dibattimento, al confronto col presunto concussore. Ci furono condanne legittimamente emesse con questi criteri a dir poco barbari. Ciò durò fino a quando non provvide la Corte Costituzionale a decretare l’illegittimità di quella procedura.

Antonio Di Pietro usa raccontare spesso che l’azione di pulizia sua e dei colleghi fu boicottata e infine interrotta da misteriose minacce, intromissioni, dossieraggi, mani e manine di servizi segreti e quant’altro.

Non so francamente se vi è stato anche questo, visto che l’ex magistrato si rifà ad uno e persino più documenti in questo senso approvati dal comitato parlamentare di controllo dei servizi. Ma di sicuro quando la Corte Costituzionale pose termine alla pacchia dei presunti concussi che potevano sottrarsi impunemente al confronto con gli accusati, allora sì che si essiccò il fiume delle confessioni e delle delazioni. E i magistrati dissero, sconsolati, che la famosa e non più tanto apprezzata “società civile” si era stancata di collaborare, o aveva cominciato ad avere paura che l’opera di pulizia andasse tanto avanti da travolgere anche la gente comune, che si arrangiava a suo modo evadendo, per esempio, il fisco.

Seguii praticamente da solo come giornalista, allora per Il Foglio, quasi tutte le udienze di un processo a Roma che avrebbe dovuto essere quello emblematico di Tangentopoli perché riguardava gli appalti dell’Anas. L’ex ministro dei lavori Pubblici Gianni Prandini fu condannato in prima istanza, dove peraltro i giudici si rifiutarono di prendere atto della pronuncia della Corte Costituzionale e di cambiare verso al processo ancora in corso. Quando i giudici di appello fecero invece il loro dovere e, annullando il primo verdetto, ordinarono all’accusa di riprendere le indagini daccapo, di raccogliere di nuovo le deposizioni e di portarle in dibattimento col dovuto confronto, l’inchiesta si arenò da sola, Non vi fu un solo accusatore della prima ora disposto a ripetere la sua versione dei fatti. Prevalse nei numerosi e facili concussi il timore di finire in galera al posto dei politici da loro accusati negli anni precedenti e spesso passati per la debilitante esperienza della custodia cautelare.

Questa o anche questa fu, caro il mio Di Pietro, Tangentopoli. E mi piacerebbe che lo riconoscesse anche l’ottimo –ripeto- Raffaele Cantone, che ha già avuto molte volte il coraggio di non lasciarsi condizionare dalla comune percezione di molti suoi colleghi di cosiddetta prima linea.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

Le fantasie di Tangentopoli

La storia dei poveri industriali concussi, costretti cioè a finanziare, e in nero, la classe politica pur di lavorare e far lavorare la considerai subito più fantasia che realtà. Fui decisamente controcorrente. Ma credo, modestamente, che i fatti mi diedero spesso ragione quando dai processi mediatici si passò finalmente ai processi veri: quelli nei tribunali.

La Fiat -tanto per fare il nome di un’azienda o di un gruppo- mi apparve subito troppo grande e forte per poterla immaginare in ginocchio di fronte ad una politica ancora più forte di lei, dei suoi amministratori, del suo mitico “avvocato” e presidente. Che metteva soggezione al solo mostrare quell’orologio originalmente allacciato sul polso della camicia, credo non per non usurarne l’orlo.

 

 

Domani su Il Dubbio

Da Erdogan a Renzi, da Montanelli a Ottone

La stentata e pure contestata vittoria di Recep Tayyip Erdogan nel referendum sulla sua riforma costituzionale, che ne fa adesso il padrone della Turchia ma un po’ dimezzato rispetto alle originarie ambizioni e attese, dovrebbe consolare in Italia il nostro Matteo Renzi. E fargli chiedere come poteva pensare, lui, con mezzo partito contro, con tutti gli errori commessi nella campagna referendaria, e in un paese non traumatizzato come la Turchia, di vincere il referendum del 4 dicembre scorso. Col quale, peraltro, mai e poi mai, anche se fosse riuscito a vincerlo, avrebbe potuto disporre di meno della metà del potere che oggi Erdogan detiene.

I referendum d’altronde sono sempre un’insidia nei paesi democratici. Il generale e presidente Charles De Gaulle, che era appunto De Gaulle, nel 1969 fu battuto, e costretto al ritiro, in un referendum costituzionale minore rispetto a quelli più consistenti promossi e vinti nei dieci anni precedenti, dopo che aveva sotterrato la quarta Repubblica.

Gli emuli di De Gaulle in Italia sono stati pochi. Il più esplicito fu forse Amintore Fanfani, che però non osò neppure immaginare un referendum da cavalcare per realizzare le sue forti ambizioni di potere, spintesi al massimo al cumulo delle cariche di segretario della Dc, di presidente del Consiglio e, visto che si trovava, persino di ministro degli Esteri. Il capitombolo, a cavallo fra il 1958 e il 1959, proprio mentre De Gaulle si riaffacciava al potere in Francia, fu micidiale. L’uomo poi si riprese, ispirando a Indro Montanelli il soprannome di “Rieccolo”, ma onestamente non fu più lo stesso. Si azzardò a candidarsi al Quirinale alla fine del 1971 rimediando una sfilza interminabile di pugnalate a scrutinio segreto. Qualcuno scrisse sulla scheda: “Nano maledetto, non sarai mai eletto”. Il presidente dell’assemblea congiunta dei deputati, senatori e delegati regionali non ebbe il coraggio di leggerla, limitandosi ad annunciare: ”Nulla”. Poi perfidamente gliela offrì come cimelio, rifiutato.

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Renzi, ormai in dirittura di arrivo per il suo secondo mandato di segretario del Pd, dovrà accontentarsi di riscalare e conservare il potere con metodi meno duri, imparando che all’italiano in genere non piace essere governato più di tanto, fatta qualche drammatica eccezione, come quella di Mussolini. Che riempiva le piazza e tuttavia si lasciò scappare una volta, ben prima che la guerra lo spingesse alla rovina, che governare il suo Paese fosse semplicemente e rovinosamente inutile.

L’ex presidente del Consiglio deve farsi più astuto, anche se lui ritiene di essere astutissimo. Deve farsi “più ruffiano”, come una volta mi disse Indro Montanelli con tono paterno quando da capo della redazione romana del suo Giornale ebbi qualche problema col rappresentante sindacale, che mi aveva contestato un telegramma d’invito a telefonarmi mandato ad un collega che da tre giorni non si era presentato in redazione, senza alcuna spiegazione e creandomi un po’ di problemi nell’organizzazione del lavoro.

A Renzi consiglio, oltre a non insultare i giornali che lo attaccano, lasciandolo fare ad altri, di non ripetere nel suo secondo mandato di segretario del Pd l’avventura anche di Palazzo Chigi. Dove egli ha bisogno di un ammortizzatore, non di un mitragliere, visto che si sta tornando al sistema elettorale proporzionale e si dovranno necessariamente allestire alleanze dopo il voto, con tutti i compromessi che ne deriveranno. E si tolga dalla testa, con l’aria che tira, altre riforme costituzionali. Si accontenti piuttosto, come raccomandava di fare negli anni Ottanta la buonanima del mio amico Carlo Donat-Cattin, di una buona riforma dei regolamenti parlamentari.

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La Pasquetta purtroppo mi ha portato una brutta notizia: la morte di Piero Ottone. Di cui ho condiviso poco politicamente, come la troppa fiducia riposta nel Pci quando ancora i suoi legami con Mosca erano forti. Ed Enrico Berlinguer diceva di sentirsi protetto sotto l’ombrello della Nato, evitando però che se ne scrivesse sull’Unità, ma al tempo stesso era contrario a ripararne i buchi prodotti dal riarmo missilistico dell’allora Patto di Varsavia.

Ma il dissenso politico da Ottone era pari al rispetto che l’allora direttore del Corriere della Sera si meritava per lo stile personale, di grandissimo signore.

Una volta che Montanelli me ne parlò con un po’ troppa acredine, motivata d’altronde dalla rottura che si era consumata fra di loro, mi permisi di fargli presente l’eleganza di quel riconoscimento fatto da Ottone del valore suo, e dei colleghi che lo avevano seguito nella fondazione del Giornale, nel momento in cui disse di avere perduto “l’argenteria” di via Solferino. Una volta tanto riuscii a spiazzare il mio direttore, a tal punto che cominciò a scrivere su quel riconoscimento uno dei suoi “controcorrente”. Gli venne benissimo. Ma il giorno dopo non lo vidi pubblicato. Chissà cosa e chi lo trattenne.

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Auguri sinceri di buona Pasqua e Pasquetta

         Auguri di buona, buonissima Pasqua a quanti, specie se anziani, non hanno cambiato abitudini a tavola per sembrare più giovani o, peggio, per piacere di più ai modaioli dell’animalismo.

         Auguri di buona, buonissima Pasquetta a quanti, giovani e anziani, avranno il buon gusto di dire la verità agli amici raccontando di avere mangiato il giorno prima il solito, gustoso abbacchietto.

         Di loro sarà la felicità elettorale se e quando riusciremo mai a votare e a farla finita con questa interminabile e mortifera campagna elettorale.

         Pace e bene alla Repubblica di San Marino, minacciata di guerra da quanti nella solita Italia dei furbetti, pur di non votare, sarebbero pronti a farle la guerra per prolungare questa diciassettesima, logora legislatura.

        

La prima Pasqua vegetariana di Silvio Berlusconi

Questa è la prima Pasqua vegetariana di Silvio Berlusconi, alla bella età di 80 anni compiuti nell’autunno scorso. Un’età alla quale i comuni mortali si sentono più attaccati alle origini e alle abitudini ricordando gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza, della maturità, tutti trascorsi dall’uomo di Arcore festeggiando a tavola la Pasqua con l’agnello ben cotto e saporito, senza pensare un attimo alla strage che aveva precedere il rispetto di quella tradizione.

Ma Berlusconi, si sa, è Berlusconi. Il suo mestiere è sorprendere. E’ saperti vendere anche quello che non avevi mai immaginato di poter desiderare, ed anche quello che lui non avrebbe da venderti, ma è ugualmente capace di farti sognare, di farti ritenere a disposizione pur non disponendone, appunto. E’ come la famosa rivoluzione liberale da lui promessa scendendo in campo 23 anni fa: non a San Siro con il suo bel Milan, prima che gli venissero gli occhi a mandorla, ma in Parlamento con Forza Italia. Una rivoluzione però impeditagli -ha spiegato più volte- da alleati troppo riottosi e da un elettorato troppo avaro. Che non ha mai regalato a lui solo il 50 per cento più uno dei voti. E tanto meno potrà regalarglielo adesso che lui stenta, poco sopra il 12 per cento delle “intenzioni di voto”, a tenere testa ai leghisti di Matteo Salvini, per rimanere nel campo che fu il centrodestra e non affacciarsi altrove, dove ci sono Matteo Renzi finalmente liberatosi di Massimo D’Alema e compagni e quell’istrione di Beppe Grillo. che paradossalmente più stranezze compie e più voti prende, sin a far sognare Palazzo Chigi a uno come Luigi Di Maio, il giovanotto della congiuntivite.

 

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Costretto, magari a sua insaputa, come capita sempre più di frequente in Italia alle categorie più diverse, dagli acquirenti di case scontate alle Procure entrate in conflitto fra di loro, a inseguire Grillo sulla strada delle sorprese, il povero Berlusconi si è fatto recentemente convincere dalla sua amica Michela Vittoria Brambilla, con la complicità della fidanzata Francesca Pascale, a diventare “il signore degli agnelli”. Così lo ha recentemente e felicemente definito Enrico Mentana in una intervista a Repubblica avvertendo sia Grillo sia Matteo Renzi a stare attenti a non regalargli la prossima vittoria elettorale, a furia di litigare furiosamente tra di loro.

Da ciò si potrebbe maliziosamente dedurre che l’ex direttore del berlusconiano Tg5, ora giornalista di punta dell’artiglieria editoriale di Urbano Cairo, considera Grillo e il Pd tutto sommato compatibili. Era anche la convinzione di Pier Luigi Bersani già nel 2013, quando tentò di ottenere un aiutino dai grillini per il suo governo “di minoranza e di combattimento”, prima che l’allora presidente della Repubblica non gli togliesse prudentemente l’incarico. Ed è tuttora la convinzione di Bersani, che però nel frattempo ha dovuto cambiare partito e rovesciarne la sigla in Dp, alla maniera di Mario Capanna del lontano 1984. Tutto torna e si ripete maledettamente nella politica italiana.

Il “signore degli agnelli” non fa mai nulla a caso e per niente, neppure quando si mette in bella posa ad allattare “Fiocco di neve” prima di lasciarlo sul prato di Arcore a giocare con gli altri quattro colleghi adottati. Berlusconi -fidatevi di uno che lo ha ben conosciuto e vi ha anche lavorato- è imbattibile nel campo della pubblicità o. se volete, della promozione. Lui gli spot se li produce e se li diffonde da solo, senza spendere un centesimo. Si è fatto rapidamente i conti e si è convinto che quella foto lì valeva più di un comizio, più di un collegamento telefonico ad un convegno dove, magari, aveva promesso di andare decidendo alla fine di omaggiate gli amici di una telefonata incoraggiante e benedicente. Che poteva e doveva bastare.

Quell’agnellino, quel fiocco di neve fuori stagione pesava, nei calcoli di chi lo allattava, o solo fingeva di farlo, più di quattro scatoloni messi insieme e pieni di schede elettorali con la croce sul simbolo di Forza Italia. Ma le schede per ora se le tiene tutte, intonse e ben chiuse nei magazzini metaforici del Quirinale, il presidente della Repubblica. Che non vuole saperne di rimandarci alle urne, per quanti fastidi possa procurare anche a lui questa lunghissima ed esasperante campagna elettorale in corso dal 4 dicembre. Puntualmente sono tuttavia arrivate la cronache e i fumetti dell’inedito Berlusconi animalista che fa strage di cuori e di voti femminili, essendo certo che la maggior parte delle donne italiane siano infelici e preferiscano gli animali ai mariti. Sì, ho letto anche di questo sugli immaginifici giornali italiani che si avventurano nelle analisi politiche con simili baggianate.

 

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Ci sono donne per nulla infelici di una unione scoppiata perchè sempre fiduciose di metterne su un’altra migliore, senza bisogno di cambiare genere, rimanendo cioè al livello degli uomini e non scendendo a quello dei cani, dei gatti e degli agnelli.

Ci sono donne politicamente tanto fedeli al loro leader di turno da clonarne partiti, associazioni e quant’altro per farlo sentire più a suo agio, e più dominatore. E’ il caso di Daniela Santanchè, che ormai si chiama e si lascia chiamare “la Santa”, rigorosamente laica, s’intende. E che ha appena annunciato la costituzione di “Noi repubblicani”, un’associazione per ora, di stampo un po’ trumpiano, da Donald Trump, il nuovo e sempre più imprevedibile presidente degli Stati Uniti. Che la Santa ha avuto modo di conoscere negli anni passati a Milano, dove il riccone americano osava mettere piede senza che venisse a saperlo Carlo De Benedetti, convinto -come lo stesso ingegnere ebbe a dire nel salotto televisivo di Lilli Gruber pochi giorni prima delle elezioni in Usa- che dell’Italia quell’uomo dal ciuffo arancione conoscesse solo Capri, e in cartolina. Invece, no. Il riccone non solo fu eletto, ma conosceva la città della Madonnina, davvero, non in cartolina. E, con la Madonnina, la Santa: tra colleghe, si sa…

A cosa possano o debbano servire i “Noi repubblicani” della deputata azzurra è stata lei stessa a spiegarlo dicendo che possono funzionare da stimolo a Forza Italia. Ed anche da guardiani, pronti a diventare un partito per rendere più vario e appetibile lo schieramento complessivo di quello che fu il centrodestra. Tanto, provvederebbe sempre lui, Berlusconi, a mettere tutti insieme al momento giusto.

A sua insaputa, pure lei, la Santa è diventata morotea, essendo nota l’abitudine di Moro di scomporre via via le cose all’interno della Dc per poterle poi ricomporre in modo diverso. Solo che Moro era Moro, La Santa è la Santanchè. E Berlusconi è Berlusconi, per quanto promosso da Mentana a signore degli agnelli.

 

 

 

 

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Cominciò per scherzo il postificio Antimafia

Rosy Bindi, tornata sulle prime pagine dei giornali per l’annuncio di non volersi più ricandidare al Parlamento con la fine di questa legislatura, avendo peraltro già goduto di una deroga al limite dei mandati fissato nello statuto del suo partito, è la quindicesima presidente della commissione parlamentare antimafia. Quindicesima di un elenco che comprende, dal 1963, e nell’ordine in cui si sono succeduti in questi 54 anni, Paolo Rossi, Donato Pafundi, Francesco Cattanei, Luigi Carraro, Nicola Lamenta, Abdon Alinovi, Gerardo Chiaromonte, Luciano Violante, Tiziana Parenti, Ottaviano Del Turco, Giuseppe Lumia, Roberto Centaro, Francesco Forgione e Giuseppe Pisanu.

La lista sarebbe più lunga, sia pure di un solo nome, se la serie delle commissioni parlamentari antimafia non fosse stata interrotta nel 1976, con la legislatura della cosiddetta “solidarietà nazionale”, durata meno di tre anni, durante i quali non fu evidentemente ravvisata la necessità di ricorrervi. E non perché non si fosse trovato il tempo per proporla con la solita legge e allestirla. Una commissione antimafia fu proposta e fatta persino nella legislatura in assoluto più corta dell’intera storia repubblicana: quella fra il 1992 e il 1994. Che fu anche la legislatura di Tangentopoli, Mani pulite, delle morti per mafia di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, delle presunte trattative fra lo Stato e la mafia delle stragi, del suicidio del deputato socialista Sergio Moroni, delle monetine contro Bettino Craxi, del referendum elettorale per il sistema maggioritario, della pur parziale abolizione dell’immunità parlamentare ed altro ancora. Fu una legislatura tanto breve quanto intensa e drammatica, durante la quale la Bindi si allenò alla segreteria regionale veneta della Dc per approdare la prima volta alla Camera nel 1994. E rimanervi ininterrottamente sino ad ora, facendo più volte anche la ministra.

Ma la Bindi, sempre lei, resterà la presidente anche dell’ultima commissione parlamentare antimafia? Se lo stanno chiedendo in tanti perché proprio l’annuncio della fine della carriera politica della deputata ex democristiana ha fornito l’occasione per chiedersi se sia il caso di ricostituire nella nuova legislatura la ormai “solita” commissione antimafia. Che rischia in effetti, specie con i nuovi strumenti di cui dispone la magistratura ordinaria per contrastare questa ed altre forme di criminalità organizzata, di apparire o un banale postificio -da posti- o la certificazione non certo esaltante del carattere organico della mafia nel tessuto nazionale. Ma in questo caso il Parlamento dovrebbe provvedere non alla costituzione di una commissione d’inchiesta, che ha in sé una natura straordinaria e quindi provvisoria, ma una commissione permanente, ordinaria, da aggiungere alle altre di questo tipo esistenti alla Camera e al Senato: esteri, affari costituzionali, giustizia, affari sociali, ambiente, eccetera.

I più giovani, o i meno anziani, forse non ci crederanno, ma il sospetto o la tentazione di fare della commissione parlamentare antimafia un postificio, come tanti altri, si avvertì sin dai suoi primi tempi: diciamo, già al terzo anno di vita dell’organismo d’inchiesta. E lo si avvertì per uno scherzo, un gioco, chiamatelo come volte, di cui mi capitò di essere testimone, e in qualche misura anche partecipe. Provo a raccontarvelo.

Il 21 gennaio 1966 il secondo governo di centrosinistra organico presieduto da Aldo Moro si dimise per i contrasti esplosi nella coalizione, ma più in particolare all’interno della Dc, sulla istituzione della scuola materna statale. Di quel governo faceva parte come ministro del Commercio Estero Bernardo Mattarella, amico personale del presidente del Consiglio ed esponente di primissimo piano della Dc siciliana, che aveva cominciato a fare politica nel Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Cui si era iscritto nel 1924, quando non aveva neppure vent’anni.

La carriera governativa del padre dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio, era di tutto rispetto. Bernardo Mattarella era già stato nominato ministro, alla Marina Mercantile, nell’ottavo e ultimo governo di Alcide De Gasperi, nel 1953. Era poi passato alla guida del Ministero dei Trasporti, fra il 1953 e il 1955, con i governi di Giuseppe Pella, di Amintore Fanfani e del corregionale Mario Scelba.

Dai Trasporti egli era passato nel 1955 al Commercio Estero nel governo di Antonio Segni, quindi alle Poste e Telecomunicazioni nel governo di Adone Zoli, tornando ai Trasporti nel 1962 con Fanfani alla presidenza del Consiglio, passando all’Agricoltura nel governo cosiddetto balneare di Giovanni Leone, nell’estate del 1963, e tornando ai Commercio Estero con il primo governo di Moro. Che, caduto già nell’estate successiva fra il famoso “rumore di sciabole” avvertito da Pietro Nenni, lo aveva confermato nel secondo: quello caduto per la scuola materna.

Nella trattativa per la formazione del suo terzo governo, Moro trovò difficoltà a confermare, come avrebbe voluto, l’amico Mattarella perché la corrente dei “dorotei”, di cui entrambi facevano ancora parte in quel momento, e che era capeggiata dall’allora segretario del partito Mariano Rumor, pose un problema di riequilibrio interno.

In realtà, i dorotei di Rumor, Flaminio Piccoli ed altri, smaniosi di prenderne il posto, accusavano Moro di essere troppo accondiscendente con i socialisti, di cui peraltro egli aveva favorito il progetto di unificazione sostenendo alla fine del 1964 l’elezione di Giuseppe Saragat al Quirinale, in sostituzione del doroteissimo Antonio Segni. Che disgraziatamente era stato colto da ictus nel suo studio al Quirinale proprio durante un alterco con il leader socialdemocratico, allora ministro degli Esteri.

La formazione della lista del terzo governo Moro fu pertanto l’occasione per i dorotei di ridurre il numero dei ministri più vicini al presidente del Consiglio. Il quale finì per cedere scrivendo però all’amico Mattarella di suo pugno una lettera di rammarico e di spiegazione, in cui ne elogiava l’azione svolta e gli confermava tutta la stima, ricambiata da Mattarella. Che due anni dopo, quando Moro, allontanato da Palazzo Chigi, ruppe con i dorotei allestendo una propria corrente, lo seguì all’istante.

Moro volle scrivere quella lettera a Mattarella nel 1966, al termine di una crisi di governo durata un mese, anche per solidarietà contro una campagna condotta contro l’amico per presunti rapporti con esponenti mafiosi: una campagna basata su voci raccolte nella commissione parlamentare antimafia e sfociata nel 1965 in un libro del sociologo Danilo Dolci. Che Mattarella denunciò ottenendone nel 1967 la condanna a due anni di reclusione, evitati per un sopraggiunto indulto.

Nella legislatura successiva l’ex ministro ricoprì la carica di presidente della Commissione Difesa della Camera rimanendovi sino alla morte, nel 1971, sopraggiunta ad un malore occorsogli a Montecitorio.

Ma torniamo adesso alla crisi del secondo governo Moro e alla preparazione della lista dei ministri del terzo.

Una mattina ero a Palazzzo Chigi, nella sala stampa situata al piano terra, a raccogliere voci, indiscrezioni e quant’altro proprio sulla formazione di quella lista. Eravamo in tanti giornalisti. Si aggirava fra di noi il portavoce di Bernardo Mattarella, che era il collega Enrico Benso, comprensibilmente impegnato a capire se e in che misura il suo ministro rischiasse il posto. Che significava poi anche il posto dello stesso Benso.

Insofferente per le insistenze di Enrico, un collega pensò di liberarsene con una battuta che gli parve ironica ma era a dir poco infelice, vista la campagna che il ministro stava subendo e di cui -ahimè- il portavoce non tenne conto. “No, Enrico, Il tuo ministro rimane fuori, ma c’è l’accordo per farlo presidente dell’antimafia”, gli disse lo sventurato.

Benso si precipitò improvvidamente sul primo apparecchio telefonico libero -allora i telefonini non erano neppure immaginabili- e chiamò sul numero diretto il suo ministro dicendogli all’incirca così: “Eccellenza, per il governo niente. Ma per Lei c’è l’antimafia”. Io, che gli stavo accanto, impallidii. Non immaginavo che Enrico potesse cadere in un infortunio del genere. Sentii nitidamente, tanto era forte la voce di Mattarella, un’imprecazione che oggi definiremmo grillina e il grido finale di “stronzo”. Cui seguì, in verità, anche il mio, quando Benso, sgomento, abbassò il ricevitore.

Poi me la presi naturalmente con il collega che aveva involontariamente provocato l’incidente per il suo scherzo, che tuttavia aveva paradossalmente segnato in qualche modo l’ingresso della commissione parlamentare antimafia nel regno politico del postificio.

Il ricorso sistematico a quest’organismo d’inchiesta lo fece infatti rientrare nel mercato politico di ogni inizio di legislatura, con gli incarichi in palio di presidente, vice presidente , segretario di commissione e via discorrendo, e relativi imprevisti. Da uno dei quali ha tratto vantaggio anche la Bindi, risultata eletta al vertice della commissione nell’autunno del 2013 con una clamorosa rottura delle larghe intese ancora operanti attorno al governo di Enrico Letta.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Orlando in conflitto d’interessi per la Consip

 

 

Meglio tardi che mai. Ci hanno messo un po’ di tempo ma alla fine anche nei giornaloni hanno cominciato a chiedersi se il ministro della Giustizia Andrea Orlando non si trovi in un troppo imbarazzante conflitto d’interesse politico di fronte al grande pasticcio che è diventato l’affare giudiziario della Consip. Con due Procure della Repubblica, quelle di Napoli e di Roma, che negano beatamente di essere entrate in collisione ma di cui si vedono i rottami nelle cronache. Con un capitano della polizia giudiziaria indagato a Roma e usato ugualmente a Napoli sino a quando lui stesso non ha ritenuto graziosamente di mettersi da parte, astenendosi da altri atti in Campania, dove invece la magistratura-ripeto- continuava a considerarlo in forza, e poteva magari affidargli altre intercettazioni da ascoltare, trascrivere o riassumere in qualche brogliaccio da consegnare al sostituto procuratore di turno per le opportune decisioni. Che dovrebbero essere comunque sempre precedute da altrettanto opportune valutazioni e verifiche, mancate nel caso del nostro capitano perché la discordanza fra intercettazione e traduzione di un colloquio fra due indagati -l’imprenditore Alfredo Romeo e il suo consulente ed ex deputato finiano Italo Bocchino- a proposito di un “incontro con Renzi”, è stata scoperta a Roma, non a Napoli.

Sulla prima pagina del Corriere della Sera si sono finalmente decisi a rilevare i diversi, forse troppo diversi ruoli del guardasigilli: ministro che deve garantire, per Costituzione, “fatte salve -dice l’articolo 110- le competenze del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”, e candidato alla segreteria del Pd in concorrenza con Matteo Renzi. Che dal primo momento è stato il principale obiettivo mediatico e politico, da parte dell’opposizione, esterna ma anche interna al suo partito, della vicenda giudiziaria Consip, ben prima che grazie anche a quella manipolazione intercettativa finisse indagato pure il padre Tiziano. Il quale è accusato di traffico di influenze illecite: influenze derivanti proprio dal fatto di essere il papà dell’allora presidente del Consiglio e insieme segretario del Pd.

 

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E’ chiaro tutto questo? Dovrebbe esserlo per l’evidenza, direi, persino sfacciata dei fatti. Eppure non è ancora chiaro a tutti. Neppure al guardasigilli. Che si è deciso sì, parlandone in qualche modo con il Corriere della Sera, ad esprimere la speranza che la vicenda giudiziaria “si risolva bene” per il suo concorrente Renzi, e famiglia, ma ha anche detto che non ha potuto ricorrere allo strumento investigativo dell’ispezione ministeriale perché sinora non risultano “presenti responsabilità dei magistrati”.

Pertanto il massimo che il ministro ha potuto o si è sentito di fare è la disposizione ai suoi uffici di chiedere alla Procura Generale di Napoli “elementi sulle anomalie di funzionamento della polizia giudiziaria”. Solo -torno a chiedermi- della polizia giudiziaria, che è nel nostro caso il nucleo ecologico dei Carabinieri, estromesso dalle indagini a Roma ma non a Napoli ? Un nucleo nel quale si sono notoriamente create tensioni, non si sa sino a che punto influenti in ciò che accaduto nella gestione dell’inchiesta Consip, per la recente sostituzione del comandante noto come “Ultimo”, ed entrato nella leggenda della lotta alla mafia con la cattura di Totò Riina nel 1993.

Si vedrà intanto nei prossimi giorni se e cosa sarà fatto di più almeno nel Consiglio Superiore della Magistratura, dove per ora si sono limitati a prendere atto della richiesta del consigliere forzista Pierantonio Zanettin di aprire almeno “una pratica” sulla vicenda Consip. Dovrebbe occuparsi della questione, almeno secondo quanto ha anticipato il vice presidente e presidente di fatto Giovanni Legnini, il comitato di presidenza in una riunione programmata già precedentemente per martedì.

Ma sarà forse il caso che al Csm si diano una mossa anche per nominare il capo della Procura di Napoli, che da fine febbraio è sotto gestione provvisoria di un reggente.

 

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Un altro fronte caldo sul versante giudiziario si è creato a Palermo con la richiesta di rinvio a giudizio di quattordici esponenti del movimento grillino, di cui tre deputati nazionali, per una brutta faccenda di firme false nella presentazione delle liste per le ultime elezioni comunali.

All’inizio Beppe Grillo in persona snobbò le indagini declassando curiosamente le firme da false a “copiate”. Ma poi, un po’ per fatti indubbiamente interni al movimento, che a Palermo soffre come altrove di lotte a dir poco fratricide, e un po’ per il tifo sempre più generalizzato che Grillo fa per i magistrati, le cui iniziative lo aiutano nella gogna che egli pratica nei riguardi dei partiti concorrenti, la musica è cambiata anche a Palermo.

I tre deputati pentastellati che rischiano il processo sono stati prima sospesi dal movimento ma non dal gruppo della Camera. Poi sono stati sospesi anche dal gruppo. Ora Grillo ha messo in cantiere qualcosa contro di loro di ancora più consistente, ma non per i fatti a loro addebitati ma per le critiche espresse nei riguardi degli inquirenti.

Così il movimento delle 5 stelle è diventato il più allineato alla magistratura, ben rappresentata d’altronde al recente convegno di Davide Casaleggio a Ivrea, in memoria del padre Gianroberto e alla presenza dello stesso Grillo, dal davighiano Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Messina. Davigo invece è, a dispetto di Luigi Di Maio, il sogno di molti grillini a Palazzo Chigi, se e quando riusciranno ad arrivarvi.

 

 

 

 

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Il capitano indagato spiazza Voodcock

         A evidenziare il conflitto fra le Procure di Napoli e di Roma, da entrambe negato assurdamente a parole, nella conduzione delle indagini sulla Consip ha provveduto lo stesso capitano del nucleo ecologico dei Carabinieri, Gianpaolo Scafarto, accusato dai magistrati romani di avere manipolato l’intercettazione di un dialogo fra l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo e il suo consulente ed ex deputato Italo Bocchino. E di avere inoltre confermato in una informativa il sospetto di essere stato pedinato da un agente dei servizi segreti anche dopo che due militari glielo avevano escluso identificando il curioso che l’osservava mentre cercava fra i raccoglitori delle immondizie carte di Romeo provenienti dal suo ufficio romano.

         Il capitano, assegnato con altri colleghi del reparto alla Procura di Napoli, ha rinunciato a svolgere l’attività di polizia giudiziaria presso gli uffici partenopei per ragioni di comprensibile opportunità. E per potersi difendere meglio a Roma dagli addebiti mossigli dai pubblici ministeri che si occupano di lui. E che da più di un mese hanno smesso di servirsi del suo reparto, preferendo farsi aiutare da un altro della stessa Arma, avendo ravvisato troppe fughe di notizie.

         Ciò significa che, se non avesse rinunciato di sua spontanea volontà, il capitano avrebbe potuto continuare ad essere adoperato da Voodcock e colleghi della Procura di Napoli. Dove d’altronde è stata stata confermata la fiducia nel nucleo ecologico dei Carabinieri anche dopo le valutazioni negative espresse dalla Procura di Roma e la conseguente sostituzione nel troncone dell’inchiesta ad essa pervenuta .

         Se non è una situazione di conflitto questa, è difficile definirla diversamente. Non a caso, del resto, pur rifiutandosi di seguire i tempi rapidi reclamati dal consigliere forzista Pierantonio Zanettin, che ha per questo protestato, il vice presidente Legnini ha assicurato che martedì’ prossimo il comitato di presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura Legnini affronterà l’esame dei fatti “molto gravi” emersi dalla vicenda giudiziaria della Consip.

         Ma al Consiglio Superiore c’è anche da accelerare la pratica della nomina del nuovo capo della Procura di Napoli, che da fine febbraio dispone solo di un reggente. Fra i candidati, c’è Giovanni Melillo. sino a poche settimane fa capo di Gabinetto del ministro della Giustizia

Consip fa perdere la testa al solito Di Maio

Poco importa, a questo punto, se trainati dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio o trainanti, i grillini sono rimasti gli unici a tifare per Henry John Voodcock piuttosto che per Giuseppe Pignatone, per la Procura di Napoli piuttosto che per quella di Roma, e a indicare nell’inchiesta giudiziaria targata Consip la dimostrazione del renzismo familista e affarista. “Il giglio magico è l’affare Consip”, ha sentenziato il vice presidente, appunto grillino, della Camera Luigi Di Maio. Che, rasserenato davvero o per finta dalle assicurazioni pubbliche di Davide Casaleggio di non aspirare alla politica, si sente saldamente in gara per rappresentare il Movimento 5 Stelle nella corsa a Palazzo Chigi. Dove per prima cosa, se dovesse mai arrivarvi, dovrebbe fare installare nel suo studio un bel mappamondo, come fece per altri motivi il Duce a Palazzo Venezia, in modo da non sbagliare paese quando allunga lo sguardo oltre l’Italia, senza più scambiare, per esempio, il Venezuela con il Cile, o viceversa.

Per seconda cosa il giovane Di Maio dovrebbe farsi sistemare sulla scrivania del capo del governo i testi da consultare ogni volta che gli venisse la tentazione di usare un congiuntivo, vista la nota malattia che l’affligge, diagnosticata dal costituzionalista e docente universitario Paolo Armaroli come congiuntivite.

Per tornare alle indagini giudiziarie sugli appalti della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, la Consip appunto, e ai guasti procurati da un capitano dei Carabinieri del nucleo ecologico pasticciando, quanto meno, con le intercettazioni, e scambiando per un agente dei servizi segreti un cittadino incuriosito in una piazza romana da militari che rovistavano nei cassettoni dell’immondizia, alla ricerca -si sarebbe poi saputo- dei pizzi e pizzini cestinati nel suo vicino ufficio dall’imprenditore Alfredo Romeo, i grillini non hanno dubbi. Secondo il pentastellato Mario Giarrusso gli svarioni del capitano sono stati atti di “sabotaggio”, magari a sua insaputa, come la casa scontata al Colosseo acquistata dall’allora ministro forzista Claudio Scajola o, molti secoli addietro, la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, che cercava invece l’India.

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Vedrete che prima o dopo i grillini inseguendo le tracce del sabotaggio rivaluteranno l’ex presidente della Camera Luciano Violante, da loro osteggiato con successo negli anni passati come candidato del Pd a giudice della Corte Costituzionale, temendo forse di ritrovarselo poi presidente di quel consesso.

Perché Violante? Che c’azzecca Violante -direbbe Antonio Di Pietro- con un movimento come quello grillino, da cui è distante politicamente anni luce? Potrebbe azzeccarci perché l’ex presidente della Camera ha espresso nei giorni scorsi la convinzione che un capitano dei Carabinieri non possa comportarsi come quello incriminato dalla Procura di Roma senza avere avuto le necessarie coperture. A che livello, se militare, politico o giudiziario, sarebbe naturalmente da accertare. Ma i grillini non hanno bisogno di accertamenti. Essi sanno, al pari di Marco Travaglio, il quale ne ha appena scritto sul suo giornale, che gli errori del capitano dovevano servire, o comunque sono serviti, a infangare le indagini. O comunque a distrarre l’attenzione perché si potesse e si possa parlare delle intercettazioni manipolate anziché del fatto che “il caso Consip è ancora lì e il padre di Renzi è ancora indagato”, ha detto anche il già ricordato vice presidente pentastellato della Camera Di Maio.

Tutto torna, come vedete, nel percorso logico e informativo dei grillini e del Fatto Quotidiano. Di cui continuo tuttavia a ritenere che Matteo Renzi, l’altra sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber, abbia fatto male a storpiare alla maniera di Travaglio il nome, chiamandolo Falso Quotidiano. E ciò sia perché un politico, specie del livello che Renzi si attribuisce, non deve mai scadere a questo livello, anche o soprattutto se provocato, sia perché egli ha consentito due giorni dopo a Travaglio di ricambiargli la cattiveria elencando con un titolone di prima pagina tutte le cose dette, promesse o minacciate dall’allora presidente del Consiglio e poi non mantenute, e rivelatesi quindi un falso secondo il direttore del giornale: a cominciare dal ritiro dalla politica, e non solo momentaneamente da Palazzo Chigi, in caso di sconfitta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Che si tradusse in una occasione offerta ai più accaniti avversari per votargli e fargli votare contro nelle urne del 4 dicembre scorso.

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Il cavalcamento delle indagini Consip, almeno nella direzione impressa dagli investigatori di Napoli, che pure negano a parole di essere entrati in conflitto con quelli di Roma, e viceversa, per cui anche degli uni e degli altri si potrebbe curiosamente dire che si sarebbero scontrati a loro insaputa, risponde ovviamente all’esigenza dei grillini di rischiare il barile elettorale della protesta e dell’antipolitica.

Consapevole che, a dispetto della sicurezza ostentata, il suo movimento non potrà raggiungere il 40 per cento dei voti oggi richiesto per incassare il 55 per cento dei seggi della Camera, e rimossa ogni riflessione sul Senato, dove si arriva con altre regole e un governo deve comunque guadagnarsi la fiducia, Di Maio -sempre lui- ha detto che basterà prendere un solo voto in più degli altri perché i grillini reclamino dal capo dello Stato il conferimento dell’incarico di fare il governo, e il diritto di farlo e di presentarsi al Parlamento.

In pratica, Di Maio immagina per la diciottesima legislatura uno scenario rovesciato rispetto a quello iniziale di questa che sta finendo, quando l’allora segretario del Pd reclamò e ottenne dal capo dello Stato Giorgio Napolitano il mandato di presidente del Consiglio. Ed ebbe l’infelice idea di rifiutare la prospettiva delle cosiddette larghe intese con l’odiato Silvio Berlusconi per cercare l’aiutino dei riottosi grillini ad un governo dichiaratamente e velleitariamente “minoritario e di combattimento”.

Ma Napolitano, dal quale credo che assai difficilmente si discosterebbe il successore Sergio Mattarella, stoppò Bersani togliendogli praticamente l’incarico, che solo allora si scoprì essere stato semplicemente un “pre-incarico”, perché si sentiva vincolato dalla Costituzione a consentire la formazione di un governo a base maggioritaria predefinita, non immaginata e da cercare giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, provvedimento per provvedimento, dichiarazione per dichiarazione, starnuto per starnuto.

 

 

 

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Il partito preso di Marco Travaglio

         Marco Travaglio se le va proprio a cercare. Ne avevo appena preso le difese, in onore della sacralità della stampa, dal tentativo di Matteo Renzi di imitarlo nella pratica di storpiare i nomi agli avversari o sgraditi di turno, per cui lo ha nominato seduta stante, nel salotto televisivo di Lillli Gruber, direttore del Falso Quotidiano, e non del Fatto Quotidiano, che ho dovuto pentirmene, o quasi. E ciò a causa di un suo scombinato, a dir poco, attacco non solo e non tanto allo stesso Renzi, quanto al capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. Che è pur un magistrato, e il capo di un ufficio giudiziario: qualifiche, entrambe, verso cui il direttore del Fatto mostra e reclama sempre rispetto in difesa del principio e della pratica della legalità. Mentre su Renzi, non importa se presidente del Consiglio o segretario di partito, peggio ancora se entrambi nello stesso tempo, com’è accaduto per mille e più giorni, egli si è dato ampia libertà di attacco ritenendo che il potere in quanto tale abbia bisogno di vedersela in democrazia con un contropotere. E che un giornale debba essere proprio questo: una specie di cane che azzanna d’istinto chiunque comandi.

         Ora, Travaglio ha azzannato Pignatone, più ancora di Renzi, per avere fatto le pulci alla polizia giudiziaria usata nelle indagini sulla Consip dalla Procura di Napoli, l’ormai famoso nucleo operativo ecologico dei Carabinieri, incriminandone un capitano che ha scambiato in una intercettazione una voce per l’altra: in particolare quella di Italo Bocchino per quella di Alfredo Romeo a proposito di un incontro con Renzi, determinando così, o contribuendo a determinare il coinvolgimento di Renzi padre, Tiziano, nell’inchiesta con l’accusa di di traffico di influenze illecite.

         Pignatone, secondo Travaglio, si sarebbe dato da fare, sguinzagliando i suoi sostituti, sostituendo i Carabinieri del reparto ecologico cari alla Procura di Napoli con quelli di un altro reparto scelto da lui, perché in gioco era ed è papà Renzi, e indirettamente anche Renzi figlio per il solito gioco degli specchi familiari.

         A dimostrazione del sospetto, anzi della convinzione, che il capo della Procura di Roma sia stato mosso dalla volontà di proteggere la famiglia Renzi il direttore del Fatto ha elencato tutta una serie di errori commessi dai Carabinieri usati da Pignatone nel trattamento delle intercettazioni nelle indagini su Mafia Capitale. Tutti errori emersi nei processi, il principale dei quali in corso, e non tradottisi in procedimenti a carico di chi ha pasticciato, diciamo così, nelle trascrizioni e nei brogliacci.

         A prima vista il ragionamento di Travaglio non fa una grinza. Ma a prima vista, appunto. Perché nel processo di Mafia Capitale la pubblica accusa ha sostenuto che quegli errori non hanno compromesso gli elementi a carico degli imputati, potendosi con ciò ritenere gli svarioni della polizia giudiziaria commessi in buona fede e senza danno. Cosa che è francamente difficile sostenere nel caso dello scambio fra le parole di Bocchino e di Romeo, essendo stato possibile solo con quello scambio l’iscrizione di Tiziano Renzi nel registro degli indagati, il suo lungo interrogatorio, il suo pedinamento dalla Toscana all’aeroporto di Fiumicino per un incontro che sembrava chissà con chi interessato agli appalti e all’inchiesta Consip, e che poi è invece risultato estraneo.

         C’è poi un’altra cosa nel ragionamento di Travaglio francamente inaccettabile. C’è il lamento per i tanti indagati e imputati sprovvisti di mezzi e di buoni e costosi difensori che possono incorrere in infortuni giudiziari come quello capitato a papà Renzi ma debbono subirne gli effetti. Eh, no, caro Travaglio. Questo argomento è da garantista, non da giustizialista come tu ti vanti di essere scambiando per garantisti quelli che per partito preso stanno con i colpevoli e contro gli inquirenti, per i ladri e contro le guardie.

         Qui il partito preso è quello di Travaglio contro una Procura dove una volta tanto, e poco importa a questo punto a vantaggio di chi, si sono ricordati dell’obbligo espressamente imposto loro dalla legge di cercare prove non solo a carico ma anche a discarico dell’indagato.

                                                 

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