La settimana di passione della giustizia

Scrivere, come ha appena fatto Il Giornale della famiglia Berlusconi in un titolo di prima pagina, che il Consiglio Superiore della Magistratura è “insorto” contro i metodi d’indagine del sostituto procuratore Voodcoock, tornato alla ribalta delle cronache giudiziarie, se mai ne era uscito davvero, per quello che potremmo a questo punto definire il pasticciaccio Consip, mi sembra un’esagerazione. Così definì peraltro la notizia falsa della sua morte il 2 giugno 1887 lo scrittore e umorista americano Mark Twain, poi imitato anche da qualche italiano incorso in analoga situazione.

Al Csm è soltanto accaduto che il consigliere Pierantonio Zanettin, eletto dalle Camere al consesso del Palazzo dei Marescialli su designazione del partito berlusconiano, abbia chiesto l’apertura di una pratica, cioè di un’indagine, su quello che contemporaneamente da Napoli Voodcoock, come aveva già fatto due giorni prima Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, definiva “un grave e spiacevole errore” del capitano dei Carabinieri Gianpaolo Scafarto. Che egli aveva incaricato di tradurre in un brogliaccio informativo le intercettazioni delle indagini targate Consip.

Mi riferisco naturalmente all’”errore”, scoperto dalla Procura di Roma come manipolazione, di attribuire all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, ora in carcere, la notizia di un incontro col padre di Matteo Renzi, Tiziano, accusato anche o soprattutto per questo di traffico di influenze illecite per l’aggiudicazione degli appalti della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

Oltre alla presa d’atto di questa richiesta di apertura di una pratica, il Consiglio Superiore della Magistratura non è andato. E Dio solo sa se e quando vi andrà, visto anche che non si è avuta notizia di altri consiglieri intervenuti a sostegno della proposta di Zanettin.

 

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Non risulta nemmeno che il ministro della Giustizia Andrea Orlando, nel tempo lasciatogli libero dalla campagna congressuale ala quale partecipa con comprensibile impegno per contendere a Matteo Renzi, sempre lui, la segreteria del Partito Democratico, sia riuscito a farsi un’idea precisa del contrasto che pure ha definito “inquietante” fra le Procure di Napoli e di Roma nella gestione delle indagini sulla Consip.

A Napoli, come ormai si sa, ma conviene ripetere, continuano ad avvalersi, come polizia giudiziaria, dello stesso nucleo ecologico dei Carabinieri estromesso dalla Procura di Roma al sorgere dei primi sospetti, avvalorati poi dalla manipolazione delle intercettazioni formalmente addebitata al sunnominato capitano Scafarto. Di cui nel frattempo è emerso da un altro processo un inquietante errore -per ripetere un aggettivo caro al guardasigilli- nel trattamento di una intercettazione costata l’incriminazione del sindaco di Ischia nelle indagini sulla metanizzazione dell’isola e sulla cooperativa La Concordia. Che non è da confondere naturalmente con l’omologa e ormai rottamata nave da crociera, comandata dall’indimenticato Schettino e finita contro gli scogli dell’isola del Giglio la sera del 13 gennaio 2012.

Tornando al guardasigilli Orlando, le ultime notizie che si hanno di lui, a proposito del pasticciaccio giudiziario Consip, gli attribuiscono la volontà di “capire la dinamica dei fatti” prima di decidere se ricorrere o no ad una ispezione ministeriale. Che rientra fra le sue prerogative, pur al netto di tutte le polemiche che potrebbe provocare. E che una volta -va detto anche questo- costarono il posto, con l’esordio dell’istituto parlamentare della sfiducia individuale, alla buonanima del ministro Filippo Mancuso, spintosi -poverino- a mandare gli ispettori nel 1995 in quei sacrari che erano diventati, per le indagini Mani pulite, il Tribunale di Milano e la relativa Procura della Repubblica.

 

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D’altronde, neppure il protagonista, diciamo così, della scoperta della manipolazione delle intercettazioni Consip gestite a Napoli e finite sui giornali, il capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone, si mostra tanto interessato alle questioni sollevate dal suo scrupoloso esercizio dell’azione giudiziaria. Gli è appena capitato, per esempio, di partecipare ad una discussione promossa dal Consiglio Nazionale Forense sull’attualissimo tema del rapporto fra inchieste della magistratura, diritto di cronaca e tutela dei diritti personali per limitarsi ad esprimere, anzi a ribadire un troppo vecchio e a questo punto persino banale auspicio -mi scusi il dottor Pignatone- che cessino “assi privilegiati tra singoli magistrati, o singoli uffici, e singole testate”, o singoli giornalisti.

Questo auspicio, naturalmente lodevolissimo, è tuttavia disincentivato da un’altra considerazione del capo della Procura di Roma: che sia “impossibile risalire ai responsabili delle cosiddette fughe di notizie”, potendosi calcolare che di ogni atto o iniziativa segreta siano a conoscenza, nel circuito giudiziario, almeno “una decina di persone”. Che a me, francamente, non sembrano poi molte per venirne a capo in un’indagine su una violazione di segreto d’ufficio.

Quella “impossibilità” enunciata da Pignatone mi sa tanto di rassegnazione, per quanto inconsapevole, ad una realtà o pericolo che lo stesso capo della Procura di Roma ha riconosciuto: che a “a fare la storia, o la cronaca” giudiziaria sia purtroppo non la maggioranza dei magistrati scrupolosi e imparziali, ma la minoranza costituita da quelli né scrupolosi né imparziali, inclini quanto meno al protagonismo , se non a qualcosa di peggio.

Vorrei chiudere con un consiglio, né richiesto e forse neppure gradito, a Matteo Renzi, fresco di un’altra performance televisiva nel salotto di Lilli Gruber, e di un ospite ormai quasi fisso come l’amico Paolo Mieli. Fisso come Marco Travaglio, assente ieri sera ma al quale l’ex presidente del Consiglio e segretario rientrante del Pd ha dato del direttore non del Fatto ma del Falso Quotidiano.

Pur con tutta la comprensione che merita Renzi per l’ossessione che di lui hanno in quel giornale, penso che l’ex presidente del Consiglio debba risparmiarsi questi giochi travaglieschi con le parole, lasciandoli a noi giornalisti, che possiamo dircele e darcele di santa ragione senza incorrere nel sospetto, pernicioso per un uomo politico, di violare la sacralità della stampa, per quanto spesso immeritata, lo ammetto.

 

 

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Procure in conflitto e guardasigilli “inquieto”

C’è quanto meno una preposizione di troppo nel titolo dedicato alla vicenda giudiziaria della Consip da Repubblica: “Procure verso lo scontro sui falsi del capitano”. Verso ? Soltanto “verso”? Ma le Procure di Napoli e di Roma, in ordine rigorosamente alfabetico, si sono ormai già scontrate. Mi sembra inutile, anzi controproducente, che si faccia ancora finta di non capire e di non sentire. E che il ministro della Giustizia Andrea Orlando si limiti a parlare di una vicenda “inquietante”.

Ma poi, se proprio lo inquieta questa brutta faccenda di due Procure entrate in conflitto indagando sulle stesse cose e sugli stessi uomini in maniera e con criteri e mezzi che fanno a cazzotti fra di loro, il guardasigilli ha un solo modo di uscirne: usare il suo potere ispettivo. Che gli deriva dall’articolo 107 della Costituzione, in forza del quale egli “ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare”, e dall’articolo 110, per il quale “ferme le competenze del Consiglio Superiore della Magistratura, spettano al Ministro della Giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Stanno davvero funzionando bene le cose a Napoli o, se preferiscono dalle parti del Fatto Quotidiano, a Roma, o fra le due Procure?

Come i due diversi uffici giudiziari stiano muovendosi lo racconta bene proprio Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, che riferisce in un titolo di prima pagina: “Voodcoock conferma fiducia al Noe. E Roma tira dritto su Consip”. Ciò significa, in particolare, che il pubblico ministero dal nome complicato continua ad avvalersi a Napoli, nelle indagini sugli appalti della Consip, del nucleo operativo ecologico dei Carabinieri. A Roma invece da più di un mese usano un diverso reparto della stessa Arma non fidandosi dell’altro, al cui capitano Gian Paolo Scafarto hanno rivolto l’accusa di falso ideologico e materiale nell’uso delle intercettazioni che hanno portato, o contribuito a portare al coinvolgimento del padre di Matteo Renzi, Tiziano, nelle indagini per traffico di influenze illecite. E ciò con tutte le turbative che sono derivate sul piano politico, essendo l’ex presidente del Consiglio un protagonista ancora attivo sulla scena. O no? Sono in pieno corso, fra l’altro, le procedure congressuali del Pd, con le votazioni già svoltesi nei circoli e con le primarie già fissate a fine mese, per la conferma proprio di Renzi alla segreteria.

 

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Il caso vuole però che corra per la segreteria del Pd anche il ministro della Giustizia, oltre al governatore della Puglia Michele Emiliano, che già gli ha contestato questa spiacevole e comunque scomoda coincidenza sperando forse di trarne beneficio, visto che nei circoli del partito Orlando, pur superato da Renzi, ha preso voti tre volte in più dello stesso Emiliano.

Probabilmente il guardasigilli non si sente di andare oltre quell’aggettivo “inquietante”, parlando della vicenda giudiziaria della Consip, per considerazioni di opportunità politica, oltre che istituzionale. Un ordine di ispezione ministeriale a Napoli, o a Roma, o in entrambe, potrebbe esporsi al sospetto di un’iniziativa voluta o destinata a produrre effetti mediatici, e politici, su quel che resta del percorso congressuale del Pd, che è la parte più importante.

Proprio in questi giorni, peraltro, una esponente non fra le minori del Pd, la presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, nel contesto di un’intervista a Libero concessa per annunciare che con questa legislatura finirà anche la sua più che ventennale esperienza di parlamentare, ha esortato a non dare per scontata l’elezione di Renzi a segretario. Lei ritiene che Orlando abbia ancora molte carte da giocare nelle primarie partecipate dagli esterni, cioè dai non iscritti ma elettori o tentati elettori del partito. La Bindi naturalmente tiferà, quanto meno, per lui non piacendogli di Emiliano, probabilmente, l’ostinazione a non dimettersi dalla magistratura dopo tanti anni di impegno in politica, e ritenendo Renzi una mezza rovina, anzi una rovina intera per il Pd, dove il suo conterraneo toscano vorrebbe comandare da solo.

Capisco che in questa situazione il ministro della Giustizia, che si è offerto come segretario del dialogo, del centrosinistra “largo” eccetera eccetera, possa trovarsi in imbarazzo ad occuparsi della bega giudiziaria sinora largamente adoperata contro il suo maggiore, anzi unico concorrente alla guida del partito, ma non credo che questo giovi al chiarimento che si dovrà pur fare tra Napoli e Roma. Cioè tra una Procura che usa nelle sue indagini un reparto di polizia giudiziaria di cui non si fida l’altra Procura impegnata nello stesso lavoro, sino a decidere, dopo la contestazione del falso al capitano Scafarto, di risentire e verificare tutte le intercettazioni e tutte le altre attività gestite dai carabinieri del nucleo ecologico: intercettazioni e attività che gli uffici giudiziari romani hanno ereditato da Napoli nel troncone della vicenda Consip ritenuto solo in un secondo momento di loro competenza territoriale.

 

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A tutte queste osservazioni su quello che a questo punto si potrebbe pur definire il pasticciaccio Consip si deve aggiungere un problema sollevato -credo non a torto- dalla presidente della commissione Giustizia della Camera, la piddina Donatella Ferrante, magistrata in aspettativa. La quale ha ricordato che la polizia giudiziaria partecipa alle indagini sotto la direzione del magistrato di turno, che non per questo finisce di esserne responsabile.

Ciò significa, per tradurre in parole povere il ragionamento della Ferrante, che il Voodcoock di turno non può limitarsi a prendere per buoni i brogliacci e le sintesi delle intercettazioni consegnategli da un capitano, o suo subordinato, ma deve verificarne contenuto e corrispondenza con gli originali. Cosa che -ripeto- stanno facendo appunto a Roma, atto per atto, intercettazione per intercettazione, dopo avere scoperto che un generico incontro con Renzi riferito ad Alfredo Romeo dal suo consulente Italo Bocchino è stato scambiato per un incontro con Tiziano Renzi raccontato a Bocchino da Romeo. Che è cosa a dir poco allucinante, vista la successiva incriminazione del padre dell’ex presidente del Consiglio. E, aggiungo io, visto anche il silenzio a lungo adottato da Bocchino quando ha scoperto, credo ben prima dei magistrati di Roma, l’equivoco creatosi attorno alla sua conversazione con l’imprenditore napoletano. Alla notizia del cui arresto l’ex deputato finiano, peraltro anche lui indagato, si sarà pur informato attraverso i propri legali del come e perché vi si fosse arrivati.

 

 

 

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Quell’apostrofo galeotto per Antonio Di Pietro

Dite e scrivete quello che volete, ma l’immagine che mi è rimasta più impressa, del raduno organizzato a Ivrea da Davide Casaleggio per celebrare il padre, è quella di Antonio Di Pietro. Che ha detto di essere accorso lì anche lui per onorare il ricordo di Gianroberto Casaleggio, la cui amicizia e i cui consigli l’avrebbero aiutato agli esordi della sua Italia dei Valori, ma non riuscirà mai a togliere dalla testa che vi è andato pure per annusare l’aria che tira attorno al movimento delle 5 stelle. E per capire se potrà ritentare l’operazione, mancata qualche tempo fa, di inserirsi nel nuovo filone politico che ha tante cose in comune con i suoi sentimenti, i suoi umori, le sue diffidenze, le sue ambizioni: le stesse per le quali 25 anni fa mezza Italia lo scambiò per l’uomo delle pulizie dell’intero Paese. E si mise a sfilare sotto le sue finestre, a Milano, sino ad allarmare il capo ufficio, per chiedergli di sognare con lui. “Mi preoccupa tanto entusiasmo”, si lasciò sfuggire una volta Francesco Saverio Borelli in Galleria.

         Si sa poi come finì. Al netto di tutte le “strattonate” da lui attribuite a chi gli voleva male, Di Pietro lasciò la magistratura, svolse per qualche tempo consulenze parlamentari e collaborazioni giornalistiche, insegnò in qualche università, pubblicò libri con prefazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che lo aveva preso in simpatia per essersi rifiutato una volta “Tonino” di scioperare con i propri colleghi contro di lui, che era allora al Quirinale, e poi dove approdò? In politica: prima ministro, poi senatore, poi fondatore di un proprio partito, poi ancora ministro, socio influente prima dell’Ulivo e poi dell’Unione, le due edizioni del centrosinistra guidate da Romano Prodi, e infine vittima di un processo mediatico durato contro di lui poco più di un’ora: la parte di una puntata di Report dedicatagli, per fargli i conti in tasca, da quell’impertinente di Milena Gabanelli. Che poi sarebbe stata corteggiata dai grillini addirittura per il Quirinale, e nei cui riguardi, in una intervista appena rilasciata a Libero, Di Pietro ha lodevolmente mostrato di non avere risentimenti.

         Mi sembra normale che ora “Tonino” riconosca ai grillini di essere stati un po’ i suoi eredi, accorra dove loro si ritrovano e alterni la tentazione umanissima di soffrire del confronto tra i voti che prendeva lui e quelli che prendono i successori, e di offrirsi a dare loro una mano per conquistarne ancora di più. Se prevarrà il Di Pietro che soffre o quello che s’offre ce lo potranno dire solo i fatti. E questione di tempo, e naturalmente di apostrofo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio, pagina 14 dei commenti

                                                   

 

 

 

 

 

 

Il pasticciaccio brutto delle inchieste sulla Consip

I clamorosi sviluppi delle indagini, per fortuna più romane adesso che napoletane, sugli appalti miliardari della Consip, che avevano portato al coinvolgimento anche del padre di Matteo Renzi, sembrano svelare l’arcano avvertito da noi, su formiche.net, lunedì 3 aprile. Quando sulla prima pagina di Repubblica, curiosamente sotto l’apertura dedicata alla conclusione della prima parte del congresso del Pd, svoltasi con le votazioni nei circoli e favore della candidatura proprio di Renzi alla segreteria, rilevammo il richiamo molto evidente di un intervento del capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. Che denunciava “la gogna mediatica” nella quale troppo spesso s’incorre in Italia durante le indagini giudiziarie con fughe di notizie, ma a volte anche con l’uso distorto di documenti non coperti da segreto. Per la cui gestione il magistrato suggeriva una migliore disciplina, in vista di un intervento del governo sulla materia sempre incandescente delle intercettazioni telefoniche.

E’ francamente difficile, direi impossibile, non collegare adesso quelle meritorie osservazioni del capo della Procura romana con ciò che nei suoi uffici si è appena deciso, non credo proprio a cuor leggero. Cioè, di mettere sotto inchiesta per falso ideologico e materiale, almeno per ora, un capitano dei Carabinieri del nucleo ambientale, o ecologico, per il trattamento di intercettazioni dalle quali gli inquirenti ricavarono a prima vista l’impressione che l’imprenditore Alfredo Romeo, oggi in carcere, avesse incontrato a suo tempo, comunque prima di dicembre, il papà di Matteo Renzi. La cui iniziale T, accanto ad una somma considerevole e mensile di euro da versargli, si trova peraltro su un biglietto attribuito allo stesso Romeo, strappato dall’interessato o da chi per lui, recuperato fra le immondizie e ricomposto dai carabinieri del nucleo ecologico.

Ebbene, dopo avere estromesso dalle indagini quel nucleo, sospettato di non essere stato a tenuta stagna nella tutela del segreto, sostituendolo con un altro reparto della stessa arma, nella Procura romana hanno ritenuto opportuno risentire ben bene le registrazioni delle intercettazioni dell’imprenditore napoletano titolare di appalti della Consip, o ad essi concorrenti. Ed hanno scoperto che a parlare di Renzi non era lui ma il suo consulente ed ex deputato finiano Italo Bocchino, napoletano pure lui. Il quale gli parlava non di Renzi papà ma di Renzi figlio, all’epoca presidente del Consiglio, avendo avuto modo neppure di incontrarlo nel senso comunemente attribuito a questa parola, ma solo di vederlo o incrociarlo casualmente in un’occasione pubblica.

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Le scoperte della Procura di Roma non sono finite tuttavia qui. Si è accertata anche la inconsistenza di un elemento denunciato dai protagonisti delle indagini, ma in verità fra le poche cose non reclamizzate, o non reclamizzate abbastanza per finire nei titoloni delle prime pagine. Che cioè i Carabinieri del nucleo ecologico impegnati dal sostituito procuratore di Napoli Henry Vooudcok a recuperare nelle immondizie pizzini, appunti e quant’altro usciti dall’ufficio romano di Alfredo Romeo fossero seguiti da un misterioso personaggio mandato da chissà chi, magari da qualche settore dei servizi segreti, a spiare il loro lavoro. Si è rivelata un’altra panzana. Il curioso era solo un abitante della zona , attratto da tanto meticoloso interesse ai contenitori dei rifiuti. Ma sembra che di questa rasserenante scoperta non si sia trovata traccia fra i rapporti visionati negli uffici giudiziari.

E’ chiaro a questo punto che c’è un abisso fra la realtà emersa dai controlli degli inquirenti romani e quella risultante dai brogliacci, cioè delle trascrizioni o sintesi delle intercettazioni, e da altri documenti ora contestati al capitano dei Carabinieri finito a sua volta sotto inchiesta.

Altrettanto chiare, e comprensibili, sono le reazioni di sollievo di Matteo Renzi e del padre, trovatisi esposti a lungo al solito processo mediatico che precede quello ipotetico del tribunale, dove peraltro spesso le accuse non arrivano neppure al rinvio a giudizio. Un processo mediatico che nel caso dell’ex presidente del Consiglio è stato due volte dannoso: sul piano personale, e degli stessi rapporti col padre, di cui si è scritto di tutto e di più, e su quello politico, in pieno tentativo di Renzi di recupero dalla batosta del referendum costituzionale.

Al sollievo della famiglia Renzi, e degli amici, fra i quali non mancano di coinvolti pure loro nelle indagini, come il ministro dello sport Luca Lotti, sfuggito alla solita, puntuale mozione grillina di sfiducia individuale al Senato, si contrappone il disagio, quanto meno, del giornale capofila della campagna antirenziana, Che è naturalmente Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio

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“Cade un indizio su babbo Renzi”, ha dovuto titolare in prima pagina il giornale travaglino aggiungendo tuttavia in un secondo rigo, sia pure tra parentesi, che “restano in piedi tutti gli altri”, nella speranza quanto meno professionale -per i colleghi del Fatto Quotidiano- che non si rivelino anch’essi farlocchi. A cominciare naturalmente dalla storia dell’allora sottosegretario di Renzi a Palazzo Chigi, il sunnominato Lotti, che da solo o di concerto addirittura col comandante generale dei Carabinieri informa gli amici della Consip di essere sotto inchiesta e intercettazione, consentendo loro di bonificare uffici e quant’altro e di vanificare così il lavoro degli inquirenti napoletani.

Per adesso, sui primi infortuni capitati a quegli inquirenti Travaglio ha azzardato generosamente l’ipotesi di qualche svista, di “errori materiali”, per quanto “spiacevoli”, commessi scambiando una voce per l’altra, o un testo per l’altro: tutto naturalmente in buona fede.

Sulla rampa, diciamo così, del Fatto Quotidiano è stata installata comunque un’altra postazione di missili contro Renzi, figlio naturalmente, accusato – questa volta in primis dalla storica trasmissione televisiva di Rai 3, Report– di essersi direttamente o indirettamente adoperato per assicurare affari pubblici e privati, italiani e internazionali, all’imprenditore Massimo Pessina in cambio del rilevamento dell’Unità dal fallimento di tre anni fa.

Nella redazione dello storico giornale della sinistra non l’hanno presa naturalmente bene. E per le più diverse e comprensibili ragioni, visto che pendono altre strette economiche e nuovi licenziamenti. Il direttore uscente Sergio Staino per ora ha dato una risposta satirica, nel suo stile, a chi tanto si sta occupando più in generale del Pd e del suo segretario uscente e rientrante. Con chiara allusione ai pasticci, a dir poco, delle indagini targate Consip la figlia di Bobo nella vignetta di prima pagina chiede al padre come si scrive “Vurdoc”. Il papà risponde: “Come vuoi. Tanto, se non va bene te lo correggono i Carabinieri del Noe”, quelli cioè del nucleo ambientale, che conoscono alla perfezione il magistrato in servizio a Napoli.

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A che serve ormai la commissione antimafia ?

 

         Rosy Bindi, parlamentare ormai di lunga data, ha non annunciato ma confermato, in una intervista a Libero, la rinuncia a ricandidarsi nelle prossime elezioni ritenendo conclusa la sua esperienza in Parlamento. Così la nuova direzione del Pd, dove bisogna darle atto di avere voluto rimanere, rifiutandosi di seguire Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e gli altri adesso del Dp, non avrà il compito di occuparsi di una sua pratica. Come sarebbe inevitabile nel caso in cui lei stessa, ripensandoci, o qualche suo amico ne proponesse la ricandidatura, in deroga allo statuto di cui sono già rimasti volontarie vittime il già ricordato D’Alema e Walter Veltroni, che pure fu uno dei fondatori del partito e il primo segretario. Meglio rottamarsi da sé che farsi rottamare, parvero dire i due dioscuri del post-comunismo italiano prima che almeno uno dei due -il primo naturalmente- non mettesse un broncio lungo così.

         La Bindi è notoriamente donna di carattere. Cioè, di brutto carattere, perché solo chi non ha carattere, come diceva la buonanima di Sandro Pertini, può vantare di averne uno buono. E Pertini era un altro che non se le faceva dire da nessuno. Quello della Bindi si è visto bene quando le è capitato da presidente della commissione parlamentare antimafia di scontrarsi col caratteraccio del candidato prima e del governatore poi della Campania, il suo compagno di partito Vincenzo De Luca, eletto nonostante la Bindi non gli avesse certamente facilitato le cose indicandolo fra gli “impresentabili”.

         Una cosa tuttavia penso che la Bindi se la meriti davvero: di non avere successori alla presidenza della commissione parlamentare antimafia, in modo che lei sia e rimanga l’ultima ad averla guidata.

         Nata quando la mafia era veramente un fenomeno misterioso, da studiare sotto i più diversi aspetti, e quando gli strumenti giudiziari per combatterla erano davvero inadeguati, che senso ha oggi continuare a seguirla con una commissione parlamentare d’inchiesta permanente? Che sarebbe poi la migliore certificazione della forza e della invincibilità di questa organizzazione criminale, e altre analoghe, come se fossero tutt’uno con la stoffa del Paese. Ci sono ormai magistrati specializzatissimi, forse sin troppo, per occuparsene.

         Se poi si pretendesse di giustificare una commissione parlamentare sulla mafia con i collegamenti che quest’ultima ha o potrebbe avere con la politica, sarebbe una clamorosa autorete. Sarebbe cioè la rivendicazione della politica di vigilare da sola su se stessa. E ciò dopo che gli stessi politici hanno rinunciato a buona parte delle loro originarie immunità per non apparire privilegiati rispetto ai magistrati.

         Finiamola quindi qui, con l’epilogo di questa diciassettesima legislatura, anche con la commissione parlamentare antimafia, congedandola con la sua ultima presidente.

        

Mattarella si allena a Mosca per le turbolenze italiane

Con la sua visita in Russia, e l’incontro fissatogli da Putin al Cremlino per martedì, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si trova in una situazione che più in vista non potrebbe essere dopo la svolta della politica americana nel Medio Oriente. Dove il presidente Donald Trump, diversamente dal predecessore Obama, non ha voluto lasciare impunito l’ennesimo crimine compiuto dal dittatore siriano Assad facendo lanciare bombe chimiche contro la sua popolazione “ribelle”.

Proprio in coincidenza con la presenza di Mattarella a Mosca, Putin incontrerà anche il segretario di Stato americano, ma il presidente italiano sarà il primo interlocutore europeo del Cremlino dopo la svolta statunitense in una regione che interessa da vicino l’Unione Europea, non foss’altro per i guai che le provengono da quella martoriata regione in termini di sicurezza e di immigrazione.

Quella di Mattarella non va scambiata in questa drammatica circostanza per una visita, di sia pur alta rappresentanza, fortuitamente coincidente con un delicatissimo momento della politica internazionale.

Dell’attuale capo dello Stato si potrà anche dire, come fa un suo amico economista che non per questo non lo stima o gli vuole meno bene, che ha una certa difficoltà quando si trova alle prese con problemi finanziari, ma non che non abbia pratica di politica estera. Egli se n’è sempre interessato anche prima di arrivare al Quirinale, contribuendo anche a gestirla dal governo prima come vice presidente del Consiglio di Massimo D’Alema e poi come ministro della Difesa dello stesso D’Alema e del secondo governo di Giuliano Amato, negli anni più roventi della crisi nei Balcani.

Il presidente Mattarella ha quindi le cognizioni e le conoscenze giuste per far fare una bella figura al suo Paese

 

 

in questi pericolosi frangenti internazionali, ben consapevole che l’Europa non possa e non debba essere ridotta alla funzione di “spettatrice”, per ripetere un aggettivo usato con delusione pari alla preoccupazione nell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri dal renziano Graziano Delrio.

 

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La sua maggiore esposizione internazionale potrebbe riuscire utile a Mattarella anche dopo la visita in Russia, quando tornerà alle prese con la solita, intricata situazione politica interna, continuamente agitata da una permanente campagna elettorale. Tale è quella in corso dalla fine del referendum sulla riforma costituzionale, anche se tutti fingono di non accorgersene e voltano lo sguardo dall’altra parte.

D’altronde basterebbero e avanzerebbero già le votazioni amministrative dell’11 giugno e i ballottaggi del 25, riguardanti circa dieci milioni di elettori sparsi un po’ per tutta Italia, per tenere alta la tensione, a cominciare dal Pd. Dove pure Matteo Renzi contava e conta ancora di chiudere il capitolo delle incertezze a fine aprile, con la sua ormai scontata rielezione a segretario nelle primarie aperte ai dichiarati elettori del partito: anche quelli che poi voteranno magari per gli scissionisti del Dp, interessati a irrobustire intanto le minoranze di Andrea Orlando e di Michele Emiliano per continuare a complicare la vita all’ex presidente del Consiglio.

Alle elezioni amministrative di giugno seguirà un’estate per niente tranquilla, durante la quale gli ormai ineludibili appuntamenti parlamentari con le tante, persino troppe proposte sul tappeto per quanto meno armonizzare, come si attende Mattarella, le leggi elettorali della Camera e del Senato rimaste in vigore dopo i tagli

 

 

apportati dalla Corte Costituzionale, potrebbero diventare in ogni momento il pretesto giusto per interrompere la legislatura. Alla cui prosecuzione sino alla scadenza ordinaria dell’anno prossimo è interessato, per diverse e persino opposte ragioni, un fronte politico molto meno vasto delle apparenze.

Quello attratto dalle elezioni anticipate è un fiume carsico dove confluisce ogni giorno acqua nuova, proveniente soprattutto dalla paura di mandare i cittadini alle urne subito dopo l’approvazione di una pesantissima legge finanziaria, da varare quando le autorità europee di vigilanza non avranno forse più remore derivanti dalle incertezze delle attuali vigilie elettorali in Francia e in Germania.

 

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Pochi osano più o meno ipocritamente parlarne in pubblico, ma chi frequenta stanze e corridoi dei palazzi parlamentari sa di quella specie di oggetto misterioso di cui mormorano gli specialisti della legge finanziaria e che si chiama esercizio provvisorio. Se ne occupa un comma dell’articolo 81 della Costituione che, diversamente da altre parti modificate nel 2012, i cosiddetti eurocrati non sono riusciti a far cambiare negli anni del loro maggiore potere, che furono quelli del governo tecnico di Mario Monti.

Quel comma dell’articolo 81, studiato per affrontare le emergenze, elettorali o d’altro tipo, risultate d’impedimento all’approvazione entro dicembre del bilancio annuale, cioè ordinario, prevede il ricorso per legge al cosiddetto esercizio provvisorio “per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi”. Durante i quali non si può spendere, mese per mese, più di un dodicesimo di ciò che si è speso nell’esercizio precedente, per cui non si rischiano in quel periodo procedure europee di cosiddetta insolvenza, possibili invece con una normale legge finanziaria che abbia l’inconveniente di non corrispondere alle attese dei vigilanti.

 

 

 

 

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Casaleggio liquidato da Pansa come inquietante

Giampaolo Pansa, Giampa per gli amici, che sono tanti, meritatamente aumentati quando lui, arrivato nella sua brillante carriera al bivio fra una testata di sinistra da poter dirigere e una verità da svelare e difendere, quella dei troppi crimini compiuti all’ombra della Resistenza al nazifascismo, scelse con dignità e coraggio la seconda, ha sempre avuto una certa visione fisiognomica della politica.

         Negli anni in cui frequentavamo insieme i congressi dei partiti per raccontarne scena e retroscena lui arrivava sempre con uno strumento in più: il binocolo. Che gli permetteva, standosene comodamente seduto al suo posto, di scrutare da vicino l’oratore di turno, i leader maggiori e minori che affollavano i banchi della presidenza, gli invitati e persino i delegati, quando ne scorgeva di curiosi. Egli considerava, giustamente, i volti ancora più espressivi delle parole. Rispetto ai suoi, gli articoli di noi altri perdevano puntualmente il confronto. Qualcuno cercò di difendersi imitandolo col binocolo, ma continuò a perdere il confronto perché Giampa era francamente ineguagliabile. Ci fregava tutti anche con quella sua capacità di inventarsi le immagini, la più famosa delle quali rimane la balena bianca travestita da Democrazia Cristiana. Che naturalmente egli avvertì spiaggiata per primo, mentre altri ancora la cercavano più o meno al largo.

         Del giudizio di Giampa pertanto mi fido, anche se gli anni lo hanno forse un po’ troppo inacidito o insospettito, almeno per i miei gusti o le mie simpatie. Credo ch’egli c’abbia azzeccato trovando sul suo Bestiario domenicale “inquietante” Davide Casaleggio, al cui volto ha potuto arrivare peraltro senza bisogno di impugnare il binocolo, essendoselo visto in primissimo piano giovedì sera sul televisore di casa che ne offriva l’esordio nel salotto di Lilli Gruber, a La 7. Ed avendone poi letto i resoconti dell’intervento al convegno organizzato a Ivrea in memoria del padre Gianroberto, ma in realtà per uscire dalle quinte dietro le quali era rimasto non so se per scelta più personale o dell’amico Beppe Grillo. Di cui si sussurra da tempo di una certa stanchezza alla guida del Movimento 5 Stelle. Una guida, invece, che Pansa considera per niente in esaurimento, anzi insostituibile.

         Inquietante non è certamente o solamente un aggettivo negativo, e tanto meno insultante. E’ tale, secondo il dizionario della lingua italiana Devoto e Oli, ciò “che costituisce motivo di preoccupazione o d’apprensione”, o “presenta elementi di interesse assai vivi e al tempo stesso sconcertanti”.

         Ebbene, non è quanto meno sconcertante che si stia dichiaratamente occupando del programma di un movimento politico qual è quello grillino, aspirante addirittura al governo del Paese, uno che evita contraddittori, sceglie in questo spirito le persone con le quali confrontarsi in pubblico e sfugge ai problemi dell’oggi dicendo di volersi occupare solo del “futuro”? Non è sconcertante uno che, al primo passo falso compiuto scoprendosi sui temi del presente, parla del famoso reddito di cittadinanza -che sarebbe poi il massimo dell’assistenzialismo- per indicare come fonte di finanziamento le solite “pensioni d’oro”? Senza tuttavia sapere spiegare che cosa egli intenda per oro, a quale cifra esattamente pensi, al lordo o al netto, quando le tasse già ne inghiottono più della metà. E dicendo che queste sono cose da “tecnici”.

         Personalmente preferisco ridere agli spettacoli di Grillo, senza dovere neppure pagare il biglietto, che inquietarmi alle allusioni e minacce di Casaleggio.

Le svolte sbagliate di Silvio Berlusconi

Dove o da chi comincio scrivendo della solita politica italiana in questa domenica delle Palme, che ci avvicina alla Pasqua di Resurrezione?

Da Matteo Renzi, risorgente segretario del Pd, e non si è ancora ben capito se anche aspirante di nuovo a presidente del Consiglio, dopo lo schiaffone procuratosi in fondo da solo con una campagna referendaria sulla sua riforma costituzionale condotta con troppa baldanza?

Da Sergio Mattarella, che proprio a Renzi ha appena dato uno scappellotto tirandosi fuori dall’incidente parlamentare nel quale i renziani lo volevano imprudentemente coinvolgere per la mancata elezione del loro candidato a presidente della prima commissione del Senato? Quella degli affari costituzionali preposta all’esame, quando verrà, dell’ennesima riforma o riformina elettorale.

Dal conte Paolo Gentiloni, che si barcamena alla meglio tra imprevisti internazionali e interni scommettendo più sulla paura degli italiani che gli succeda chissà chi a Palazzo Chigi dopo il prossimo turno elettorale, ordinario o anticipato, che sulla sua reale capacità o possibilità di evitare un naufragio?

Dall’emergente e un po’ tenebroso Davide Casaleggio, per quanto bellissimo, secondo la certificazione del critico televisivo del Corriere della Sera Aldo Grasso, propostosi in quel di Ivrea al popolo grillino -Davide naturalmente, non Aldo- come chi è interessato più dal futuro che dal presente? Ma sapendo bene che del futuro fa parte il prossimo autunno, con le primarie, o come altro preferiranno chiamarle da quelle parti, per la scelta del candidato del Movimento 5 Stelle alla guida del governo di cui i vari Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista hanno assaporato troppo presto il presunto odore.

Dell’almeno anagraficamente vecchio Silvio Berlusconi, appena celebrato sulla prima pagina sempre del Corriere della Sera, con la firma di Paola Di Caro, come l’autore di una “svolta animalista”, avendo aderito alla campagna della sua amica Michela Vittoria Brambilla per la difesa degli agnelli dalle stragi di Pasqua?

 

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Scusatemi, ma non riesco a sottrarmi alla tentazione di cominciare, e pure di finire, con Silvio Berlusconi per scrivere che forse sono altre le svolte attese dagli elettori che hanno smesso da anni di votarlo, o di votarne il partito, visto che lui è momentaneamente incandidabile: elettori dei quali il presidente di Forza Italia insegue ostinatamente il recupero, ritenendo forse non a torto, per carità, che essi basterebbero e avanzerebbero per fargli vincere le elezioni.

Purtroppo i suoi ex elettori di una certa età, e quelli più giovani ma pur sempre rispettosi delle tradizioni e delle buone maniere, si aspettano da Berlusconi svolte politiche, altro che animaliste. A costoro, dei cinque agnelli ch’egli ha appena generosamente “adottato”, facendosi fotografare mentre ne allatta uno chiamato poeticamente “Fiocco di neve”, non gliene importa nulla. Importa loro di più ch’egli si decida a rinunciare a sopportare un giorno e a inseguire l’altro il segretario leghista Matteo Salvini e la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Che sarà pure una bella mamma, oltre che sorella, per carità, ma è pur sempre la Meloni, appunto: una di fronte alla quale politicamente persino Ignazio La Russa, suo meno giovane amico di partito, o come diavolo si chiamano adesso fra di loro essendosi dati nel passato del camerata, sembra uno statista.

Piuttosto che occuparsi, in questi tempi poi, dei cinque agnelli scelti per lui dalla fedele Maria Vittoria Brambilla, l’ex presidente del Consiglio farebbe bene a riesaminare i rapporti con i cinque o più esponenti più in vista dell’area centrista ch’egli si ostina a scambiare per nemici, poltronisti e quant’altro, ma interessati come lui, o come lui dovrebbe, a impedire che il Paese finisca in mano ai grillini, vista l’ennesima frammentazione della sinistra.

Eppure fu lo stesso Berlusconi che nell’autunno del 2013 invitò i propri amici di una rinata Forza Italia a non insultare con parolacce e fischi i vari Angelino Alfano e Maurizio Lupi, che avevano preferito rimanere nel governo di Enrico Letta e definirsi “diversamente berlusconiani”, sotto le insegne di un “Nuovo Centro Destra”, piuttosto che fare la crisi, e rischiare le elezioni anticipate, per ritorsione contro la sua decadenza da senatore. Che era stato l’effetto congiunto di una condanna definitiva per frode fiscale e di una legge -la famosa Severino- purtroppo approvata anche dal centrodestra meno di un anno prima, senza accorgersi che avrebbe potuto essere applicata persino retroattivamente.

Non fischiate e non dite parolacce -disse allora Berlusconi ai suoi- perché di quei nostri amici potremmo avere bisogno nelle prossime elezioni.

 

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La decadenza di Berlusconi da senatore, peraltro decisa a scrutinio innovativamente e appositamente palese, dopo lo sbrigativo rifiuto di una proposta condivisa anche da una parte del Pd di rivolgersi alla Corte Costituzionale per sciogliere il nodo della controversa applicazione retroattiva della legge Severino, fu un atto certamente e odiosamente politico. Lo ha appena dimostrato la sorte opposta riservata al senatore forzista Augusto Minzolini, pur trovatosi nelle stesse condizioni giudiziarie del suo amico e presidente di partito.

Lo stesso Berlusconi, ancora senatore, aveva detto dopo la condanna definitiva, cui peraltro si era ricorso con procedure d’urgenza, per evitare una imminente prescrizione, che occorreva separare la sua questione da quella del governo. Ma poi cambiò idea e reclamò una crisi -ripeto- per ritorsione, anche a costo di spaccare il suo partito, preferendo l’emozione alla ragione, la pancia alla testa. I fatti, d’altronde, avrebbero poi dimostrato che la decadenza da senatore non era incompatibile con la prosecuzione della sua attività politica.

Purtroppo Berlusconi, mal consigliato, non si comportò allora da statista. Quale sarebbe stato se, per togliere dall’imbarazzo il governo e le altre istituzioni del paese, si fosse spontaneamente e orgogliosamente dimesso da parlamentare. Era quello, peraltro, che mi risulta gli avesse fatto consigliare l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, pronto in tal caso anche a chiudere con la grazia le sue pendenze con la condanna. Ma è difficile parlare di politica con chi, per esservi arrivato forse troppo tardi, finisce qualche volta per trovarsi inconsapevolmente nei panni più di un avventore che di uno statista.

 

 

 

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Il sessantesimo missile di Trump sui suoi tifosi in Italia

Mentre tutti si occupano, giustamente, dei 59 missili fatti lanciare dal presidente americano Donald Trump contro l’indegno arsenale chimico di Assad in Siria, appena adoperato dal dittatore contro quelli che lui considera ribelli comprendendovi i bambini, vi voglio raccontare del sessantesimo missile. Che è quello, fortunatamente solo di carta, che il presidente degli Stati Uniti ha lanciato personalmente contro i suoi improvvidi tifosi in Europa. I quali ne salutarono l’imprevista elezione alla Casa Bianca come l’arrivo del Messia della sovranità nazionale, del “facciamoci i fatti nostri” e “al diavolo tutti gli accordi o fenomeni internazionali: globalizzazione, Unione Europea, Nato” eccetera eccetera.

Tutti costoro si sono trovati dalla sera alla mattina con una mano davanti e l’altra di dietro, increduli e storditi.

Dalle nostre parti non ho saputo francamente se ridere di gusto o dolermi di compassione vedendo le facce -solo le facce- del segretario leghista Matteo Salvini e della sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Che non hanno esitato un istante a scaricare il “loro” Trump, sprofondato all’improvviso nell’inferno costringendoli ad aggrapparsi ancora di più a Putin, e si spera non anche alle sue minacce di ritorsione e quant’altro contro i soliti americani prepotenti e guerrafondai.

 

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Per quanto più abituati alle pratiche e agli sottigliezze del governo per l’imprudenza avuta da Silvio Berlusconi di portarveli e lasciarveli per un po’ d’anni, affidandolo loro persino i Ministeri degli Esteri, dell’Interno, della Difesa e della Giustizia, i signori della nuova o vecchia destra italiana, poco importa, sono riusciti a fare peggio dei grillini. Che pure di governo hanno pratica solo recente e locale. E la cui politica estera è gestita, almeno per ora, dall’ingegnere informatico Manlio Di Stefano, un palermitano eletto deputato in Lombardia quattro anni fa e di esteri conosce solo il nome della Commissione della Camera alla quale il gruppo 5 Stelle lo assegnò all’inizio della legislatura.

Persino questo Di Stefano, per quanto deluso di certo pure lui dalla svolta di Trump, considerandolo magari mal consigliato dai soliti militari, si è trattenuto nella reazione. E’ attribuito a lui un comunicato anonimo, diffuso dal blog del movimento, in cui si dice che gli attacchi ordinati dal presidente degli Stati Uniti “rischiano di costituire”, quindi non costituiscono tout court, come hanno gridato a destra, “una chiara violazione del diritto internazionale”.

Questa formulazione diplomatica non è sfuggita alla pancia del movimento grillino, come si capisce consultandone il sito e leggendo le reazioni dei naviganti.

“Rischiano? Rischiano soltanto? Siete ubriachi?”, ha chiesto un tale Guglielmo. “Sarà impossibile rimanerne fuori”, ha avvertito Rosanna Scarpa dopo che qualcun altro aveva appunto raccomandato di starsene indifferenti alla finestra. “Trump ha cercato di limitare i danni”, ha scritto Mario Genovesi, non so se riferendosi agli altri missili non lanciati contro la Siria o alle bombe chimiche distrutte in territorio siriano perché non venissero adoperate contro altri innocenti.

Un altro grillino ancora -Aldo B.- si è lodevolmente ricordato di quella che recentemente apparve una gaffe da ubriaco, quando il presidente americano parlò di una bomba a Stoccolma. Forse disponeva di una buona informazione ricevuta dai servizi segreti, allertati su ciò che sarebbe potuto accadere, com’è purtroppo avvenuto, nella capitale svedese con quel tir lanciato come una bomba in pieno centro per seminare morte fra i passanti. Rimase sempre una gaffe, sia chiaro, ma c’era almeno un retroterra.

 

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Non sono naturalmente mancate fra gli internauti grillini grida antiamericane della solita, peggiore specie. E richieste, come quella di Giuliano Antonio, di non lasciarsi scappare, per carità, questa preziosa occasione per “uscire dalla Nato”. O imprecazioni come quella di Adriano. Che, dichiaratosi cinquantenne, ha garantito che “da quando sono ragazzo gli americani mi stanno sui c…….ni”. Fine e davvero multirazziale, questo Adriano, del quale il meno che si possa dire è che i genitori gli hanno dato un nome sbagliato.

Peccato che la fortuna abbia risparmiato al giovane Davide Casaleggio di esordire di giovedì, e non di venerdì, nel salotto televisivo di Lilli Gruber. Che non si sarebbe certamente sottratta alla tentazione di chiedergli un giudizio sui missili di Trump contro la Siria di Assad. Chissà a quale algoritmo avrebbe fatto ricorso l’ospite per sfuggire anche a un simile tema, oltre che alle pensioni d’oro e alle comunarie. Ma non è detto che qualcuno non riesca a fargli qualche coraggiosa domanda a Ivrea, del cui convegno organizzato per celebrare la memoria del padre l’erede ha a lungo parlato in una intervista al Fatto Quotidiano, una volta tanto assente invece nel salotto della Gruber giovedì sera, dove a supportare, non certo ad incalzare l’ospite c’erano il giornalista Gianluigi Nuzzi e il sociologo Domenico De Masi.

Comunque, pur avendone avuta l’occasione, neppure l’intervistatore del Fatto Quotidiano, Gianni Barbacetto, ha ritenuto di dover fare una domanda -dico, solo una domanda- a Davide Casaleggio sula questione siriana riesplosa dopo l’esordio televisivo a La 7. Silenzio assoluto. Ha invece parlato, anzi tuonato, il solito Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, che ha dato al presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni del “vassallo degli Stati Uniti” per averne definito l’azione militare contro la Siria di Assad “limitata” e “una risposta ad un crimine di guerra”. E così Dibba ha pure pensato di mettere in riga il troppo cauto ingegnere informatico del movimento.

 

 

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La caccia all’infiltrato per la vicenda Moro

A 39 anni ormai di distanza dalla tragica fine di Aldo Moro, e dopo una lunga serie di inchieste giudiziarie e parlamentari, per non parlare dei numerosi e inutili tentativi compiuti in ogni sede di fare uscire i responsabili superstiti di quell’operazione condotta con “geometrica potenza” contro “il cuore dello Stato” dalla sin troppo sfacciata reticenza delle loro deposizioni, e persino memoriali, capisco la diffidenza dell’ottimo Paolo Delgado. Che ha avvertito o temuto su Il Dubbio la presenza dei soliti “saltimbanchi della dietrologia” nella ricostruzione che del sequestro e dell’uccisione di Moro sta facendo la commissione bicamerale presieduta dall’ex ministro Giuseppe Fioroni, del Pd.

Le relazioni sui primi due anni di lavoro sono già state approvate all’unanimità -cosa non frequente nelle commissioni d’inchiesta parlamentare- a dimostrazione del clima unitario in cui si è lavorato, pur in un contesto politico generale di tutt’altro segno. E nella previsione, oltre che auspicio, di una relazione conclusiva largamente condivisa alla fine della legislatura, ordinaria o anticipata che sia destinata a rivelarsi.

Fra i nuovi temi sollevati dalla commissione Fioroni, rispetto alle precedenti indagini, Delgado ha trovato curioso e -temo- irrilevante quello del bar d’angolo fra via Fani e via Stresa, dietro le cui fioriere si nascosero i brigatisti rossi travestiti da avieri, con le loro armi, in attesa che arrivasse l’auto blu che portava Moro dalla sua vicina abitazione di via di Forte Trionfale a Montecitorio, preceduta da una vettura più piccola della scorta. Che, costretta apposta ad una brusca frenata, fu tamponata dalla macchina contro la quale i terroristi spararono uccidendo gli agenti che sedevano davanti e risparmiando il presidente della Dc per sequestrarlo, prelevandolo a forza dai sedili posteriori. “Lasciatemi stare”, furono le uniche parole uscitegli dalla bocca.

Quel bar molto spazioso, che gli agenti di scorta di Moro avevano frequentato per un po’ fino a che non si insospettirono di qualcosa e smisero di andarvi, esortando la figlia di Moro, Maria Fida, che lo frequentava anche lei, a starsene lontana, la mattina del sequestro -il 16 marzo- doveva essere chiuso. E non per turno o altro. Era stato chiuso da un bel po’ per fallimento della società proprietaria. Un socio della quale risultò poi coinvolto in un oscuro e inquietante traffico d’armi e di moneta, oggetto di una indagine giudiziaria dalla gestione a dir poco bizzarra.

Ebbene, quel bar la mattina del 16 marzo fu trovato aperto da cronisti e operatori televisivi accorsi sul posto della tragedia. E che vi si rifugiarono per fare le loro telefonate di lavoro. Così anche altri, fra i quali un uomo alto che parlava tedesco. Tedesco come la lingua usata durante l’eccidio della scorta di Moro da uno sconosciuto   -forse lo stesso- che correva per la strada gridando ai passanti di fermarsi e di stare attenti. Tedesco come la montagna di marchi cambiati dal socio del bar fallito per una partita forse di armi. Tedesca come una terrorista catturata dopo qualche tempo in Germania e trovata in possesso di una carta d’identità italiana falsificata, risultata poi proveniente da una partita trafugata in un Comune del Comasco: la stessa dei documenti ancora intonsi trovati il mese dopo il sequestro di Moro nel covo brigatista di via Gradoli, una traversa della via Cassia. Un covo che la colonna romana delle brigate rosse aveva messo a disposizione di Mario Moretti, mandato nella Capitale dalla direzione strategica ad organizzare e condurre l’operazione contro il presidente della Dc.

Si tratta dello stesso covo nella cui palazzina fu curiosamente eseguito un sopralluogo infruttuoso della Polizia pochi giorni dopo il sequestro di Moro. Si arrivò alla sua scoperta dopo un mese per un allagamento dalla casualità assai sospetta, dopo che il nome Gradoli, raccolto da Romano Prodi in una incredibile seduta spiritica vicino a Bologna, era stato scambiato dalla Polizia per l’omonima località del Reatino, con relativo, inutile dispiego di forze e perdita di tempo.

C’era insomma qualcuno dall’altra parte della barricata che voleva mandare al posto giusto, per catturare Moretti, forze dell’ordine che non riuscivano invece ad arrivarci. Quel qualcuno, forse provvisto delle chiavi, fu alla fine costretto a ricorrere ad una doccia da lasciare aperta. Ma ormai era troppo tardi per beccare il capo dell’operazione. Si riuscì solo a far prendere documenti, come quelle carte d’identità rubate, da cui sperare di dare nuovi e utili impulsi alle indagini.

Ma torniamo a quel maledetto bar d’angolo fra via Fani e via Stresa. Siamo proprio sicuri di poter liquidare come ininfluente, occasionale, dietrologica della peggiore specie, la questione del perché e del come quella maledetta mattina fosse stato ad un certo punto aperto? Dopo le altre circostanze che ho ricordato prendendole dalla prima relazione della commissione Fioroni, non me la sento di fare spallucce.

Spero altresì di trovare nella relazione finale qualche risposta non ad mio interrogativo capriccioso, ma alla domanda che angosciò il povero Giovanni Leone sino alla morte. E che ebbi la ventura di raccogliere dalla sua viva voce in una intervista raccolta per Il Foglio nel ventesimo anniversario del sequestro di Moro, che so finita tra le carte esaminate dalla commissione Fioroni.

Leone, nella sua casa alle Rughe, sulla Cassia, mi raccontò alla presenza della moglie che il 9 maggio 1978 aveva dato appuntamento al Quirinale verso mezzogiorno al ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, suo ex allievo, per firmare di propria iniziativa, senza che l’interessata glielo avesse chiesto, e quindi in deroga alla legge allora in vigore, la grazia a Paola Besuschio, condannata in via definitiva per reati di terrorismo, ma non di sangue.

Presente nell’elenco dei 13 “prigionieri” con i quali le brigate rosse avevano chiesto di scambiare il povero Moro, la Besuschio era stata scelta dall’allora presidente della Repubblica, d’intesa col giurista e amico Giuliano Vassalli e con l’ex capo di Gabinetto di Moro, il consigliere di Stato Giuseppe Manzari, a causa delle sue cattive condizioni di salute.

L’unica copertura che Leone, consapevole di forzare la linea della cosiddetta fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza di solidarietà nazionale, estesa sino al Pci di Enrico Berlinguer, si era premurato di chiedere era quella dell’amico di partito e presidente del Senato Amintore Fanfani. Che proprio quella mattina aveva appena preso la parola alla direzione della Dc per affidarsi alle autonome valutazioni del capo dello Stato quando fu interrotto, drammaticamente zittito dall’annuncio del ritrovamento del cadavere di Moro. Che i terroristi avevano preferito ammazzare di prima mattina, piuttosto che dividersi nella valutazione della grazia alla sola Besuschio.

Per dirla in parole povere, Leone mori nel sospetto che in quella disgraziata vicenda, costatagli probabilmente anche il posto con quelle dimissioni reclamate e ottenute sei mesi prima della scadenza del mandato con altre motivazioni di opportunità politica e persino morale, di cui si sarebbero tutti scusati troppo tardi, fosse stato un infiltrato di troppo: o uno infedele dei servizi segreti nelle brigate rosse o uno, purtroppo fedelissimo, delle brigate rosse nei servizi segreti. Che peraltro in quel momento stavano attraversando una difficile transizione per una riforma appena intervenuta.

 

 

 

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