Il flop televisivo di Davide Casaleggio

Temo che Matteo Renzi – lo temo per lui- abbia sbagliato, e di grosso, indicando in Davide Casaleggio il “vero capo” del Movimento 5 stelle. Sempre che, naturalmente, il segretario rientrante del Pd abbia parlato nella sua lunga intervista a Panorama della stessa persona che ha appena fatto il suo esordio televisivo nello studio di Lilli Gruber, a la 7, supportato dal giornalista Gianluigi Nuzzi e dal sociologo Domenico De Masi.

Se il figlio di Gianroberto Casaleggio, che si accinge a celebrare a Ivrea la memoria del padre a un anno dalla morte con un convegno molto reclamizzato, fosse davvero il capo dei pentastellati, l’ex presidente del Consiglio avrebbe buone possibilità di batterlo, per quanti errori egli possa continuare a compiere inseguendone lo spirito demagogico anti-casta e cose simili. Cosa che purtroppo Renzi ha fatto rovinosamente nella campagna referendaria sulla sua riforma costituzionale motivandola non per i contenuti innovativi che aveva, per quanto pasticciati sotto certi aspetti, ma per i risparmi che, secondo lui, avrebbe garantito ai contribuenti riducendo il numero dei senatori da 315 a 100, fra consiglieri regionali e sindaci, e presumendo di tenerli a stecchetto con i soli rimborsi delle spese. A documentare le quali, peraltro, proprio i consiglieri regionali hanno abbondantemente dimostrato in questi ultimi anni di che cosa sia perfidamente capace la fantasia umana.

No. Il capo del movimento che sta scalando il vertice nella graduatoria elettorale dei partiti è e resta quel mostro di bravura dello spettacolo che è Beppe Grillo. Del quale mi dicono che abbia scoperto, deluso e preoccupato, di perdere continuamente spettatori in teatro senza darsene una ragione. Che invece c’è, ed è forse il segreto del successo del suo movimento. La gente non ha più bisogno di inseguirlo nei teatri perché se lo vede e se lo sente tutti i giorni, in diretta e in differita, senza bisogno di spendere un centesimo in biglietti per sé, familiari e amici.

Tanto Grillo ti fa ridere o arrabbiare, secondo i gusti, quanto Casaleggio ti lascia indifferente a sentirlo parlare. Ma indifferente forse è dir poco, perché a pensarci bene ti viene alla fine un dubbio abbastanza irritante. Non sai se sei tu incapace di afferrarne il ragionamento o lui incapace di farne di comprensibili, o –peggio ancora- abbastanza furbo da rimanere nel vago per non farsi scoprire.

 

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Al netto del ruolo di supporto, ripeto, svolto dall’ospite di studio Nuzzi e da Masi, che in collegamento non so da dove si faceva distinguere più per lo strapazzo degli occhiali stretti fra le mani che per le sue riflessioni, ogni volta che la povera Lilli Gruber cercava di stringere, diciamo così, Casaleggio su un tema, rimaneva all’asciutto. E sgranando gli occhi era costretta a far rilevare all’interlocutore di non avere risposto alla sua domanda.

Ciò è accaduto, per esempio, quando Casaleggio è tornato a indicare nelle solite “pensioni d’oro” il malloppo dove attingere per finanziare il costosissimo reddito di cittadinanza. Giustamente Lilli lo ha invitato a precisare l’entità di una pensione d’oro. Cinquemila euro al mese? Lordi ? Netti? Di più ? Di meno? Ah, questi sono aspetti tecnici dei quali parlano appunto i tecnici, ha risposto Casaleggio, un po’ infastidito dall’insistenza o dalla curiosità della conduttrice. Che magari voleva farsi anche qualche conto in tasca, toccando pure a lei prima o poi di andare in pensione, e non volendo fare la fine di una barbona. Sarebbe, per com’è bella, un vero peccato.

Non è andata meglio alla povera Lilli quando ha cercato di approfondire il ruolo di Grillo nel movimento, oltre quello un po’ generico e abusato di “garante”. Che, in quanto autonominatosi, si stenta obiettivamente a capire cosa e chi debba garantire se non se stesso.

Collegato a questo tema è naturalmente il tipo e grado di democrazia nel movimento che aspira addirittura al governo del Paese, per giunta da solo, non ritenendo nessun altro all’altezza di allearsi o collaborare. L’episodio giustamente citato da Lilli delle cosiddette comunarie di Genova, vinte da una insegnante locale ma bocciata da Grillo in persona, che le ha preferito lo sconfitto, risultato poi vincitore in una consultazione digitale non più limitata a Genova ma estesa a tutto il paese, è stato rimosso da Casaleggio con un gesto delle mani più eloquente delle parole uscitegli dalla bocca.

No, ripeto. Non è cosa. Non mi è sembrato un capo. E neppure un politico. Nè credo che sia apparso tale a Lilli Gruber, della quale mi spiego così la rinuncia a chiedergli se alle prossime elezioni, o a quelle ancora successive, pensa di potersi candidare alla Camera e al Senato, non foss’altro per rimanere più facilmente e frequentemente a contatto con i cosiddetti “portavoce” del movimento. Che egli ora viene a Roma a visitare di tanto in tanto, o chiama a rapporto a Milano.

 

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Più vedevo e sentivo Casaleggio alla televisione e più mi tornava alla mente l’effetto procuratomi nel lontano 1989 dalla famosissima intervista di Sergio Zavoli a Mario Moretti, per la serie de “La notte della Repubblica”.

Con Moretti naturalmente Casaleggio non c’entra niente. Ci mancherebbe altro. Quello fu lo spietato brigatista rosso che nel 1978 capeggiò la sanguinosa operazione del sequestro di Aldo Moro e interrogò a lungo l’ostaggio per poi ucciderlo nel bagagliaio di un’auto che sarebbe stata lasciata in sosta a mezza strada il 9 maggio fra le sedi nazionali della Dc e del Pci, rifiutatisi di trattarne il rilascio scambiandolo con 13 detenuti promossi al ruolo di prigionieri politici. Casaleggio è invece un signore incapace, credo, di impugnare una pistola, e forse neppure un accendino: misterioso sì ma pacifico. E desideroso di rivoltare questo nostro sistema politico con le sole risate dell’amico Beppe.

Ebbene, quando guardavo e sentivo Moretti intervistato da Zavoli mi chiedevo, incredulo, come un uomo così banale, per le cose che diceva, avesse potuto procurare tanto danno a un altro uomo e, ancor più, al sistema democratico del nostro Paese. Di cui ho sempre detto che sopravvisse ma monco al delitto Moro.

Ho guardato e sentito Casaleggio con la Gruber e i suoi due supporter e mi sono chiesto come sia possibile che il nostro sistema, a 39 anni dall’assassinio di Moro, sia peggiorato a tal punto da rischiare di essere affondato con la declamazione di tante vaghezze, per quanto a 5 stelle.

 

 

 

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L’Italia attaccata alla canna del gas

 

Mentre la politica si smarrisce nell’ennesima manfrina di una commissione parlamentare che ha eletto come presidente uno che la vice presiedeva da quattro mesi, guadagnandosi evidentemente simpatie e apprezzamenti trasversali non graditi ai soliti lottizzatori, la giustizia continua a contraddirsi e a rendere l’Italia un paese troppo pericoloso per chi fosse tentato dal farvi investimenti. E quindi dall’aiutarci ad uscire dalla crisi.

         La Corte Costituzionale aveva appena ribadito la legittimità di tutti i percorsi dell’approdo in terra pugliese del gasdotto Tap quando il Tar, cioè il tribunale amministrativo regionale del Lazio, che ad occhio e croce, in un paese normale, dovrebbe valere meno, ma molto, molto meno della Corte Costituzionale, ha ordinato la sospensione dell’espianto degli ulivi difesi dal governatore della Puglia Michele Emiliano come se fossero sue creature.

         Naturalmente sospendere l’espianto degli ulivi, previsto per rimetterli al loro posto dopo che saranno sistemate le condutture del gas e ricoperte del terreno necessario, significa sospendere i lavori di costruzione del gasdotto.

         Questa povera Italia è proprio attaccata alla canna del gas.

                    

Carnevale fuori stagione a Palazzo Madama

Molti hanno scambiato all’improvviso, persino nei piani alti della politica, la Quaresima per Carnevale. Ed hanno tentato di trasformare in un caso bellico- come la vicenda dei pozzi Ual Ual sfruttata da Mussolini nel 1934 per la guerra in Abissinia- l’elezione a sorpresa dell’alfaniano Salvatore Torrisi a presidente della commissione del Senato per gli affari costituzionali.

Si tratta della commissione dove si giocherà uno dei tempi della partita dell’ennesima riforma o riformetta elettorale, senza la quale pare che il presidente della Repubblica non abbia alcuna intenzione di sciogliere le Camere prima della scadenza ordinaria dell’anno prossimo. E ciò, quindi, neppure se l’incidente in cui è incorsa la maggioranza con la curiosa elezione di un esponente della stessa maggioranza alla presidenza della prima commissione di Palazzo Madama provocasse addirittura la crisi, secondo un allarme lanciato da Andrea Orlando. Che per un istante ha forse dimenticato di essere anche il ministro della Giustizia, e non solo, in ordine di voti appena raccolti nei circoli, il secondo candidato alla segreteria del Pd, dopo Matteo Renzi.

E’ proprio a quest’ultimo che, a torto o a ragione, è stata subito attribuita la tentazione di sfruttare il caso Torrisi, chiamiamolo così, per alzare la temperatura politica facendo protestare i suoi amici, chissà poi perché, presso il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il capo dello Stato Sergio Mattarella. Come se costoro avessero la possibilità di deporre l’amico del ministro degli Esteri Alfano. Che è invece l’unico a potere svolgere opera di persuasione sull’interessato, come del resto ha già cominciato a fare intimandogli di dimettersi per ragioni di opportunità politica e poi annunciandone l’espulsione in caso di ulteriori resistenze. E così Alternativa Popolare, che è il nome appena datosi dal partito di Alfano per liberarsi di quell’ormai ingombrante “Nuovo centro Destra” assegnatosi nell’autunno del 2013 per diventare “diversamente berlusconiano”, può farsi già notare in campo con la sua nuova maglietta.

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Eppure si conosceva la problematicità dell’elezione del presidente della prima commissione del Senato per sostituire la piddina Anna Finocchiaro, nominata ministra dei rapporti col Parlamento non qualche giorno fa, in sostituzione di qualche dimissionario o defunto, ma a dicembre scorso, quando nacque in quattro e quattr’otto il governo del conte Gentiloni per soddisfare -diciamo la verità- l’interesse politico d’immagine di Renzi, deciso a dimostrare dopo la batosta referendaria sulla sua riforma costituzionale di sapersi penalizzare in qualche modo, rinunciando a Palazzo Chigi e tenendosi stretta invece la segreteria del partito per non renderla “contendibile”, come reclamavano invece i suoi avversari interni: Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni. I quali sulla contendibilità, appunto, del partito avrebbero poi svolto una battaglia preferendo alla fine perdere con una scissione piuttosto che con una sconfitta congressuale.

Proprio per effetto di quella scissione si è creata una situazione a dir poco equivoca nella prima commissione del Senato, come in molte altre dello stesso Senato e persino della Camera, ma anche nell’aula di Palazzo Madama, dove i numeri sono sempre stati ballerini in questa diciassettesima legislatura, al pari delle precedenti.

I fuoriusciti dal PD, che hanno rovesciato le loro magliette con l’effetto di trasformare la sigla in DP, sono formalmente rimasti nella maggioranza, sostenendo di voler difendere il governo dai tentativi dell’odiatissimo Renzi di rovesciarlo, o indurlo alle dimissioni, per andare alle elezioni anticipate. Ma la partecipazione dei bersaniani, dalemiani ed altri alla maggioranza è nei fatti a giorni e persino ad ore alterne, secondo le convenienze e gli umori. D’altronde, ancor prima della scissione, quando erano la minoranza del Pd, essi avevano minacciosamente avvertito il governo Gentiloni che avrebbe dovuto guadagnarsi il loro consenso provvedimento per provvedimento.

In questa logica di movimento e di comportamento non è parso vero a costoro di poter impallinare il candidato ufficiale del Pd, il renziano Sergio Pagliari, alla presidenza della prima commissione senatoriale votando con le altre opposizioni per il povero alfaniano, a questo punto, Salvatore Torrisi. A favore del quale va detto che ha sicuramente giocato anche il fatto di essere dichiaratamente e notoriamente favorevole al ritorno al sistema elettorale proporzionale. Ma va anche aggiunto che non è un presidente di commissione, per quanto bravo e astuto possa essere o rivelarsi, a dettare legge.

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D’altronde, la strada al ripristino del sistema elettorale proporzionale è stata non aperta ma spianata dai tagli apportati nella sartoria della Corte Costituzionale alle leggi per i rinnovi del Senato e della Camera, dal pessimo uso che hanno fatto del maggioritario sia la destra sia la sinistra allestendo per più di vent’anni coalizioni di governo a dir poco pasticciate, dai tanti sostenitori apparenti del maggioritario che hanno però contribuito alla bocciatura referendaria della riforma costituzionale, e in fondo dagli stessi renziani che ripropongono ancora il cosiddetto Mattarellum, prevalentemente maggioritario, sapendo bene che la loro è più una mossa che una scelta.

Il ritorno al tanto deprecato sistema elettorale proporzionale fa comodo a tutti quelli che, non sapendo come fermare i grillini, che a volte inseguono anziché contrastare, per cui li aiutano a crescere ancora, contano proprio sulla mancanza o irraggiungibilità del premio di maggioranza, o sulla sua riduzione ad un fatto simbolico, per evitare che il comico di Genova faccia tombola da solo la prossima volta. E mandi un Di Maio o un Davigo a Palazzo Chigi, magari insieme: il secondo come presidente del Consiglio e il primo come sottosegretario.

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Il mai di Renzi dopo i tre di Brunetta

Si stanno sprecando i “mai” in politica, a dispetto delle vecchie e buone regole che una volta, forse non a torto, bandivano questo avverbio  nel confronto tra i partiti e i loro leader.

Ai tre “mai” gridati pochi giorni fa dal capogruppo forzista della Camera, Renato Brunetta, ad un accordo governativo dopo le elezioni con Matteo Renzi, forse anche per coprirlo a sinistra nelle primarie congressuali del Pd, è seguito il “mai” opposto dallo stesso Renzi all’ipotesi attribuitagli invece su Panorama da Andrea Marcenaro di un “ritiro questa volta davvero” dalla politica se non dovesse riconquistare la segreteria del partito.

A metà degli ormai lontani anni Settanta mi capitò di raccogliere un’intervista nella quale Carlo Donat-Cattin mi disse che “mai” avrebbe acconsentito ad un accordo di governo con i comunisti.

A intervista pubblicata, mi telefonò imbarazzato per dirmi che “per ragioni di opportunità” avrebbe dovuto precisare di non avere mai detto quel mai. Gli chiesi se ci avesse ripensato. Sempre più imbarazzato, mi rispose che quel mai pronunciato nell’intervista apparteneva al cuore e lì rimaneva ben saldo, ma che in politica occorreva lasciarsi qualche “flessibilità”.  Insomma -mi spiegò- mai dire mai.

Nel 1978, quindici giorni prima che il comune amico Aldo Moro fosse rapito dalle brigate rosse, i gruppi parlamentari della Dc furono convocati congiuntamente per decidere il sì o il no ad un’intesa di programma che  consentisse al Pci di Enrico Berlinguer di non più astenersi, ma  votare la fiducia al governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti. Fra i contrari c’era proprio Donat-Cattin, allora ministro. Fu per rimuovere quel no che Moro, nonostante fosse febbricitante per un’inflluenza, partecipò alla riunione e pronunciò il suo ultimo discorso politico. E Donat-Cattin se ne lasciò convincere.

Moro, che ci teneva in modo particolare considerando l’amico il rappresentante vero della sinistra democristiana, per i contenuti della sua politica e non per i rapporti con i comunisti, come  accadeva invece all’altra sinistra dc, quella di “Base” facente capo ad “Albertino” Marcora e a Ciriaco De Mita, ne fu sollevato. E difese poi ad oltranza la conferma di Donat-Cattin a ministro quando, nell’incontro alla Camilluccia in cui Andreotti anticipò ai dirigenti del partito la lista che stava portando al Quirinale, non ne trovò il nome. E neppure quello di Antonio Bisaglia. Di entrambi il Pci aveva chiesto la testa in nome del rinnovamento.

Mai -spiegò all’incirca Moro ai suoi amici di partito- bisogna farsi scegliere dagli altri la propria classe dirigente. Anche a  lui, quindi, scappò un mai di troppo. Ma fu l’ultimo perché lo aspettava un destino atroce.

Il vuoto incolmabile di Giovanni Sartori

Giovanni Sartori, Vanni per gli amici, persino per Indro Montanelli, al quale l’amicizia non impediva di invidiarne la schiettezza, la scrittura limpida, il sarcasmo e soprattutto la caratura “scientifica”, che al toscanaccio di Fucecchio metteva persino soggezione, mi mancava già da parecchio. Da quando il Corriere della Sera smise di chiedergli editoriali, o lui di proporgliene. Questo non l’ho mai ben capito. E continuerò a non capirlo, per quante spiegazioni cercheranno di dare dalle parti di via Solferino.

So solo che quando la firma scomparve dal “suo” Corriere lui aveva ancora voglia di parlare, di scrivere, di esprimere la sua opinione. Cioè, di vivere, perché parlare, scrivere, discutere, leggere, insegnare, non importa se fisicamente da una cattedra di università, italiana o americana, o da un giornale, era appunto la sua vita.

Diversamente, se avesse veramente deciso di chiudere bottega, di tirare i remi in barca, di godersi con la moglie gli ultimi anni della vita, di guardare dall’alto in basso quelli che lui considerava “pigmei” travestiti da protagonisti della nostra cosiddetta politica, il professore si sarebbe negato a chi gli telefonava per chiedergli un parere, un commento, una battuta, un’intervista. Invece egli era sempre, o quasi sempre, disponibile. Il fatto è che mancavano gli interessati a raccoglierne le impressioni, sapendo forse quanto queste avrebbero potuto infastidire i potenti di turno. Dei quali Sartori diffidava quasi d’istinto.

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Morto nella sua abitazione romana a poco più di un mese dal compimento di 93 anni per insufficienza respiratoria, lui che di aria era stato insaziabile per averne sempre da buttare fuori dai polmoni insieme con i suoi giudizi e qualche volta anche imprecazioni, Sartori non amava il potere e i potenti, veri o presunti che fossero. E neppure li temeva. Li contrastava quando li sentiva forti e li disprezzava quando diventavano cascami.

Preside della facoltà di Scienze Politiche all’università della sua Firenze negli anni della contestazione, dopo la pretesa dei sessantottini d’oltralpe di portare la fantasia al potere, Sartori fronteggiò come pochi gli emuli italiani della presunta rivoluzione. Lui seppe ascoltare ma ancor più seppe farse sentire e, all’occorrenza, ubbidire. Se ne andò via, abbastanza stanco e deluso, solo quando le contestazioni divennero appunto cascami. A quel punto non lo interessarono più.

Per arrivare a tempi meno lontani, quando la sua fiducia, chiamiamola così, nel sistema elettorale maggioritario in funzione   della cosiddetta governabilità sembrò appagata col referendum che nel 1993 liquidò, o quasi, il metodo proporzionale, mentre i magistrati ne decapitavano i protagonisti, Sartori fu il primo a capire che non se ne sarebbe ricavato granchè. E cominciò a dileggiare le leggi elettorali che via via cercavano di mettere ordine al disordine latinizzandone i nomi, quasi per sottolinearne il carattere maccheronico. Così la legge Mattarella del 1993 divenne Mattarellum, quella Calderoli applicata nel 2006 Porcellum, quella prodotta dai tagli della Corte Costituzionale, nel Palazzo della Consulta, Consultellum.

 

 

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         Di Silvio Berlusconi, sempre per limitarci ai tempi più recenti della storia repubblicana dell’Italia, non ho mai capito se a Sartori avesse dato più fastidio negli anni del governo il cosiddetto conflitto d’interessi, di cui scriveva spesso come di una dannazione, o l’improvvisazione con la quale lo vedeva affrontare un po’ tutti i temi che non riguardassero i suoi interessi, appunto, inseguendo con i sondaggi più gli umori che i bisogni reali del Paese. Che fu una pratica seguita anche sui banchi dell’opposizione.

Di Matteo Renzi, che forse come sindaco e poi ex sindaco di Firenze si aspettava dal fiorentino Sartori un po’ di comprensione, l’esigentissimo Vanni diffidò subito liquidandolo come “un fanciullino”. Non gli bastava evidentemente “il giovanotto” scelto da altri critici.

La legge elettorale renziana chiamata Italicum, come per prevenire autonomamente la traduzione latina imposta proprio da Sartori a tutti i provvedimenti di quel tipo, per quanto ipermaggioritaria, specie nel cosiddetto combinato disposto con la riforma costituzionale poi bocciata col referendum del 4 dicembre scorso, venne liquidata da Vanni con gli amici, in mancanza dei lettori del suo Corriere, come un bastardellum.

         A questo punto, visto che viene la tentazione di passare agli argomenti del dibattito politico di questi giorni, fra i quali è tornato a primeggiare il problema di come mandare alle urne gli italiani la prossima volta, mi fermo. Lo faccio per lutto. In onore e in memoria del grandissimo Giovanni Sartori. Addio, professore. Addio, Vanni. Già mi mancavi, ripeto, e ancor più mi mancherai adesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La campagna degli ulivi di Michele Emiliano

Quelle sagome di ulivi diligentemente incappucciati per essere ripiantati dopo la sistemazione dei tubi del gasdotto Tap in terra pugliese sembrano tanti monumenti al governatore regionale Michele Emiliano. Che naturalmente non si è lasciata scappare neppure questa occasione per mettersi di traverso alla realizzazione di un’opera utile alla popolazione pugliese -lo ammette pure lui- ma che avrebbe dovuto seguire un altro percorso. Lungo il quale probabilmente non avrebbe incrociato nessun albero di ulivo, o ne avrebbe incrociati di meno graditi al governatore della regione, per quanto gli alberi rimossi siano tutti destinati -ripeto- a tornare al loro posto, senza subire danni, una volta che riavranno la terra dove essere ripiantati.

         Per quanto dimissionario dalla direzione dell’Unità per lo sgarbo ricevuto da una redazione rifiutatasi di sorridere delle sue vignette dedicate all’ennesima crisi dello storico giornale della sinistra, e arroccatasi nella proclamazione di uno sciopero a suo avviso inutile, anzi controproducente, Sergio Staino ha trovato il tempo e la voglia di mettere in ridicolo la campagna degli ulivi condotta da Emiliano.

         Il geniale vignettista lo ha fatto a modo suo, immaginando un progenitore di don Michele in terra di Medio Oriente che si preoccupa degli ulivi minacciati dalla costruzione del Canale di Suez, fra il 1859 e il 1869, lungo allora 164 chilometri, diventati recentemente 193, largo 53 metri e profondo 8.

         Il canale fu peraltro progettato da un italiano allora suddito dell’Imperatore d’Austria: l’ingegner trentino Luigi Negrelli.

Brunetta a sua insaputa soccorre Renzi

Quel “mai” gridato tre volte a Matteo Renzi dal capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, generosamente intervistato dal Corriere TV, potrebbe paradossalmente aiutare il segretario uscente e ormai rientrante del Pd nei gazebo di fine mese. Dove l’ex presidente del Consiglio, forte del 68,2 per cento raccolto nei circoli fra gli iscritti al partito, tornerà a vedersela col ministro della Giustizia Andrea Orlando, fermatosi al 25 per cento.

Dell’altro concorrente, il governatore pugliese Michele Emiliano, riuscito faticosamente a rimanere in gara superando lo sbarramento del 5 per cento, non sarà forse il caso di occuparsi più di tanto perché ormai fa più colore che notizia. Le primarie congressuali, peraltro, gli sono a questo punto servite più che a contendere davvero la segreteria del partito a Renzi, a fare rinviare all’8 maggio il risultato -si spera- del tardivo procedimento giudiziario aperto contro di lui nel Consiglio Superiore della Magistratura dopo più di 13 anni di aspettativa. Durante i quali egli ha trovato la voglia e il tempo non solo di svolgere legittimamente i mandati elettorali di sindaco prima e di governatore poi, ma anche di iscriversi al partito, nonostante gli fosse vietato da una disposizione legislativa confermata dalla Corte Costituzionale, di diventarne segretario locale e di candidarsi a segretario nazionale.

Siamo davanti ad una somma di cose e di circostanze che in un Paese meno anomalo dell’Italia avrebbe già prodotto la rinuncia di Emiliano o alla politica o alla toga, con i relativi scatti di anzianità e la maturazione della pensione. Ma l’Italia, appunto, annovera fra le sue tante anomalie anche, o soprattutto, quella di non sapersi dare una disciplina certa dei rapporti fra magistratura e politica. O di darsela sulla carta ma di non farla rispettare, visto che Emiliano non è il solo caso di un magistrato a lungo in aspettativa ed anche iscritto ad un partito. Nei suoi stessi panni di trova, fra gli altri, anche se con stile, per carità, molto diverso dal governatore pugliese, la ministra dei rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro.

 

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Quei tre “mai” gridati da Brunetta ad un accordo di governo fra il Pd di Renzi e la Forza Italia di Silvio Berlusconi, di cui lo stesso Brunetta è capogruppo alla Camera, sono un soccorso all’ex sindaco di Firenze perché l’accusa che gli rivolgono gli avversari, interni o esterni che siano, tutti comunque in grado di andare a votare contro di lui nei gazebo a fine aprile, è di volersi accordare appunto con Berlusconi dopo le prossime elezioni, ordinarie o anticipate che siano.

Altro che -dicono ancora gli avversari di Renzi- la ricostruzione di un centrosinistra “largo”, come auspica l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Che magari sarebbe anche disposto a tentarne la formazione prima candidandosi come indipendente alle Camere nelle liste del Pd, secondo voci spesso smentite ma rimaste ugualmente in circolazione, e poi sperando che a Renzi passi la voglia, che oggi invece sembra ancora forte, di tornare a Palazzo Chigi perché -ha detto in qualche circolo nelle settimane scorse- “così si fa in Europa”. Dove cioè il leader del maggiore partito è anche il leader del governo, per quanto di coalizione, composto cioè anche da altre formazioni politiche.

Ma in Italia -altra anomalia- sia la sinistra sia la destra, o centrosinistra e centrodestra, se preferite, sono riusciti nel miracolo di vanificare in quasi venticinque anni di esperienza il sistema elettorale maggioritario, su cui si basa in genere la doppia leadership di governo e di partito. Non a caso è ormai scontato, di fronte alla incapacità o indisponibilità parlamentare d’intervenire sulle due leggi confezionate nella sartoria della Corte Costituzionale per i rinnovi del Senato e della Camera, che alle prossime elezioni andremo a votare col vecchio e collaudatissimo sistema proporzionale della prima Repubblica. Quando all’allora partito di maggioranza relativa, che era la Democrazia Cristiana, capitò ad un certo punto di partecipare a governi guidati da esponenti di altri partiti. Ciò avvenne, in particolare, nel 1981 col governo presieduto dal leader del Partito Repubblicano Giovanni Spadolini, che interruppe la serie di ben 37 esecutivi guidati da uomini della Dc, e nel 1983 col governo presieduto da Bettino Craxi.

Forse Renzi sarà tentato di liquidare scenari del genere come “la palude” da lui già denunciata con sconforto, avvertendone appunto il ritorno, dopo la clamorosa sconfitta referendaria del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale da lui concepita come il consolidamento del sistema maggioritario. Ma i meno giovani o più anziani avranno modo di raccontargli e di spiegargli che, diversamente dall’impressione ricavabile dai tanti, diciamo pure troppi governi che si avvicendavano, spesso sotto la guida della stessa persona, quella della cosiddetta prima Repubblica non fu sola o tutta palude. Fu anche la Repubblica della ricostruzione, della scelta occidentale, del miracolo economico, dell’ammissione al G7 e, in tema di diritti civili, cui tanto è sensibile il segretario piddino uscente e rientrante, del divorzio e dell’aborto. Sì, anche dell’aborto, troppo a lungo praticato ipocritamente e pericolosamente in modo clandestino.

 

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Se davvero Renzi dopo le elezioni non vorrà o non potrà percorrere la strada delle cosiddette larghe intese di governo, visti quei tre “mai” gridati da Brunetta, ma sempre al netto dei contrordini di Berlusconi, per la realizzazione di coalizioni di centrosinistra, potrebbe risultargli utile giocare non sulla sola carta già adombrata di Pisapia, ma anche su quella, tutta interna di partito, di Andrea Orlando. Nei cui riguardi non a caso, proprio commentando i risultati delle votazioni svoltesi nei circoli e della campagna condotta dal guardasigilli, per anni suo sostenitore alla segreteria del partito, Renzi ha detto che “si può collaborare”.

In effetti, Orlando non è della pasta, diciamo così, di Massimo D’Alema e di Pier Luigi Bersani, letteralmente ossessionati dal nome e dall’immagine di Renzi, come nel Pci Enrico Berlinguer da Craxi.

Mi è capitato recentemente di paragonare, fatte naturalmente le debite proporzioni, Orlando ad Aldo Moro, che esordì al governo nel 1957 al Ministero della Giustizia. E poi divenne segretario della Dc, presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, sino a sfiorare il Quirinale. Mi sono sentito dare del matto, ma da chi ha evidentemente poca dimestichezza con la politica, pur credendo di intendersene. Nel 1957 non c’era un democristiano, dico uno, che scommettesse sul Moro degli anni successivi. A cominciare naturalmente da lui.

 

 

 

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Il curioso processo a Michele Emiliano

Dopo tredici anni e più di aspettativa per fare politica, iscrivendosi anche ad un partito per scalarne alla fine la segreteria nazionale, non sarà forse il caso di strapparsi le vesti se la sezione disciplinare -si dice così- del Consiglio Superiore della Magistratura ha allungato il brodo del procedimento finalmente avviato a carico del governatore pugliese Michele Emiliano. Che riprenderà l’8 maggio, quando l’interessato avrà concluso del tutto la sua corsa alla guida del Pd, svolgendosi il 30 aprile le primarie aperte ai non iscritti al partito.

         Allora Emiliano sarà solo uno dei due candidati sconfitti da Matteo Renzi, insieme col ministro della Giustizia Andrea Orlando. Nessuno potrà addebitare la sua sconfitta, cocente almeno rispetto all’ambizioso obiettivo propostosi di stendere politicamente l’avversario, ad una eventuale censura del Consiglio Superiore. Ammesso e non concesso naturalmente che l’organo di autogoverno della magistratura abbia davvero l’intenzione di censurarlo, per quanti sforzi l’interessato abbia compiuto di guadagnarsi un verdetto negativo sostenendo, in pratica, che sbagliato non sia stato il suo comportamento ma la norma che glielo impediva. E tuttora glielo impedisce, di iscriversi cioè ad un partito, pur essendo in aspettativa.

         Ci sono, è vero, altri magistrati nelle sue condizioni, o quasi. Dei quali il difensore di Emiliano, che è il procuratore capo di Torino Armando Spataro, ha chiesto non a caso la chiamata a testimoniare: magistrati di cui la più alta in grado, diciamo così, è la ministra dei rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro. Ma la richiesta di Spataro è stata respinta. Che è l’unica cosa, oltre al rinvio, decisa dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore.

         D’altronde, anche la ministra Finocchiaro risulterebbe sottoposta, con una formale richiesta di notizie trasmessale dalla Procura Generale della Cassazione, ad un procedimento analogo a quello in corso contro Emiliano. In che veste, quindi, avrebbe potuto essere sentita su richiesta del difensore del governatore pugliese ?

         Al di là di tutte le questioni formali e sostanziali sollevate dal procedimento aperto contro Emiliano, si potrà pur consentire di dire che il Consiglio Superiore della Magistratura è destinato a non uscire bene da questa vicenda. Come organo di autogoverno tempestivo delle toghe, come dovrebbe essere, comprensivo dell’aggettivo, non ci ha fatto, almeno sino ad ora, una gran bella figura. Di tempestivo, d’altronde, in quel consesso c’è sempre stato poco. Lo sanno i tanti uffici giudiziari che hanno sempre dovuto aspettare tanto per vedersi nominare i capi ogni volta che ne scadeva o ne moriva uno.

Le rose e le spine del congresso di Renzi

Il buon Federico Geremicca, sulla Stampa, dove segue con diligenza e passione, provenendo fra l’altro da una famiglia orgogliosamente comunista, le vicende della sinistra italiana, ha tratto lo spunto dai risultati delle votazioni congressuali svoltesi nei circoli del Pd per esortare amici e compagni a smetterla di considerare Matteo Renzi un “estraneo”, e tanto meno un “intruso”.

In effetti, uno che dopo più di tre anni di segreteria, la maggior parte dei quali trascorsa anche alla guida del governo, e soprattutto dopo una scoppola come quella rimediata nel referendum del 4 dicembre sulla “sua” riforma costituzionale, riesce a raccogliere quasi il 70 per cento dei voti degli iscritti può ben considerarsi radicato nel partito.

Le discussioni e le polemiche sul calo degli iscritti e sulla partecipazione di oltre la metà di loro alle votazioni a favore o contro Renzi, lasciano il tempo che trovano fra gli addetti ai lavori. Che ne troveranno altro, di tempo da buttare, a fine mese: in occasione dei conti delle primarie, quando andranno a votare a favore o contro Renzi anche i non iscritti al partito, cioè gli elettori, reali o potenziali che siano.

Per l’appuntamento con i gazebo, dove è ormai scontato che Renzi vincerà anche la seconda mano, o secondo tempo, della partita congressuale, il suo più diretto concorrente, che è il ministro della Giustizia Andrea Orlando, quasi doppiato nei circoli, ha già cercato di mettere un’asticella sotto la quale ha fatto capire che si potrà considerare debole la vittoria del rivale. Questa asticella è di due milioni di votanti.

Ciò potrebbe significare, ad occhio e croce, che il giovane guardasigilli, con la pratica che si è fatta da funzionario di partito, ritiene che lo svantaggio accumulato non sia recuperabile in seconda battuta, neppure col soccorso delle truppe esterne dei fuoriusciti dal Pd: i vari Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Edoardo Speranza, Miguel Gotor eccetera. E’ meglio che a fine mese costoro se ne stiano a casa, o vadano in gita al mare e ai monti, per evitare che i votanti nei gazebo raggiungano o superino l’asticella dei due milioni.

Il giochetto è sin troppo semplice, direi persino banale, per non essere avvertito.

 

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Mentre Orlando, per non parlare del terzo ed ormai pleonastico concorrente Michele Emiliano, si è riservato di riprendere il tema della legittimazione di una seconda segreteria Renzi dopo i risultati delle primarie di fine mese, al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio non hanno più bisogno di tempo per giudicare ed emettere le loro inappellabili sentenze, naturalmente di condanna di Renzi. Che ormai avrebbe chiuso con le votazioni nei circoli il Pd per farlo diventare “PdR”, il suo partito personale, anzi personalissimo: il Partito di Renzi, appunto. E ciò con buona pace di chi vi è rimasto, non seguendo gli scissionisti, perché convinti di poter ancora contrastare all’interno l’”usurpatore”, per ripetere il termine contestato dal buon Geremicca.

Il PdR naturalmente, specie per una forza politica che si dichiara di sinistra, o di centrosinistra, al massimo dell’annacquamento accettabile, è per quelli del Fatto Quotidiano un mostro, uno scandalo, una bestemmia. Eppure da quelle parti, salvo qualche segno di insofferenza, sono di manica larga, o di bocca buona, come preferite, per tollerare e digerire gli aspetti personalistici della politica inevitabilmente prodotti dal cambiamento dei costumi e delle preferenze, e della comunicazione.

Che cosa è in fondo -chiedo agli amici del Fatto Quotidiano- il Movimento 5 stelle, per il quale essi spendono tante energie, se non il PdG, inteso come il Partito di Grillo? Mi rifiuto di credere ch’essi abbiano perso talmente la cognizione della realtà, e della credibilità, da non capire che in tema di personalizzazione della politica Grillo si sia spinto ben più avanti di Renzi. Che, a confronto col comico genovese e con i “portavoce” che lo imitano e adorano, sembra un angioletto, con le sue brave ali pronte a sostenerlo in volo. E a sottrarlo all’artiglieria di chi non rinuncia ad abbatterlo anche con le armi proibite. Che sono nel caso di Renzi quelle della cronaca giudiziaria.

 

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Che c’entrano adesso le cronache giudiziarie -mi chiederete- mentre parliamo delle varie fasi del congresso del Pd? C’entrano, c’entrano.

Mi ha insospettito -malizioso come sono- un intervento del capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone annunciato sulla prima pagina di Repubblica con queste parole: “Nuove regole contro la gogna mediatica. Serve una tutela diversa pure sulla diffusione di quegli atti non coperti da segreto”.

Il caso disgraziatamente vuole che negli uffici di Pignatone e dei suoi collaboratori si stia indagando su una vicenda nella quale le cronache giudiziarie, appunto, che da parecchio tempo si accavallano a quelle politiche, hanno più volte tentato nelle scorse settimane di trascinare Matteo Renzi attraverso i familiari e gli amici già coinvolti, fra i quali il papà Tiziano e il ministro dello sport Luca Lotti. Di quest’ultimo i grillini hanno pure tentato, sia pure inutilmente, di ottenere la testa con la mozione di sfiducia “individuale” respinta invece al Senato.

Parlo naturalmente delle indagini sugli appalti miliardari della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

Ereditatone un troncone da Napoli, dove i magistrati hanno fatto uso a lungo di un reparto ecologico dei Carabinieri cui invece ha ritenuto di dovere rinunciare Pignatone in persona dopo troppe fughe di notizie, la Procura di Roma sta gestendo le indagini sulla Consip, viste le sue numerose e possibili ricadute politiche, col terrore di vedersi rubare il mestiere, diciamo così, dai giornali più schierati contro Renzi.

E’ proprio il terrore di assistere al solito processo mediatico, sovrapposto a quello del tribunale, che ho intravisto, a torto o a ragione, nell’annuncio dell’intervento di Pignatone su Repubblica. Un terrore che, se vero, sarebbe ben giustificato dalla ghiottissima occasione che l’agenda politica offre agli avversari dell’ex presidente del Consiglio. E’ l’agenda, appunto, del congresso del Pd, e del passaggio dalla fase interna alla fase esterna delle votazioni: dai circoli ai gazebo.

La Quaresima è prossima a finire con la Pasqua. Ma chi vuole male a Renzi, e al suo presunto partito “personale”, ne può sognare una proroga.

 

 

 

 

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Grande, grandissimo Sergio Staino

         Sergio Staino ha 77 anni da compiere l’8 giugno all’anagrafe. Ma solo all’anagrafe. Il suo cuore -quello vero, d’origine, per niente trapiantato- non ne mostra più di una ventina, tanta è la delusione che il direttore della storica testata di sinistra fondata da Antonio Gramsci ha avvertito nello scontro appena consumatosi con la sua redazione. Come se si fosse rotta una relazione d’amore. E meno male che Staino tornerebbe a sentirsi addosso tutti i suoi anni se fosse alle prese con un’arma da fuoco. Sennò, saremmo all’ennesimo femminicidio. L’Unità del resto è femmina.

         Propostosi l’anno scorso, alla sua età, alla direzione del giornale in una delle tante crisi che l’attraversava, Staino si aspettava giustamente dai suoi redattori un minimo di gratitudine. Che però, si sa, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, è solo il sentimento della vigilia, Trascorsa la quale, nulla è più dovuto. Neppure il rispetto che Staino ha preteso per il suo lavoro di vignettista, cui è ricorso, fra le poteste della redazione, per rappresentare con una lunghissima striscia satirica, estesa quanto l’intera prima pagina del giornale, l’ennesimo braccio di ferro con l’amministrazione sull’altrettanto ennesima stretta al personale.

         Non solo non hanno voluto o saputo ridere, magari solo per scommettere sulla capacità del loro direttore di far ridere anche anche quelli dell’amministrazione per chiudere al meglio la vertenza, ma i 35 redattori dell’Unità, in servizio per produrre un giornale di 14 pagine venduto al massimo in 7 mila copie, secondo i numeri che Staino ha impietosamente deciso di rivelare, hanno anche proclamato e attuato uno sciopero che il direttore li aveva scongiurati di evitare, facendone quasi una questione di fiducia.

         I furbi, in una crisi anche di intelligenza, come ha scritto sempre Staino mostrando di sapere usare la penna ancor meglio della matita, hanno fatto lo sciopero e al tempo stesso rivolto un insistito invito al direttore a non andarsene, al pari dell’amministratore delegato della società editrice, precipitatosi a respingerne le dimissioni. Ma, per quanto fumettista di professione, Staino non ci è cascato. E ha liquidato almeno la posizione dei suoi ormai ex redattori “un sublime capolavoro di ipocrisia”. Lo ha fatto con la stessa sincerità, direi anzi lealtà, con la quale egli ha voluto e saputo dare del cafone a un troppo indifferente Matteo Renzi quando era ancora segretario del Pd, e non si era messo in aspettativa congressuale. Gli ha dato del cafone senza avere i soldi e la liquidazione di Ferruccio de Bortoli, che da direttore uscente del Corriere della Sera diede a suo tempo a Renzi, sia come segretario del partito sia come presidente del Consiglio, del maleducato di talento.

Grande, grandissimo Sergio Staino. Peccato per l’Unità. Che rischia davvero di perderlo e di perdersi.

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