Renzi vince nei circoli ma Scalfari lo sculaccia

Ultima giornata di votazioni nei circoli del Pd, tra le solite, immancabili polemiche sulle percentuali dei votanti e sul numero stesso degli iscritti chiamati a scegliere fra i tre concorrenti alla segreteria: l’uscente Matteo Renzi, il flemmatico ministro della Giustizia Andrea Orlando e il sin troppo irruente governatore pugliese Michele Emiliano. Che, in verità, mi sembra più un cacciatore di guai che di voti.

Di voti, almeno fra gli iscritti, persino nella sua regione, “don Michele” sembra che ne abbia raccolti così pochi da rischiare di rimanere sotto il 5 per cento richiesto per accedere, con gli altri due compagni, alle primarie di fine aprile: quelle decisive e aperte agli esterni, ai non iscritti. Di guai, potevano forse bastargli quelli al Consiglio Superiore della Magistratura, dove lo aspetta proprio domani, assistito dal capo della Procura della Repubblica di Torino, Armando Spataro, un passaggio importante del procedimento disciplinare procuratosi per l’ostinazione di non rinunciare alla toga e alla carriera giudiziaria, per quanto sia ormai in politica da tanto tempo, e persino iscritto al Pd. Alla cui segreteria non avrebbe potuto neppure candidarsi senza disporre della tessera di socio. Che è cosa impedita dall’ordinamento giudiziario, per quanto a Michele Emiliano facciano buona compagnia, in questa condizione di almeno dubbia legalità, altri magistrati, a cominciare dall’austera ministra dei rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro, del Pd pure lei.

 

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Nonostante la solita guerra dei numeri, il successo di Renzi anche fra gli iscritti è ormai scontato. E con gli esterni, a fine aprile, non potrà che andargli ancora meglio, anche se i fuoriusciti dal Pd -i vari Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Enrico Rossi, Roberto Speranza eccetera- dovessero mandare i loro compagni ai gazebo per cercare di rovinargli un po’ la festa.

Più insidiose dei gazebo di fine mese potranno rivelarsi per Renzi, per quanto protetto dalla rilegittimazione congressuale, le elezioni amministrative appena fissate per l’11 giugno. Alle quali saranno interessati circa dieci milioni d’italiani, dal nord al sud, in città di un certo peso come Genova, Alessandria, Lodi, Monza, Piacenza, Parma, Padova, Pistoia, L’Aquila, Catanzaro, Trapani, Palermo. Dove Renzi potrà verificare nel concreto, come in una specie di antipasto, gli effetti elettorali della scissione a sinistra subìta nel Pd. E regolarsi anche ai fini delle tentazioni che gli sono ancora attribuite, a torto o a ragione, di convincere il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni a preferire in autunno una crisi e conseguenti elezioni anticipate, magari a fine novembre, e col ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio, piuttosto che una legge finanziaria per un 2018 di lacrime e sangue. Così hanno l’aria di attendersi in Europa, e potrebbero ancor più pretendere se Angela Merkel, la cancelliera del rigore, dovesse vincere a settembre le elezioni tedesche.

Per Renzi insomma, che peraltro avrebbe confidato a Maria Elena Boschi di sentirsi “vittima e ostaggio” della legge elettorale, cioè di quella che ancora manca, o che si aspetta il presidente della Repubblica prima di potersi arrendere alla sgradita prospettiva dello scioglimento anticipato delle Camere, la seconda avventura da segretario del Pd non si presenta quindi per niente facile.

 

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A migliorare l’umore di Renzi non credo proprio che sia servito l’abituale articolo domenicale di Eugenio Scalfari. Che, buono come un Barpapà molto avanti negli anni, ascetico nella contemplazione dell’amico e Papa Francesco, lusingato dalle telefonate e dalle visite che gli fa ogni tanto proprio lui, Renzi, non è però fesso. Per cui, come prevedevo qui qualche giorno fa, non ha per niente gradito che l’ex presidente del Consiglio sia tornato a prenotare il suo ritorno a Palazzo Chigi perché –ha detto nei circoli- “in tutta Europa” il leader del partito di maggioranza è anche il capo di governo. Ma ciò dopo avere fatto capire allo stesso Scalfari il contrario, di non essere cioè per niente sicuro dell’applicazione di questa consuetudine europea ad un quadro politico profondamente cambiato in Italia con l’ormai scontato ripristino del sistema elettorale proporzionale.

In un sistema del genere, e per giunta tripolare, con quell’ingombrante di Beppe Grillo fra i piedi, le alleanze di governo si possono cercare non prima ma dopo le elezioni, in base alle affinità programmatiche, di certo, ma anche ai rapporti di forza fra i vari partiti per assicurare all’esecutivo la necessaria fiducia parlamentare.

Scalfari è convinto -e non gli può dare francamente torto, anche se mi è capitato tante volte di dissentire da lui- che il segretario del partito di maggioranza potrebbe complicare le cose proponendosi di tornare a fare anche il presidente del Consiglio. E, per giunta, con una tale foga da “trucidare” -parola del fondatore di Repubblica- il prezioso governo di Paolo Gentiloni, come fece nel 2014 col governo del povero Enrico Letta.

Deciso per impazienza, ormai, ad essere il più chiaro possibile, Scalfari ha avvertito Renzi che è bene si tolga dalla testa l’idea di fare il “burattinaio” scambiando gli altri per “burattini”.

 

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Come se non bastassero i problemi che ha già di suo, Renzi si è vista riesplodere fra le mani anche la grana dell’Unità, da lui riportata nelle edicole tre anni fa ma che neppure il bravo, generoso Sergio Staino, sopraggiunto ad un esperto di acque, è riuscito a rianimare nelle edicole con la sua passione di militante e la sua ironia di grande vignettista.

Al sopraggiungere di un’altra stretta alla redazione, il povero Sergio ha cercato proprio con una striscia di vignette di mobilitare i lettori, incorrendo in proteste sindacali che lo hanno giustamente sorpreso e addolorato. Pertanto ora la redazione dell’Unità deve anche trovarsi o attendere un altro direttore, oltre a convincere gli editori a rimetterci altro danaro.

Penso di potere esprimere anche a nome dell’amico Michele Arnese, direttore di formiche.net, tutta la simpatia che meritano Staino e le creature delle sue vignette, tutte vittime purtroppo di un ossimoro: quello costituito da una testata che è l’opposto della realtà della sinistra alla quale essa è geneticamente rivolta. Una sinistra non unita ma frantumata, e decisa a non riconoscersi neppure nelle sue origini, che solo il cuore e la matita di Sergio potevano riuscire a conciliare con la dura realtà di oggi.

 

 

 

 

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L’Unità vittima purtroppo di un ossimoro

C’è da capire la delusione, l’amarezza, la rabbia, chiamatela come volete, di Sergio Staino, al quale la redazione dell’Unità, la storica testata fondata da Antonio Gramsci, ha rifiutato di limitare alle parole di un comunicato, anche il più duro possibile, senza la proclamazione dello sciopero, la protesta contro l’ennesimo dimagrimento imposto dalla ormai cronica crisi di quello che fu il giornale del Pci. E che ha poi ha cercato di essere il quotidiano di tutte le sigle succedutesi dalla caduta del muro di Berlino in poi, con sporadiche sospensioni delle pubblicazioni.

         Neppure con la sua satira di prim’ordine il vecchio e per niente stanco vignettista più famoso della sinistra è riuscito ad arrestare la corsa in giù del giornale. Che vende solo poche migliaia di copie: troppo poche per essere tenuto in vita, anche dal più generoso dei mecenati.

         Riportata nelle edicole da Matteo Renzi dopo avere scalato la segreteria del partito, l’Unità sembrò compromessa da una direzione troppo allineata al renzismo, appunto. Che fu ed è tuttora scambiato da parecchi a sinistra per un incidente genetico. Fu allora cercata, con l’autocandidatura generosa di Staino e l’astuta adesione del segretario del partito e allora anche presidente del Consiglio, una soluzione più sentimentale che politica alla crisi del quotidiano. Ma nemmeno le vignette con Bobo e familiari sono riuscite evidentemente a scaldare il cuore dei vecchi lettori dell’Unità o a portarne di nuovi.

         E a Staino è anche andata bene a non trovarsi fra gli editori del giornale quell’Alfredo Romeo da poco finito, anzi tornato in carcere per gli appalti miliardari della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

         A dire il vero, l’Unità paga la tragedia della sinistra, divisasi ormai in tante parti che la pur storica testata di Gramsci è finita per diventare un ossimoro.

A ciascuno la sua ossessione più o meno politica

Ognuno ha le sue ossessioni, contro le quali non c’è nulla, ma proprio nulla da fare. Il sindaco di Napoli, e per fortuna ex magistrato, Luigi de Magistris ha quella di non riuscire a vedere Renzi farsela finalmente addosso, per non ripetere le parole più pesanti usate dal primo cittadino partenopeo. Che ha appena aggiunto alle sue ossessioni quella di non farla pagare cara ad un questore sorpreso in un fuori onda a dargli del pazzo, o a lasciarglielo dare dal governatore campano Vincenzo De Luca. Il quale a sua volta ha l’ossessione di non fare uscire pazzi davvero tutti i suoi avversari, a cominciare da quelli che ancora indossano la toga.

Beppe Grillo ha l’ossessione di non far morire di paura tutto il paese all’idea di un governo a 5 stelle per riservarsi la soddisfazione di farlo poi morire, invece, di risate.

Il povero Sergio Mattarella, al Quirinale, ha l’ossessione di non ottenere la modifica parlamentare delle leggi elettorali uscite negli ultimi tre anni dalla sartoria repubblicana della Corte Costituzionale, dove anche lui ha lavorato per qualche tempo di ago e di filo come giudice.

Senza un intervento omologativo delle Camere il presidente della Repubblica teme di trovarsi prima o dopo -per iniziativa non importa di chi, se di un Matteo Renzi fresco di vittoria congressuale o di un Paolo Gentiloni ossessionato a sua volta dalla preparazione di una legge finanziaria destinata comunque a fargli perdere le elezioni- di fronte all’ingrato obbligo di interrompere la legislatura. E di mandare gli italiani alle urne non immaginando neppure come e a chi affidare poi l’incarico di formare il governo.

Pier Luigi Bersani è già pronto ad aiutare Mattarella aiutando a sua volta i grillini a guadagnarsi i voti del suo nuovo partito -Dp al posto di Pd- per improvvisare una maggioranza nel nuovo Parlamento. Ma è anche lui preda di un’ossessione: di non riuscire neppure a tornare a Montecitorio e a Palazzo Madama con gli altri fuoriusciti dalla “ditta” post-comunista, per cui non gli resterebbe poi che farsi un giro consolatorio per le birrerie di Roma.

Matteo Renzi ha l’ossessione dei libri che si è impegnato con Eugenio Scalfari a leggere per riferirgliene al prossimo incontro, quando peraltro si sentirà chiedere dal fondatore di Repubblica, che sarà pure vecchio ma non fesso, se l’ultima volta lo ha voluto prendere in giro dicendogli di non avere ancora deciso se proporsi di tornare alla guida anche del governo, e non solo del partito. Al giovanotto toscano è infatti capitato poi di dire in qualche circolo del Pd che il doppio incarico è praticamente imposto dal fatto che così si comportano dappertutto in Europa, per cui non vedrebbe il motivo per diventare un’eccezione, potendo bastare ed avanzare quella che ha concesso dimettendosi da presidente del Consiglio dopo la batosta referendaria del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale.

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L’altro Matteo, il leghista Salvini, ha l’ossessione di essere costretto a fare nelle prossime elezioni un listone con Silvio Berlusconi, visto che le coalizioni sono precluse dalla nuova legge elettorale della Camera. Eppure esse gli consentirebbero di ambire al pur improbabile premio di maggioranza e al tempo stesso di misurare la consistenza del Carroccio rispetto a quella di Forza Italia: cosa che gli potrebbe permettere, con la sicurezza che ha di vincere la partita, di risolvere finalmente il problema della premiership del centrodestra, sfuggendo al rifiuto ostinato dell’ex Cavaliere di adottare il metodo delle primarie.

Anche il listone è però l’ossessione di Berlusconi, ma per altre ragioni. In particolare, per il timore di dover pagare un prezzo troppo alto di candidature sicure a Salvini, che ha imparato bene da Umberto Bossi, pur se fra i due non corre buon sangue, l’arte delle trattative in questo campo.

Quanti meno parlamentari racimolerà Forza Italia nelle nuove Camere, tanto più alto sarà il rischio che, pur rompendo dopo le elezioni con Salvini per offrire a Renzi i numeri necessari ad una grande coalizione dei “responsabili” contro i “populisti” alla Grillo, Berlusconi non disporrà di alcun potere contrattuale. O ne disporrà ad un prezzo sempre più alto da pagare a quanti sono usciti dalla sua Forza Italia, a cominciare da Angelino Alfano, e avranno una grande voglia di ricambiare l’insofferenza, a dir poco, loro riservata dall’uomo di Arcore.

Non parliamo poi dell’altra, grande ossessione di Berlusconi: quella di una bocciatura o di una troppo tardiva accettazione da parte della Corte di Strasburgo del ricorso contro la decadenza dal Senato e la incandidabilità procurategli dalla cosiddetta legge Severino nell’autunno del 2013, dopo la condanna definitiva per frode fiscale.

A questa ossessione Berlusconi ha appena pagato un prezzo a Malta, dove si è recato per il raduno dei partiti popolari europei, ha avuto incontri un po’ con tutti, a cominciare dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, durato una ventina di minuti al lordo del tempo presosi dai traduttori, ma non ha voluto parlare dal palco per motivi di orgoglio personale.

Grandi sono, come al solito, le ambizioni dell’ex presidente del Consiglio ma grandi anche i suoi perduranti impedimenti. Dei quali naturalmente sono pronti a profittare avversari e concorrenti.

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Ci sono naturalmente anche le ossessioni dei politici di complemento, come possono essere considerati taluni giornalisti convinti di fare opinione e di poter condizionare le scelte dei politici di professione, o di elezione.

E’ il caso, fra gli altri, o sopra gli altri, del solito Marco Travaglio. Che è stato per un po’ ossessionato nelle scorse settimane dall’idea di non riuscire a provocare le dimissioni dell’odiato ministro renziano dello Sport Luca Lotti, coinvolto per presunta violazione del segreto d’ufficio nelle indagini sugli appalti miliardari della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

Ora, pur senza rinunciare alle spallate contro Lotti, il direttore del Fatto Quotidiano si dimena tra l’offensiva contro la ministra, renziana anche lei, Marianna Madia per via di una tesi di dottorato senza tutte le virgolette a posto, e quella contro il “pregiudicato” Augusto Minzolini, sfuggito con l’aiuto palese di 19 senatori del Pd alla decadenza da parlamentare dopo più di un anno e mezzo dalla condanna penale per un peculato alla Rai non riconosciuto dal tribunale civile e dalla Corte dei Conti.

Prima Travaglio ha inesorabilmente incalzato, calendario e orologio alla mano, il senatore Minzolini perché presentasse le dimissioni alle quali si era comunque impegnato, orgogliosamente, nel dibattito sulla richiesta di decadenza. Poi ha cominciato ad incalzare il Senato perché non abusi della votazione obbligatoriamente a scrutinio segreto, questa volta, respingendo le dimissioni per una maledetta prassi in uso nelle aule parlamentari in queste occasioni. Una vera ossessione, insomma.

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Il Di Pietro double face: magistrato e poliziotto

Mi sono sempre chiesto se Antonio Di Pietro pre-politico sia stato più bravo come commissario di polizia che come magistrato, pur avendogli dato sicuramente più celebrità e soddisfazione la toga, dismessa improvvisamente il 6 dicembre 1994 per ragioni sulle quali si sono dette e scritte le cose più diverse, senza che si sia mai venuti a capire gran che. Per cui , anche per evitare querele alle quali egli è facile ricorrere, conviene attenersi alla spiegazione dell’interessato: di essersi stancato ad un certo punto di venire “strattonato” da tutte le parti e di avere voluto liberare i colleghi della Procura milanese guidata da Francesco Saverio Borrelli dal rischio di procedere nelle loro indagini sul finanziamento illegale della politica in un clima disturbato dalle polemiche sulla sua persona.

La voglia di capire se “Tonino”, come Di Pietro viene chiamato dagli amici, sia stato più bravo come commissario o come magistrato inquirente mi è tornata irresistibile leggendo l’altro ieri sul Dubbio il bellissimo resoconto fatto da Giovanni M. Jacobazzi di una celebrazione a Merate, vicino Lecco, dei 25 anni trascorsi dall’esplosione delle indagini Mani pulite. Così si chiamò ed è rimasta famosa nella storia giudiziaria l’inchiesta arrivata sulle prime pagine dei giornali il 18 febbraio del 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano sorpreso a riscuotere la sera prima una tangente da una ditta delle pulizie. Fu la scoperta di Tangentopoli.

Affiancato dagli ex colleghi della Procura milanese Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, ora presidente uscente dell’associazione nazionale dei magistrati, Di Pietro ha confermato e illustrato una scena del film di Sky su Mani pulite che molti telespettatori hanno forse attribuito alla immaginazione, appunto, dello sceneggiatore.

Dato il grande numero di indagati, Di Pietro aveva allestito una specie di catena di montaggio. Ne raccoglieva in una stessa stanza undici alla volta, collocati in altrettante postazioni fra le quali lui si spostava per completare o avviare, secondo i casi, l’attività della polizia giudiziaria.

Ma più ancora delle undici postazioni per altrettanti interrogatori contemporaneamente, mi ha colpito il trucco, l’espediente, chiamatelo come volete, cui lo stesso Di Pietro ha confessato di avere fatto ricorso per vincere le prevedibili resistenze degli indagati ad ammettere le loro responsabilità e a svelarne magari altre, consentendo l’apertura di nuovi percorsi agli inquirenti.

Quel diavolo di “Tonino” all’occorrenza aumentava artificialmente la consistenza dei fascicoli, o faldoni che li raccoglievano, imbottendoli di giornali o di carta straccia. Come si fa con le borse quando vengono esposte sugli scaffali di vendita perché rimangano ben gonfie e capaci.

A vedere quella montagna pur farlocca di carte, scambiandola per un enorme materiale probatorio raccolto dagli inquirenti, ci poteva essere -e probabilmente ci fu- qualche inquisito crollato di suo, prima ancora che Tonino o altri lo incalzassero con le loro domande, dopo essersi magari limitati a dire: “Ormai sappiamo tutto”. E così l’interrogatorio poteva trasformarsi persino in una lunga, incontenibile, fluviale confessione, superiore ad ogni attesa.

Non dimentichiamo che in quei mesi e in quegli anni gli avvocati spiegavano ai loro clienti più ansiosi, peraltro basandosi su dichiarazioni pubbliche degli stessi magistrati, l’alto rischio di finire in manette già durante le indagini preliminari se non riuscivano a convincere gli inquirenti o di essere davvero estranei alla pratica diffusissima delle tangenti, in uscita o in entrata, o di avervi disgraziatamente partecipato decidendo però di tirarsene fuori davvero. Che significava dimostrare con opportune rivelazioni di non volere più coprire o proteggere nessuno con comportamenti omertosi. Sono rimasti purtroppo celebri, a questo proposito, i passaggi più drammatici della lettera scritta dal carcere alla moglie dall’ormai ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari prima di uccidersi infilando la testa in una busta di plastica.

Il povero Cagliari, deluso da una mancata scarcerazione che riteneva gli fosse stata invece promessa dopo l’ennesimo interrogatorio, si era drammaticamente convinto che inquirenti e giudici lo volessero lasciare in carcere, magari muovendogli altre imputazioni, fino a quando non fossero riusciti a sentirsi dire da lui ciò che si aspettavano.

Quel suicidio sorprese e addolorò per primo -va riconosciuto- proprio Di Pietro, colpito anche dalla decisione dell’indagato Raul Gardini di uccidersi in quegli stessi giorni dell’estate del 1993 a casa sua, a Milano, nella convinzione che non potesse uscire libero da un interrogatorio che lo attendeva di lì a poco.

Scoppiarono polemiche giustamente furibonde. Anche alcuni giornalisti entusiasti della “rivoluzione” di Mani pulite, e dei cortei che sfilavano per le strade di Milano con uomini e donne in maglietta bianca che chiedevano ai magistrati di farli ancora e sempre più “sognare”, ebbero momenti di dubbio e di sconcerto. Ma durò poco. Gli umori tornarono subito giustizialisti, cioè favorevoli più all’accusa che alla difesa degli imputati.

Di questo ritorno al giustizialismo, se mai qualcuno se ne fosse ritirato davvero, si ebbe la prova nell’estate successiva, quando il primo governo di Silvio Berlusconi, arrivato inaspettatamente a Palazzo Chigi all’esordio della sua avventura politica, adottò un decreto legge per limitare il ricorso alle manette nella fase delle indagini preliminari.

Per quanto prontamente firmato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, non certamente sospettabile di scarse simpatie per i suoi ex colleghi magistrati o di scarso interesse alle loro esigenze di lavoro, quel decreto provocò il finimondo nella Procura di Milano. Di Pietro e gli altri inquirenti chiesero, per protesta contro le nuove misure, di essere destinati ad altri compiti. I leghisti si dissociarono dal provvedimento, per quanto firmato anche dal loro Bobo Maroni, ministro dell’Interno, sostenendo di non averlo ben compreso, o di averlo trovato sulla Gazzetta Ufficiale diverso dal previsto. E a Berlusconi non restò che piegarsi rinunciando alla conversione per accontentarsi delle scarcerazioni nel frattempo eseguite. Egli non volle anticipare all’estate la crisi che i leghisti gli avrebbero però procurato ugualmente alla fine dell’anno su altri versanti.

Ma torniamo alla storia della catena di montaggio, per quanto metaforica, degli interrogatori in Procura raccontata con baldanza e divertimento da Di Pietro celebrando a Merate le nozze d’argento di Mani pulite con gli italiani.

Non credo proprio che “Tonino”, convinto della sua buona fede nella ricerca della verità come inquirente, possa o debba offendersi se gli dico che quelle undici postazioni per gli interrogatori e soprattutto quei fascicoli gonfiati ad arte, con giornali e carta straccia, mi sono apparsi più da commissario di polizia che da magistrato.

Ma quella storia, che ad occhio e croce doveva comportare anche verbali d’interrogatorio di più persone redatti e firmati dallo stesso o dagli stessi magistrati alla stessa ora dello stesso giorno, o quasi, mi riporta alla mente pure ciò che in quegli anni mi raccontò l’allora vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il mio amico Giovanni Galloni. Che era assediato, diciamo così, da altri amici e colleghi di partito che si lamentavano con lui del trattamento ricevuto persino da familiari incorsi a Milano sotto le lenti giudiziarie.

Galloni mi parlò, fra l’altro, proprio di più verbali milanesi redatti alla stessa ora, ma a volte persino svoltisi in luoghi diversi, su cui era prevedibile l’interessamento del Csm. Ma poi non se ne fece o non se ne seppe più niente. Mentre fece invece un rumore enorme il 6 dicembre 1994 il già ricordato annuncio delle dimissioni di Antonio Di Pietro dalla magistratura.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

 

 

 

 

Quante bugie contro il proporzionale e a favore del maggioritario

Si moltiplicano le preoccupazioni per la prospettiva del ritorno al sistema elettorale proporzionale della tanto odiata prima Repubblica perché gli elettori –si dice- perderebbero la possibilità di andare alle urne col diritto di scegliere non solo il partito ma anche la coalizione o la formula di governo. Non è però per niente vero che questo diritto fosse stato loro negato prima dell’avvento del sistema maggioritario, introdotto nel 1993 e sperimentato già l’anno dopo con la nascita, o l’illusione della nascita della cosiddetta seconda Repubblica.

Dal 1947 in poi, finita la fase emergenziale e post-bellica dei governi di unità nazionale, quando si ruppe il rapporto fra la Dc e il Pci dopo il famoso viaggio del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi negli Stati Uniti d’America, gli elettori italiani sono sempre, o quasi sempre andati alle urne sapendo con chi avrebbero poi cercato di accordarsi, per governare, i partiti ai quali avevano deciso di dare il loto voto.

Nel 1948, pur col sistema proporzionale, gli italiani andarono a votare scegliendo tra il “fonte popolare” di sinistra, composto da comunisti e socialisti, e la Dc che aveva già prenotato la prosecuzione della collaborazione con i socialdemocratici, i repubblicani e i liberali. Dalle urne uscì chiaramente una maggioranza di centro.

Nelle elezioni successive, del 1953, il centrismo degasperiano tentò addirittura di conquistare un premio di maggioranza, scambiato per “truffa” dalla sinistra, che dopo una quarantina d’anni vi fece però ricorso apprezzandone lo spirito democratico.

Si andò avanti con il centrismo per parecchio, sino a quando i socialisti e i democristiani non cominciarono, diciamo così, ad annusarsi: i primi rompendo con i comunisti e gli altri soffrendo la collaborazione con i liberali.

Prima di passare tuttavia dal centrismo al centrosinistra la Dc tenne nel 1962, con Aldo Moro segretario, un congresso a Napoli assai impegnativo per segnare la svolta. Pertanto alle elezioni del 1963 tanto gli elettori democristiani quanto gli elettori socialisti sapevano benissimo che i loro rispettivi i partiti avrebbero poi governato insieme.

Interrotto alla fine del 1975 il centrosinistra con l’annuncio del segretario del Psi Francesco De Martino di non volere più fare accordi con la Dc senza l’appoggio o il concorso del Pci, gli elettori nel 1976 votarono praticamente per la prima volta senza una prospettiva politica precisa. E il risultato fu neutro. Non uscirono vincitori. O ne uscirono due, come disse Moro parlando della sua Dc e del Pci berlingueriano. Non due vincitori diversi fra Camera e Senato, come si teme ora, ma due vincitori diversi su tutto il campo, che non potendo prevalere l’uno sull’altro in Parlamento per mancanza di alleati e di numeri, furono costretti alla cosiddetta solidarietà nazionale, con due governi monocolori del democristiano Giulio Andreotti appoggiati esternamente, e in modo determinante, dai comunisti.

Finita questa maggioranza per iniziativa del Pci, che preferì tornare all’opposizione nelle prime settimane del 1979, e cambiata la linea del Psi con il rafforzamento dell’autonomista Bettino Craxi alla segreteria, dopo le elezioni politiche anticipate di quell’anno si passò per varie fasi al cosiddetto pentapartito, che era poi la somma del centrismo col centrosinistra, comprensivo anche dei liberali. E così, sempre nella preventiva consapevolezza degli elettori, si proseguì sino alle elezioni ordinarie del 1992: le ultime svoltesi col sistema proporzionale, prima del referendum elettorale del 1993 che segnò il passaggio al metodo prevalentemente maggioritario.

 

 

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Il passaggio dal sistema proporzionale al maggioritario avvenne nella beata illusione che gli elettori avessero conquistato finalmente il diritto sino ad allora negato -ma abbiamo già visto che non era vero- di scegliere non solo il partito ma anche la coalizione o formula di governo, mettendola al sicuro da tradimenti e altre sorprese. Beata illusione, appunto.

Nel 1994 la combinazione di centrodestra improvvisata da Silvio Berlusconi con la curiosa alleanza al Nord con la Lega di Umberto Bossi e al Centro-Sud con l’ancora Movimento Sociale di Gianfranco Fini, per quanto tradottasi in un governo che si riteneva destinato a cementare col potere partiti territorialmente scontratisi fra di loro, durò poco più di sei mesi. A fine anno era già sfasciata. E fu sostituita con sollievo in quattro e quattr’otto dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro con un governo tecnico del ministro del Tesoro uscente Lamberto Dini.

Le elezioni anticipate del 1996 furono vinte da una coalizione di centrosinistra capeggiata da Romano Prodi ma caduta dopo due anni e mezzo per mano della Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti. Che Massimo D’Alema sostituì nella maggioranza, pure lui in quattro e quattr’otto, alle spalle degli elettori, con un partitino di centro improvvisatogli apposta dall’immaginifico Francesco Cossiga. Ma dopo meno di due anni anche quel governo cadde, sostituito nuovamente in quattro e quattr’otto con Giuliano Amato solo per portare il paese l’anno dopo alle elezioni miracolosamente ordinarie.

Nel 2001 tornò a vincere Berlusconi con una rinnovata coalizione di centrodestra, grazie al recupero dell’alleanza con Bossi. Ma, per quanto durata un’intera legislatura fra liti e sgambetti dei centristi, riusciti persino a dividersi, come l’atomo, fra Pier Ferdinando Casini e Marco Follini, la maggioranza non riuscì neppure ad approvare unita l’ambiziosa riforma federalista della Costituzione. Che non a caso fu bocciata dagli elettori dopo un turno elettorale che aveva riportato al governo Prodi con una coalizione tanto eterogenea da cadere in meno di due anni, trascinandosi appresso la legislatura.

 

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Tornò quindi il Rieccolo Berlusconi con un centrodestra che il Cavaliere riteneva di avere cementato ben bene unificando in un solo partito -il PdL- la sua Forza Italia e la destra di un Fini promosso persino alla Presidenza della Camera. Ma costui, facendo incrociare le sue ambizioni personali, i guai giudiziari e di letto dell’alleato e una crisi economica che ancora ci trasciniamo appresso, sfasciò tutto, anche se stesso.

Abbiamo così dovuto sorbirci un anno e mezzo di duro governo tecnico di Mario Monti e persino la fine del tanto vantato “bipolarismo” prodotto -si era detto- dal sistema maggioritario. Sono subentrate le cosiddette larghe intese, dalle quali sarà ben difficile liberarsi, anche se non potranno certo essere gli elettori a stabilirne i confini. Berlusconi vi si è appena prenotato incontrando a Malta i suoi amici del partito popolare europeo.

Ora si pretende che, nel caos politico e istituzionale creatosi con la bocciatura quasi a furor di popolo di una pasticciata ma pur sempre riforma costituzionale e con ben due leggi elettorali affidate alla sartoria della Corte Costituzionale, per non parlare dei vaffa grillini, scambiassimo il ritorno al sistema proporzionale per la fine del mondo. Via, non esageriamo.

 

 

 

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La sinistra accecata dalle guerre alle persone

A dispetto del clamore che ha provocato, per la sua natura o motivazione antirenziana il bersangrillismo – come si potrebbe chiamare il persistente inseguimento del Movimento 5 stelle da parte dell’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani- appartiene ad un fenomeno politico di lunga durata. Anzi, lunghissima.

E’ il fenomeno della personalizzazione della politica, che risale a già prima della cosiddetta seconda Repubblica, e persino della caduta del muro di Berlino, quando si ritenne invece che fosse finita la politica a sfondo ideologico. E si pensò che in Italia potesse cominciare una politica di natura pragmatica, capace persino di rinunciare alla distinzione fra destra e sinistra, senza rendersi conto che questa era già finita da un pezzo. Da quando ? Vi scandalizzerò, ma ho quanto meno il sospetto che fosse finita dal 1980. E per iniziativa, magari inconsapevole, di un leader che passa per il più orgogliosamente legato alla visione ideologica della politica: Enrico Berlinguer.

Nell’autunno di quel 1980 l’allora segretario del Pci con quella che Emanuele Macaluso definì “la seconda svolta di Salerno”, dopo quella di Palmiro Togliatti nel secondo dopoguerra, chiuse a doppia mandata la porta del “compromesso storico” aperta sette anni prima con i famosi tre articoli su Rinascita suggeritigli dalla drammatica fine dell’alternativa di sinistra in Cile, caduto sanguinosamente nelle mani del generale Pinochet.

Il compromesso storico teorizzato da Enrico Berlinguer per l’Italia, ingovernabile democraticamente secondo lui senza la collaborazione fra i due maggiori partiti, la Dc e il Pci, fu la sua ultima scelta di natura ideologica. Fu una scelta compiuta con tale rigore e fede che Berlinguer arrivò a sfidare l’impopolarità della politica di austerità e a trovarsi in un conflitto inedito con rivendicazioni salariali che Forattini su Repubblica seppe rappresentare in quella vignetta ormai storica del segretario del Pci in vestaglia e imborghesito sotto le cui finestre sfilavano fischiando i metalmeccanici.

La pubblicistica corrente attribuisce ancora la svolta berlingueriana del novembre 1980 alla delusione, anzi all’allarme procurato al leader comunista dalla prova francamente disastrosa data dallo Stato, e non solo dal governo di turno, che era presieduto da Arnaldo Forlani, nell’emergenza del terremoto in Irpinia. Fra le cui rovine il segretario del partito comunista, accompagnato da Antonio Bassolino, fu ripreso sofferente e sconvolto dai fotografi e dalle telecamere. E il presidente Sandro Pertini dal Quirinale ne amplificò la sorpresa e il dolore.

Ebbene, sbaglierò ma dopo avere a lungo riflettuto su quei fatti, ed avere letto, fra l’altro, il libro prezioso di appunti, notizie e quant’altro che gli passava allora il più stretto e fidato dei suoi collaboratori, Tonino Tatò, ho maturato la convinzione che Berlinguer avesse girato la chiave in quella toppa, e rivendicato la “diversità” della sua parte politica, per reazione ai rapporti d’alleanza che la Dc aveva ripreso, ed era ormai decisa a rafforzare, con Bettino Craxi. Non a caso meno di tre anni dopo, nell’estate del 1983, il segretario del Psi avrebbe presieduto un governo di coalizione -il pentapartito- con la Dc. E da lì avrebbe tentato di rovesciare i vecchi rapporti di forza a sinistra con i comunisti, passando per la vittoria referendaria sui tagli alla scala mobile, la revisione del Concordato, l’orgoglio di Sigonella, il socialismo tricolore, l’ammissione al G7 e altro ancora.

Fu insomma l’anticraxismo -ma un anticraxismo di natura personale, e non per vendicare la barba tagliata a Marx da Craxi qualche anno prima fra le proteste anche di Eugenio Scalfari- che spinse secondo me Berlinguer ad arroccarsi. E a tal punto da farsi distanziare sul piano dell’ammodernamento istituzionale, come ha onestamente riconosciuto Piero Fassino nel suo libro autobiografico “Per passione”.

Morto Berlinguer sul campo dello scontro con l’avversario e non più soltanto concorrente socialista, l’anticraxismo proseguì nel Pci con Alessandro Natta e con Achille Occhetto. Al quale non parve vero approfittare nel 1992 della tempesta giudiziaria di Mani pulite per liberarsi del leader socialista, nel frattempo diventato ancora più ingombrante dopo la caduta del muro di Berlino con un rilancio dell’unità socialista scambiato, a torto o a ragione, per disegno di annessione dei comunisti.

Si consumò allora la tragedia giustizialista di una sinistra che non si rese conto di spianare così la strada, una volta eliminato politicamente Craxi, a Silvio Berlusconi. Che riempì, anzi occupò il vuoto creatosi con la caduta della cosiddetta prima Repubblica, peraltro attirando un elettorato socialista a dir poco traumatizzato.

L’antiberlusconismo, ricambiato d’altronde da Berlusconi con un anticomunismo ormai in differita, essendosi il comunismo esaurito, divenne una prosecuzione dell’anticraxismo. Massimo D’Alema arrivò a pagargli nel 1995 il tributo di un grosso sdoganamento della Lega allora secessionista di Umberto Bossi, scambiata per una “costola della sinistra” nella illusione di rendere definitiva la frattura creatasi alla fine del 1994 fra Berlusconi e il segretario del Carroccio. Un altro prezzo, inutile anch’esso perché i due tornarono ugualmente ad allearsi, fu pagato dalla sinistra riformando a strettissima maggioranza, nel nome del federalismo perseguito dalla Lega, il titolo V della Costituzione. Che però si tradusse solo in una serie di conflitti di competenza davanti alla Corte Costituzionale cui si è tentato inutilmente di porre rimedio con un’altra riforma: quella bocciata nel referendum del 4 dicembre scorso.

Nel 2007, a dire il vero, con la nascita del Pd, e la fusione tra i resti della sinistra Dc e del Pci, Walter Veltroni cercò di uscire dal vicolo cieco dell’antiberlusconismo cavalcato anche come questione morale, al pari di quanto era stato fatto contro Craxi nel 1992. Nella campagna elettorale anticipata del 2008 il segretario del Pd ricorse anche all’espediente di non chiamare mai per nome Berlusconi, indicandolo solo come “il principale esponente del campo avverso”, e prospettò persino una legislatura costituente. Ma al tempo stesso egli fece l’errore, all’ultimo momento, di sacrificare la cosiddetta vocazione maggioritaria del nuovo partito alla necessità, opportunità e non so cos’altro di un apparentamento col partito giustizialista di Antonio Di Pietro. Da cui il Pd finì, volente o nolente, per risultare condizionato, per cui la legislatura da costituente divenne di lotta esasperata ad un berlusconismo nel frattempo indebolitosi di suo con la defezione di Gianfranco Fini, addirittura con la crisi mediatica dell’allora presidente del Consiglio esplosa nel mezzo di una vicenda giudiziaria pruriginosa che prese il nome di una marocchina minorenne, e infine con l’irruzione di una crisi finanziaria ed economica che per le sue stesse dimensioni e provenienza, da oltre Oceano, non poteva onestamente essere addebitata al solo Berlusconi e al suo ultimo governo.

L’antiberlusconismo si tradusse con Bersani alla guida del Pd nella metafora crozziana del “giaguaro da smacchiare” e poi, in apertura della diciassettesima legislatura, quattro anni fa, nell’inutile inseguimento di un aiuto dei grillini per un governo “minoritario e di combattimento”, piuttosto che praticare la politica delle “larghe intese” con Berlusconi. Alle strette, Bersani preferì mollare tutto -incarico di presidente del Consiglio e segreteria del partito- pur di non accordarsi col Cavaliere di Arcore, che pure aveva appena partecipato alla conferma di Napolitano al Quirinale.

Seguì nell’interregno di Guglielmo Epifani, mentre Matteo Renzi scalava la segreteria del Pd, l’estromissione di Berlusconi dal Senato, dopo la condanna definitiva in Cassazione per frode fiscale, con votazione innovativamente palese, piuttosto che affidare la cosiddetta legge Severino, con la sua contestata applicazione retroattiva, all’esame della Corte Costituzionale, come suggerito anche da Luciano Violante.

La personalizzazione del processo o confronto politico era tuttavia destinata addirittura ad aggravarsi investendo non solo i rapporti esterni al Pd ma anche quelli interni. Vi si è arrivati con l’elezione di Matteo Renzi a segretario del partito, con la sua rapida e obiettivamente brusca scalata a Palazzo Chigi, con le paure create dalle sue riforme e col rifiuto da lui opposto, una volta sconfitto nel referendum costituzionale, alle attese che egli mantenesse la promessa imprudentemente fatta di ritirarsi da tutto, e non solo dalla presidenza del Consiglio.

Che queste attese di natura tutta personale si fossero diffuse nel Pd risultò evidente quando, postosi il problema di un congresso anticipato per una rilegittimazione come segretario, Renzi si vide contestare proprio da Bersani il torto di non voler rendere “contendibile” il partito. Fu la svolta della scissione.

C’è troppo antirenzismo in giro, fu l’allarme lanciato proprio qui, sul Dubbio, all’indomani del referendum costituzionale. Un antirenzismo in funzione del quale temo –ripeto- che sia nato anche quello che ho chiamato all’inizio il “bersangrillismo”, tradottosi nella paradossale promozione del Movimento 5 Stelle, per il suo irriducibile contrasto a Renzi, a partito di “centro” da parte di Bersani. E nella prospettiva di un accordo di governo con Grillo, a parti questa volta invertite rispetto al 2013, cioè con la sinistra chiamata a funzioni di supporto piuttosto che di traino.

Il bersangrillismo, peraltro snobbato anche dal Movimento 5 stelle, per quanto l’ex segretario del Pd abbia appena riconosciuto ai pentastellati anche il merito di formulare proposte persino migliori di quelle del Pd, potrà pure spingere a destra Renzi, non a caso rappresentato come uno che ha già deciso di allearsi con Berlusconi dopo le elezioni col sistema proporzionale, ma potrebbe ancora più rovinosamente tradursi nella tomba della sinistra. Che meriterebbe invece ambizioni migliori, per quanti errori essa abbia potuto fare nella troppo lunga fase – di quasi 37 anni- della personalizzazione della politica.

Pubblicato su Il Dubbio

Quei fascicoli farlocchi di Antonio Di Pietro

         Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici, ha raccontato in provincia di Lecco, celebrando con gli ex colleghi della Procura di Milano Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo i 25 anni trascorsi dall’inchiesta Mani pulite sul finanziamento illegale dei partiti, e la corruzione o concussione che spesso lo accompagnava, come riuscisse a strappare agli indagati confessioni, ammissioni e quant’altro.

         Egli truccava i suoi fascicoli, riempiendoli di giornali o carta straccia, in modo che apparissero, nelle cartelle che li raccoglievano, densi di chissà quale e quanto materiale probatorio.

         L’indagato di turno, sollecitato anche da parole e frasi appropriate, come “sappiamo ormai tutto” e simili, si sentiva perduto e parlava. Magari, aggiungo io senza paura di correre troppo con la fantasia, il poveretto diceva anche più di quello che sapeva, immaginando di compiacere così il magistrato che gli stava davanti coinvolgendo nelle indagini nomi grossi di politici, di aziende e simili.

         In questa frenesia di interrogare e raccogliere rivelazioni, lo stesso Di Pietro ha raccontato che si spostava da un banco all’altro, essendone stati allestiti di diversi in una stessa stanza o stanzone, per essere più produttivo. Ciò spiega i verbali di più interrogatori risultati svolti alla stessa ora, o quasi. Alcuni dei quali, se non ricordo male, finirono all’esame del Consiglio Superiore della Magistratura determinando l’apertura di un procedimento non concluso per le improvvise dimissioni di Di Pietro dalla magistratura, presentate con motivazioni a dir poco controverse, non essendosi mai ben capite le ragioni vere per le quali il pubblico ministero ormai più famoso d’Italia appese al chiodo la toga e cambiò mestiere, sorprendendo per primo il suo superiore Francesco Saverio Borrelli. Che poi commentò la nomina di Tonino a ministro dei lavori pubblici del primo governo di Romano Prodi e, ancora dopo, la candidatura a senatore offertagli dal Pds-ex Pci nel blindatissimo collegio rosso del Mugello augurandosi che il suo ormai ex collaboratore fosse finalmente riuscito a realizzarsi appieno, o qualcosa del genere.

         Il racconto degli interrogatori di Di Pietro magistrato fatto da lui stesso, di cui trovo lodevole solo la sincerità, penso che sia la più plastica e involontaria dimostrazione di che cosa fosse stata quella che molti scambiarono, e scambiano tuttora, per l’epopea di Mani pulite. Quei fascicoli farlocchi, in quanto gonfiati con carta straccia e giornali, sia pure a fin di bene, come avrà pensato Di Pietro nell’inseguimento della verità e del colpevole di turno, non sono proprio il massimo che uno si aspetta nell’amministrazione della Giustizia. Almeno di quella con la prima lettera maiuscola. E almeno per un sempliciotto come me.

Bersani scambia i grillini per i vecchi compagni del Pci

 

Pier Luigi Bersani non si lascerà certamente convincere neppure dal vecchio amico ed ex compagno di partito Emanuele Macaluso. Che lo ha educatamente e amichevolmente esortato a smetterla di scambiare il Movimento 5 stelle per partito “di centro”, per quanto “arrabbiato”, e di corteggiarlo all’inverosimile, nella speranza apparente di riconquistare gli elettori una volta di sinistra che lo stanno votando da qualche tempo.

Macaluso ha, fra l’altro, ricordato a Bersani che anche il povero romagnolo Nicolò Bombacci, un insegnante e parlamentare di fede socialista, tra i fondatori nel 1921 del Partito Comunista d’Italia, s’invaghì dei fascisti finendo fucilato a Dongo nel 1945, mentre tentava con Benito Mussolini di fuggire dall’Italia dopo averla rovinata con la dittatura e la guerra. Ma dal fascismo, senza riuscire a cambiarne la natura, furono attratti anche esponenti liberali e del partito cattolico dei popolari.

Macaluso non arriva a dare del fascista a Beppe Grillo e al suo movimento, e neppure del nazista, come invece ha fatto più volte Silvio Berlusconi, ma si è fermato ad un aggettivo ugualmente pesante, che comporta per un democratico l’obbligo di combatterlo, non di inseguirlo sino ad accordarvisi, foss’anche per eliminare un comune avversario. Che sarebbe nel caso di Bersani naturalmente Matteo Renzi. L’aggettivo di Macaluso è quello di eversivo, per il proposito non certo nascosto da Grillo di sovvertire l’ordine costituito, come spiega un qualsiasi dizionario della lingua italiana: un ordine che secondo i pentastellati non basterebbe modificare, tanti sarebbero i ladri, i banchieri, i petrolieri eccetera eccetera che lo affollerebbero distorcendolo ai loro vizi e interessi.

Mancano all’elenco grillino di chi crea disordine nell’ordine solo i militari e i magistrati, specie questi ultimi, forse perché sotto sotto i pentastellati vogliono guadagnarsene i favori: quelli delle toghe di sicuro, forse anche per pescare tra di loro l’uomo giusto, abbastanza noto, per candidarlo alla guida di un governo a 5 stelle, a dispetto delle aspirazioni a premier dei vari Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici.

 

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Il guaio, almeno per Macaluso, che conserva orgogliosamente il ricordo della sua militanza politica e inorridirebbe alla sola idea di poterla paragonare a quella dei pentastellati, è che Bersani con la sua strana teoria del centro, sia pure arrabbiato, inteso come elemento fisico e non politico, per cui è centrale tutto ciò che per una qualsiasi somma di circostanze si trova a stare in mezzo ad un incrocio, rappresenta Grillo e il suo movimento come una volta la sinistra democristiana, per esempio, rappresentava il Pci. Ripeto: il Pci, esattamente quello di cui hanno fatto parte sia Macaluso che lo stesso Bersani.

I vari De Mita della Dc degli anni Settanta e Ottanta, almeno dopo che Enrico Berlinguer cominciò a distanziarsi solo di pochi punti dallo scudo crociato di Amintore Fanfani e poi del moroteo Benigno Zaccagnini, e prima che Indro Montanelli salvasse i democristiani incitando i laici a votare per loro turandosi il naso, pur di non farli sorpassare dagli uomini delle Botteghe Oscure; i vari De Mita della Dc, dicevo, preferivano scommettere più sull’evoluzione del partito comunista che sulla prosecuzione o sulla ripresa dell’alleanza con i socialisti. E consideravano una bestemmia politica, o quasi, l’idea che si potesse creare un fronte governativo, o comunque di maggioranza, esteso sino ai confini con la destra, per isolare o non accordarsi col Pci.

Ciò è esattamente quello che oggi Bersani, come ha appena ripetuto nello studio televisivo di Lilli Gruber, a la 7, ritiene che non si debba fare per contrastare, anziché inseguire, cioè corteggiare, i grillini. Nei cui riguardi egli non condivide la qualifica di “populisti” attribuita loro, in particolare, da Matteo Renzi -e chi sennò?- per contrapporli ai “responsabili”. Alla testa dei quali Bersani immagina che il segretario uscente e ormai rientrante del Pd non veda l’ora di mettersi per formare un governo all’indomani delle elezioni politiche, ormai destinate a svolgersi col vecchio sistema proporzionale. Che consentirebbe ai partiti di andare alle urne senza vincoli di alleanze, da cercare e stipulare solo dopo il voto, secondo i rapporti di forza tra quelle rimaste in campo, e le loro convenienze naturalmente.

 

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Anche su questa storia del sistema elettorale proporzionale deplorevole in sé solo per questa libertà di azione che lascerebbe ai partiti, in grado quindi di pescare voti da una parte e poi schierarsi praticamente dall’altra, avrei da ridire, avendo avuto la possibilità, diversamente da tanti giovani o meno giovani che ne scrivono, di avere visto e raccontato da giornalista buona parte dei 50 anni anni di applicazione del sistema proporzionale, appunto, nella Repubblica italiana.

Gli elettori, fatta eccezione per l’appuntamento anticipato con le urne del 1976, hanno sempre saputo con chi poi si sarebbero alleati i partiti per i quali avevano deciso di votare. Ma ve lo racconterò meglio un’altra volta, perché ho già abusato del vostro tempo.

 

 

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Il gasdotto senza gas di Michele Emiliano

 

            Michele Emiliano, il governatore pugliese, e magistrato in aspettativa di ormai lungo corso, attribuisce al troppo poco tempo accordato da Matteo Renzi ai suoi concorrenti alla segreteria del partito, per quanto siano i tempi dello statuto del Pd, la causa del flop della propria candidatura.

            Egli sta rischiando di non ottenere neppure il 5 per cento dei voti degli iscritti, necessari invece per potere partecipare a fine aprile alle primarie congressuali aperte ai non iscritti. Fra i quali “don Michele”, come lo chiamano a Bari, pensava e forse pensa tuttora, in caso riesca a rimanere in gara, di poter guadagnare tanto da contendere almeno il secondo posto in classifica al guardasigilli Andrea Orlando. Che Renzi sta distanziando di una trentina di punti. 

            Non passa mai per la testa di Emiliano che a nuocergli siano state sinora non le scadenze congressuali per lui troppo forti, ma le sue scelte comportamentali e politiche. Quel suo lungo indugiare fra andare via, con Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e altri, dal Pd e rimanere, sino a scusarsi con Renzi per avergli attribuito a torto il progetto di elezioni anticipate a giugno. Quel suo protagonismo continuo, saltando su tutte le contestazioni di turno: dalle trivelle in Adriatico, con annesso referendum naufragato nelle astensioni, al gasdotto in arrivo sulle coste pugliesi con tutti i timbri di legge, compresi quelli del Consiglio di Stato, dagli ulivi all’acqua. Quella sua pretesa di restare in magistratura, maturando scatti di carriera e pensione, nonostante il divieto d’iscrizione ai partiti anche per i magistrati in aspettativa, o fuori ruolo. Quel suo inseguimento dei grillini, ora in piena concorrenza con Bersani, spintosi ad offrire un aiutino ai pentastellati se dopo le prossime elezioni si troveranno come lui nel 2013: primo nella classifica elettorale ma senza i numeri parlamentari per governare.

            Il minimo che possa capitare ad un corridore del genere è finire fuori strada: in auto, in moto, in bicicletta, e persino a piedi.

            Di lui, uno che lo conosce bene per ragioni territoriali, l’ex direttore pugliese dell’Unita’ Peppino Cardarola, ha scritto che il suo antirenzismo esasperato è un fenomeno più psicologico che politico, dovuto al fatto che in fondo è un altro Renzi, ma non realizzato. Una specie insomma di gasdotto senza gas.

Se a un conte capita di diventare un pallone

Più guardo Paolo Gentiloni nelle foto, nelle riprese televisive e, quando mi capita d’incrociarlo, nei suoi attraversamenti dei corridoi in Parlamento, più mi viene voglia di solidarizzare con lui per l’abuso che ne stanno facendo da tutte le parti.

Più che la testa di una persona, più che la faccia di un pacatissimo conte disponibile sempre al sorriso e alla comprensione, capitato quasi per caso a Palazzo Chigi proprio perché potesse con quel viso e con quei modi garantire una pacata transizione fra il primo governo di Matteo Renzi e non si sa ancora francamente cos’altro, quella di Gentiloni mi sembra diventata una palla. Anzi, un pallone. Che in una partita è destinato ad essere preso a calci da tutti, proprio da tutti, spesso anche dai portieri, ai quali non è prescritto di afferrarlo o raccoglierlo solo con le mani. Anche i portieri lo possono calciare, mandandolo il più lontano possibile verso l’altra metà del campo.

Matteo Renzi, che pure è stato il primo a mandarlo a Palazzo Chigi, suggerendone la nomina al presidente della Repubblica quando, sconfitto nelle urne referendarie del 4 dicembre, egli ha ritenuto di doversi dimettere almeno dalla guida del governo, rinunciando alla promessa originaria di rinunciare anche alla guida del partito, ogni tanto lo incalza, lo corregge, prende le distanze dai suoi ministri, specie quelli tecnici, che sono poi due: Pietro Carlo Padoan al Tesoro e Carlo Calenda allo Sviluppo Economico. Non dico che Renzi stia ripetendo a Gentiloni il trattamento Letta -da Enrico, il presidente del Consiglio da lui detronizzato tre anni fa- ma qualche volta ne dà l’impressione, a torto o a ragione.

Di Beppe Grillo e dei suoi “portavoce” parlamentari non ne parliamo. Non c’è una cosa del governo Gentiloni che vada bene agli onorevoli pentastellati e ai loro amici “pennivendoli”, direbbe il compianto Ugo La Malfa. Che definiva così i giornalisti quando li considerava appiattiti su qualche partito diverso dal suo.

 

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Neanche del segretario leghista Matteo Salvini e della sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni vale la pena parlare, tanto costante è il loro rifiuto di riconoscere un merito al governo in carica. Che pure ha un ministro dell’Interno -Marco Minniti- provvisto di un polso ragguardevole, abbastanza efficace per garantire quella cosa che alla destra una volta piaceva sopra ogni altra: l’ordine.

Neppure della sinistra cosiddetta estrema, o della sua galassia, tante ne sono le sigle, sottosigle e “anime”, è il caso di parlare perché nessun governo sarà mai in grado di soddisfarne le attese, neanche se dovesse un giorno capitare di guidarlo a Nichi Vendola, che lo ha già fatto in Puglia, o all’ormai pensionato ma sempre in buona salute Fausto Bertinotti.

Dagli appena fuoriusciti dal Pd per formare un nuovo movimento e gruppi parlamentari rovesciandone la sigla in Dp Gentiloni poteva attendersi forse una mano, visto che Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni consumarono la loro scissione con l’aria di volerne difendere il governo dalla voglia di Renzi di liberarsene al più presto per andare alle elezioni anticipate. Invece Bersani in persona ha appena annunciato a Repubblica, che ha giustamente titolato in prima pagina: “Non sosterremo Gentiloni a tutti i costi”. Che è poi la posizione assunta dallo stesso Bersani quando nacque il governo del conte e l’allora minoranza del Pd, ancora indecisa se andarsene via, avvertì che esso avrebbe dovuto guadagnarsene l’appoggio di volta in volta. Fu dopo, invece, che quella minoranza scoprì l’utilità del governo in carica, quando pensò che poteva calciarlo come un pallone contro Renzi per trattenerlo dalla convocazione del congresso e dal tentativo di farsi confermare in tempi brevi alla segreteria del partito.

A dire il vero, Bersani non si accontenta di giocare contro Renzi solo il pallone Gentiloni, diciamo così. Nelle sue manovre quotidiane, anzi orarie, perché l’ex segretario del Pd non sta mai fermo, Bersani gioca contro Renzi anche il pallone Grillo. Il quale però, non essendo fesso, lo ha capito bene e ne rifiuta il sempre più insistente corteggiamento, consistente in quello che altre volte ho chiamato qui “bersangrillismo”. Esso fu già sperimentato inutilmente all’inizio di questa legislatura, sfociando in uno streaming a dir poco umiliante per l’allora presidente incaricato, o pre-incaricato, del Consiglio.

Ora addirittura, senza con questo riuscire a smuovere il comico genovese, Bersani anziché chiedere un aiuto ad un proprio governo minoritario lo offre a quello che Grillo potrebbe tentare all’inizio della prossima legislatura, se prendendo più voti di tutti, pur senza disporre della maggioranza in Parlamento, reclamasse ed ottenesse dal capo dello Stato per qualcuno dei suoi amici l’incarico, addirittura, di primo ministro.

 

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Tutto sommato, chi procura meno problemi a Gentiloni e al suo governo è Silvio Berlusconi. Al quale, per quanto possa notoriamente piacere il gioco del calcio, non conviene trattare come un pallone la testa o la faccia del presidente del Consiglio in carica. Che egli contribuirebbe volentieri a fare rimanere a Palazzo Chigi anche dopo le elezioni se Renzi, di cui l’ex Cavaliere non si fida più tanto, dovesse decidersi o rassegnarsi per ragioni meramente numeriche da segretario del Pd alla formazione di una maggioranza di cosiddette larghe intese col pur frammentato mondo centrista.

Ma per ora, in attesa o nella speranza che dopo le elezioni la situazione possa migliorare, Gentiloni deve accontentarsi di avere da Berlusconi solo il riguardo, appunto, di non scambiarlo per un pallone.

Quando il governo è costretto a ricorrere alla fiducia per portare avanti i suoi provvedimenti, o deve giocare in difesa se qualcuno dall’opposizione prova a sfiduciare lui o qualche ministro di cui non può fare politicamente a meno, Gentiloni può attendersi da Berlusconi, al massimo, l’ordine ai suoi senatori e deputati di non partecipare alla votazione. Che è poi un modo per dire: non volendoti o potendoti dare la fiducia per non perdere la faccia con i miei elettori, o espormi il meno possibile alla concorrenza dei miei ex o potenziali alleati, mi limito a salvarti dalla sfiducia.

“Così è (se vi pare)”, direbbe il grande Luigi Pirandello, che diede questo titolo ad un suo famosissimo dramma. Ripeto: dramma, non commedia.

 

 

 

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