Quelle scarpe chiodate dell’euro

            Nel tentativo di piacere sempre di più alle mamme tedesche, che lo considerano notoriamente il genero ideale, anche se non possono apprezzarne le performance televisive italiane nel salotto a lui familiare di Lilli Gruber, della quale è inutile indicarvi, con quel nome, la orgogliosa origine, Mario Monti è tornato a scrivere la storia dell’euro come di una moneta subita, e non voluta dalla Germania. E ciò diversamente da quanto sostengono i perfidi “sovranisti” italiani, e loro simili altrove, convinti di essere stati colonizzati da Berlino con quei soldi che sono stati condannati a portare in tasca.

            In particolare, il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio ha ricordato che i tedeschi non volevano saperne di rinunciare al loro fortissimo marco, di carta e di metallo, per cui punirono severamente nelle urne il loro cancelliere di allora, Helmut Kohl, quando decise di adottarlo per restare fedele agli ideali europei del suo predecessore Konrad Adenauer. Il cui inconfondibile profilo da Riace i più giovani hanno potuto conoscere in questi giorni vedendo i documentari degli anni Cinquanta, quando in una giornata sfortunatamente piovosa di primavera furono firmati in Campidoglio i trattati europei.

            Peccato però che la storia di Monti, per essere digerita come una favola, si ferma qui, a metà del suo percorso. Ma forse anche a meno della metà.

            Monti omette o dimentica deliberatamente di dire che, una volta unificata ben bene anche la loro moneta dell’ovest e dell’est grazie allo sforamento delle regole dell’Unione Europea autorizzato dagli altri soci, i tedeschi hanno preteso e ottenuto altre cosette come il patto di stabilità e il fiscal compact che, pur nella “stupidità” lamentata non da un turista di passaggio a Bruxelles ma da Romano Prodi, hanno ribaltato la situazione.

            È con quelle cosette un po’ stupide che l’euro romanticamente immaginato da Kohl ha messo i chiodi, o cingoli, sotto le scarpe. Ed è diventato un incubo per la maggior parte di quelli che dalla tasca se lo ritrovano adesso sulla testa.

L’irruzione di Mario Monti nel cortile italiano

Quelli del senatore a vita Mario Monti, di cui non starò qui a ricordare inutilmente il lungo curriculum accademico, culturale, amministrativo e infine politico, non si sa mai se definirli più processi o esami. Ma sono sempre severi, puntuti. L’uomo sceglie gli aggettivi e gli avverbi sempre con precisione chirurgica. Pochi, davvero pochi scampano alle sue rasoiate, specie se hanno avuto la dabbenaggine di provocarlo, come ha fatto, anzi rifatto quell’imprudente di Matteo Renzi accomunandolo a Silvio Berlusconi e ad Enrico Letta. Che avrebbero fatto tutti peggio di lui nella gestione del deficit italiano.

“Polemiche da cortile”, le ha liquidate il senatore a vita, avvolto nel solito, sobrio completo grigio e collegato con lo studio televisivo di Lilli Gruber, a la 7, da Bruxelles. E da dove sennò ? L’uomo, si sa, è più europeo che italiano, da fondazione rovesciata a quella – Italineuropei- fondata a suo tempo da Massimo D’Alema. Egli vive più fra Bruxelles e Berlino che fra Milano e Roma. Ma di ciò che accade nel “cortile” della politica italiana tuttavia non gli sfugge niente perché lui sa informarsi, leggere e ascoltare, diversamente da Renzi, che “parla molto -ha detto- e ascolta poco”. Ma al posto di molto Monti voleva forse dire troppo, e al posto di poco voleva dire naturalmente niente.

Ciò che Monti non perdona a Renzi, più ancora dell’Imu tolta dalla prima casa, sfidando i pareri di Bruxelles e di Berlino, e più delle “mance” elettorali con le quali avrebbe sprecato, fra votazioni europee del 2014 e referendum costituzionale del 2016, tutte le “flessibilità” strappate alla Commissione comunitaria, è soprattutto di averlo scambiato in questi giorni per uno dei concorrenti alla segreteria del Pd. Cioè, per un Andrea Orlando o un Michele Emiliano qualsiasi, anche se fra i due, anzi fra i tre, comprendendo lo stesso Renzi, il senatore a vita riconosce al ministro della Giustizia in carica almeno il merito di avere sfilato per le strade di Roma sabato scorso con gli europeisti: peraltro, nello stesso corteo che Monti, refrattario alle marce, ha voluto onorare della sua presenza.

Non solo non è candidato a segretario del Pd, ma a Monti non salta neppure in testa, ora che non dispone più di un suo partito, avendolo abbandonato o sciolto poco dopo averlo fondato, l’idea di partecipare il 30 aprile alle primarie piddine. Figuratevi se poteva farsi convincere dalla troppo incalzante “dottoressa” Gruber a dire chi preferisse fra Renzi e Orlando, pur dopo avere già mostrato chiaramente la sua simpatia per il secondo, almeno come collega di marcia. Dire “compagno” per uno come Monti sarebbe stato oggettivamente troppo.

 

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Come serata di processo o di esame, quella di Monti in collegamento da Bruxelles non è stata confortante neppure per Enrico Letta, suo diretto successore a Palazzo Chigi e predecessore di Renzi. Non parliamo poi di Berlusconi, che Monti comunque continua deferentemente a chiamare “presidente”. Fra i due, quando l’allora Cavaliere gli ritirò la fiducia parlamentare, ormai in campagna elettorale, calò un sipario che neppure una gru potrebbe mai rimuovere, neppure se Berlusconi all’improvviso riscoprisse le qualità tecniche dell’uomo che per primo mandò nella Commissione Europea a rappresentare l’Italia.

Di Enrico Letta il senatore Monti apprezza i toni ma non i contenuti, diciamo così, trovandoli troppo modesti o contraddittori nei riguardi della severità imposta dai nostri vincoli europei. Pertanto all’ipotesi prospettatagli dalla solita, invadente Gruber di un ritorno di Letta alla politica, se mai se ne fosse davvero allontanato andando a insegnare a Parigi, Monti ha cercato a lungo di restare indifferente. E poiché la “dottoressa” conduttrice non mollava, spalleggiata nello studio da quel sornione di Paolo Mieli, che in politica ne ha viste di cotte e di crude per farsi sorprendere da qualsiasi svolta o ritorno, a Monti è riuscito solo di dire che “non sarebbe un male” se la palla dovesse proprio tornare ad un giocatore che pure non l’ha saputa giocare al meglio nella prima partita.

In che cosa consista esattamente la colpa di Enrico Letta è presto detto, secondo il rimprovero fattogli esplicitamente da Monti: avere pasticciato durante i suoi pochi mesi di governo, meno di un anno, per non conservare l’Imu sulla prima casa messa dall’esecutivo tecnico dello stesso Monti con una manovra fiscale sulle proprietà immobiliari di cui purtroppo nessuno nello studio televisivo ha osato ricordargli il risultato, non so se più per cortesia o per dimenticanza. Il gettito si rivelò superiore al previsto esattamente nella misura dell’imposta sulla prima casa, di cui pertanto si poteva tranquillamente fare a meno per assicurare al provvedimento del governo le entrate volute.

Evidentemente quella del prelievo fiscale sulla prima casa è per Monti, e non solo per lui, una questione di principio, di dottrina, persino di moralità. Che quel “matto” di Renzi, come lo stesso Renzi si è appena vantato di essere stato e di voler tornare ad essere nei rapporti con Bruxelles, ha voluto imbrattare.

 

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Temo che anche il conte Paolo Gentiloni rischi di fare la fine di Enrico Letta nel giudizio o nei voti di Monti. Il presidente del Consiglio ha infatti colto l’occasione di un incontro già programmato con i presidenti delle giunte regionali per non lasciar cadere nel vuoto l’appello lanciato da Renzi a non farsi dettare supinamente le scelte di governo da Bruxelles. I cui vincoli -ha riconosciuto il presidente del Consiglio- “non sono intoccabili”. Di quanto si potrà verificare entro aprile, fra documento di programmazione economica e manovra o manovrina di aggiustamento dei conti reclamata dalla Commissione europea per 3,4 miliardi di euro. Ma ancor più si verificherà in autunno, quando si dovrà procedere alla legge finanziaria del 2018, se non dovessero intervenire le elezioni anticipate e un conseguente ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio. Che proprio in quanto provvisorio potrebbe o dovrebbe sottrarsi a interventi comunitari.

Pur essendo stato spiazzato dalle distanze prese nei giorni scorsi da Renzi rispetto alla decisione del governo di abolire i buoni di lavoro accessorio -i famosi voucher- per non rischiare il referendum promosso dalla Cgil di Susanna Camuso, il presidente del Consiglio ha quindi voluto ristabilire una linea di continuità col suo predecessore sul tema dei rapporti con i partner europei. E’ una scelta che appare destinata, ad occhio e croce, ad avere conseguenze anche all’interno del Pd, dove Gentiloni non si è messo nella posizione neurale assunta da Enrico Letta nel 2013, durante la prima scalata di Renzi alla segreteria.

Gentiloni sostiene il segretario uscente e rientrante del Pd. E non avrà probabilmente motivo di temere contraccolpi alla conclusione del congresso, anche perché i fuoriusciti dal Pd stanno già litigando fra di loro per impensierire più di tanto quelli vi sono rimasti.

 

 

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L’elogio zoppicante dell’obesità di Giuliano Ferrara

Sarà pure interessata, in pieno e sfacciato conflitto d’interessi, si sarebbe detto ai tempi dell’amico Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, ma bisogna togliersi a prima vista il cappello davanti all’elogio dell’obesità fatta sul suo Foglio da Giuliano Ferrara con l’abituale firma dell’elefantino. Che avrà pure il diminutivo, ma resta pur sempre un elefante, che fa vibrare le bilance.

         Al governatore pugliese Vincenzo De Luca, che di solito piace al fondatore del Foglio ma si è lasciato scappare di recente della “chiattona” ad una esponente grillina del Consiglio regionale della Campania, Giuliano Ferrara ha giustamente ricordato l’obesità non solo di Churchill ma anche di Buddha.

         Persino Napoleone, seppure non citato da Giulianone, ad un certo punto dovette rassegnarsi ad una certa pinguedine.

         “Fortuna, intelligenza, talento non stanno nel punto vita, ma nel giro di testa e per i sentimentali nel cuore”, ha scritto Ferrara. Il quale si è avventurato a testimoniare che “essere bene in carne è attributo quasi divino”. E che “i grassi spesso ne hanno capito una più degli altri”. Come non dargli ragione, anche se qualcuno dei suoi consigli non ha forse aiutato molto Berlusconi quando gli faceva da ministro per i rapporti col Parlamento, nell’ormai lontano 1994? Allora non sarebbe stato forse sbagliato un consiglio di Ferrara al suo presidente del Consiglio a dimettersi piuttosto che rinunciare alla conversone in legge di un decreto che aveva limitato il ricorso alle manette nella fase delle indagini preliminari. Con quella rinuncia, reclamata minacciosamente dai pubblici ministeri di Milano e condivisa dai leghisti, l’allora Cavaliere del Lavoro dimostrò una vulnerabilità che, a mio modestissimo avviso, lo avrebbe danneggiato negli anni successivi, pur riuscendo lui a cadere e a rialzarsi più volte nelle elezioni.

         Alla nobile e un pò castale difesa dei chiattoni da parte di Giulianone è tuttavia mancato qualcosa. Anche lui in fondo ha pagato un prezzo al compromesso. Per non smentire forse la sua puntuale e non immotivata polemica con i grillini, il simpatico chiattone del Foglio non ha ritenuto di citare una sola volta, con nome e cognome, la grillina incorsa nell’insulto di quel maleducato del governatore campano. Così, volente o nolente, egli ha finito per dimezzare la sua solidarietà di obeso.

         All’omissione di Giulianone rimedio, nel mio piccolo, scrivendo che la malcapitata grillina si chiama Valeria Ciarambino, capogruppo del Movimento 5 stelle nel Consiglio regionale della Campania.

                                           

Renzi promette di “fare il matto” in Europa

Rimastosene educatamente zitto, oltre che assente dalla festa capitolina del sessantesimo compleanno dei trattati europei, per non sovrapporsi -ha detto- all’amico e presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, essendo tutta sua “la giornata” come padrone di casa, Matteo Renzi è tornato a farsi sentire alla propria maniera. Cioè, rilanciando l’insoddisfazione per la troppa austerità praticata nel vecchio continente negli ultimi anni, a spese della ripresa economica: l’opposto di quanto fatto dall’allora presidente Obama negli Stati Uniti. Ed ha avvertito che è ora di finirla a dire che l’Europa ci chiede questo o quello, magari più tasse, perché è arrivato invece il momento che a Bruxelles imparino a dire che è Roma a chiedere più flessibilità e meno regole, specie quando queste sono definite “stupide” anche da uno come l’ex presidente della Commissione comunitaria Romano Prodi.

La polemica di Renzi con i suoi ex colleghi degli ultimi vertici europei si riflette anche nei rapporti con alcuni ministri, in particolare quelli del Tesoro e dello Sviluppo Economico, Pietro Carlo Padoan e Carlo Calenda, più sensibili al rigore reclamato a Bruxelles, anche a costo di usare la leva del fisco.

La sortita renziana più esplicita contro i due esponenti tecnici del governo è venuta dalla vice di Calenda, Teresa Bellanova. Che ha rivendicato il primato della politica nelle scelte che attendono a breve l’esecutivo per la manovra di aggiustamento dei conti italiani chiesta dalla commissione europea entro aprile, in coincidenza con le primarie congressuali del Pd. Che non sono certamente per Renzi, il segretario uscente e ormai rientrante del maggiore partito di governo, la circostanza più adatta a frenarlo sulla strada della polemica. Non a caso egli si è vantato di avere cominciato a fare “un po’ il matto” nei rapporti con i soci europei nei suoi anni a Palazzo Chigi, col sottinteso che riprenderà a farlo se gli dovesse capitare di tornarvi, o di condizionare il governo di turno, come d’altronde spera di fare con quello in carica.

 

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Ad una settimana dalla conclusione della fase delle primarie limitata agli iscritti agli oltre 6300 circoli del Pd, Renzi vanta di avere raccolto il 64 per cento dei voti, contro il 29 del concorrente e ministro della Giustizia Andrea Orlando, sostenuto adesso nella corsa anche dall’ex presidente del Consiglio Enrico Letta. Quasi non pervenuto sarebbe invece il risultato del governatore pugliese Michele Emiliano, che pensa di rifarsi nelle primarie alle quali potranno partecipare i non iscritti, fra i quali egli ritiene di essere più popolare, specie al Sud.

Tanto Emiliano – al quale non viene mai nessun dubbio sulla ricaduta negativa che può avere il suo doppio ruolo di candidato alla segreteria, oltre che governatore regionale, e di magistrato in aspettativa che continua però a maturare pensione e carriera- quanto Orlando hanno rimproverato a Renzi una scarsa partecipazione degli iscritti alle votazioni nei circoli come prova della crisi disaffettiva provocata dalla sua gestione del partito. E già sfociata nella scissione a sinistra di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni, ora, del Dp. Che è la sigla rovesciata del Pd.

Ma i dati portati da Renzi sembrano smentire la rappresentazione dei suoi avversari e concorrenti, rivelando un’affluenza del 61 per cento, contro il 55 delle analoghe primarie del 2013: quelle della sua irresistibile scalata alla guida del partito.

Di dispute sui dati provvisori delle campagne congressuali se ne sono avute sempre nella storia dei partiti, anche di quelli della cosiddetta prima Repubblica, per cui conviene a questo punto aspettare la conclusione delle operazioni di voto fra gli iscritti per farsi un’idea precisa sullo stato delle cose piddine.

 

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A destra del Pd non ci sono congressi da seguire, ma solo le solite cronache degli incontri, delle telefonate, compresa quella che si sarebbero appena scambiati Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, delle manovre locali, specie ora che si preparano le liste per le elezioni amministrative dell’11 giugno, per quanto non ancora fissate formalmente, e delle manifestazioni. Fra le quali ci sarà il primo giorno di aprile quella del movimento fondato da Stefano Parisi, caparbio abbastanza per non arrendersi al colpo infertogli da Berlusconi. Che prima lo mise in pista, l’anno scorso, per riorganizzare insieme Forza Italia e il centrodestra, e poi lo esonerò con una semplice dichiarazione per essersi scontrato troppo con la Lega. E ciò peraltro senza che Berlusconi riuscisse poi a sottrarsi alla polemica con Salvini, alimentata anche con incontri e offerte di candidature da indipendente nelle liste di Forza Italia a Umberto Bossi, contestatore a viso aperto della linea lepenista del suo successore alla guida del Carroccio.

Proprio la linea lepenista ha appena indotto Salvini a condividere la forte repressione del dissenso avvenuta a Mosca, dove la candidata all’Eliseo Marine Le Pen ha preferito recarsi in visita da Putin proprio mentre a Roma il presidente uscente della Repubblica francese partecipava alle celebrazioni dei 60 anni dei trattati europei.

Compiacersi degli oltre 600 arresti eseguiti in un giorno nella capitale russa, fra i quali quello dell’ormai notissimo blogger AleKsej Navalny, non è proprio il massimo per un segretario di partito in Italia. Nè potrebbe risultare il massimo la stessa visita di Marine Le Pen da Putin in vista delle elezioni presidenziali francesi.

Una sconfitta lepenista in Francia sarebbe un durissimo colpo anche per Salvini in Italia, dove il segretario della Lega contende a Berlusconi la leadership di un’eventuale riedizione del centrodestra.

 

 

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Se neppure il Papa scalda i cuori per l’Europa

Il ministro dell’Interno Marco Minniti, che poi all’anagrafe si chiama Domenico, quasi coetaneo dei trattati europei firmati a Roma tre mesi prima che lui compisse un anno nella sua Reggio Calabria, deve avere tirato un liberatorio e orgoglioso sospiro di sollievo alla fine del bellissimo sabato primaverile del 25 marzo di questo 2017 nella Capitale d’Italia.

Tutto si è svolto in un ordine davvero inusuale per la città dei sette colli, dove ne abbiamo viste di tutti i colori da molti anni a questa parte ogni volta, o quasi, venisse in testa a qualche centro sociale di metterne a ferro e a fuoco centro e periferie, con i più diversi pretesti.

Pazienza se i soliti disfattisti, a sinistra ma anche a destra, in una sintonia che si ripete da tempo e la dice lunga sulla confusione politica italiana, piuttosto che riconoscere al ministro dell’Interno il merito di avere saputo ordinare e organizzare un uso accorto delle forze dell’ordine, hanno attribuito la calma nelle quali si sono svolte le celebrazioni e si sono snocciolati i cortei alla “indifferenza” del popolo per l’Europa. Contro la quale ormai non varrebbe più la pena neppure protestare in piazza, tanto sarebbe inutile.

L’europarlamentare Barbara Spinelli, figlia del mitico Altiero, autore con Ernesto Rossi del manifesto europeista di Ventotene, che fu scritto mentre ancora l’Europa bruciava per la guerra, è riuscita ad attribuire l’indifferenza della gente anche alla “impunità” celebrata di recente dal Senato salvando dalla decadenza quel grande e pericoloso criminale che sarebbe Augusto Minzolini. E vi pareva? Naturalmente, le ha dato perfettamente ragione sul Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio. Che nei giorni scorsi aveva avvertito il presidente del Senato, quello della Camera e persino il capo dello Stato che la storia di Minzolini “non finisce qui”. E neppure con le dimissioni che il senatore non decaduto sta per presentare, coerentemente con la promessa fatta prima del voto di salvataggio ma con la furbizia di chi sa che per consuetudine l’assemblea le respingerà almeno in prima battuta. E per le successive non ci sarà prevedibilmente il tempo perché la legislatura è più di là che di qua.

 

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Dovremo forse a Minzolini, e alla nausea che sarebbe riuscito a provocare nel paese con quei 19 senatori del Pd che a scrutinio palese lo hanno salvato dalla decadenza, riservata invece nell’autunno del 2013 al suo amico e capo Silvio Berlusconi, colpiti entrambi da una condanna definitiva, l’uno per peculato e l’altro per frode fiscale, anche l’aumento della popolarità di Papa Francesco. Che -ha osservato Travaglio- è riuscito a raccogliere a Milano, per quanto sia l’ultimo monarca assoluto d’Europa e forse anche del mondo, un entusiasmo umiliante per le strade e le piazze di Roma deserte, o percorse di malavoglia dai pochi rassegnatisi a sfilare con bandiere e striscioni.

Figuratevi se Eugenio Scalfari, pur evitando fortunatamente di usare l’argomento in funzione antieuropea, lui poi che è un europeista arciconvinto, si lasciava scappare l’occasione della visita del Papa a Milano per compiacersi del suo successo e ribadire la vecchia convinzione che Francesco sia “il più moderno, il più rivoluzionario, il più convinto della fede e della sua modernità”.

Una telefonata amichevole di ringraziamento del Papa al fondatore di Repubblica è garantita, dopo quella di una ventina di giorni fa raccontata dallo stesso Scalfari ai suoi lettori per rivelare l’ansia europesista del Pontefice di nazionalità argentina ma origine italiana. “Sbrigatevi, per l’Europa il tempo stringe”, ha detto testualmente Francesco all’amico, accomunandolo generosamente ai 27 leader dell’Unione attesi allora a Roma per la dichiarazione di augurabile rilancio da firmare nella stessa sala capitolina dove erano stati sottoscritti i trattati del 1957: cosa poi regolarmente avvenuta, e completata con l’appuntamento che il presidente della Commissione europea ha ottimisticamente dato ai suoi successori per la celebrazione del centenario.

 

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Matteo Renzi naturamente, impegnato nella sua campagna congressuale per essere rieletto segretario del Pd nelle primarie di fine aprile, si è tenuto lontano dalle cerimonie capitoline che proprio lui aveva cominciato a preparare nei mesi scorsi da presidente del Consiglio, prima che la clamorosa sconfitta nel referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale non lo allontanasse da Palazzo Chigi, sia pure per scelta volontaria, contro i ripetuti inviti del capo dello Stato a rimanere e a lasciarsi rilegittimare da una scontata conferma della fiducia parlamentare.

Durante la sfortunata, sfortunatissima campagna referendaria sulla riforma costituzionale, prima che le certezze della vittoria cominciassero a sfumare, Renzi aveva parlato più volte, anche nei suoi comizi, dell’appuntamento europeo di fine marzo a Roma come dell’occasione buona perché lui potesse porre sul tappeto il problema della revisione dei vecchi trattati. E, immaginandosi rafforzato dalla vittoria referendaria, aveva pensato che non avrebbero certamente potuto resistergli più di tanto un presidente francese arrivato alle sue ultime settimane di mandato, non avendo potuto neppure ricandidarsi alle elezioni di maggio, e una cancelliera tedesca ancora forte, di certo, ma pur sempre in scadenza anche lei, per quanto in autunno.

Invece il destino, al netto di tutti gli errori che lui stesso ha commesso facilitandone il corso negativo, aveva già assegnato a Renzi il ruolo del grande assente, se non del convitato di pietra, che è qualcosa di più. E ciò almeno nell’ambito della famiglia europea, perché se allunghiamo lo sguardo dobbiamo ricordarci che l’Europa, ammesso e non concesso che riesca a mettere ordine al suo interno all’ombra di quel documento appena sottoscritto dai 27 soci in Campidoglio, dovrà poi continuare a fare i conti con quel curioso e imprevedibile presidente americano che è Donald Trump: un convitato di pietra davvero ingombrante.

Non è neppure detto che Matteo Renzi, guardandosi lo spettacolo in televisione, in diretta o in differita, grazie a qualche registrazione, abbia potuto riconoscersi appieno nell’amico Paolo Gentiloni, da lui stesso voluto a Palazzo Chigi dopo le dimissioni per la sconfitta referendaria.

 

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Matteo Renzi, il grande assente dal Campidoglio

         Non manca mai nelle grandi occasioni il cosiddetto convitato di pietra. O il grande assente. Il protagonista che doveva esserci e non c’è per le più diverse circostanze, ma è pur sempre avvertito, almeno nella mente, o persino nel cuore, di quelli che ci sono. O che magari ci sono al posto suo.

         Sto parlando naturalmente di Matteo Renzi, mancato agli incontri e alle cerimonie che hanno festeggiato tra le aule parlamentari, il Quirinale, il Campidoglio e persino il Vaticano, con l’udienza dal Papa, il sessantesimo anniversario dei trattati europei sottoscritti a Roma.

         Costretto ad una dimensione privata, essendo per il momento sprovvisto anche della carica di segretario del suo partito, cui ambisce con altri due candidati, Renzi ha dovuto vedersi lo spettacolo, se ne ha avuto voglia, da casa o altri posti in cui si è trovato per i suoi impegni congressuali.

         Eppure egli aveva avviato da presidente del Consiglio i preparativi delle cerimonie romane, quando era anche certo di potervi arrivare da protagonista, e non solo da padrone di casa.

         Durante la sfortunata, sfortunatissima campagna referendaria sulla riforma costituzionale, prima che le certezze della vittoria cominciassero a sfumare, Renzi aveva parlato più volte, anche nei suoi comizi, dell’appuntamento europeo di fine marzo a Roma come dell’occasione buona per porre sul tappeto il problema della revisione dei vecchi trattati. E, immaginandosi rafforzato dalla vittoria referendaria, aveva pensato che non avrebbero certamente potuto resistergli più di tanto un presidente francese arrivato alle sue ultime settimane di mandato, non avendo potuto neppure ricandidarsi alle elezioni di maggio, e una cancelliera tedesca ancora forte, di certo, ma pur sempre in scadenza anche lei, per quanto in autunno.

         Invece il destino, diciamo così, al netto di tutti gli errori che lui stesso ha commesso facilitandone il corso negativo, aveva già assegnato a Renzi il ruolo -dicevo- del grande assente, se non del convitato di pietra, che è qualcosa di più. E ciò almeno nell’ambito della famiglia europea, perché se allunghiamo lo sguardo dobbiamo ricordarci che l’Europa, ammesso e non concesso che riesca a mettere ordine al suo interno all’ombra di quel documento appena sottoscritto dai 27 soci in Campidoglio, dovrà poi continuare a fare i conti con quel curioso e imprevedibile presidente americano che è Donald Trump: un convitato di pietra davvero ingombrante.

         Non è neppure detto che Matteo Renzi, guardandosi lo spettacolo in televisione, in diretta o in differita, grazie a qualche registrazione, abbia potuto riconoscersi nell’amico Paolo Gentiloni, da lui stesso voluto a Palazzo Chigi dopo le dimissioni per la sconfitta referendaria. Egli ne aveva appena preso le distanze sul modo un po’ frettoloso e remissivo, almeno per i suoi gusti o le sue abitudini, con cui aveva abolito i voucher. Alla cui liquidazione Gentiloni aveva in effetti preferito arrivare per decreto legge, piuttosto che rischiare di perdere un referendum pure lui: quello promosso dalla Cgil. Del cui dissenso, delle cui proteste, delle cui minacce l’ex presidente del Consiglio usava dire invece, alzando le spalle: “Ce ne faremo una ragione”.

Su Gentiloni l’ombra del governo amico di Pella

Da buon conte, peraltro alle prese in questi giorni con un bel po’ d’impegni di rappresentanza per le celebrazioni romane dei 60 anni dei trattati europei, Paolo Gentiloni ha incassato il colpo con classe, fingendo di non essersene neppure accorto. Ma buone fonti assicurano che il presidente del Consiglio non ha preso per niente bene le distanze che il predecessore Matteo Renzi ha preso in prima persona dal decreto legge che, abolendo i voucher, cioè i buoni di lavoro occasionale, ha evitato il referendum abrogativo, appunto, promosso dalla Cgil di Susanna Camuso.

“E’ una scelta del governo e come tale la rispetto”, ha detto testualmente e freddamente l’ex presidente del Consiglio e segretario rientrante del Pd ai giornalisti del Corriere della Sera. Mancava solo, nei riguardi del governo Gentiloni, l’aggettivo “amico” riservato nel l’estate del 1953 dalla Dc al governo del pur democristiano Giuseppe Pella nominato a sorpresa dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Che non aveva gradito la rinuncia di Attilio Piccioni all’incarico ed era stanco di aspettare che nel partito di maggioranza trovassero un’intesa su un problema che travalicava tutti gli altri: la vera successione ad Alcide De Gasperi, al cui ottavo governo il Parlamento aveva negato la fiducia.

Formato il 17 agosto di quell’anno, il governo Pella esaurì il suo mandato già il 5 gennaio 1954 con le dimissioni praticamente impostegli dal partito perché gli succedesse Amintore Fanfani. Che però rimase in carica solo 12 giorni, dal 18 al 30 gennaio, non essendo riuscito ad ottenere la fiducia parlamentare neppure lui, come l’ultimo De Gasperi l’anno prima. Venne quindi il turno di Mario Scelba, che avrebbe governato per meno di un anno e mezzo.

Nei pur pochi mesi della sua durata il governo “d’affari” o “amministrativo” di Pella lasciò ugualmente un segno nella storia del paese uscito alquanto malmesso dalla seconda guerra mondiale. Esso riuscì a risvegliare il sentimento patriottico rivendicando con forza il ritorno di Trieste all’Italia, mobilitando le truppe sul fronte orientale contro la Iugoslavia, che voleva annettersi la città giuliana sotto amministrazione internazionale, e riscuotendo consensi popolari che allarmarono la sinistra interna ed esterna alla Dc, molto più di quanto avessero entusiasmato la destra.

Gentiloni nella sua esperienza a Palazzo Chigi non ha alcuna Trieste da rivendicare. Ha solo da chiedere ancora un po’ di flessibilità nel controllo europeo dei nostri conti. E non ha potuto neppure reclamare, come ha invece fatto Renzi senza averne però il titolo istituzionale, le dimissioni o la rimozione del ministro olandese delle Finanze Jeroen Dijsselbligen da presidente del cosiddetto Eurogruppo per avere praticamente dato agli italiani e agli altri meridionali dell’Unione Europea- greci, maltesi, spagnoli, portoghesi e francesi almeno della Provenza- degli spendaccioni erotomani e ubriachi.

 

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Dell’intervista di Renzi ai giornalisti del Corriere della Sera non deve essere rimasto molto soddisfatto neppure il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda, già scontratosi peraltro con lui, pur senza negargli il suo voto nelle primarie congressuali, sulla commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche. Che Zanda non ritiene opportuna prima delle elezioni perché la campagna elettorale è già troppo lunga e carica di esche di suo. Non sarebbe quindi per niente prudente, e tanto meno conveniente per il Pd, offrire altri motivi e occasioni di scontro ad un partito come il movimento 5 stelle, che andrebbe a nozze.

Eppure è proprio per paura delle 5 stelle, più che per la coerenza vantata, come vedremo, rispetto ad altre vicende, che Renzi ha ribadito il proprio dissenso dalla libertà di coscienza lasciata da Zanda ai senatori piddini e tradottasi nel salvataggio del forzista Augusto Minzolini dalla decadenza da parlamentare più di un anno e mezzo dopo la condanna definitiva per peculato alla Rai, per quanto smentito dal giudice civile.

Già costretto nei giorni scorsi a reagire, sia pure con garbo, alle critiche del ministro Graziano Delrio con un richiamo alla linea fissata, sulla questione, in una riunione del direttivo del gruppo all’unanimità, compreso quindi il voto dell’esponente renziano, Zanda troverà forse il modo per replicare anche all’ex presidente del Consiglio.

Il ragionamento di Renzi, curiosamente a prescindere anche per lui, come per Valerio Onida ed altri, dal merito della vicenda giudiziaria di Minzolini, è che “finchè c’è questa legge”, cioè la cosiddetta legge Severino adottata quattro anni fa, all’epoca del governo tecnico di Mario Monti, “quello che valeva per Berlusconi deve valere anche per gli altri”.

Ma anche sul contenuto di “questa legge”, controversa per la sua applicazione retroattiva, Renzi ha voluto evitare di pronunciarsi. Non ha cioè voluto chiarire se anche lui, come qualche suo amico spintosi a parlarne solo a titolo personale, ritenga opportuno mettervi mano.

Il richiamo di Renzi al caso Berlusconi, decaduto per effetto della legge Severino nell’autunno del 2013 con un voto innovativamente palese del Senato, tradisce un po’ la difficoltà in cui si trova il segretario uscente e rientrante del Pd su questo problema. Fu proprio lui allora, pur non facendo parte del Senato né essendo segretario del partito, ma correndo per la segreteria e influenzando quindi dibattito e comportamenti nel Pd, ad assumere una posizione intransigente e a bloccare ogni iniziativa per sospendere il voto su Berlusconi e affidare all’esame della Corte Costituzionale gli aspetti più controversi della legge Severino.

L’intransigenza evidentemente faceva allora comodo a Renzi, come probabilmente gli fa comodo adesso nello scontro, all’esterno del suo partito, con i grillini. Allora comunque Renzi, appena diventato segretario del Pd, non ebbe alcuna remora politica a stringere con Berlusconi, pur decaduto da senatore, il famoso e riabilitante Patto del Nazareno sulle riforme istituzionali, che si tradusse anche in qualche aiuto al governo, dai banchi dell’opposizione, quando ad assumerne la guida fu lo stesso Renzi.

 

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Chissà se anche su quel passaggio riusciremo a sapere qualcosa in più quando uscirà nelle edicole il “libello” di Renzi da lui preannunciato sui suoi mille giorni e più di doppio incarico di segretario del partito e presidente del Consiglio. Un libello dove ha promesso che potremo, fra l’altro, scoprire nel “passaggio della scelta delle persone e delle nomine la vera frattura” tra lui e “un mondo della politica romana che è la vera causa -ha detto- per cui ho perso la sfida”: almeno quella referendaria sulla riforma costituzionale.

 

 

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Quella corte di Berlusconi ai pm di Milano

Per la nomina di Piercamillo Davigo a ministro della Giustizia nel primo governo di Silvio Berlusconi, nella primavera del 1994, si spese dietro le quinte persino il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Al quale non sembrava vero di potersi così sottrarre al disagio procuratogli dalle prime voci giuntegli al Quirinale sulla volontà del presidente del Consiglio incaricato di proporgli per la carica di guardasigilli uno dei suoi avvocati: l’amico di vecchia data Cesare Previti. Un altro legale, operante soprattutto a Milano, Vittorio Dotti, era stato già destinato alla carica di capogruppo alla Camera.

Ma nessuno riuscì a smuovere l’allora sostituto procuratore dalla indisponibilità: neppure l’amico avvocato Ignazio La Russa, dirigente dell’allora Movimento Sociale-Alleanza Nazionale. Al quale era stata attribuita, a torto o a ragione, l’idea di proporre a Berlusconi il nome di quello che alla Procura di Milano era considerato una specie di “dottor Sottile”, da tempo già soprannome, nel campo politico, del socialista Giuliano Amato, ex sottosegretario di Bettino Craxi a Palazzo Chigi negli anni Ottanta e poi presidente del Consiglio pure lui, fra il 1992 e il 1993, proposto a Scalfaro dallo stesso Craxi dopo il naufragio del progetto di un proprio ritorno diretto alla guida del governo. Progetto concordato con l’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani ma che si infranse contro gli scogli dell’inchiesta giudiziaria Mani pulite, quando il capo della Procura di Milano in persona, convocato inusualmente al Quirinale, informò il presidente della Repubblica che il leader socialista “allo stato” non risultava coinvolto ma non escluse che potesse diventarlo, come in effetti sarebbe avvenuto dopo sei mesi.

Caduta rapidamente l’ipotesi di Davigo alla Giustizia, da dove il pm temeva che non avrebbe potuto tornare a fare il magistrato senza perdere la credibilità guadagnatasi come inquirente, Scalfaro si trovò di fronte alla temuta proposta di nomina di Previti, alla quale si oppose energicamente. L’avvocato romano fu allora dirottato al Ministero della Difesa. E al dicastero di via Arenula fu chiamato un altro avvocato: Alfredo Biondi, approdato a Forza Italia dal Partito Liberale, di cui era stato anche segretario.

L’esordio di Biondi alla Giustizia non fu dei più felici. Fu lui a predisporre un decreto legge, condiviso e controfirmato dal capo dello Stato, per limitare il ricorso alla carcerazione cautelare durante le indagini. La reazione della Procura milanese fu durissima. I leghisti, il cui ministro dell’Interno Roberto Maroni aveva partecipato al cosiddetto concerto del provvedimento, si tirarono indietro. E Berlusconi, deludendo Biondi, rinunciò alla conversione del decreto in legge, che pure aveva già causato alcune scarcerazioni.

Diversamente da Davigo, il suo collega di ufficio Antonio Di Pietro, anche lui sostenuto da un deputato bergamasco della destra, l’estimatore ed amico Mirko Tremaglia, arrivò vicino alla nomina a ministro dell’Interno. Egli accettò quanto meno di discuterne con Berlusconi nello studio legale di Previti, a pochi passi dal Palazzaccio della Cassazione.

Il presidente del Consiglio ancora incaricato era attratto dalla grande popolarità di “Tonino”, convinto che potesse procurare al suo governo le simpatie di vasti strati di opinione pubblica, compresi purtroppo quanti partecipavano ai cortei in maglietta chiedendo al magistrato molisano di farli “sognare” anche a suon di avvisi di garanzia, di manette e di udienze giudiziarie nelle quali imputati e testimoni perdevano spesso una sicurezza acquisita in anni di notorietà e di potere.

D’altronde, alle imprese di Di Pietro e dei suoi colleghi di Procura le televisioni di Berlusconi nei due anni precedenti non avevano certamente lesinato attenzione e riguardi. Il più celebre dei cronisti giudiziari in video, piazzato dalla mattina alla sera davanti al Palazzo di Giustizia di Milano per riferire, mentre i tram gli scorrevano davanti, degli arresti eseguiti e qualche volta anche di quelli previsti, era del Tg 4 dell’allora Fininvest, non ancora Mediaset.

Sulle modalità del no, alla fine, anche di Di Pietro all’offerta di governo di Berlusconi ci sono sempre state due correnti, diciamo così, di pensiero. Secondo una delle quali, “Tonino” andò all’appuntamento insicuro, comunque pago dell’onore di ricevere una proposta del genere, che gli avrebbe consentito di arrivare al vertice di un’amministrazione che aveva servito da commissario di Polizia. Secondo l’altra scuola di pensiero, Di Pietro sarebbe stato molto tentato ma, avendo chiesto consiglio al suo superiore gerarchico, Francesco Saverio Borrelli, si lasciò convincere dell’opportunità di non accettare un incarico politico, non certamente tecnico, qual era quello di ministro, specie dell’Interno. Per cui egli avrebbe rifiutato la proposta lasciando però socchiuso l’uscio per un incarico amministrativo.

A questo punto debbo raccontarvi una chiacchierata conviviale che ebbi dopo qualche mese ad Hammamet con Bettino Craxi. Che mi chiese a bruciapelo se risultasse pure a me che nell’estate di quel 1994, nell’ambito di un avvicendamento ai vertici militari e di sicurezza, Antonio Di Pietro fosse stato sul punto di essere nominato capo dei servizi segreti. Ne rimasi del tutto sorpreso e gli chiesi da chi avesse ricevuto quell’informazione. “Lasciamo perdere”, mi rispose.

Alla fine della cena Bettino, non so francamente fino a che punto scherzando o parlando seriamente, mi disse che se quella “operazione” fosse andata davvero in porto, lui non sarebbe rimasto con le mani in mano, ma avrebbe mandato alla Procura di Milano “una raccomandata con ricevuta di ritorno per mettere certe cose in chiaro”.

 

 

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Il bersangrillismo è troppo anche per D’Alema

Persino Massimo D’Alema, che certo non si risparmia quando si mette in testa un obiettivo, com’è quello che lo accomuna a Pier Luigi Bersani di espellere dalla sinistra quell’intruso di Matteo Renzi, ha ritenuto di prendere le distanze dal compagno ora di Dp, sigla rovesciata dell’abbandonato Pd, nell’inseguimento di Beppe Grillo.

“Meglio soli” a continuare a sognare “il 51 per cento” dei voti, ha detto l’ex deputato di Gallipoli, piuttosto che offrire ai grillini dopo le prossime elezioni i voti che dovessero mancare per la fiducia ad un loro governo rigorosamente monocolore. E questo solo per togliersi la soddisfazione di vedere Renzi all’opposizione con gli odiati Silvio Berlusconi, Denis Verdini e Angelino Alfano. Che ormai non si parlano più fra di loro, forse neppure per scambiarsi gli auguri di compleanno e simili, ma sono ugualmente accomunati da Bersani in quella “robaccia di destra” che minaccia la democrazia italiana. E di cui la famosa “mucca” penetrata nella sede del Pd, al Nazareno, ha potuto per mesi e mesi riempire corridoi e uffici senza che nessuno ne avvertisse la puzza: neppure il “tacchino” che vaga sul tetto dell’edificio.

Le metafore di Bersani sono ormai mitiche, come quelle delle bambole da pettinare e del giaguaro da smacchiare, ma gli sono servite a ben poco, visto che anche nel nuovo inseguimento di Grillo egli è riuscito solo a raccoglierne il dileggio, sino a rimediarsi la qualifica di “pugile suonato”. O un morso alla mano, secondo un titolo un po’ da canile dell’Unità, che il giorno prima se l’era cavata con una vignetta contro “le emozioni” troppo forti cercate dal deputato di Bettola.

 

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A qualcosa comunque è servito l’ostinato ritorno di Bersani, se mai se ne fosse allontanato, all’inseguimento dei grillini, promossi addirittura ad un ruolo “di centro” nello scenario politico italiano: un centro attorno al quale tutto dovrebbe quindi muoversi, come fu una volta per la Dc e avrebbe potuto essere per il Pd, sempre secondo la versione di Bersani, se non gli fosse capitata la disgrazia non di perdere, o non vincere, le elezioni del 2013 ma di imbattersi in una prima e poi addirittura in una seconda, ormai scontata segreteria di Renzi: sempre lui, eternamente lui, ossessivamente lui.

E’ servita, l’ostinazione filogrillina di Bersani, a fornire altro carburante politico a Grillo, anche se, da buon figlio di benzinaio, l’ex segretario del Pd ritiene che il distributore frequentato dal comico genovese sia quello di Renzi, che pompa regali alle banche e ai ricchi proprietari di case, tutti immaginati ad abitare in appartamenti condominiali, anziché in ville regolarmente sottoposte all’Imu. Altri regali di Renzi alla fame di qualunquismo e di demagogia dei grillini sarebbero stati la difesa del ministro dello sport Luca Lotti, coinvolto nelle indagini sugli appalti della Consip, e la partecipazione -col voto palese, inteso come sfrontato, di 19 senatori del Pd, di cui 15 collocabili nell’area renziana- al salvataggio di quel pericoloso criminale che sarebbe Augusto Minzolini dalla decadenza parlamentare un anno e mezzo dopo una condanna definitiva per peculato alla Rai. Che però è stata condannata da un altro giudice a restituire all’ex direttore del Tg 1 i soldi da questi versati all’azienda volontariamente per saldare i conti che gli erano stati contestati.

Fior di giuristi si stanno ancora accapigliando sullo “scandaloso” salvataggio del senatore Minzolini. Poco ci manca che non venga reclamato lo scioglimento anticipato quanto meno del Senato per l’insopportabile offesa allo Stato di diritto, annessi e connessi, ma nessuno riesce a spiegare decentemente la logica di un sistema giudiziario –si fa per dire- nel quale si può essere condannati penalmente per un peculato negato in sede civile. Ma non fa niente. E’ sempre benzina -ragiona Bersani- che si mette nel serbatoio dell’automobile di Grillo, cui lui intanto -sempre Bersani- pulisce i vetri e controlla la pressione delle gomme.

 

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Nel frattempo, per non parlare della nostra Roma blindata per la celebrazione dei 60 anni dei trattati europei, accadono nel mondo cose che potrebbero coinvolgerci ancora più di quanto già non lo siamo: da Washington a Londra, da Bruxelles a Berlino, dall’Aja ad Ankara e alle acque del Mediterraneo, dove continuiamo a raccogliere quotidianamente migliaia di immigrati che nessuno sa come sistemare. Ma le urgenze, le priorità, chiamatele come volete, della nostra politica e del nostro Parlamento sono altre.

A dettare l’agenda della politica italiana sono la mattina il vice presidente grillino della Camera Luigi Di Maio e la sera l’incompreso Bersani. Dio li fa e poi li accoppia.

 

 

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Il bersangrillismo ultimo prodotto dell’antirenzismo

Ci vuole coraggio, lo so, ad occuparsi ancora di Pier Luigi Bersani e di Beppe Grillo, o di quel fenomeno politico che chiamerei “Bersangrillismo”, dopo che a Londra è tornato a scorrere sangue per mano islamista e a Roma le celebrazioni dei 60 anni trascorsi dalla firma dei trattati europei sono state oltraggiate freddamente da un ministro olandese delle finanze, e presidente del cosiddetto eurogruppo, dal nome impronunciabile che ha dato a noi italiani, ai greci, ai maltesi, agli spagnoli, ai portoghesi e a buona parte dei francesi, quelli che si affacciano sul Mediterraneo, degli spendaccioni ubriachi e maniaci del sesso, pur facendo avvertire ad un sarcastico Romano Prodi più “invidia” che denuncia.

E’ il solito Prodi, che la butta a ridere piuttosto che unirsi come ex presidente della Commissione Europea alle richieste di dimissioni di questo scostumatissimo Jeroen Dijsselbloen. Che, spalleggiato dal potente omologo tedesco, si è permesso anche di opporre un rifiuto alle scuse, quanto meno, reclamate da qualche “terrone” che contribuisce a pagargli l’indennità.

E questa -verrebbe voglia di dire se non fossi trattenuto dal fastidio di ritrovarmi con Matteo Salvini e Beppe Grillo- sarebbe l’Europa per festeggiare la quale Roma è stata blindata in questi giorni.

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Ma veniamo al bersangrillismo, inteso come vecchio e rinnovato desiderio dell’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, specie ora che ha rovesciato in Dp le insegne della sua “ditta”, di inseguire Beppe Grillo: prima per ottenerne l’aiuto, nel 2013, ad un governo “di minoranza e di combattimento” e ora per offrirglielo, se nella nuova legislatura, fra un anno o anche meno, dovesse trovarsi il capo delle 5 stesse nella condizione di averne bisogno.

Allora Grillo liquidò Bersani, dopo averlo fatto sbeffeggiare dai suoi “portavoce” in uno streaming a dir poco imbarazzante, come uno “zomby”, un “morto” e altre amenità del genere. La prossima volta, a parti rovesciate, con un grillino provvisto dell’incarico di formare il governo senza avere però i numeri parlamentari della fiducia e un Bersani sopravvissuto miracolosamente alle elezioni, non so cosa potrebbe mai accadere.

Ma che cosa di Grillo attrae così irresistibilmente Bersani? Non credo soltanto la verve comica, alla quale l’ex segretario del Pd è certamente sensibile, come abbiamo tutti potuto constatare vedendolo ridere di gusto, nei salotti televisivi, delle imitazioni riservategli da Maurizio Crozza. Le risate non bastano a spiegare un fenomeno come il bersagrillismo. E temo che non basti neppure la convinzione dichiarata da Bersani che Grillo costituisca l’unico o il principale argine, ormai, a quella “robaccia di destra” che minaccerebbe tutti e che l’uomo di Bettola ha inutilmente rappresentato nella famosa “mucca” penetrata nei corridoi del Pd senza che nessuno se ne accorgesse. Non ci credo perché spesso e volentieri Grillo appare così simile a Matteo Salvini, per esempio, che i due sembrano fatti apposta per intendersi, com’è già avvenuto del resto con i loro elettorati l’anno scorso a Roma e in altri comuni dove governano adesso, si fa per dire, sindaci a 5 stelle.

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Nossignori. C’è, ci dev’essere dell’altro a spiegare questa attrazione fatale di Grillo. L’ho intravista in un anticipo dello spettacolo che lo stesso Grillo darà sabato sera a Lugano guardandosi nello specchio, esibendosi cioè in uno spettacolo in cui farà il politico senza rinunciare a fare il comico e viceversa: uno spettacolo al quale noi italiani, a dire la verità. siamo ormai abituati ma gli svizzeri forse no, per loro fortuna.

Lasciatosi intervistare dal Corriere del Ticino proprio in vista di questa performance, e dopo avere assicurato di essere “serio come un comico”, Grillo si è abbandonato ad un po’ dei suoi florilegi su Matteo Renzi: “menomato morale”, “ragazzetto borioso e inconsistente”, “il nulla che non fa né ridere né piangere”.

Ecco, forse, svelato l’arcano. Grillo e Bersani sono accomunati dall’antirenzismo, dalla pratica di combattere l’avversario di turno sino al disprezzo. Con una differenza però, temo tragica per l’ex segretario del Pd. Grillo, nella sua onnipotenza magari inconsapevole, potrebbe anche fare a meno di Bersani. Che invece, vista l’ostinazione con la quale lo insegue da quattro anni, non mi sembra che possa o voglia fare a meno di Grillo.

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