Le bugie con le gambe corte sulla Perego

A riprova che le bugie hanno le game corte, anche quando sono confezionate in nome di grandi ideali e battaglie civili, come l’antisessismo, l’antirazzismo eccetera eccetera, si è scoperto quello che era già intuibile quando fu annunciata la soppressione della trasmissione televisiva di Paolo Perego del sabato pomeriggio su Rai 1.

         L’argomento della puntata -perchè le donne dell’est piacciono agli italiani- era stato approvato senza alcuna difficoltà dai responsabili della struttura e del canale su cui sarebbe stata trasmessa.

         Nè si può dire che la soppressione disposta dall’azienda, nonostante il rispetto di tutte le procedure da parte della conduttrice, sia stata causata dallo spazio eccessivo che la Perego avrebbe lasciato -diciamo pure che ha lasciato- a qualche ospite poco rispettoso della peculiarità dell’azienda e del pubblico. Non lo si può dire perché l’intervento contro la trasmissione è stato motivato solo con l’argomento scelto per quel pomeriggio infelice. Un argomento talmente banale, dato l’interesse che esso obiettivamente suscita, che nessuno degli uffici preposti al controllo, ripeto, aveva avuto da ridire.

         A quel punto, la presidente e il direttore generale della Rai, per essere coerenti con le loro reazioni conformi a quelle esterne di natura prevalentemente politica, intesa in senso laico, avrebbero dovuto procedere ad una epurazione, addirittura.

         Invece si è sparato contro la Perego come con una mitragliatrice contro una papera, senza doppi sensi.

Addio Reichlin, grandissimo signore

Debbo ad Alfredo Reichlin, di cui rimpiango la cortesia e la cultura, il mio primo incontro con la vanità.

Erano i primi anni di vita del Giornale fondato e diretto da Indro Montanelli. Quel giorno era uscito uno dei miei primi editoriali, che riguardava i comunisti di Enrico Berlinguer: breve quanto bastava per rimanere tutto in un colonnino e mezzo di prima pagina, perché Montanelli odiava le girate.

Avevo spesso visto alla Camera Alfredo Reichlin ma non ci eravamo mai parlati. Nessuno me lo aveva presentato. Mi sorpresi pertanto quando mi si avvicinò, staccandosi da un gruppo di amici con cui si stava intrattenendo. E pensai che mi volesse fare qualche appunto. Invece voleva solo conoscermi e congratularsi per l’articolo, pur non condividendo buona parte di quello che avevo scritto del segretario del Pci e della sua pretesa di sentirsi sicuro sotto l’ombrello di una Nato di cui però il Pci non voleva il riarmo missilistico imposto dagli SS 20 sovietici puntati anche contro Roma.

Non avevo finito di ringraziarlo della cortesia che Reichlin mi somministrò un’altra dose di vanità dicendomi di avere trovato nei miei ragionamenti la razionalità addirittura del compianto Panfilo Gentile: un anticomunista di cui -mi raccontò- non si era mai perso un articolo fin quando ne aveva scritti.

Non mi montai la testa. Ma Reichlin da allora vi entrò dentro come un grandissimo signore, di cui non mi persi più un pezzo, pur condividendoli di rado.

Le fisime dei separati Renzi e Bersani

Non delle due, ma delle tre l’una. O Eugenio Scalfari prende fischi per fiaschi, pur con l’attenuante dell’età. O Renzi è un bugiardo, anche peggiore di come lo rappresentino i suoi peggiori avversari, che peraltro non è detto siano solo quelli usciti dal Pd, perché ve ne sono rimasti ancora. O Renzi, sempre lui, non riesce ad uscire dal pallone in cui si trova da ancor prima che gli segnassero una ventina di gol nella rete referendaria della riforma costituzionale, quando aveva personalizzato al massimo la campagna per il sì cercando poi, a quel punto inutilmente, di spersonalizzarla, visti i consigli o i moniti giuntigli dai presidenti della Repubblica: l’emerito Giorgio Napolitano e l’effettivo Sergio Mattarella.

Domenica scorsa Scalfari nel suo appuntamento abituale con i lettori di Repubblica ci aveva consegnato un Renzi quanto meno indeciso con quel “vedrò” finale sul problema, sollevatogli dall’amico e consigliere, del doppio incarico di segretario del partito e di presidente del Consiglio dopo le elezioni, ordinarie o anticipate, e l’interruzione dell’esperienza del conte Paolo Gentiloni Silveri   a Palazzo Chigi.

Quel “vedrò” tuttavia sembrava tendere più al no che al sì di fronte all’immane compito propostosi, come al solito, dal segretario uscente e rientrante del Pd di capo di un partito da riformare profondamente -si spera meglio di quanto abbia tentato con la Costituzione- ma anche della “sinistra italiana e soprattutto europea”. “Vasto programma”, usava dire Charles De Gaulle quando ne sentiva, secondo lui, di sproporzionati.

Eppure dopo qualche giorno, uscendo o entrando -non ho capito bene- da uno dei tanti appuntamenti con il pubblico del suo giro d’Italia in vista delle primarie congressuali di fine aprile, sempre lui, Renzi, ha riaperto al doppio incarico per sé dicendo che “così si fa dappertutto, in Europa”. Per cui il toscano sembra tornato a non capire perché mai in Italia si debba fare eccezione separando le due cose, come non lo capì alla fine degli anni 50 nella Dc il corregionale Amintore Fanfani. Che, ad abundantiam, per recuperare il deficit che lo obbligava a mettere dei libri sotto i piedi quando arringava le folle dei congressi e delle piazze, si prese anche il ruolo di ministro degli Esteri cadendo però tanto rapidamente quanto male.      Per fortuna della Dc, a Fanfani successe allora Aldo Moro, che si guardò bene dall’imitarlo accontentandosi della segreteria del partito, prontamente lasciata nel 1963, quando riuscì a realizzare il primo governo “organico” di centro-sinistra, con la partecipazione cioè dei socialisti di Pietro Nenni. Egli lasciò allora la guida dello scudo crociato al “doroteo” Mariano Rumor riuscendo solo così a rimanere a Palazzo Chigi, pur tra qualche crisi, per l’intera legislatura 1963-1968.

 

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Matteo Renzi tuttavia non è il solo cocciuto, ostinato, chiamatelo come volete, del palcoscenico politico italiano. Gli fa buona compagnia, almeno a sinistra, per limitarci a questo settore, senza sconfinare nelle altre aree, da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo, l’ex segretario del Pd e mancato presidente del Consiglio Pier Luigi Bersani, ora alle prese con una “ditta” dalla sigla rovesciata: Dp.

Il povero Bersani, dubbioso evidentemente, e forse neppure a torto, che Renzi voglia davvero fare, o far fare ad altri del suo partito, quel centrosinistra “ampio” che è diventato lo slogan di Giuliano Pisapia, ha indicato ai suoi vecchi e nuovi o ritrovati compagni un’uscita, secondo lui, di sicurezza per la democrazia: un accordo di governo nella nuova legislatura con i grillini, se costoro non dovessero riuscire a conquistare da soli il 55 per cento circa dei seggi di Montecitorio raggiungendo o addirittura superando il 40 per cento dei voti che il candidato pentastellato a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, oggi costretto ad accontentarsi di essere uno dei vice presidenti della Camera, già sente a portata di mano.

Questa storia dei grillini da inseguire senza neppure smacchiarli, perché le macchie notoriamente ce le ha tutte soltanto Berlusconi, è ormai una fisima di Bersani, costatagli nel 2013, in apertura di questa diciassettesima legislatura, l’incarico di presidente del Consiglio. Che gli fu dato e ritirato al Quirinale da Giorgio Napolitano. Al quale l’allora segretario del Pd aveva chiesto di lasciargli fare e presentare alle Camere un governo dichiaratamente “di minoranza e di combattimento”, scommettendo sull’aiuto che prima o dopo gli sarebbe giunto dai grillini, tutti o in parte, per quanto quelli lo avessero ben bene sbeffeggiato come presidente incaricato.

Neppure dopo le ultime di Grillo, compresa la vicenda di Genova, dove il “garante” ha preso a calci anche la sua democrazia digitale quando dai computer delle comunarie è uscita una candidata a sindaco a lui non gradita, Bersani ha rinunciato all’idea che il movimento 5 stelle sia una risorsa della Repubblica, capace di risparmiarci “una robaccia di destra”. Che è poi la famosa “mucca” intravista già l’anno scorso proprio da Bersani nei corridoi del Pd e inutilmente segnalata agli uomini di Renzi lasciati al Nazareno per custodirne gli uffici.

 

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All’ostinazione di Bersani fa concorrenza, su un altro piano, quella del Fatto Quotidiano, che non si rassegna alla mancata decadenza di Augusto Minzolini da senatore, per giunta grazie al voto palese di 19 parlamentari del Pd. Il giornale di Marco Travaglio ha perciò avviato una campagna di persuasione -sola persuasione, per ora- sui vertici istituzionali per cacciare anche con le cattive “Minzo” da Palazzo Madama. E pure presto, magari anche obbligandolo a restituire tutte le indennità e simili riscosse abusivamente, secondo Travaglio, nei 15 o 16 o 17 mesi -ormai non si riesce più a contarli bene- trascorsi dalla sua condanna definitiva per peculato ai danni della Rai.

Si, è vero, il Senato ha votato no alla decadenza, ma non vale per il direttore del Fatto. Che per fortuna non è al Quirinale, neppure ora che ha l’età per candidarvisi, o lasciarsi candidare da Grillo. Diversamente avrebbe già mandato un bel plotone di Carabinieri a Palazzo Madama per metterne in riga il vertice, come una volta il mio amico Francesco Cossiga minacciò di fare col Consiglio Superiore della Magistratura, davvero e non per gioco, prendendosela col vice presidente Giovanni Galloni, contrario a farsi dettare “l’agenda” da lui, che ne era il presidente. Erano gli anni di Craxi a Palazzo Chigi, che il Consiglio Superiore della Magistratura voleva in qualche modo processare per reati di opinione, non volendolo fare il Parlamento.

 

 

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Onida boccia il Senato con poca cortesia e dottrina

Di solito cortese e dotto, il presidente emerito della Corte Costituzionale non lo è stato per niente bacchettando il Senato per il diniego opposto alla decadenza parlamentare di Augusto Minzolini, dopo che la Cassazione lo aveva condannato nel mese di novembre del 2015 per peculato ai danni della Rai a due anni e mezzo di reclusione, per quanto assolto in sede civile e di Corte dei Conti. Anche questo va detto quando si discute di questa condanna per dare e rendersi conto di come viene amministrata la giustizia nel nostro sfortunatissimo Paese. Che sarà pure la patria del diritto, ma non del buon senso, per cui anche il diritto non ci fa una bella figura.

“Vi è da dubitare -ha scritto il professore Onida su 24 Ore- che i senatori che hanno votato contro la decadenza di Minzolini abbiano letto davvero la lunga e motivata relazione con cui la giunta delle elezioni aveva escluso che si potesse esimersi dal dichiarare la decadenza”.

A parte il fatto che il professore Onida forse non sa che l’autrice di quella relazione era tanto poco convinta, evidentemente, che fosse inattaccabile da avere poi augurato in privato a Minzolini di avere  ragione lui e non lei nella votazione, mi chiedo che cosa autorizzi un pur presidente emerito della Corte Costituzionale a dubitare della diligenza dei senatori che si sono trovati a dissentire da lui: la diligenza, appunto, di “avere letto davvero” gli atti parlamentari.

Hanno votato a favore di Minzolini, la sera del 16 marzo, senatori come Pietro Ichino e Massimo Mucchetti, per non parlare di altri, che avrebbero tutto il diritto, per esperienza e professione, di chiedere a Onida, come si fa in queste occasioni: “Ma Lei come si permette?”. E questo per parlare solo dei senatori del Pd che in libertà di coscienza hanno votato a favore del loro collega di altra parte politica, senza tener conto della esperienza giuridica dei parlamentari colleghi di partito, di gruppo o di area dell’ex direttore del Tg 1.

Ma oltre alla relazione della giunta, e relativi atti, il professore Onida ha contestato ai senatori risultati in maggioranza di avere letto bene, e quindi di conoscere, la Costituzione. Per cui ci sarebbe da chiedergli un’altra volta come si permette di spingere a tanto i suoi dubbi.

D’altronde, non ci vuole molta scienza e dottrina per leggere e capire le poche parole di quell’articolo della Costituzione che Onida ha accusato la maggioranza del Senato di ignorare o aver voluto violare. “Ciascuna Camera -dice l’articolo 66- giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”.

Ebbene, con buona pace della dottrina e della cortesia del presidente emerito della Corte Costituzionale, giudicare non significa né ratificare né prendere atto di una sentenza giudiziaria, e dell’applicazione che se ne vorrebbe col richiamo ad una legge -quella Severino- che a sua volta si rifà all’articolo 66 della Costituzione, non avendo mai avuto evidentemente la pretesa di sovrapporvisi.

Quel sabato galeotto di Paola in tv alla Rai

            Trovo un pò sospette la coralità e la rapidità censorie -perché di censura si è trattato, sia pure a diffusione avvenuta- contro il sabato galeotto di Paola Perego in televisione, alla Rai.

            Ad occhio e croce, sul piano giornalistico, l’argomento c’era. Non era inventato perché basta frequentare un bar, un autobus, un mercato, un barbiere o un parrucchiere per sentir parlare degli italiani attratti dalle donne dell’est, e a volte persino delle proteste delle mogli e fidanzate italiane per la concorrenza che viene dal freddo, si sarebbe detto negli anni della omonima cortina. E ciò senza dare per forza delle mignotte -scusate la parolaccia- alle straniere, o dei maniaci a chi le corteggia.

            La rivolta contro la Perego -ma curiosamente non contro i responsabili della struttura da cui doveva dipendere per forza la sua trasmissione- mi puzza tanto di conformismo.

            Non è che si è voluto approfittare della prima occasione per far pagare alla conduttrice, intrattenitrice o come altro la vogliamo chiamare alcune “colpe” quali quelle di essere brava e carina? E di avere avuto una trasmissione alla quale aspirava, magari, una o un concorrente troppo deluso? L’invidia è il più conformistico e diffuso dei vizi umani.

            Adesso insultatemi pure, sospettando magari che io sia a “libro paga” del danaroso compagno di Paola Perego, anche se non conosco né l’uno né l’altra.

Il sorpasso di Grillo annunciato dal Corriere

Dunque, ci siamo. Più Beppe Grillo ha rogne, più se le cerca, più fa quello che vuole, sino a stufare e allarmare uno come Marco Travaglio, che si è deciso a prenderne le distanze sul suo Fatto Quotidiano declassando a “grillarie” le comunarie e ogni altro livello di selezione digitale dei candidati pentastellati a “portavoce” parlamentari o consiliari, annullandole quando non danno i risultati che si aspettava o confermandole in caso contrario, più guadagna voti. Li guadagna almeno nei sondaggi di Nando Pagnoncelli fatti per il Corriere della Sera, si spera non con lo stesso sistema o criterio digitale di Grillo. Siamo così arrivati all’annuncio sul giornale più diffuso d’Italia del “sorpasso” appena compiuto dal movimento 5 stelle sul Pd.

E che sorpasso, signori. Di ben cinque punti, per cui i grillini sarebbero ormai al 32,31 per cento dei voti, fortunatamente quasi 8 in meno del 40 per cento col quale la legge elettorale in vigore per la Camera conferirebbe loro quasi il 55 per cento dei seggi di Montecitorio. E il Pd del Renzi uscente e rientrante come segretario sarebbe a circa il 25,5 per cento, col diritto di sorridere solo della debacle degli scissionisti. Che sono fuggiti da Renzi pensando di guadagnare almeno il 10 per cento dei voti e possono invece contare solo sul 3, sempre per i sondaggi di Pagnoncelli. Che, se veramente riflettessero l’opinione e le tendenze degli elettori italiani, dovrebbero farci dire che in questo Paese piace più il polso che la democrazia: il polso purtroppo di Grillo, in questo disgraziatissimo 2017, piuttosto che il polso attribuito a Renzi dai suoi avversari interni ed esterni.

Temo che a questo punto, sempre stando ai sondaggi di Pagnoncelli, se al comico genovese saltasse in mente il gusto o il capriccio di dare uno dei suoi spettacoli dal balcone di Palazzo Venezia, facendoselo prestare per una mattina o un pomeriggio, o anche una sera, dal proprietario, la gente accorrerebbe nella piazza sottostante come ai tempi della Buonanima. D’altronde, sui tetti del dirimpettaio Campidoglio già usa salire, fare colazione, godersi lo spettacolo di Roma e scampare a qualche inopportuna intercettazione immaginata dai soliti patiti della dietrologia la sindaca pentastellata Virginia Raggi.

 

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Sono passati 42 anni -sembrano tanti, troppi, ma non lo sono- dal 1975, quando Indro Montanelli alla direzione del Giornale da lui fondato solo un anno prima trasecolò davanti ai risultati delle elezioni regionali. Che avevano ridotto a meno di due punti -esattamente 1,81 per cento- le distanze fra la Dc di un ormai declinante Amintore Fanfani e il Pci di Enrico Berlinguer, usciti dalle urne, rispettivamente, con il 35,27 e il 33,46 per cento dei voti.

La sera dei risultati un folto gruppo di militanti e simpatizzanti comunisti raggiunse Piazza di Pietra, dove si trovava la redazione romana del Giornale, per citofonarci e invitarci a “chiudere”. Quando glielo riferii, Montanelli mi rispose alla sua maniera: “Bischeri”.

L’anno dopo, nelle elezioni anticipate provocate dal segretario socialista Francesco De Martino con l’annuncio che il suo partito mai più avrebbe collaborato con la Dc senza l’appoggio dei comunisti, lo scudocrociato, nel frattempo passato dalle mani di Fanfani a quelle del medico moroteo Benigno Zaccagnini, riuscì a recuperare un bel po’ di voti e ad aumentare le distanze dall’inseguitore. Ma ciò avvenne a spese dei tradizionali alleati laici della Dc, danneggiati dall’appello proprio di Montanelli a votare per i democristiani “turandosi il naso”. “Non è stato bello, ma ci ha fatto un grandissimo comodo”, mi disse poi, sornione, Giulio Andreotti.

Mi chiedo se esiste oggi nel mondo del giornalismo un Montanelli in grado di aiutare il Pd di Renzi, che bene o male ha preso il posto della Dc di allora, a sottrarsi al sorpasso grillino. Ahimè, non ne vedo. E ciò specie dopo avere assistito alle botte, sia pure di carta, che sono riusciti di recente a scambiarsi fra di loro per farsi concorrenza nelle edicole due aspiranti alla successione a Montanelli: Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro, l’uno desideroso di rappresentare l’altro come il più dipendente dal “padrone”, cioè dall’editore di turno. Altri tempi e, soprattutto, altri uomini.

Tempi curiosi, i nostri, anche per la paradossale sostituzione del Pci di Berlinguer, a proposito di sorpasso, col movimento di Grillo: due partiti e due uomini che più diversi non potrebbero essere. Così come più diverso non potrebbe essere il Renzi del Pd-post Dc di oggi e lo Zaccagnini dello scudocrociato di 41 anni fa.

 

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Qualcuno potrebbe chiedermi dove mettere, in questo gioco differito di specchi, Silvio Berlusconi. Non saprei, francamente, almeno sino a quando l’ex presidente del Consiglio non si deciderà a prendere atto di quanto è cambiato lo scenario politico anche dal suo esordio nel 1994. E non sceglierà davvero, una volta per tutte, fra il leghismo lepenista di Salvini, al netto di tutti i momentanei ripiegamenti tattici, e il popolarismo europeo cui Forza Italia aderisce formalmente.

Non credo che per il recupero non tanto e non solo della sua agibilità, intesa come candidabilità elettorale, ma del suo spazio politico possano bastare a Berlusconi le soddisfazioni che gli danno di tanto in tanto le cronache politiche e giudiziarie.

Alludo, naturalmente, all’appena mancata decadenza da senatore dell’amico Augusto Minzolini per effetto di una legge -quella che porta il nome della guardasigilli di Mario Monti, Paola Severino- costata invece il seggio a Berlusconi nel 2013, a dimostrazione di quanto essa sia bislacca e possa cadere nella censura della Corte di Strasburgo alla quale lui ha fatto ricorso. Ma ancor più alludo ai crescenti guai giudiziari di Gianfranco Fini e della famiglia acquisita unendosi a Elisabetta Tulliani. Il cui fratello è scampato per ora all’arresto per riciclaggio standosene lontano dall’Italia.

Con tutto il garantismo cui ha diritto pure lui, per carità, coinvolto in pieno nelle indagini, Fini paga anche lo scotto politico di avere cavalcato di fatto il giustizialismo contro l’allora alleato Berlusconi. Che pure lo aveva portato prima alla Farnesina e poi al vertice di Montecitorio, dove l’ultimo governo berlusconiano rischiò la sfiducia con una mozione preparata addirittura nello studio del presidente della Camera.

 

 

 

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La corsa a Palazzo Chigi per il dopo-elezioni

Sarà per la crescente confusione politica, che rende più rischiosa la postazione di Palazzo Chigi nella prossima legislatura, sarà per tattica congressuale, sarà per i consigli di Eugenio Scalfari, dal quale si lascia indicare anche i libri da leggere, e su cui riferire nell’incontro successivo, come un diligente allievo col professore, Matteo Renzi si è corretto sul problema del doppio incarico di segretario del partito e di presidente del Consiglio.

“Certamente desidero vincere il congresso -ha confessato proprio a Scalfari, che ne ha riferito ai lettori di Repubblica da scrupoloso cronista- ma non è detto che voglia ridiventare presidente del Consiglio. Forse sarebbe meglio che restassi alla guida del partito e della sinistra in Italia, e soprattutto in Europa. Vedrò “.

A parte l’ambizione al solito altissima di guidare la sinistra addirittura in Europa, peraltro mentre in Germania Schulz cerca di contendere davvero il cancellierato alla Merkel, il Renzi di Scalfari non è certamente quello pur recentissimo del Lingotto, a Torino. Che rivendicò il doppio incarico perché “così si fa in Europa”. E che aveva sostenuto, alla vigilia dello stesso Lingotto, di avere a suo tempo ottenuto a Bruxelles maggiore flessibilità nell’esame dei conti italiani per la stabilità politica e istituzionale dell’Italia da lui garantita come presidente del Consiglio e insieme segretario del maggiore partito, peraltro anche della sinistra europea. Cosa, quest’ultima, che spiega forse l’ambizione confessata a Scalfari di guidarla, anche dopo avere subito la scissione che persino il suo amico Graziano Delrio in un fuori onda galeotto gli ha rimproverato di non aver voluto evitare davvero, bastando forse che facesse solo qualche telefonata in più.

Di quel rimprovero poi Delrio ha cercato di scusarsi e farsi perdonare sino ad amplificare l’altro ieri, in una curiosa intervista a Repubblica, il dissenso attribuito da indiscrezioni di stampa a Renzi per i 19 senatori piddini, dei quali 15 attribuibili peraltro all’area renziana del partito, che giovedì scorso hanno votato in modo palese contro la decadenza del forzista Augusto Minzolini, usando della “libertà di coscienza” concessa dal capogruppo Luigi Zanda. E salvandolo dall’applicazione retroattiva della controversa legge Severino, già costata nel 2013 il seggio a Silvio Berlusconi per essere stato condannato tre mesi prima in via definitiva per frode fiscale. Per Minzolini invece la condanna, 17 mesi fa, è stata per peculato alla Rai con l’uso della carta aziendale assegnatagli come direttore del Tg1.

Ma torniamo, dopo questo inciso che pure ha una sua valenza politica, alla questione del doppio incarico di segretario del partito e di presidente del Consiglio, dopo che Renzi non ha escluso di potervi rinunciare. Ciò riapre o rafforza obiettivamente la corsa quanto meno mediatica a Palazzo Chigi per il dopo ritorno dello stesso Renzi alla guida del Pd e soprattutto per il dopo-elezioni.

Tutto dipenderà naturalmente dalle alleanze che nel nuovo Parlamento il Pd sceglierà per garantire un governo al Paese, nel presupposto o nella presunzione che il voto col sistema elettorale proporzionale non farà uscire dalle urne nessun governo o nessuna combinazione precostituita, né a destra né a sinistra, e neppure dalle parti dei grillini, a dispetto della loro speranza di poter vincere e fare tutto da soli, nonostante i problemi che hanno anche loro in casa.

Se per vocazione, come gli addebitano a torto o a ragione gli avversari interni ed esterni, o per necessità Renzi dovesse rivolgersi al centro, spingendosi sino a Berlusconi, il candidato a Palazzo Chigi potrebbe diventare il presidente uscente del Consiglio Paolo Gentiloni. Per il quale i forzisti non hanno certamente nascosto le loro simpatie, apprezzandone lo “stile” diverso dal suo predecessore e la sensibilità “patriottica” mostrata nella difesa di Mediaset dalla scalata borsistica dei francesi di Vivendi.

Se invece Renzi volesse o dovesse cercare i suoi interlocutori di governo a sinistra, l’uomo che potrebbe aiutarlo come candidato a Palazzo Chigi sarebbe il concorrente attuale alla segreteria, e già partecipe della maggioranza interna di partito, Andrea Orlando.

In verità, per un centrosinistra “aperto”, secondo l’aggettivo auspicato da Giuliano Pisapia nella presentazione del suo “Campo progressista”, si era pensato che potesse essere speso per la guida del governo lo stesso ex sindaco di Milano. Ma l’ipotesi era nata nel contesto di una sua presenza, per quanto autonoma, nelle liste elettorali del Pd, offertagli personalmente da Renzi, secondo indiscrezioni sinora non smentite. È però sopraggiunto un incontro fra Pisapia e Pier Luigi Bersani che ha complicato disponibilità o previsioni.

Se ne potrà parlare più concretamente, con tutta evidenza, solo dopo le primarie congressuali del Pd, in base anche alla consistenza della prevista vittoria di Renzi, salvo clamorose sorprese. O dopo le elezioni amministrative di giugno, che saranno un test importante per tante cose.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Di male in peggio per Graziano Delrio

         Di male in peggio per il ministro renziano Graziano Delrio dopo l’intervista a Repubblica di protesta contro “l’errore” che sarebbe stato commesso dal capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, lasciando libertà di voto, per ragioni di coscienza, sulla decadenza del forzista Augusto Minzolini da parlamentare, essendo stato condannato 17 mesi fa in via definitiva a più di due anni -due anni e mezzo- per peculato ai danni della Rai.

         Zanda, pur risparmiandosi una risposta in prima persona per non aggravare la questione, specie in piena campagna congressuale, e dopo avere garantito l’appoggio a Renzi rimasto per un po’ incerto, ha affidato agli amici della stessa Repubblica i propri argomenti di difesa.

         Innanzitutto si è appreso che quella di lasciare liberi i senatori del Pd di votare su Minzolini come volevano non è stata una decisione personale di Zanda, ma una valutazione espressa dal comitato direttivo del gruppo. Ed espressa all’unanimità, con l’assenso anche dell’esponente della corrente o area renziana. Area alla quale peraltro appartengono ben 15 dei senatori piddini che poi in aula hanno consentito a Minzolini di sottrarsi all’applicazione retroattiva della legge Severino, scattata invece nell’autunno del 2013 contro Silvio Berlusconi, quando il gruppo non fu liberato dalla disciplina. E non lo fu -aggiungo io- per la indisponibilità espressa, fuori dal Parlamento ma nel Pd, da Matteo Renzi, impegnato allora nella scalata alla segreteria del partito.

         Resta da capire, dopo le reazioni sia pure indirette di Zanda, se Delrio abbia davvero protestato contro l’aiuto a Minzolini a nome e per conto anche di Renzi. E per quale motivo, in questo caso, l’ex presidente del Consiglio abbia voluto assumere una simile posizione complicando il già difficile e teso dibattito interno al partito per le primarie congressuali di fine aprile.

La frenata di Salvini nella corsa contro Berlusconi

Un Matteo Salvini alquanto inedito da Lucia Annunziata, a Rai 3, sta facendo sognare dentro Forza Italia i vari Renato Brunetta, Giovanni Toti e Daniela Santanchè, convinti non solo che della Lega non si possa fare a meno per rifondare il centrodestra, ma che si possano e si debbano tentare assemblaggi dei due e più partiti e/o gruppi parlamentari e consiliari, a livello nazionale, regionale e comunale, coinvolgendo anche la sorella dei Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

Eppure non più tardi della scorsa settimana al Senato si è avuta la rappresentazione plastica delle distanze fra i tre partiti, quando i forzisti hanno disertato la votazione sulla sfiducia “individuale” al ministro renziano dello sport Luca Lotti, aiutandolo ad abbassare il quorum della maggioranza che gli serviva per vincere la partita del no, mentre leghisti e meloniani hanno votato con i grillini e l’estrema sinistra.

Più ancora di Lotti, del suo amico Matteo Renzi e dei rapporti col Pd era in ballo quella sera nell’aula di Palazzo Madama una questione identitaria enorme come il garantismo, essendosi pretesa la sfiducia al ministro da parte dei grillini perché indagato nella vicenda Consip per violazione del segreto istruttorio e conseguente favoreggiamento degli altri inquisiti, non perché mandato al processo, e tanto meno condannato in qualche grado di giudizio.

La parola magica che, archiviata in fretta la vicenda Lotti, ha fatto sognare i forzaleghisti è “federazione”, usata da Salvini per prospettarne l’esperimento nelle prossime elezioni politiche, ma forse anche prima perché, se si facesse in tempo, potrebbe essere tentata già in qualcuno dei numerosi e grandi comuni in cui si voterà a giugno per le amministrative. Magari, a cominciare da Genova, dove la sinistra ancora soffre per l’autorete compiuta nelle elezioni regionali del 2015, facendo vincere il forzaleghista Toti, e i grillini si sono appena spaccati sulla candidatura a sindaco di una professoressa votata con i computer ma spazzata via con un no gridato dal “garante” del movimento. Che ha liquidato la faccenda salendo in auto, furente per la bocciatura elettronica di un tenore fidato che in quattro e quattr’otto egli ha fatto rivotare, sempre al computer. Ma la professoressa, Marika Cassimatis, non ha nessuna intenzione di farsele cantare e suonare così.

 

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Oltre alla parola magica della “federazione”, Salvini ha anche regalato ai forzaleghisti qualche presa di distanza, finalmente, dai lepenisti antieuropei.

Il segretario del Carroccio si è probabilmente fatto più prudente sul fronte antieuropeista dopo la sconfitta del suo omologo nelle elezioni politiche olandesi, che potrebbe anche danneggiare nelle elezioni francesi la già difficile corsa di Marine Le Pen all’Eliseo.

Un altro scenario che può avere consigliato a Salvini più prudenza è quello rafforzatosi con la vicenda parlamentare di Augusto Minzolini. La cui mancata decadenza da senatore, reclamata invece in applicazione della legge Severino costata tre anni e mezzo fa il seggio di Palazzo Madama a Berlusconi per una condanna definitiva a più di due anni, ha fatto salire le quotazioni del ricorso presentato alla Corte di Strasburgo dal presidente di Forza Italia. Che pertanto spera ora di rimuovere gli ostacoli contro una sua candidatura alle prossime elezioni politiche.

Non si può infine escludere qualche preoccupazione di Salvini per la situazione all’interno della Lega, dove Umberto Bossi sarà pure invecchiato ma rimane il fondatore del movimento e non nasconde di certo il suo dissenso, anche colorito, verso le scelte e le ambizioni da premier di Salvini. Che -altro fatto non casuale- si è finora sottratto anche alla convocazione del congresso reclamata dal “senatur”, statuto alla mano.

 

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Come se avesse avvertito nell’aria qualcosa in arrivo dal fronte leghista, a sinistra Walter Veltroni aveva colto l’occasione del suo appuntamento domenicale con i lettori dell’Unità per avvertire i compagni di partito, o di galassia, volendo includere anche gli scissionisti del Pd e compagni già fuori, che più ancora dei pur temibili grillini andrebbe temuto elettoralmente un ritorno della destra e, più in particolare, di Berlusconi.

Anche Pier Luigi Bersani, prima di fuggire da Renzi con Massimo D’Alema, aveva avvertito e denunciato un incombente ritorno della destra, da lui rappresentata con l’immagine della “mucca nei corridoi del partito”, più ispirando però la fantasia di Maurizio Crozza che incutendo paura ai renziani. Che allora erano ancora fiduciosi di vincere o di non perdere troppo male il referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale.

D’altronde, Bersani non ha mai visto e non vede tuttora un pericolo nei grillini considerandoli un po’ una costola della sinistra, come una volta D’Alema disse dei leghisti pensando di immunizzarli così dalla tentazione di riaccordarsi con Berlusconi dopo averne fatto cadere il primo governo, alla fine dello stesso anno -1994- in cui l’avevano fatto nascere infilandoci dentro, fra gli altri, anche un loro ministro dell’Interno.

Ai grillini l’onorevole Bersani nel 2013, ottenuto dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’incarico -o pre-incarico, come si disse poi al Quirinale- di presidente del Consiglio, tentò addirittura di strappare un aiutino alla formazione di un governo “di combattimento”, per quanto di minoranza, non avendo alcuna intenzione Grillo di negoziare la partecipazione ad una maggioranza.

L’aiutino avrebbe dovuto consistere nella predisposizione ad esaminare senza pregiudizi i provvedimenti e le iniziative dell’esecutivo, di volta in volta. E ciò ammesso e non concesso -come non fu concesso- che il capo dello Stato accettasse uno scenario del genere, consentendo quindi a Bersani di fare il governo e presentarsi alle Camere per sfidare le opposizioni a votargli contro, piuttosto che cercare prima un’intesa con Berlusconi, disposto a negoziarla. Come l’allora Cavaliere fece poi con Enrico Letta.

 

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Ma che Graziano. Sgraziato Delrio contro Minzolini

Dopo il dissenso attribuito a Matteo Renzi, per il timore -si è detto- degli effetti sulle primarie congressuali del Pd, troppo esposte agli umori dei soliti giustizialisti, sono arrivate le dichiarazioni esplicite del ministro Graziano Delrio a Repubblica, sorprendenti sotto vari aspetti. Vediamoli.

         “Il caso Minzolini”, salvato dalla decadenza parlamentare 17 mesi dopo essere stato condannato per peculato alla Rai dopo essere stato assolto in sede civile, “va oltre il merito. Abbiamo dato un messaggio sbagliato”, ha detto il ministro.

         Ma di una questione così rilevante, se si esclude “il merito”, che cosa rimane? Solo gli aspetti propagandistici e/o demagogici, nello stile di Beppe Grillo e simili. Nessuna sentenza o decisione ragionevole può prescindere dal merito. Che nel caso, appunto, di Minzolini è apparso chiarissimo alla maggioranza del Senato. Dove il diritto e il dovere di pronunciarsi sulla decadenza di un parlamentare sono sanciti dall’articolo 66 della Costituzione. Da cui neppure il testo della legge Severino, invocata per togliere il seggio a Minzolini, ha potuto prescindere.

         “Nessuna legge è perfetta -ha detto, bontà sua, il ministro Delrio- ma questa ha un principio giusto, che difendo : chi governa ha il dovere di essere più trasparente di chi è governato”. Trasparenza? Ma di che cosa parla il ministro? I diciannove senatori della sua parte politica che hanno condiviso e sostenuto le ragioni di Minzolini lo hanno fatto alla luce del sole, con voto palese, esponendosi alla gogna degli elenchi e dei manifesti di Grillo e del giornale di Travaglio. E poi rilasciando dichiarazioni e interviste per esprimere le ragioni del loro voto. Più trasparenti di così non potevano essere.

         “Non avrei lasciato libertà di coscienza”, ha infine detto il ministro in polemica col capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda. Che invece questa libertà ha concesso liberando voti come quello di Massimo Mucchetti, dichiaratosi incerto prima di ottenere via libera appunto da Zanda. Ma Delrio si rende conto dell’enormità che ha detto teorizzando la necessità che i parlamentari mettano via la coscienza quando votano su questioni così importanti per obbedire solo alle indicazioni, alle ragioni, alle convenienze politiche? Ma questa è la fine del mondo. Una libertà di voto senza coscienza che libertà è? La libertà di un incosciente.

         Già è un’enormità che quando il Senato o la Camera vota in sede paragiurisdizionale come quella del caso Minzolini, trattandosi dell’esecuzione di una legge in relazione ad una sentenza giudiziaria, vi siano le dichiarazioni di gruppo fatte dal presidente. La libertà di coscienza è di ogni singolo parlamentare, per cui o dovrebbero parlare tutti o tutti tacere per votare e basta, come sarebbe meglio. E, in più, votare a scrutinio segreto, come si fa per ogni questione personale, senza ricorrere al trucco di promuovere tale questione ad una generale tirando in ballo “la composizione” dell’assemblea, secondo una innovazione interpretativa introdotta quando si votò sulla decadenza della preda grossa di tutte costituita nell’autunno del 2013 da Silvio Berlusconi.

         No. Non ci siamo, caro Delrio e cari renziani, se gli amici del segretario uscente e rientrante del Pd la pensano davvero tutti così. Il garantismo evidentemente sta a voi come la luce al buio. Se poi avete altri motivi per temere le conseguenze di quel che è avvenuto col caso Minzolini, ad esempio l’inasprimento dei rapporti con i magistrati mentre sono in corso indagini in cui sono coinvolti il padre e amici dell’ex presidente del Consiglio, fate bene a non dirlo. E non dico di più.

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