Renzi a ripetizione nella scuderia di Scalfari

Matteo Renzi, segretario uscente ma anche rientrante del Pd, salvo improbabili sorprese alle primarie di fine aprile, è andato a farsi esaminare in questi giorni da Eugenio Scalfari, da tempo prodigo con lui di consigli ed anche di rimbrotti. Come quando gli rimproverò, dopo la pur bruciante sconfitta referendaria del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, di non essere rimasto alla guida del governo. Ma il toscano non ne volle sapere, neppure quando a chiederglielo fu il capo dello Stato in persona. Da segretario del partito pienamente in carica egli preferì proporre a Sergio Mattarella di sostituirlo a Palazzo Chigi con l’amico e fidato conte Paolo Gentiloni Silverj, trasferendolo dal Ministero degli Esteri. Il che fu fatto.

Il successore di Renzi gli è tanto legato, a dispetto di tutti i tentativi mediatici e politici di rivoltarglielo contro, che si trova in queste ore dileggiato, o quasi, su molti giornali, e non solo sul solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, per essersi fatto praticamente indicare dall’amico le novità e le conferme ai vertici delle maggiori aziende pubbliche arrivati a scadenza.

Ebbene, se sono vere queste voci o rappresentazioni, Renzi non deve avere faticato molto a raccogliere e dare informazioni, consigli e quant’altro, si spera senza che venga a qualche magistrato la tentazione di contestargli, come al papà nell’inchiesta sugli appalti della Consip, il reato di traffico di influenze illecite. Eh, sì, perché mancherebbe solo un passaggio del genere per completare il quadro di quella “Repubblica giudiziaria” recentemente denunciata dal filosofo Biagio De Giovanni al raduno degli amici e sostenitori proprio di Renzi al Lingotto di Torino.

Non deve avere faticato molto -dicevo- l’ex presidente del Consiglio se, fra una telefonata o una riunione e l’altra, ha trovato il tempo di andare a fare gli esami da Scalfari, che ha avuto la solita cortesia di informarne poi i lettori nell’appuntamento domenicale su Repubblica.

 

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         Renzi ha ragguagliato l’autorevole amico sui libri consigliatigli per saperne di più di Camillo Benso di Cavour, indicatogli tempo fa come modello cui ispirarsi nella sua attività politica. E anche sui libri, sempre consigliatigli da Scalfari, di Giustino Fortunato, di Gaetano Salvemini e di Antonio Labriola.

Incoraggiato ma non sazio di tanta diligenza, Scalfari ha suggerito a Renzi di leggere adesso anche “alcune pagine” -se la caverà quindi con poco- della storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Ed essendosi forse insospettito di tanta, deferente disponibilità a seguire i consigli, come capita specie ad una certa età parlando con uno molto giovane, si è piacevolmente sentito proporre dall’allievo di riferire alla prossima occasione sul supplemento di lettura, per fargli verificare l’esecuzione reale del compito. Scalfari, compiaciuto, ne ha riferito ai suoi lettori perché “questo va detto”, a dimostrazione di quanto Renzi sia serio: un Renzi che il fondatore di Repubblica ha piacevolmente trovato “molto cambiato” rispetto ai primi tempi di osservazione o frequentazione. Cambiato, naturalmente, in meglio, checché ne possano dire e scrivere altri sul giornale di “Barpapà”.

Ciò che soprattutto piace di Renzi a Scalfari è la capacità e volontà di coniugare la sinistra col riformismo e con l’europeismo, spinto sino alla proposta dell’elezione diretta del presidente della Commissione di Bruxelles, con relative primarie, come il candidato alla segreteria del Pd -se non ricordo male- ha detto ai suoi al Lingotto.

Piace a Scalfari anche il fermo proposito di Renzi di riformare il suo partito “soprattutto nella struttura territoriale”: si spera meglio di quanto non abbia fatto con la Costituzione. Anche per dimostrare l’importanza che Renzi attribuisce alla riforma e al potenziamento del Pd, di cui colpevolmente si è occupato poco durante la sua prima segreteria, Scalfari ha riportato la risposta ricevuta sul problema del doppio incarico di segretario del partito e di presidente del Consiglio, evocato al Lingotto come una prenotazione. E che non dev’essere forse piaciuto tanto a don Eugenio.

“Certamente desidero vincere ma non è detto -ecco le parole di Renzi a Scalfari- che voglia ridiventare presidente del Consiglio. Forse sarebbe meglio che restassi alla guida del partito e della sinistra in Italia e soprattutto in Europa. Vedrò”. Se non è un’apertura ad una corsa d’altri a Palazzo Chigi, mi pare che poco ci manchi.

 

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Questo resoconto interessante dell’incontro con Renzi è stato preceduto da Scalfari con una curiosa ricerca nello scenario politico italiano dei “cavalli di razza”, come una volta si chiamavano nella Dc i leader più autorevoli, tipo Amintore Fanfani ed Aldo Moro.

Di cavalli italiani di razza, a parte Mario Draghi che però opera per adesso a Francoforte come presidente della Banca Centrale Europea, Scalfari ne ha indicati un po’ troppo generosamente -come vedremo- ben 16. Sono, nel suo ordine anche di galanteria, la presidente della Camera Laura Boldrini, la senatrice a vita Elena Cattaneo, Enrico Letta, Walter Veltroni, Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, Romano Prodi, Marco Minniti, Luigi Zanda, Andrea Orlando, Michele Emiliano, Dario Franceschini, Pietro Carlo Padoan, Gustavo Zagrebelsky, Pier Luigi Bersani e Parisi. Di cui Scalfari non ha chiarito se debba intendersi Arturo, già ministro di Prodi, o Stefano, messo in pista e poi azzoppato da Silvio Berlusconi come riorganizzatore non si è mai capito bene se solo di Forza Italia o anche di quello che fu il centrodestra.

A parte la singolare e troppo generosa -come accennavo- promozione a cavallo di razza del governatore pugliese Emiliano, che a me personalmente sembra più un cinghiale, e neppure di razza, gli assenti fanno più rumore dei presenti, come sempre accade in queste circostanze.

Gli esclusi dalla scuderia selezionata da Scalfari sono, per esempio, Massimo D’Alema a sinistra e Angelino Alfano al centro, visto che il ministro degli Esteri ha appena cambiato nome al suo partito, passando dall’Unione di Centro Destra ad Alternativa Popolare. Che sembra scelta apposta per ridurre le distanze da Renzi e dal Pd e aumentarle da Berlusconi, accusato dal suo ex delfino di non volere o poter fare a meno dei rapporti con la destra antieuropeista e lepenista di Matteo Salvini e con la sorella dei fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

 

 

 

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Angelino Alfano cambia insegna, più che identità

E’ dunque fatta. Dopo circa tre anni e mezzo dalla fondazione, nel 2013,  Angelino Alfano, che nel frattempo da vice presidente del Consiglio è rimasto ministro dell’Interno e poi ministro degli Esteri passando per tre capi di governo, da Enrico Letta a Matteo Renzi e da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, ha sciolto il suo Nuovo Centro Destra per sostituirlo con Alternativa Popolare.

         Con questo nuovo nome l’ex delfino di Silvio Berlusconi, che dalla mattina alla sera gli tolse il famoso quid necessario per succedergli davvero, mira a guadagnare alla sua causa centrista personalità e gruppi che mai avrebbe potuto attirare continuando a tenere la destra nel nome del suo partito.

Si è tempestivamente prenotato, a questo proposito, Marco Follini, già segretario dell’Udc creata da Pier Fernando Casini, già senatore del Pd, ora dichiaratamente convinto che si torni finalmente a respirare davvero aria democristiana. Lo ha detto in una intervista al Corriere della Sera parlando proprio dell’interesse suscitatogli dall’iniziativa di Alfano e assicurando di voler fare “l’allenatore”, piuttosto che “illudersi di calciare un rigore”.

L’adesione annunciata da Follini aiuta a capire che le distanze di Alfano da Berlusconi sono destinate ad aumentare, anziché ridursi, essendo stato proprio Follini l’alleato più recalcitrante di Berlusconi negli anni del centrodestra al governo. Ne fu persino per un po’ vice presidente del Consiglio, ma solo per diventarne più diffidente. E alla fine per rompere, lasciando anche Casini perché indugiava a rompere davvero pure lui.

D’altronde, Berlusconi non aveva alcuna voglia di raccordarsi con Alfano quando era in maggiori difficoltà di oggi. Figuriamoci adesso che il presidente di Forza Italia ritiene di avere carte da giocare col ritorno al sistema elettorale proporzionale e con l’allentamento della presa della cosiddetta legge Severino. Che gli ha tolto il seggio al Senato e la candidabilità, ma che è stata appena beffeggiata a Palazzo Madama col caso Minzolini, giudiziariamente analogo a quello del suo amico e presidente di partito.

Con Alternativa Popolare, e il combinato disposto -si potrebbe dire- proprio del ritorno al sistema proporzionale, Alfano ritiene di potersi proporre meglio come alleato del Pd anche dopo le prossime elezioni, quando il partito che sta per tornare sotto la guida di Matteo Renzi dovrà allestire una coalizione di governo. E anche quelli che sono rimasti nel Pd, rifiutando la scissione da sinistra realizzata da Pier Luigi Bersani e da Massimo D’Alema, non vorrebbero estendere a destra nella nuova legislatura, oltre la linea di confine di centro, l’area di governo.

Di centro, e dichiaratamente “non di destra”, si sente e si proclama notoriamente anche Berlusconi. Che tuttavia riesce solo a borbottare, non a rompere con il leghismo lepenista di Matteo Salvini e con “l’appendice” -come la chiama Gianfranco Fini- della destra di Giorgia Meloni. Così egli rischia di avere sì molti più voti di Alfano, ma di non poterli investire politicamente.

Il curioso antigrillismo di Silvio Berlusconi

Il Corriere della Sera ha appena attribuito in prima pagina queste parole a Silvio Berlusconi: “Già solo una sentenza a mio favore della Corte di Giustizia europea mi farebbe recuperare cinque punti percentuali. Il resto ce lo metterei io”.

Quasi a rafforzare il concetto, e a spiegarne il contesto, il maggiore giornale italiano ha pubblicato accanto una vignetta, al solito, imperdibile di Giannelli. In cui al Berlusconi con i capelli è affiancato un altro, davanti alla Corte europea, travestito da Augusto Minzolini, appena sottratto dall’assemblea di Palazzo Madama ad una legge del 2012 applicata invece all’ex presidente del Consiglio, e contro la quale pende il suo ricorso a Strasburgo.

Ad aggravare la disparità di trattamento riservato non da un altro, ma dallo stesso Senato tre anni fa a Berlusconi e ora al suo amico Minzolini, Minzo per noi colleghi giornalisti che lo conosciamo e lo frequentiamo da una vita, c’è il tempo trascorso fra la condanna definitiva dei due e il pronunciamento dell’assemblea di Palazzo Madama.

Nel 2013, quando Berlusconi fu fatto decadere dal Senato con una votazione a scrutinio curiosamente palese, erano trascorsi meno di tre mesi dalla sua condanna definitiva per frode fiscale, comminatagli dalla Cassazione in sessione feriale -da ferie, estive- per evitare che scattasse la prescrizione.

Con Minzolini i mesi trascorsi fra la condanna per peculato alla Rai e il voto, questa volta, liberatorio del Senato sono trascorsi -tenetevi forte- 17 mesi:   non i tre di Berlusconi, e neppure i sette da me indicati qualche giorno fa, e dei quali mi scuso con i lettori confessando di essermi fidato, una volta tanto, di una informazione presa leggendo rapidamente quella mattina il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Mi sembrava, in verità, più lontana la condanna del mio amico Minzo, ma di fronte alla dimestichezza, chiamiamola così, di quel giornale con la cronaca, i retroscena, gli scoop e quant’altro dei tribunali, mi ero fidato. Malissimo.

Far passare 17 mesi, dal novembre 2015 a marzo 2017, per chiudere al Senato, tra giunta e aula, la pratica del “pregiudicato”, come Travaglio chiama Minzo, casellario giudiziario alla mano, significa già di suo qualcosa, anzi parecchio. Se poi aggiungiamo il fatto che la giunta si era pronunciata contro Minzolini con il voto determinante del presidente, convinto ora -come ha appena dichiarato- che la legge così malamente applicata vada modificata, la situazione mi sembra abbastanza chiara per liquidarla come un dannato pasticcio, frutto del giustizialismo che intossica da almeno 25 anni, in realtà molti di più, la politica italiana.

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Convinto, in verità, già qualche giorno prima della piacevole sorpresa Minzolini, della possibilità di giocarsi bene la prossima partita elettorale, specie ora che si è allontanato il pericolo di uno scioglimento anticipato delle Camere, salvo ripensamenti di Matteo Renzi una volta tornato alla segreteria del Pd, Berlusconi si è offerto all’opinione pubblica che si è ancora abituati a definire “moderata” come campione di lotta al grillismo. Che ha preso il posto nella sua testa, e forse non a torto, del comunismo.

E’ sicuramente lodevole il proposito di Berlusconi, pur al netto dei problemi che gli procura quotidianamente Matteo Salvini nell’area che fu di centrodestra. E che non so francamente se si possa davvero ricomporre.

Fra Salvini e Beppe Grillo spesso non si sa chi scegliere se fosse possibile sbarazzarsi politicamente di uno solo dei due. Non a caso, del resto, ognitanto si pensa alla possibilità che l’uno e l’altro, avendo comuni nemici e comuni idiosincrasie, si alleino anche in sede nazionale, magari all’indomani delle elezioni, come hanno già fatto d’istinto prima delle elezioni in sede locale. Virginia Raggi divenne sindaca di Roma l’anno scorso grazie anche ai voti, per quanto pochi, dei leghisti incitati da Salvini contro il concorrente renziano Roberto Giachetti. Lo stesso fece la Giorgia Meloni con i suoi fratelli d’Italia.

Grillo ne ha appena fatta un’altra delle sue per essere giudicato come merita. Alla faccia dell’”uno vale uno” e di tutta la democrazia elettronica con la quale vorrebbe sostituire quella delle elezioni cui siamo abituati da una vita, col certificato, il documento d’identità, il seggio, la matita, la scheda e l’urna, il comico prestato alla politica ha azzerato in un attimo la candidatura della pentastellata Marika Cassimatis a sindaca di Genova per sostituirla in un improvvisato nuovo turno elettronico con chi aveva perduto .

“Fidatevi di me”, ha detto il capo, garante e non so cos’altro del movimento 5 stelle. E come no? Basta vedere quello che è riuscito a combinare proprio lui a Roma con la sua Virginia: sua, intesa politicamente.

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Ma prima di proporsi come bandiera dell’antigrillismo, con migliore fortuna dell’anticomunismo, visto che per rottamare a sinistra uno come Massimo D’Alema, per non parlare del seguito secessionista del Pd, abbiamo dovuto aspettare Matteo Renzi, penso che Berlusconi debba guardarsi bene intorno e difendersi, prima ancora che da Grillo, dalle quinte colonne del grillismo in casa sua. E ciò non foss’altro per non ripetere, come dirò, gli errori commessi prima di entrare in politica.

Il caso vuole che si chiami proprio Quinta Colonna una trasmissione televisiva di Mediaset il cui conduttore, Paolo Del Debbio, coltiva così imprudentemente la piazza leghista che di recente un suo ospite di studio, il deputato forzista Gianfranco Rotondi, insultato a distanza dagli amici di Luigi Di Maio collegati dalla Campania, ha dovuto andar via protestando. Come capitò a me, allora direttore del Giorno, 25 anni fa, in una trasmissione del Biscione condotta dalla buonanima di Gianfranco Funari, che divideva le sue simpatie politiche fra Umberto Bossi e D’Alema.

Qualche giorno fa il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri si è lasciato andare con gli amici del Foglio a qualche osservazione autocritica, alludendo proprio alla quinta colonna grillina in casa e facendo contento Giuliano Ferrara, che se n’è appena compiaciuto nel contesto di una divertente e lunga “dichiarazione d’amore” alla collega ferocemente e sanamente antigrillina Laura Cesaretti. Per la quale egli ha proposto all’amico Fedele una trasmissione al posto di quelle da autorete da cui è costretto di tanto in tanto a prendere le pur cautissime distanze.

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Zanda “riabilita” Martinazzoli, ma dopo 24 anni

Per avere un’idea della svolta che può rappresentare ciò che è appena accaduto al Senato, prima con la sfiducia negata al ministro dello sport Luca Lotti e poi, nel giro di meno di 24 ore, con la decadenza negata al senatore forzista Augusto Minzolini, vorrei raccontarvi ciò che accadde alla Camera e dintorni 24 anni fa, in piena epoca di Mani pulite: la stagione giudiziaria e politica che segnò la fine della cosiddetta prima Repubblica.

E’ il 28 aprile del 1993. Carlo Azeglio Ciampi, trasferitosi dalla Banca d’Italia a Palazzo Chigi su disposizione del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, condivisa dai maggiori partiti, ha appena formato il suo governo. Che è succeduto a quello del socialista Giuliano Amato, dimessosi dopo meno di un anno di vita ritenendo concluso il suo compito col referendum elettorale che, sia pure riguardante solo la legge elettorale del Senato, ha archiviato il sistema proporzionale.

Al nuovo governo, di cui fanno parte anche tre ministri del Pds, discendente dal Pci estromesso dall’esecutivo nazionale nel lontano 1947, spetta il compito soprattutto di gestire l’approvazione di una nuova legge elettorale, valida sia per il Senato sia per la Camera e coerente con il verdetto referendario. Poi potrà essere rinnovato il Parlamento, nel frattempo affollatosi di inquisiti dalla Procura di Milano e da altre per finanziamento illegale dei partiti, corruzione, concussione, ricettazione ed altro ancora.

Il vecchio articolo 68 della Costituzione, che non permette ai magistrati di proseguire nelle indagini a carico dei parlamentari senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, è ai suoi ultimi mesi di applicazione, prima della riforma che limiterà da ottobre in poi la necessità del permesso ai casi di arresto, perquisizione e intercettazione, salvo abusi dei magistrati, come poi si è scoperto.

In vista della discussione e delle votazioni nell’aula di Montecitorio di sei “autorizzazioni a procedere” contro l’ormai ex segretario socialista Bettino Craxi, dimessosi in febbraio dalla guida del Psi, il segretario del Pds Achille Occhetto chiede un incontro al segretario della Dc Mino Martinazzoli. Che riceve la richiesta mentre discorre con il capogruppo democristiano della Camera, Gerardo Bianco, della curiosa coincidenza di giornata, decisa dal presidente di Montecitorio Giulio Napolitano, fra presentazione del nuovo governo, proprio a Montecitorio, e le votazioni su Craxi, seppure in due sedute separate.

La richiesta di Occhetto viene immediatamente accolta dal segretario della Dc, che chiede a Bianco se gli può prestare l’ufficio di capogruppo per l’evenienza. Ma quando Occhetto si presenta con il capogruppo del Pds a Montecitorio, Massimo D’Alema, anche Bianco rimane. E il suo l’ufficio diventa la sede di un vero e proprio vertice politico.

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Occhetto chiede a Martinazzoli, senza perdere tempo con diversivi di alcun tipo, ”un segno concreto di cambiamento politico”, come dopo qualche anno mi racconterà Bianco, consentendomi anche di scriverne.

Il segno del cambiamento atteso dal principale partito della ex opposizione consiste nella concessione delle sei autorizzazioni a procedere per via giudiziaria contro Craxi, delle quali quattro giunte dalla Procura di Milano e due dalla Procura di Roma.

Martinazzoli, peraltro di professione avvocato, già ministro della Giustizia, fa osservare a Occhetto che l’abitudine del proprio partito è di lasciare libertà di coscienza ai parlamentari quando sono chiamati a pronunciarsi su vicende come quelle di Craxi.

Occhetto ci resta un po’ male, guarda D’Alema, muto come un pesce, e torna alla carica. Ma Martinazzoli non molla e, quasi per sottolineare l’importanza che dà alla sua linea garantista, fa presente che essa sarà illustrata nell’aula di Montecitorio proprio dal capogruppo Bianco in sede di dichiarazione di voto.

In effetti, la sera del 29 aprile Bianco interviene in aula ricordando la lunga alleanza politica con i socialisti e lasciando i deputati del suo gruppo liberi di votare come riterranno, secondo coscienza.

Le sei votazioni a scrutinio segreto si risolvono in modo diverso. Nelle quattro riguardanti le richieste della Procura milanese la difesa di Craxi prevale con 291 voti contro 272. Nelle altre due soccombe per due voti.

In aula scoppia a questo punto il finimondo, con comunisti, leghisti e missini inviperiti contro i democristiani, colpevoli di avere salvato il “cinghialone”, come anche negli uffici della Procura milanese, bersagliati di telefonate, hanno imparato a chiamare Craxi. Volano insulti da tutte le parti. I commessi debbono faticare le proverbiali sette camicie per evitare scontri fisici.

Occhetto corre via, infuriato, negli uffici di partito alle Botteghe Oscure, dove annuncia ai giornalisti che i “nostri” tre ministri si dimetteranno per protesta: non contro la Camera presieduta da Napolitano, evidentemente, ma contro i democristiani. Dopo molti anni egli ammetterà, partecipando nei locali della Fondazione Craxi alla presentazione di un libro con Claudio Martelli, di essere stato allora troppo precipitoso.

I tre ministri tuttavia -Luigi Berlinguer all’Università e ricerca scientifica, Vincenzo Visco alle Finanze e Augusto Barbera ai rapporti con il Parlamento- formalizzeranno le dimissioni solo il 4 maggio. Saranno imitati, fuori dal Pds, dal post-radicale e ambientalista Francesco Rutelli. Che poi augurerà a Craxi per agenzie di provare il “rancio” del carcere rimediandosi in un ristorante dello “stronzo” dalla figlia di Bettino, Stefania, condannata poi a pagargli a rate non ricordo più quante centinaia di migliaia o milioni di lire.

La stessa sera del 29 aprile 1993 Craxi riceve nella sua residenza romana, all’albergo Raphael, la visita del festoso amico Sivio Berlusconi, che prudentemente lascia l’hotel dall’uscita posteriore. Cosa che la sera dopo, uscendo per raggiungere Giuliano Ferrara negli studi televisivi della Fininvest, Craxi rifiuta di fare, come invece gli suggerisce il fedele Nicola Mansi, imbattendosi perciò in una folla di scalmanati provenienti da un comizio di Occhetto nella vicina Piazza Navona.

Vola di tutto nella piazzetta antistante l’albergo dal pubblico contro Craxi: insulti, minacce, derisioni, ombrelli, bastoni, monete, monetine, soldi di carta, accendini, scarpe.

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Ebbene, proprio quella serata infame, una specie di edizione metaforica della macelleria di Piazzale Loreto del 1945, è stata evocata l’altra sera, collegato col salotto televisivo di Lilli Gruber, da Marco Travaglio -e da chi sennò ?- per dire, in pratica, che Craxi e i suoi amici se l’erano un po’ cercata sfidando l’indignazione popolare. Così come, fatte le debite proporzioni, se la sarebbero cercata se dovesse capitare la stessa cosa anche a loro, Augusto Minzolini e i senatori che, stavolta a viso aperto, a scrutinio cioè palese, lo hanno salvato dalla decadenza dal Parlamento sfidando l’ira e l’evocazione della piazza del vice presidente grillino della Camera Luigi Di Maio.

Per aiutare i suoi lettori a ricordarne bene i nomi Travaglio ha pubblicato come un manifesto sulla prima pagina del suo giornale l’elenco dei 19 senatori del Pd che hanno votato a favore di Minzolini avvalendosi della “libertà di coscienza autorizzata” -ha detto, in particolare, Massimo Mucchetti, uno dei 19- dal capogruppo Luigi Zanda. Una libertà di coscienza -va detto, pur apprezzando il ripensamento- non autorizzata, per dirla sempre con Mucchetti, nell’autunno del 2013, quando fu votata la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, in applicazione della stessa legge Severino invocata l’altro ieri contro Minzolini, fatte anche questa volta, naturalmente, le debite proporzioni.

In verità, ai 19 -contro i 37 voti contrari dei piddini- Travaglio ha aggiunto nel suo manifesto anche i 14, sempre del gruppo del Pd, che si sono astenuti. Eppure il regolamento del Senato dà all’astensione gli stessi effetti del voto contrario. Evidentemente, anche l’astensione deve essere giudicata da quelle parti come un attentato alla legalità, giustizia, moralità eccetera eccetera.

Sono dovuti passare 23 anni perché quelle due paroline –libertà di coscienza– passassero dall’ormai compianto Martinazzoli ad un altro democristiano, Lugi Zanda, nel frattempo ritrovatosi nello stesso gruppo e partito con gli eredi -non i “reduci”, ha recentemente avvertito Matteo Renzi- del Pci.

Il passaggio di consegne, o di parole, personalmente non mi dispiace per niente. Ne sarei persino orgoglioso, da amico che sono stato di Martinazzoli, e sono di Zanda. Ma spero che duri.

Pubblicato su Il Dubbio

I grillini perdono la testa per il senatore Minzolini

Prima sono arrivati i 161 voti, per appello nominale, contro la sfiducia “individuale” reclamata dai senatori grillini per il ministro dello sport Luca Lotti, renziano di strettissima osservanza, indagato per violazione del segreto d’ufficio o istruttorio, da lui negato agli inquirenti, nell’inchiesta giudiziaria sugli appalti della Consip per gli acquisti miliardari della pubblica amministrazione.

Poi, a distanza di meno di ventiquattro ore, sempre nell’aula del Senato, sono arrivati i 137 voti, anch’essi palesi, a favore del forzista Augusto Minzolini, sottratto alla decadenza da parlamentare proposta dalla competente giunta in applicazione della cosiddetta legge Severino, essendo stato condannato sette mesi fa in via definitiva a più di due anni -due anni e sei mesi- per peculato, anche su denuncia di Antonio Di Pietro. E di chi sennò ? Peculato ai danni della Rai, dalla quale Minzolini dipendeva come direttore del Tg1 usando una carta di credito aziendale diventata poi oggetto di una lunga e contorta controversia amministrativa e infine giudiziaria, con verdetti opposti in primo e secondo grado. Un secondo grado, però, per quanto confermato dalla Cassazione, dove il giornalista e senatore si era imbattuto in un avversario politico, appena tornato a fare il giudice dopo una ventina d’anni di attività parlamentare, e anche di governo, tutti a sinistra.

Mi pare di avervi raccontato tutto, sia pure per sommi capi: più comunque di quanto non abbia fatto con i suoi lettori, a grandissima sorpresa, Il Foglio del fondatore Giuliano Ferrara e del direttore Claudio Cerasa. Sulla cui prima pagina ho trovato solo sei righette di corpo millesimale sulla vicenda Minzolini nella rubrica La Giornata. Ma i colleghi avranno tempo, se vorranno, per recuperare, non foss’altro a causa delle scomposte, a dir poco, reazioni dei grillini e affini, convinti che non ci sarebbe da stupirsi se i loro elettori, simpatizzanti e quant’altri assaltassero i palazzi del potere per protesta contro il Senato e mettessero a ferro e a fuoco le piazze d’Italia. Dove -ahimè- può accadere anche questo senza che nessuno ne possa o debba poi rispondere, come dimostra la guerriglia appena praticata a Napoli contro l’ospite indesiderato Matteo Salvini, deriso dal sindaco della città Luigi de Magistris. Vi raccomando il de minuscolo perché spetta anagraficamente all’ex magistrato.

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A guidare sul fronte mediatico la rivolta alla quale i grillini hanno garantito quanto meno la loro comprensione è naturalmente il direttore e co-fondatore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che non si dà pace delle delusioni procurategli dal Senato elettivo della Repubblica. Di cui lui nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale targata Renzi ha pur difeso strenuamente la sopravvivenza, accusando l’allora presidente del Consiglio di volerlo ridurre ad un dopolavoro dei troppo sputtanati -scusatemi la parolaccia- Consigli Regionali, dove non si riesce neppure più a contare i condannati e inquisiti per peculati, sperperi e varie.

A fare saltare i sismografi degli umori nella redazione del Fatto Quotidiano e dintorni è stata anche la paura che, rotto col caso Minzolini l’incantesimo della legge Severino, e della sua applicazione curiosamente retroattiva, ne possa trarre presto beneficio anche Silvio Berlusconi, che di quella legge nell’autunno del 2013 rimase vittima con una votazione che lo espulse dal Senato. Il ricorso dell’ex presidente del Consiglio pendente da tempo davanti ad una Corte internazionale potrebbe ricevere una spinta decisiva proprio dal diverso verdetto, questa volta, dei senatori.

Non si dà proprio pace, il povero Travaglio, del fatto che Minzolini non sia già decaduto automaticamente da senatore, che abbia invece continuato a riscuotere la sua indennità e a maturare la sua pensione, o come diavolo si chiama, per sette mesi dopo la sentenza definitiva di condanna, e possa continuare adesso, anche dimettendosi, come Augusto ha annunciato orgogliosamente di voler fare perché convinto di avere sostenuto una causa di principio, non di interesse.

Travaglio si è fatto rapidamente i conti e si è accorto che nei nove o dieci mesi che mancano alla fine ordinaria di questa diciassettesima legislatura i senatori non avranno il tempo di accettare le dimissioni del loro collega con un voto a scrutinio, questa volta, rigorosamente segreto, e con la consuetudine maledettamente consolidata di respingerle la prima volta.

Ah, sono proprio sfortunati questi afflitti da anticastite, nel senso di casta, fatta salva naturalmente la propria, perché di caste nel nostro Paese ce ne sono tantissime, al coperto di ordini, associazioni e quant’altro.

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Se ne avesse avuto il tempo e lo spazio, forse Travaglio avrebbe completato con le loro fotine l’elenco pubblicato in prima pagina -tipo i manifesti dei ricercati nel far west- dei reprobi del gruppo Pd del Senato che hanno consentito a Minzolini di scampare alla decadenza. Un elenco però comprensivo sia dei 19 che hanno votato a favore del “pregiudicato”, avvalendosi della “libertà di coscienza” concessa dal capogruppo Luigi Zanda, sia dei 14 che si sono astenuti ma che di fatto, in base al regolamento di Palazzo Madama, si sono sostanzialmente aggiunti ai 35 che hanno votato contro. Neppure il modo di opporsi astenendosi, quindi, va bene ai grandi depositari della illibatezza morale e politica.

Se la situazione non fosse drammaticamente seria, ci sarebbe da ridere. Ma a pochi giorni dal cambio naturale di stagione voglio sperare di festeggiare anche un cambio politico di stagione.

Una rondine, si sa, non fa primavera. Ma due rondini, a distanza di poche ore l’una dall’altra, come sono stati i 161 voti a favore di Lotti e i 137 a favore di Minzolini, possono forse fare davvero primavera: quella del garantismo. E ciò alla faccia dei grillini, dei loro estimatori e persino del loro governo, che alla Stampa si sono appena avventurati a immaginare prevedendo il vice presidente della Camera Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, il suo amico-competitore Alessandro Di Battista, il Chè Guevara di Trastevere, al Viminale e l’ingegnere informatico Manlio Di Stefano, un palermitano eletto in Lombardia, alla Farnesina grazie al tirocinio in affari internazionali, diciamo così, fattosi in quattro anni frequentando la Commissione Esteri della Camera.

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Due rondini garantiste possono fare primavera

“Questo Paese, per responsabilità diffuse anche della nostra parte politica, ha troppo spesso consentito alle polemiche giudiziarie di sostituirsi alla politica”. Sono parole del ministro dello sport Luca Lotti nell’aula di Palazzo Madama, prima che l’assemblea, condividendo la sua difesa, bocciasse l’altra sera a larghissima maggioranza, con 161 no, 52 si, 2 astensioni e un centinaio di assenze non certo casuali, la mozione di sfiducia “individuale” presentata dai grillini e illustrata con durezza da Taverna, intesa come senatrice del movimento 5 stelle. Secondo la quale sarebbe politicamente imperdonabile per un esponente del governo trovarsi indagato per violazione del segreto d’ufficio, o istruttorio, per quanto negata dall’interessato in un lungo interrogatorio da lui stesso richiesto, non appena informato dell’avviso di garanzia a mezzo stampa, in particolare dal Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. E da chi sennò?

Il passaggio del discorso di Lotti che ho selezionato per voi è brevissimo, ma preciso e abbastanza autocritico, lodevolmente e onestamente autocritico, anche se forse non così esplicito come si aspettava Piero Sansonetti. Che ieri si chiedeva qui, sul Dubbio, cosa aspettasse ancora Matteo Renzi per non ammettere l’errore di avere in qualche modo partecipato nel 2013 al linciaggio politico -parole mie- della ministra della Giustizia dell’allora governo di Enrico Letta, Annamaria Cancellieri. Della quale i giustizialisti di un tanto al chilo avevano reclamato le dimissioni per avere osato telefonare ad un’amica, disgraziatamente – per lei- convivente di Salvatore Ligresti, appena finito agli arresti domiciliari, interessandosi poi delle precarie condizioni di salute e del relativo trattamento di Giulia Ligresti, detenuta. Un interessamento analogo ad altri da lei effettuati al Ministero e passato indenne all’esame di un magistrato insospettabile per severità: l’allora capo della Procura di Torino Gian Carlo Caselli.

Ma il linciaggio, o quasi, della Cancellieri, peraltro prefetto della Repubblica, non è il solo al quale è capitato di partecipare a Renzi nella purtroppo lunga fase del suo garantismo discontinuo, selezionato. Alla Cancellieri hanno poi fatto compagnia, per non andare più indietro di lei, ministri come Nunzia De Girolamo, Maurizio Lupi e Federica Guidi, non trattenuti, anzi incoraggiati alle dimissioni da Renzi, senza che fossero stati neppure scomodati, o non ancora, da un avviso di garanzia.

Il segretario uscente e, credo, rientrante del Pd purtroppo ha avuto il vizietto di inseguire, anziché contrastare, il grillismo sulla strada già pericolosa di suo dell’antipolitica, ma che unita al giustizialismo diventa mortalmente tossica per la democrazia.

Anche nella sfortunata campagna referendaria sulla sua impegnativa riforma costituzionale l’allora presidente del Consiglio, inutilmente trattenuto o addirittura ammonito dagli autorevoli amici Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, decantò l’anno scorso più che la maggiore efficienza voluta per le istituzioni, i minori costi garantiti dalla riduzione del Senato ad un dopolavoro, o quasi, di cento “soltanto” fra consiglieri regionali e sindaci, tutti senza indennità.

Ancora di recente, prima di rassegnarsi, a quanto sembra, all’epilogo ordinario della legislatura, Renzi si è spinto ad auspicare le elezioni anticipate per evitare che i parlamentari di prima nomina maturassero in ottobre il diritto al cosiddetto vitalizio. Neppure i grillini, peraltro tutti di prima nomina in Parlamento, si erano spinti a tanto. A quel punto Napolitano è proprio sbottato con una dichiarazione liquidatrice della questione, attribuendo le elezioni prima della scadenza ordinaria ad un Paese addirittura anormale, pur avendovi dovuto ricorre anche lui, dal Quirinale, nel 2008.

La svolta garantista ravvisabile nell’intervento del ministro Lotti al Senato, dove peraltro il fedelissimo di Renzi, in assenza di Paolo Gentiloni, trattenuto altrove da impegni internazionali, ha potuto parlare dalla postazione del premier, circondato solidalmente da 15 colleghi di governo, in uno scenario quindi che da solo rappresentava l’autorete dei grillini, è stata completata dalla successiva dichiarazione di voto del capogruppo del Pd Luigi Zanda. Che ha posto il problema di riesaminare l’espediente della mozione di sfiducia “individuale”, cui ricorrono sempre più di frequente i giustizialisti di turno proprio per mescolare prevalentemente vicende giudiziarie e politiche. Nei primi quattro dei cinque anni di questa disgraziata legislatura ne sono state presentate e votate, fra Camera e Senato, ben 36, ha rilevato Zanda.

Non contemplata dalla Costituzione, che prevede mozioni di fiducia o sfiducia solo al governo, nella sua collegialità, la mozione “individuale” fu inventata nel 1995 dal Pds-ex Pci, e bislaccamente ammessa dall’allora presidente del Senato Carlo Scognamiglio, forzista dissidente, per deporre il ministro della Giustizia, e magistrato in pensione, Filippo Mancuso. Che tentò inutilmente di resistervi con un ricorso alla Corte Costituzionale respinto con una celerità degna di miglior causa.

La colpa del supergarantista Mancuso, scaricato rapidamente dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che pur ne aveva voluto la nomina a guardasigilli, e dal presidente del Consiglio Lamberto Dini, era stata di avere mandato gli ispettori ministeriali al tribunale di Milano, fra le proteste della locale Procura. Si era gridato alla profanazione di un santuario.

Tra il discorso del ministro Lotti e le dichiarazioni di voto di Zanda è auspicabile che il Pd, rimasto anche dopo la scissione il maggiore partito della sinistra, o “di centrosinistra”, come ha preferito definirlo qualche giorno fa a Porta a Porta il ministro Maurizio Martina, vice segretario unico e in pectore di Renzi una volta tornato al Nazareno, abbia svoltato davvero in direzione garantista, senza lasciarsi più tentare dalla prima, dannata occasione di usare la scorciatoia giudiziaria nella lotta politica. O senza lasciarsi intimidire dai soliti malintenzionati, come sta accadendo mentre scrivo con le proteste dei grillini contro il voto libero “di coscienza”, come lo ha giustamente definito Zanda, espresso da alcuni parlamentari del gruppo a favore del senatore forzista, ed ex direttore del Tg 1, Augusto Minzolini. Di cui la competente giunta di Palazzo Madama aveva chiesto la decadenza da parlamentare, in applicazione retroattiva della famosa e controversa legge Severino, dopo una condanna definitiva per peculato emessa con una sentenza che alla maggioranza del Senato è apparsa fatta apposta per lui, su misura. E quindi rifiutata.

Non si era mai visto, francamente, un peculato per spese di albergo e di ristorante di un direttore di testata della Rai contestato dopo che l’interessato aveva pagato di tasca sua all’azienda le spese contestategli, peraltro contraddittoriamente, dall’amministrazione dell’azienda. E dopo che un giudice, non il suo commercialista o quello della Rai, aveva disposto la restituzione dell’intera cifra al giornalista perché non dovuta.

Questo reclamato dai grillini, e che si spera non sia più scambiato per tale da una sinistra degna del nome che porta, non è uno Stato di diritto ma un mostro.

Se il Pd di cui Renzi sta tentando di riconquistare la guida non dissiperà anche questa occasione e renderà quindi definitiva la svolta garantista, avrà realizzato la più grande e vera riforma di cui ha bisogno l’Italia, restituendo alla politica il primato che le spetta. E al quale tante volte la stessa politica ha rinunciato volontariamente e dannatamente, perché Piero Sansonetti non ha torto quando scrive che i magistrati hanno spesso ottenuto più spazio di quanto non avessero voluto o cercato.

 

Pubblicato su Il Dubbio

I grillini promuovono il ministro dello sport a premier

Basterebbe, e avanzerebbe, una foto per rappresentare al meglio, più di qualsiasi commento o di un articolo “di colore”, come si chiamano quelli centrati sull’ambiente più che sul contenuto di un dibattito, per avere un’idea precisa di ciò che sono riusciti a combinare grillini e affini, di sinistra e di destra, nella serata di ammuina al Senato contro il giovane ministro renzianissimo dello sport Luca Lotti. Che è scampato a larghissima maggioranza – 161 voti contro 52- alla loro consunta ghigliottina.

La foto è quella grande di prima pagina dell’insospettabile Manifesto, che nella sua storia politica al rovescio contende al Fatto Quotidiano diretto da Mario Travaglio la palma di carta del giustizialismo, inteso come allineamento alle Procure della Repubblica, e persino come scavalcamento, non essendo sempre all’altezza delle attese forcaiole.

La foto ritrae i banchi del governo nell’aula del Senato, affollati -per le loro modeste dimensioni, almeno rispetto a quelli della Camera- grazie a soli 15 fra ministri, vice ministri e sottosegretari, tutti in ghingheri, accorsi a partecipare all’esordio di Lotti come premier virtuale di questa Italia del 2017.

Mi chiederete che cosa c’entri mai Lotti col presidente del Consiglio, a parte la solidarietà più volte espressagli in questi giorni dal conte Paolo Gentiloni Silveri, assente al Senato per precedenti, improrogabili impegni comunitari. C’entra per il semplice fatto che proprio per la forzata assenza di Gentiloni e la presenza invece di tanti colleghi accorsi a stringersi attorno a lui, Lotti ha dovuto o potuto pronunciare il suo breve ed efficace intervento di difesa dalla mozione grillina di sfiducia “individuale” al posto fisico del presidente del Consiglio. Egli ha parlato rigorosamente in piedi con la poltrona del capo del governo alle spalle, dicendo a brutto muso ai suoi avversari, con inconfondibile accento toscano, che non accettava lezioni di moralità, per il suo coinvolgimento nelle indagini sugli appalti della Consip, da un movimento fondato da un “pregiudicato”. Quale in effetti è Beppe Grillo per una sentenza di condanna definitiva rimediata con un incidente mortale avuto alla guida imprudente di un’auto in montagna.

D’accordo, quella del capo di 5 Stelle non è una condanna per violazione del segreto istruttorio o d’ufficio, che è il reato contestato a Lotti dopo che l’amministratore delegato della Consip ha raccontato agli inquirenti di avere saputo da lui, allora sottosegretario di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, di essere sotto inchiesta e intercettazione per gli appalti della centrale degli acquisti miliardari della pubblica amministrazione. Ma quella di Grillo, che ha la mania del casellario giudiziario intonso, è pur sempre una condanna, con qualche morto di mezzo, mentre quella di Lotti è solo nei desideri dei suoi avversari.

Il ministro non è stato neppure rinviato a giudizio. Ed ha già raccontato e spiegato agli inquirenti di non sapere assolutamente nulla di ciò che gli ha attribuito “l’ingegnere Marroni”, il suo ex amico -presumo- e amministratore delegato della Consip. Del quale non capisco neppure io -unica cosa che condivido di quelle dette dai grillini e loro comprimari- per quale ragione stia ancora lì, al suo posto, al vertice amministrativo di un’azienda così grande, e di proprietà del Ministero dell’Economia.

 

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Per una serata, o solo per quegli otto minuti di durata dello stringato intervento di Lotti, preparato sul treno che lo aveva riportato a Roma dalle nevi del Trentino, quanti hanno potuto collegarsi elettronicamente col Senato, o hanno poi potuto vedere la già ricordata foto del Manifesto, hanno quindi avuto l’impressione di una improvvisa, curiosa promozione di un modesto ministro dello sport -modesto per le sue funzioni rispetto a quelle di tanti altri colleghi di governo- a presidente del Consiglio. O comunque all’uomo chiave del governo.

D’altronde, lo stesso Lotti ha giustamente ricordato ai suoi avversari di essere stato preso di mira solo per quello che rappresenta politicamente: “la stagione -ha detto- delle riforme”, gestita per più di mille giorni dal governo di Renzi ed ereditata dal governo Gentiloni.

I conti politici, in effetti, erano e sono questi. Il coinvolgimento del ministro dello sport nelle indagini targate Consip erano e sono solo un pretesto. Sono, perché la faccenda non è finita con la bocciatura della mozione grillina, alla quale i fuoriusciti dal Pd, questa volta, ne hanno aggiunta un’altra, che dovrà essere ancora “calendarizzata”, sempre al Senato, per tentare la degradazione di Lotti col ritiro delle numerose deleghe, comprese quelle dell’editoria e del Cipe, affidategli dal presidente del Consiglio. Che però ha già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di arrivare alla “valutazione” pretesa dalle opposizioni. Fra le quali, a sorpresa, scopriamo pertanto che hanno deciso di arruolarsi anche quelli che sono andati via dal Pd, adottandone la sigla rovesciata di Dp, per difendere il governo -sentite, sentite- dai progetti renziani di elezioni anticipate.

 

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I 161 voti contro la mozione grillina, e quindi favorevoli a Lotti, equivalgono alla maggioranza assoluta del Senato, composto di 315 eletti e cinque fra membri di diritto e a vita, di nomina presidenziale. Ciò significa che il capogruppo del Pd a Palazzo Madama ha vinto la scommessa di una vittoria sui grillini e comprimari con le sole forze della maggioranza di governo, per quanto comprensive dei senatori di Denis Verdini indigesti anche ad un bel po’ di piddini.

Un altro fiasco dei grillini e comprimari è costituito dall’autocritica fatta da Lotti e da Zanda per i troppi cedimenti del Pd nel passato, anche di conio renziano, al giustizialismo o al garantismo a targhe o giorni alterni, come dimostra il lungo elenco di ministri fatti dimettere per meno di un avviso di garanzia.

La stessa mozione di sfiducia individuale, inventata proprio a sinistra nel 1995 per detronizzare un ministro troppo garantista della Giustizia come Filippo Mancuso, è ormai tanto abusata che Zanda ha posto il problema di “ripensarla”. Era ora.

 

 

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Pieno e ammuina al Senato contro Lotti

Splendide Idi di Marzo, con le iniziali rigorosamente maiuscole, per i cultori delle aule parlamentari piene. Specie dopo l’indignazione loro procurata da quei venti deputati soltanto -su 630 lautamente pagati dai contribuenti, come è solito ricordare Beppe Grillo- accorsi lunedì mattina all’apertura della discussione sulla legge per il testamento biologico.

In queste Idi di Marzo -sempre al maiuscolo, vi raccomando- è stato assicurato da tempo il pieno d’uovo nella “bomboniera” di Palazzo Madama, come viene chiamata l’aula del Senato. E’ stata in gioco, sia pure per finta, come spesso o quasi sempre accade in queste circostanze di spettacolo apparente voluto dalle opposizioni di turno, la testa del ministro dello sport Luca Lotti, dirigente pubblico nato ad Empoli il 20 giugno 1982, già sottosegretario a Palazzo Chigi nei mille giorni e più del governo dell’amicissimo Matteo Renzi.

E’ proprio questa amicizia con l’ex presidente del Consiglio, e rientrante segretario del Pd, la colpa politica che grillini, leghisti, fratellini d’Italia e quant’altri insorti contro di lui non gli perdonano dietro la motivazione scritta della sfiducia personale chiesta con tanto di mozione.

La motivazione ufficiale, come si sa, ma che è corretto ripetere ai lettori, è l’accusa giratagli dalla Procura di Roma, dove Lotti è già stato interrogato negando l’addebito, di avere informato i suoi amici alla Consip, la centrale degli acquisti miliardari della pubblica amministrazione, di essere indagati e intercettati dalla Procura di Napoli per una storia di appalti e di traffico d’influenze illecite, cui avrebbe partecipato anche il papà di Renzi, Tiziano, interrogato pure lui a Roma di recente.

 

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In coincidenza con le Idi pomeridiane di Marzo nell’aula del Senato il giornale anticipatore delle indagini e della tegola giudiziaria sulla testa di Lotti -che è naturalmente il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio- ha informato gli onorevoli senatori, e forse anche gli inquirenti, con un vistoso titolo di prima pagina, che sono cresciuti “i guai” del ministro per “altre conversazioni” probabilmente registrate, su ordine della magistratura, dai Carabinieri del nucleo ecologico, prima che il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, ne avesse disposto la sostituzione con un altro reparto della Benemerita a maggiore tenuta del segreto istruttorio.

Sempre dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio i cacciatori della testa di Lotti sono stati informati che l’accusatore non togato del ministro, l’amministratore delegato della Consip Luigi Marroni, peraltro amico suo e di Renzi, “non ritratta” la versione fornita agli inquirenti sulla provenienza delle notizie che gli permisero di neutralizzare le microspie sistemate nei suoi uffici. Tanto non ritratta la sua versione, il Marroni, che si è rifiutato di rispondere alle domande predisposte dagli avvocati del papà di Renzi nello svolgimento di una consentita, regolare indagine difensiva.

Nonostante questo supplemento d’informazioni di un giornale che da dicembre non si dà pace che Lotti sia ancora ministro, e che il pur lodato Marroni non sia stato neppure lui rimosso dalla carica di amministratore alla Consip, la mozione di sfiducia personale contro l’esponente del governo è rimasta una bomba di carta. E’ rimasta cioè priva dei numeri necessari per una sua approvazione, specie sommando i no alle assenze dei forzisti disposte personalmente dall’ex senatore Silvio Berlusconi, anche a costo di procurare, sempre fuori dal Senato, un attacco di bile al segretario della Lega. Che gliela farà pagare cara al prossimo comizio. O alla prossima dichiarazione. Poi, magari, i due torneranno a parlarsi, a incontrarsi, a trovare l’accordo su quel 10 per cento del programma di un nuovo centrodestra che Berlusconi ritiene ancora mancante, e persino a fare una lista insieme per il rinnovo del Parlamento, salvo poi costituire dopo il voto gruppi parlamentari separatissimi, ma questo è e rimarrà un altro discorso.

 

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Nell’insaziabile fama di spettacolo, e di aule parlamentari affollatissime, i cacciatori della testa di Lotti, che non vogliono saperne di attendere la conclusione delle indagini giudiziarie, hanno già deciso di replicare in una delle prossime settimane, anche per insaporire la preparazione delle primarie congressuali del Pd di fine aprile.

I fuoriusciti dal Pd, quelli che ne hanno rovesciato la sigla in Dp, hanno infatti chiesto di calendarizzare, come si dice in gergo tecnico, una loro mozione di sfida al presidente del Consiglio, di cui pure sembravano difensori più solidi di un Renzi tentato, secondo loro, dalla crisi e dalle elezioni anticipate.

Vista la fiducia ripetutamente espressa dal conte Gentiloni al suo ministro, di cui non intende privarsi, lorsignori gli hanno chiesto, ma diciamo pure intimato, di togliere a Lotti almeno “le deleghe” che ha, comprensive, oltre allo sport, del Cipe. Che è forse la cosa che gli avversari di Renzi hanno digerito di meno, viste le pratiche e gli stanziamenti che passano da quell’organismo interministeriale.

Va da sè che, anche nel caso in cui questa mozione, diversamente da quella dei grillini, dovesse passare, il conte avrà il sacrosanto diritto costituzionale di non tenerne conto. Si tratta di una richiesta di “valutazione” che il presidente del Consiglio valuterà, appunto, in maniera insindacabile.

Se lorsignori fuoriusciti non ne rimarranno soddisfatti, potranno promuovere, buttando definitivamente la maschera, una mozione di sfiducia al governo con altri compagni desiderosi di guerra. Che tuttavia, dati i rapporti di forza esistenti in Parlamento, sarebbe solo la famosa “ammuina” ordinata dall’ammiraglio alla flotta borbonica.

Tutti potranno così divertirsi, affollare l’aula del Senato a beneficio dei fotografi e delle telecamere, e poi tornarsene a casa o al ristorante felici e contenti, alla faccia dei problemi veri del Paese.

 

 

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La corsa a Palazzo Chigi che Matteo Renzi ignora

Dopo avere subìto una scissione da sinistra, perdendo personalità come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, è normale che Matteo Renzi abbia voluto coprirsi in quella direzione prenotando la nuova vice segreteria unica del Pd per il ministro Maurizio Martina, proveniente dai Ds, riscoprendo il fascino del termine “compagno” e proiettandosi verso il recupero di un’alleanza di governo di centrosinistra, pur senza “replicare i modelli del passato”.

Questa proiezione verso il centrosinistra, pur in “modelli” nuovi, ha provocato infastidite reazioni fra gli attuali alleati di governo del Pd. “Non li rincorriamo”, ha detto Maurizio Lupi, presidente del gruppo della Camera di un partito che proprio per accorciare le distanze dal Pd aveva messo in cantiere il cambiamento del proprio nome: da Nuovo Centro Destra a non si sa ancora cosa. “Non andiamo col piattino in mano”, ha detto Pier Ferdinando Casini.

Non è neppure casuale, forse, che in coincidenza col raduno renzista svoltosi al Lingotto Silvio Berlusconi abbia in qualche modo frenato sulla strada dello scontro o dei dispetti con la Lega e il suo ambizioso segretario Matteo Salvini, assicurando che l’accordo con lui sul programma di un nuovo centrodestra è fatto “al 90 per cento”. Così egli ha anche preceduto le perplessità, a dir poco, espresse sul Corriere della Sera da Angelo Panebianco su un’alleanza post-elettorale fra il Pd e Forza Italia. Che sarebbe “fra tutte le coalizioni, la più balsana”.

La linea di Renzi al Lingotto collide tuttavia con la riproposizione del doppio incarico di segretario del partito e di presidente del Consiglio. Che, contestata con nettezza dal concorrente Andrea Orlando, sarà pure conforme allo statuto del partito, che infatti il guardasigilli si è impegnato a modificare nel caso pur improbabile in cui dovesse vincere la corsa alla quale partecipa, ma non è più conforme al quadro politico, e persino istituzionale, uscito dal referendum del 4 dicembre scorso.

In una Repubblica rinsaldatasi nella sua fisionomia parlamentare con la bocciatura della riforma targata Renzi, e nella prospettiva ormai inarrestabile di un ritorno al sistema elettorale proporzionale, appare francamente difficile che il segretario del partito di maggioranza relativa, o della minoranza più consistente, possa essere anche il capo di una coalizione di governo da cercare dopo le elezioni. E infatti nella prima cosiddetta Repubblica rigorosamente proporzionale, come si è già ricordato qui, sul Dubbio, gli unici segretari della Dc che vollero il doppio incarico -Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita, a distanza di una trentina d’anni l’uno dall’altro- lo persero rovinosamente.

A dispetto dell’abituale ottimismo ostentato da Renzi anche al Lingotto, si sono già delineate figure politiche più adatte di lui a ricucire sul piano del governo i rapporti con la sinistra appena uscita dal Pd e con le altre che l’aspettavano e costituiscono ormai una vera e propria galassia, comprensiva del “Campo progresssista”. Che è stato presentato nel teatro romano del Brancaccio da Giuliano Pisapia proprio mentre l’ex presidente del Consiglio era riunito a Torino con i suoi.

Di queste figure politiche adatte più di Renzi, per temperamento e per una serie di circostanze a loro favorevoli, a ricucire i rapporti a sinistra a livello di governo, una è stata già indicata qui in Orlando, sino a scandalizzare qualcuno che mi ha dato del “matto” per avere paragonato il giovane guardasigilli spezzino al Moro del 1963 nella Dc, ma ancor più significativamente al Moro del 1957, esordiente al governo come ministro della Giustizia al pari di quanto è accaduto ad Orlando. Che peraltro è in via Arenula già da più di tre anni. Altro che matto! Nel 1957 il povero Moro contava nella Dc meno, ma molto meno anche di quel poco che si vorrebbe oggi attribuire nel Pd ad Orlando.

Ma dopo l’assemblea tenutasi al Brancaccio pure Giuliano Pisapia, alla cui area del resto Renzi intende aprire le liste del Pd, può ben essere visto e indicato come un possibile presidente del Consiglio. Un Pisapia che potrebbe essere persino scambiato per quel “Prodi giovane” auspicato da Pier Luigi Bersani pima che se ne andasse via dal Pd, anche se l’ex sindaco di Milano è “solo” di 10 anni meno anziano del primo presidente del Consiglio dell’Ulivo, e poi dell’Unione. Un Pisapia, ancora, che prima di essere stato un ottimo sindaco a Milano, è stato un altrettanto ottimo presidente della Commissione Giustizia alla Camera. E sarebbe stato un eccellente ministro della Giustizia se i magistrati non avessero fermato Prodi mentre si accingeva a proporne la nomina al presidente della Repubblica. Egli era ed è troppo garantista per i gusti di lor signori in toga.

La prima, fra le figure istituzionali più in vista, ad accorrere accanto a Pisapia nella sua nuova avventura politica è stata la presidente della Camera Laura Boldrini. Potrebbe essere -si mormora nei corridoi di Montecitorio- la prima donna a guidare un governo in Italia, sempre che Renzi metta giudizio.

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

 

 

I complici di Michele Emiliano nel Pd

         Se Michele Emiliano, sottoposto per questo a procedimento disciplinare davanti al Consiglio Superiore della Magistratura -non inferiore, come qualche volta appare- presieduto per dettato costituzionale nientemeno dal capo dello Stato, ha compiuto un atto illecito conservando la toga, sia pure in aspettativa, anche dopo avere trasformato il suo impegno politico in qualcosa per niente provvisoria, non è onestamente possibile prendersela soltanto con lui. Neppure quando “don Michele” da Bari esagera nella sua difesa dicendo che non si dimetterà da magistrato “neanche morto”, con sommo sprezzo del ridicolo perché è chiaro che da morto anche lui sarà finito davvero. A meno che, novello Gesù, non riuscirà a risorgere il terzo giorno e comparire in qualche aula di tribunale per sostituirsi alla Corte di turno ed emettere sentenze.

         Quando ci si iscrive al partito senza averne i titoli conformi alle leggi della Repubblica, come Emiliano non ne aveva essendo appunto magistrato, a sbagliare è anche chi in quel partito ne accetta la domanda e gli rilascia la tessera, o gliela conserva perché la ritiri con comodo.

         Inoltre, quando uno si iscrive ad un partito senza averne i titoli per le ragioni già esposte, e si candida alla segreteria nazionale, ma anche di livello inferiore, come ha fatto Emiliano a suo tempo diventando prima segretario e poi presidente regionale del Pd, ci deve pur essere un organo di garanzia di quel partito che avverte l’obbligo di opporsi.

         Tutto questo nel Pd non è stato mai fatto, né tempestivamente denunciato, neppure da parte di quelli che ora si dolgono della situazione irregolare in cui si trova “don Michele”. A cominciare dalla presidente della commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti, peraltro magistrata pure lei in aspettativa, come la sua compagna di partito Anna Finocchiaro, ministra per i rapporti con il Parlamento. Che però ha avuto l’accortezza di non gridare la sua protesta contro Emiliano, limitandosi a sussurrarla.

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