Se una foto non rende giustizia

Un po’ tutti i giornali -diciamo pure, tutti- hanno dato un contributo al già troppo diffuso qualunquismo pubblicando con aria indignata quella foto dell’aula di Montecitorio quasi vuota, con una ventina di deputati presenti, sparsi qua e là, sui 630 componenti l’assemblea che riscuotono regolarmente -aggiunge il diavoletto che mi spunta fra le dita- le loro brave indennità parlamentari, annessi e connessi. E ciò alla faccia -scrive sempre il diavoletto- dell’argomento in discussione: il biotestamento, cioè anche il diritto di morire al posto di vivere da morti.

Ma quella foto è vera come una natura morta, appunto. E’ stata diffusa malevolmente. Ve lo assicura un vecchio cronista parlamentare che non deve guadagnarsi nessuna consulenza dai presidenti delle Camere, dal Quirinale e da altri palazzi dove si potrà condividere, per esperienza o conoscenza delle cose, questa franca e anticonformistica convinzione.

Qualcuno ha involontariamente riconosciuto l’abbaglio scrivendo, credo anche in un titolo, del “rito della discussione”: una sintesi imposta da ragioni grafiche, o di spazio, ma ugualmente chiara ad un lettore non prevenuto. Più che “il rito della discussione”, si sarebbe dovuto e si dovrebbe scrivere “il rito dell’apertura della discussione”. Che avviene di solito, specie il lunedì mattina, in un’aula praticamente deserta.

Il dibattito su una legge, di qualsiasi natura e importanza sia, si apre con quattro o cinque interventi, si interrompe per discutere provvedimenti più urgenti perché in scadenza, come nel nostro caso la conversione di un decreto legge su sicurezza e immigrazione, si riprende dopo qualche giorno, a decreto convertito, e prosegue nella settimana successiva con l’esame vero del provvedimento: articolo per articolo, emendamento su emendamento e via dicendo. A quel punto -credetemi- l’aula parlamentare sarà piena come un uovo. E sin troppo animata.

L’enfatizzazione di una foto che mi permetto di definire banale, come quella di una piazza vuota, o quasi, alle prime luci del giorno, non serve ad informare. Serve solo a intossicare ulteriormente il rapporto fra le istituzioni e una società che peraltro chiamiamo spesso civile con qualche esagerazione. Civile come può essere un corteo di manifestanti contro l’evasione fiscale, l’illegalità e quant’altro affollato di gente che nasconde i suoi redditi, si fa pagare in nero la riparazione dell’auto o del rubinetto, non si fa fare la ricevuta al ristorante o all’ambulatorio in cambio di uno sconticino, e magari ha anche rubato qualcosa al supermercato di turno.

Colgo l’occasione per precisare che dopo un attento esame di quella fotografia dell’aula di Montecitorio “scandalosamente” vuota, o frequentata solo da una ventina di deputati, ho visto che fra i presenti non c’era neppure un parlamentare del movimento più solito a rappresentare il Parlamento qualche volta per quello che è ma più spesso per quello che non è. E se, magari, ce ne fosse stato uno fuori posto, rispetto ai seggi abitualmente occupati dai pentastellati, sarebbe stato appunto uno soltanto, non di più: una presenza più virtuale , quindi, che reale.

D’altronde, preferisco un’aula semivuota ad un’aula parlamentare falsamente piena, frequentata cioè da deputati o senatori che, per l’attenzione che dedicano a ciò che vi si dice e vi accade, sono più comparse che persone vere.

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E’ un abbaglio -passando da una foto a un’intervista- anche quella reazione un pò da sfida di Maurizio Lupi, presidente del gruppo alfaniano della Camera, allo spostamento a sinistra del Pd avvenuto col raduno dei renziani al Lingotto di Torino. Dove Renzi ha irriso, sì, alla Bandiera rossa, alla rivoluzione socialista e ai pugni chiusi dei fuoriusciti dal suo partito, ma non ha per niente escluso di potere tornare a a fare accordi di governo con loro dopo le elezioni, quando cioè nella frammentazione dei partiti e dei gruppi, favorita dal ritorno ormai nelle cose al sistema elettorale proporzionale, dovrà far quadrare i conti di una maggioranza per la fiducia parlamentare di cui avrà bisogno l’esecutivo. Allora, se non vi saranno altri colpi di scena, la direzione di marcia sarà solo a sinistra, essendo il Pd un partito, appunto, di centrosinistra, come ha tenuto più volte a sottolineare a Porta a Porta, da Bruno Vespa, il ministro dell’agricoltura Maurizio Martina, di provenienza Ds-ex Pci. Che Renzi, prima ancora di essere rieletto segretario, ha già incoronato vice segretario unico, destinando non so a quale incarico il povero Lorenzo Guerini, purtroppo post-democristiano.

“Non li rincorreremo”, ha detto il capogruppo del ministro degli Esteri Angelino Alfano a Montecitorio, parlando appunto del Pd renziano del Lingotto, nelle cui liste elettorali col sistema proporzionale è già stato annunciato che potranno esserci Giuliano Pisapia e i compagni del “Campo progressista”, ma difficilmente gli alleati presenti oggi nel governo di Paolo Gentiloni, cioè gli alfaniani. Che invece un pensierino in quella direzione -diciamo la verità- lo avevano fatto prima del Lingotto, tanto da avere convocato per sabato prossimo un’assemblea conclusiva dell’esperienza del Nuovo Centro Destra formatosi nell’autunno del 2013 rompendo con Silvio Berlusconi, sia pure come “diversamente berlusconiani”. Il partito del ministro degli Esteri si libererà del termine “destra” e rimarrà di centro.

Peccato però che questa benedetta area di centro sia piena più di sigle, di aspirazioni, di leader e leaderini che di voti, come impietosamente prevedono o certificano i sondaggi, compresi quelli letti a Porta a Porta da Vespa davanti al viso un pò da Sfinge bergamasca di Martina.

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Non si può neppure dire che Silvio Berlusconi, anche lui spiazzato forse dalle notizie del Lingotto, abbia voglia di soccorrere i centristi usciti dal suo partito, perché l’uomo, diversamente dalle apparenze, non è facile al perdono, se non al dettaglio, cioè recuperando i “diversamente berlusconiani” uno per uno, a sua insindacabile scelta, e senza che pretendano di rappresentare poi altro che non il padrone di casa.

Piuttosto, l’uomo di Arcore, distratto poi da quel gran traffico immaginario di soldi che studia fra le vecchie lire, o addirittura am lire , in una tasca e gli euro nell’altra, preferisce offrire dosi suppletive di pazienza a Matteo Salvini per quel “listone” che potrebbe essere costretto a fare dal ritorno, pur da lui auspicato, al sistema elettorale proporzionale macchiato però con l’illusorio premio di maggioranza alla lista che dovesse raggiungere a prima botta il 40 per cento dei voti.

 

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L’enigma Pisapia dopo il Lingotto

Terminato il raduno renziano del Lingotto con la rappresentazione plastica del legame politico e personale fra il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, accolto a Torino con una ovazione, e il suo predecessore a Palazzo Chigi, a dispetto di tutte le manovre per metterli l’uno contro l’altro, o solo per distanziarli, resta ora da capire il rapporto che potrà o dovrà crearsi fra un Pd tornato sotto la guida di Matteo Renzi e il nuovo, esordiente “Campo progressista”. Che è stato presentato nel teatro romano del Brancaccio dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia proprio in coincidenza col raduno torinese.

Uomo assai educato e colto, cosa che non guasta nel panorama politico italiano, mite di carattere ma fermo nelle sue convinzioni, Pisapia ha assicurato di non avere voluto creare “un partitino” con la sua iniziativa. E di non volerlo creare neppure in un secondo momento. E fa bene, perché di partiti e partitini ce ne sono anche troppi: tanti che per proteggerne l’esistenza, e persino l’ulteriore proliferazione, si è ormai buttato alle ortiche il sistema elettorale maggioritario, sia pure all’italiana, che ha alimentato la cosiddetta seconda, e deludente, Repubblica.

Sono due i colpi di grazia dati alla seconda Repubblica di stampo maggioritario. Il primo è stato inferto dagli elettori con la bocciatura referendaria della riforma costituzionale studiata in funzione, appunto, maggioritaria. Il secondo è stato inferto dalla Corte Costituzionale, che ha reso proporzionale, con quel premio di maggioranza   alla lista e a soglia praticamente irraggiungibile del 40 per cento in un solo turno, il cosiddetto Italicum. E ciò dopo avere reso proporzionale anche la legge rimasta in vigore solo per l’elezione del Senato, sopravvissuto al referendum del 4 dicembre.

Il giudice costituzionale Giuliano Amato, ex di tantissime cose, ha recentemente concesso, bontà sua, al Parlamento ormai in scadenza di poter mettere elementi di maggioritario nelle leggi elettorali esistenti perché questo non è stato impedito dalla Corte di cui egli fa parte. Ma il mio amico Giuliano è troppo esperto di politica, avendo peraltro fatto due volte il capo del governo, e troppo sottile nelle analisi -come dice il soprannome, al maiuscolo, che porta meritatamente da tantissimo tempo- per non sapere che a questo punto, con la frammentazione partitica che c’è, e il cosiddetto tripolarismo creato dall’irruzione parlamentare dei grillini, i suoi auspici, o desideri, o tolleranze di spirito maggioritario sono solo virtuali.

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Ma torniamo al buon Pisapia, di cui -per inciso-vorrei anche ricordare a suo merito l’ostilità guadagnatasi negli ambienti giudiziari ai tempi di Romano Prodi a Palazzo Chigi, quando si prospettò per lui, esponente della Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti, la nomina a Guardasigilli. Sarebbe stato un ministro della Giustizia perfetto. I signori procuratori e giudici non avrebbero potuto disporre del dicastero di via Arenula come sono stati abituati purtroppo già dai tempi del pur buon Giuliano Vassalli, socialista. Che permise loro nel 1988 di vanificare con una legge sottovalutata gravemente anche da Bettino Craxi la responsabilità civile delle toghe voluta dagli elettori in un referendum stravinto pochi mesi prima.

L’obiettivo dichiarato dall’ex sindaco di Milano, cui ha voluto affiancarsi subito la presidente della Canera Laura Boldrini, è di favorire la formazione di un governo di centrosinistra “ampio”, comprensivo cioè della maggior parte della diaspora della sinistra aggravatasi con la scissione del Pd. Un centrosinistra che tanto più potrà essere ampio quanto meno potrà consentire la partecipazione di quegli elementi di centrodestra che hanno consentito in questa legislatura al Pd di governare il Paese. Addio, quindi, ad Angelino Alfano e a Denis Verdini, già indigesto prima della sua condanna in prima istanza a 9 anni di carcere per bancarotta e altro, figuriamoci dopo. Ma addio anche ad un recupero di Silvio Berlusconi nel caso in cui dovesse rompere davvero, e finalmente, con la lega lepenista di Matteo Salvini e della sua coda costituita dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

D’altronde, non è solo a sinistra che un’intesa di governo con Berlusconi procura l’orticaria. Il professore Angelo Panebianco, non sospettabile certamente di simpatie per la sinistra, almeno per quella necessaria ad un centrosinistra “ampio” come vorrebbe l’ex sindaco di Milano, ha appena scritto sul Corriere della Sera che “fra tutte le coalizioni, la più balzana sarebbe fra il Pd e Forza Italia”.

 

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Il progetto di Pisapia non è per niente scartato, almeno per ora, dai renziani di edizione Lingotto, il cui leader ha appena scoperto il fascino anche del termine “compagno”, dopo aver portato lui il Pd nella famiglia del socialismo europeo, e non il Veltroni o il Bersani di turno.

C’è chi, fra i renziani, come ha appena annunciato in un titolo di prima pagina Repubblica, vorrebbe offrire a Pisapia una candidatura al Parlamento nelle liste del Pd. Ciò peraltro gli consentirebbe, una volta eletto, di trovarsi persino nella condizione di guidare lui un governo di coalizione di centrosinistra “ampio”, se Renzi dovesse rinunciare al proposito dichiarato o confermato propio al Lingotto di ripetere l’esperienza del doppio incarico di segretario del partito e presidente del Consiglio. Un proposito che si è fatto obiettivamente difficile nel quadro politico prodotto dal referendum di dicembre e dalla scissione del Pd.

Pisapia ha solo dieci anni in meno di Prodi: troppo poco per considerarlo quell’edizione “giovanile” del presidente del Consiglio dell’Ulivo auspicata da Pier Luigi Bersani prima di lasciare il Pd con Massimo D’Alema e compagnia bella. Ma di certo egli potrebbe riuscire più di altri a tentare l’assemblaggio governativo dei tanti pezzi sparsi della sinistra, ai quali ha già ricordato che non possono scambiare il Pd per “il nemico”.

Se poi una coalizione del genere, presieduta o no da Pisapia, sia la più adatta a governare l’Italia in questo mondo e in questa Europa che sembra andare più a destra che a sinistra, è naturalmente tutto da vedere.

 

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Quando Ingroia cammina contromano in Procura

L’avvocato Antonio Ingroia, già magistrato alla Procura di Palermo, dalle cui indagini è derivato il processo in corso da tempo sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione stragista del 1992 e 1993, già collaboratore dell’Onu in Guatemala, già sfortunato candidato alla presidenza del Consiglio nelle elezioni politiche del 2013, ha esposto in un articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano -e da chi sennò?- le ragioni per le quali ritiene infondate le accuse di peculato rivoltegli dagli ex colleghi isolani per rimborsi spese e indennità percepite come amministratore unico dell’ente regionale Sicilia e Servizi.

         Spero francamente per lui ch’egli abbia esposto le sue ragioni ai magistrati che lo hanno già interrogato meglio di quanto gli sia riuscito nell’articolo perché a leggerlo, confesso, non ci ho capito molto. E Indro Montanelli mi insegnava che quando c’è un articolo non sufficientemente chiaro al lattaio che lo legge, la colpa non è mai del lattaio ma di chi l’ha scritto. Chissà poi perché Montanelli preferiva il lattaio come lettore cavia.

         Ho comunque ricavato l’impressione che si producano troppe leggi e in troppo poco tempo perché possano essere applicate bene, come quelle in forza delle quali Ingroia ha riscosso indennità di rendimento, o simile, che alla Procura palermitana sono apparse indebite.

         Ma, a parte l’articolo affidato al Fatto Quotidiano, ho trovato particolarmente sorprendente lo stupore polemicamente espresso in altre sedi dall’avvocato Ingroia per la tempestività e l’intensità con le quali i cronisti giudiziari erano stati informati dell’interrogatorio subìto negli uffici della Procura, senza che lui ne avesse parlato con alcuno.

         Insomma, anche Ingroia ha potuto toccare con mano quanto poco si custodiscano i segreti negli uffici per tanti anni da lui frequentati in veste non di indagato ma di inquirente. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire.

         Eppure non sono riuscito a dimenticare il volto stupìto di Ingroia quando gli vennero lette o riferite alcune dichiarazioni polemiche sulla tenuta degli uffici giudiziari di Palermo rilasciate dall’ex presidente della Camera Luciano Violante. Che proprio Ingroia voleva interrogare a proposito delle presunte trattative fra lo Stato e la mafia, mentre lo stesso Violante presiedeva la commissione parlamentare antimafia. Dalla cui postazione gli inquirenti ritenevano evidentemente che egli avesse potuto sapere o intuire qualcosa, anche perché l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, contattato allora dai servizi segreti nella sua abitazione romana e padre di un teste a lungo ritenuto poi credibile dallo stesso Ingroia, si era offerto a deporre davanti alla commissione bicamerale.

Matteo Renzi divide la Repubblica di carta

La scissione a sinistra, consumatasi nel Pd per la decisione di Matteo Renzi di rimontare sul cavallo dal quale era stato disarcionato con la sconfitta referendaria del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, si è specchiata sulla prima pagina della Repubblica di carta con i giudizi opposti riservati dal fondatore Eugenio Scalfari e dall’editorialista Massimo Giannini al discorso dell’ex presidente del Consiglio al Lingotto. Dove il raduno dei renziani si è concluso oggi con un altro intervento dell’uscente e ormai rientrante segretario del partito alla significativa e attesa presenza di Paolo Gentiloni. Il quale ha voluto così confermare, col saluto dello stesso Renzi e fra gli applausi riservatigli dal pubblico, la consonanza di idee col suo predecessore a Palazzo Chigi, a dispetto di chi scommette ripetutamente su qualche contrasto fra di loro anche dopo il tramonto del progetto di elezioni anticipate attribuito al vertice del Pd.

Massimo Giannini – i cui estimatori attribuiscono proprio a Renzi, a torto o a ragione, la responsabilità della perdita di Ballarò, sulla terza rete televisiva della Rai, a causa di un urticante commento alla vicenda della Banca Etruria e del vice presidente Boschi, papà dell’allora ministra Maria Elena- nel discorso di apertura dell’ex presidente del Consiglio al Lingotto ha avvertito solo o soprattutto “i soliti muscoli del capitano”. E’ un po’ quello che hanno lamentato l’ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza e il governatore toscano Enrico Rossi, entrambi usciti dal Pd piuttosto che misurarsi nelle primarie con chi avevano pur sfidato prima della convocazione del congresso.

Scalfari invece, in un editoriale una volta tanto tutto politico, senza premesse e condimenti di storia, filosofia, arte e quant’altro, come gli capita spesso di fare nei suoi appuntamenti domenicali con i lettori, ha dato del discorso di Renzi un giudizio “complessivamente positivo”. Anziché “i soliti muscoli” indicati da Giannini, il fondatore di Repubblica ha avvertito “carisma” nell’ex presidente del Consiglio, riconoscendogli il merito di avere meglio piazzato a sinistra il Pd, e non solo per avere chiamato sinceramente e non sarcasticamente “compagni” i suoi interlocutori.

Si deve forse proprio alla più marcata posizione di sinistra voluta per il Pd, non a caso portato proprio da Renzi tre anni fa nella famiglia del Partito Socialista Europeo, quella “dose notevole di demagogia” che Scalfari ha rimproverato all’ex presidente del Consiglio. Sino a fermarsi al “positivo” e non spingersi all’”ottimo” nella valutazione finale del discorso.

 

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D’altronde, a sinistra è sempre stato difficile tracciare i confini precisi tra realismo e demagogia. Basterà pensare al lunghissimo e storico scontro tra riformismo e comunismo, o fra socialdemocrazia e comunismo, quando i riformisti e i socialdemocratici erano bollati come traditori dai comunisti. Che erano utopisti sino sacrificare la democrazia e, peggio ancora, la vita dei loro avversari, e a volte persino la propria.

Rispondono alla volontà di tenere a sinistra il Pd, quasi a proteggerlo dall’accusa dei fuoriusciti di averlo portato troppo a destra nei mille giorni e più del suo governo, anche la promozione del ministro Maurizio Martina, proveniente dai Ds-ex Pci, a numero 2 del partito nella nuova gestione renziana, e l’ospitalità offerta sotto le volte del Lingotto a Emma Bonino. Che non ha certamente deluso il padrone di casa col suo discorso che più a sinistra non poteva essere sul terreno spinosissimo dell’immigrazione: una specie di maledizione secondo la destra, una “risorsa” invece secondo la radicale italiana più famosa nel mondo, forse più del compianto Marco Pannella.

Con quel quasi turbante in testa, indossato per coprire gli effetti della sua coraggiosa e vincente lotta al cancro, e quel suo fisico minuto e asciutto, Emma sembrava al Lingotto una versione laica di Madre Teresa. E, accolta dalla platea con un entusiasmo che l’ha persino imbarazzata, tanto da chiedere ai presenti di trattenere un po’ quegli applausi perché si accingeva a deluderli, la Bonino ha denunciato una delle tante contraddizioni di chi ha “paura” degli immigrati ma affida loro sempre più frequentemente la “badanza”, cioè assistenza, di ciò che dovrebbe esserci più caro: “i nostri vecchi”.

Come dare torto su questo piano, in verità, ad Emma ? Alle cui aperture e generosità hanno ritenuto di dovere poi aggiungere, se non opporre, le esigenze della “sicurezza” e di una “doverosa risposta alla paura” esponenti del renzismo come Nicola Latorre, ex dalemiano, e il governatore campano Vincenzo De Luca. Qualcuno è stato sentito mormorare, fra il pubblico, che con le idee della Bonino sull’immigrazione il Pd scenderebbe non del ma al 3 per cento dei voti. Forse è esagerato, ma di sicuro non guadagnerebbe consensi.

 

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Immigrazione a parte, di cui comunque non basta cavalcarne la paura per ottenere popolarità, come dimostra la guerriglia scatenatasi a Napoli contro il segretario leghista Matteo Salvini con l’incoraggiamento addirittura del sindaco Luigi De Magistris, lasciatemi rimproverare a Renzi il ritardo col quale ha scoperto, diciamo così, Emma Bonino. Che egli avrebbe fatto non bene ma benissimo tre anni fa, quando arrivò a Palazzo Chigi allontanandone con le cattive maniere Enrico Letta, a confermarla alla Farnesina.

L’esponente radicale era stata e avrebbe continuato ad essere, nonostante il tempo e le energie sottrattele temporaneamente dalla malattia, una eccellente ministra degli Esteri. Alla quale invece Renzi preferì una meno esperta -vogliamo definirla così per cavalleria?- funzionaria di partito poi trasmigrata, peraltro, a Bruxelles.

Oltre al ritorno della Bonino va segnalata a favore del raduno renziano al Lingotto l’ovazione -che ha tanto indignato, non a caso, il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio- riservata all’ottantacinquenne Biagio De Giovanni quando ha protestato contro “la Repubblica giudiziaria” prodotta dalla tracimazione della magistratura, e dalla conseguente subalternità della politica.

 

 

 

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Un pipistrello importuno al Lingotto di Torino

Quell’impertinente di Francesco Merlo, inviato da Repubblica a Torino per seguire e commentare ha fatto un curioso scoop. Attardatosi nel Lingotto dopo che ne era uscito il pubblico, forse per mettere in ordine i suoi appunti e finire di stendere l’articolo, ha potuto vedere l’arrivo e lo svolazzo di un pipistrello.

Caspita. Spero che Renzi non sia superstizioso. O che io sbagli a considerare di cattivo augurio l’incursione di quell’uccello. E che a  portarlo lì e a liberarlo in tempo perché qualcuno potesse vederlo e riferirne non sia stato qualche compagno ed estimatore di Massimo D’Alema. Il quale fra tutti gli avversari di Renzi è quello più tosto, che ha più lucidamente e ostinatamente anticipato la scissione minacciandola in un raduno a Roma di tutti i comitati del no alla riforma costituzionale, da lui stesso promossi  e usciti stravincenti dal referendum del 4 dicembre. Fu un   raduno voluto  perché quel no fosse esteso anche ad un partito incapace di liberarsi, e presto, del suo segretario.

E pensare che D’Alema, sempre lui, non un sosia, quando già era sicuro di vincere il referendum costituzionale, si era impegnato a “soccorrere” Renzi, dopo la sconfitta, da quelli che, troppo numerosi, lo avrebbero abbandonato e attaccato: una generosità insolita per “Baffino”. Che tuttavia, a dire la verità, aveva fatto capire bene quanto inattendibile fosse il suo annuncio, avendo aggiunto che il soccorso a Renzi sarebbe stato uguale a quello prestato a suo tempo a Bettino Craxi: un altro avversario politico combattuto con sinistra ostinazione dal dirigente comunista.

Il povero Craxi, proprio mentre D’Alema sedeva a Palazzo Chigi, non riuscì a tornare in Italia libero neppure per morire, essendo ormai la sua vita agli sgoccioli dopo un intervento chirurgico nell’ospedale militare di Tunisi. Per rimuovere ogni ostacolo sarebbe bastato il coraggio dell’allora presidente del Consiglio di deplorare con una dichiarazione pubblica il proposito della Procura di Milano di fare piantonare Craxi come un detenuto in qualsiasi ospedale, clinica privata e altro posto dove avesse deciso di farsi curare.

Anche nel Tribunale di Milano in quei giorni di più di 17 anni fa era riuscito forse a svolazzare di notte qualche pipistrello.

La matrioska delle sfide di Renzi

Anche del discorso di Matteo Renzi al Lingotto per riproporsi alla segreteria del Pd si potrebbe dire ciò che osservammo su formiche.net quando l’allora presidente del Consiglio affrontò il referendum sulla riforma costituzionale annunciando che avrebbe considerato chiusa la sua esperienza politica se avesse perso. Ci chiedemmo allora se egli fosse più coraggioso o imprudente, avvertendo che solo i fatti avrebbero potuto dare la risposta. Fu imprudente, vista non solo la sconfitta del 4 dicembre, ma anche la sua dimensione. Quella ventina di punti di distacco fra i no e i si fu un’enormità superiore anche alle previsioni dei vincitori.

Ciò nonostante, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella offrì a Renzi una rete di sicurezza: il rinvio alle Camere dopo le dimissioni da presidente del Consiglio, ma non anche da segretario del partito, per ottenere col rinnovo scontato della fiducia la legittimazione ammaccata dalla disfatta referendaria. Ma lui rifiutò commettendo forse un altro errore, rimproveratogli su Repubblica da Eugenio Scalfari, che aveva condiviso, se non addirittura consigliato, la linea del capo dello Stato.

Renzi preferì un orgoglioso ritiro da Palazzo Chigi scommettendo su un ritorno a breve, legittimato da un Parlamento non in scadenza ma nuovo di zecca, magari eletto anche in anticipo. E fu un’altra sfida, tradottasi dentro il suo partito in uno scontro col grosso della sinistra e nella scissione.

Come in una matrioska, le scommesse o sfide di Renzi non sono una dopo l’altra, ma una dentro l’altra. Quella che lui ha lanciato dal Lingotto è la sfida del doppio incarico, cioè la somma dei mandati di segretario del partito e di presidente del Consiglio. E il conseguente rifiuto della proposta dei due concorrenti -Michele Emiliano e Andrea Orlando, in ordine rigorosamente alfabetico- di separare le due cose.

 

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Il doppio incarico, che Renzi ha già esercitato nei mille e più giorni del suo primo governo, sta -è vero- nello statuto del Pd, concepito però nel contesto, che è invece cambiato, di un sistema elettorale maggioritario e di coalizioni formate prima del voto, per essere confermate e premiate con un supplemento di seggi parlamentari a chi vince. Un sistema -aggiungo- che Renzi con la riforma costituzionale e la prima versione dell’Italicum, in quello che fu chiamato il “combinato disposto”, voleva rafforzare. A questo infatti miravano la fiducia al governo riservata alla sola Camera, il ridimensionamento del Senato e il premio di maggioranza comunque garantito alla lista più votata: o già al primo turno, con almeno il 40 per cento dei consensi, o al ballottaggio fra le prime due classificate.

Ebbene, questo scenario maggioritario è stato letteralmente spazzato via prima dalla bocciatura referendaria della riforma costituzionale, che ha quindi confermato l’impianto proporzionale -diciamo la verità- della Costituzione approvata alla fine del 1947, e poi dalla sforbiciata della Corte Costituzionale al ballottaggio dell’Italicum, per cui il premio di maggioranza a turno unico col 40 per cento dei voti alla lista più votata è nelle condizioni attuali della politica italiana, e dei suoi partiti, una semplice chimera. Se ne renderanno anche i grillini che spavaldamente vi puntano.

In un sistema elettorale proporzionale verso il quale stiamo tornando- salvo improbabili risvegli maggioritari del Parlamento in via di scadenza modificando, come chiede il capo dello Stato, le due leggi, uscite entrambe dalla sartoria della Consulta, che disciplinano diversamente l’elezione dei deputati e dei senatori- il doppio incarico può essere un intralcio, se non addirittura un elemento ostativo alla formazione di governi di coalizione da negoziare fra il partito più votato e altri disposti ad allearvisi dopo le elezioni.

Nella cosiddetta, lunga prima Repubblica il doppio incarico non a caso fu politicamente fatale ad entrambi e unici segretari del partito più votato, la Dc, che vollero tentarne l’avventura: prima Amintore Fanfani, rovesciato nel 1959, e poi Ciriaco De Mita, rovesciato nel 1989.

 

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Renzi ha detto che nei suoi mille e più giorni del suo governo egli ha strappato all’Unione Europea una certa flessibilità nella gestione dei conti per la garanzia di stabilità che gli derivava dalla guida del partito, il più votato peraltro nella famiglia del Partito Socialista Europeo. Storie, diciamo la verità. Anche perché non sappiamo quale sarà lo scenario politico dell’Europa dopo le elezioni in programma entro un anno in Francia, Olanda, Germania e infine proprio in Italia. Non mi pare proprio che il vento soffi sulle vele della sinistra: tutt’altro, specie se consideriamo gli effetti del trumpismo proveniente dall’Atlantico.

L’ambizioso progetto renziano del doppio incarico dopo le elezioni dovrà fare i conti a destra, o al centro, come preferite, con l’antirenzismo di Silvio Berlusconi seguito alla rottura del famoso Patto del Nazareno, e a sinistra con l’antirenzismo non certo domato dei fuoriusciti dal Pd e dai compagni che li aspettavano per adottare come sigla del loro nuovo partito il rovescio, in tutti i sensi, di quello di Renzi: Dp.

A Berlusconi riuscirebbe forse più digeribile un governo guidato da Paolo Gentiloni, che ne ha difeso le aziende dalla scalata di Vivendi e si accinge a difenderne il ministro Luca Lotti al Senato dall’assalto grilloleghista. Alla sinistra esterna al Pd potrebbe risultare più congeniale un governo guidato, per esempio, dal concorrente di Renzi alla segreteria Andrea Orlando. Di Michele Emiliano neppure parlo, almeno sino a quando non si deciderà a scegliere fra magistratura e politica.

In un sistema elettorale proporzionale il segretario del partito di maggioranza rappresenta e difende l’identità del partito, il presidente del Consiglio provvede a raccordare i rapporti di governo con gli alleati di turno. Renzi, si sa, è portato a forzare e accentrare le cose, ma non gli è andata sempre bene. Direi, anzi, che dopo una partenza a razzo gli è andata abbastanza male.

 

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Che botte di carta a destra !

Intervistato dal Dubbio, il direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri è stato forse troppo ottimista nel parlare ancora di Maurizio Belpietro, direttore della Verità, come di un amico e nel prevedere che continueranno a salutarsi come se nulla fosse, o quasi, dopo essersele dette o scritte di tutti i colori in questi giorni. Vittorio accusando Maurizio di avere tra i finanziatori, anzi fra i soci, tramite la Fondazione Magna Magna Carta di Gaetano Quagliariello, quell’Alfredo Romeo arrestato per gli appalti della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione. Maurizio accusando Vittorio di avere come padrone quell’Antonio Angelucci che usa i suoi giornali per fare affari nel campo della sanità, imprescindibili da buoni rapporti col potere di turno o di luogo, per via delle convenzioni necessarie come il pane alle sue cliniche, laboratori, case per anziani e quant’altro.

Se le polemiche fra i due giornalisti pugnaci della destra si fossero limitate a questo, forse Vittorio potrebbe anche sperare ancora nell’amicizia di Maurizio, professionalmente cresciuto d’altronde alla sua scuola, essendosi l’uno “portato appresso”   l’altro -parola di Vittorio- nei vari giornali che ha diretto o dove ha comandato, da Bergamo a Milano. Sino a quando Maurizio non si è liberato del guinzaglio, per quanto metaforico, e non si è messo a dirigere giornali pure lui, ma compromettendone la sopravvivenza, secondo Vittorio, con perdite di copie che poi lo stesso Vittorio assicura di essere stato chiamato dall’editore di turno a recuperare. E già qui la polemica è salita parecchio di tono, o -come preferite- è scaduta parecchio di stile e di colleganza.

Eppure non è finita. Vittorio ha voluto rimproverare a Maurizio di avere ottenuto dalla famiglia Angelucci, prima che rompessero a causa dei rapporti con Matteo Renzi, tutto quello che si poteva e non poteva: uno stipendio stratosferico mentre i redattori di Libero tiravano la cinghia con i contratti di cosiddetta solidarietà, e un megaprestito di due milioni e ottocentomila euro -più di cinque miliardi, credo, di vecchie lire- per un investimento immobiliare nel centro di Milano, restituendone uno in meno.

Mi fermo qui per rispetto di entrambi, con uno dei quali -Maurizio- mi è anche capitato di collaborare per un po’ al Giornale, donde ero uscito nel lontano 1983 con l’amico Enzo Bettiza per dissenso da Indro Montanelli, che preferendogli addirittura Ciriaco De Mita diffidava di Bettino Craxi: una specie di Matteo Renzi ante-litteram, anche se non vogliono sentirselo dire né Renzi né i figli di Bettino.

La solita baldanza di Renzi

Al solito, Matteo Renzi si è presentato al Lingotto, a Torino, con baldanza. Ha usato il plurale “noi” ma ha continuato a pensare al singolare. Ha, per esempio, ribadito la convinzione di sommare le cariche di segretario del partito e di presidente del Consiglio, nel caso in cui dovesse vincere primarie e congresso per tornare alla guida del Pd. E gli dovesse poi tornare, dopo le elezioni, il pallino del governo con l’incarico di presidente del Consiglio come leader della forza politica più votata. O della coalizione più votata, se si dovesse andare alle urne con una legge elettorale diversa da quella uscita dalla sartoria della Corte Costituzionale dopo la sforbiciata all’Italicum. Che prevede il premio della maggioranza alla lista che dovesse ottenere il 40 per cento dei voti. Diversamente, nessun premio di maggioranza a nessuno.

Ho la sensazione che l’ex presidente del Consiglio non si sia reso ancora conto dei cambiamenti intervenuti nel quadro politico e istituzionale dopo la sconfitta da lui subìta il 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale. E’ un quadro ancora più tripolare di prima, con i grillini che da soli potranno forse prendere anche più voti del Pd abbandonato nel frattempo da una parte della sinistra: quella facente capo a Massimo D’Alema e a Pier Luigi Bersani.

In un sistema elettorale proporzionale, per quanto aggiornato rispetto a quello della cosiddetta prima Repubblica, il segretario del partito di maggioranza relativa può scegliersi gli alleati, concordare un programma ma non imporsi come presidente del Consiglio. Nè a destra, se Silvio Berlusconi non dovesse cambiare idea su di lui dopo la rottura del Patto del Nazareno, né a sinistra, se i fuoriusciti dal Pd non rinunceranno all’antirenzismo che li ha portati alla scissione.

A Renzi, se gli dovesse riuscire di tornare al voltante del Pd, converrebbe forse tenersi di riserva l’opposizione interna che gli è rimasta per usarla sul piano del governo nelle trattative post-elettorali, se deciderà di rivolgersi a sinistra. O Paolo Gentiloni, se dovesse rivolgersi al centro berlusconiano, che ha stabilito col presidente del Consiglio in carica un buon rapporto, come dimostra il rifiuto, comunque motivato, di votare per la sfiducia al ministro Luca Lotti per le indagini targate Consip.

Il fascino un pò scaduto del Lingotto

 

“Ognuno fa il suo mestiere”, ha risposto Vudcuc, come si pronuncia in italiano il complicato cognome inglese del magistrato che indaga a Napoli sulla Consip e dintorni, commentando lo scetticismo ribadito dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi sulle troppe inchieste giudiziarie che in Italia non vanno a sentenze, o vi arrivano male e troppo tardi. Male, perché perdono per strada parecchi indagati, a volte persino tutti. Troppo tardi, perché si fermano al primo o al secondo grado, ma più spesso al primo, per la sopraggiunta prescrizione.

Vudcuc ha pure tentato un sorriso davanti agli operatori televisivi con l’aria di chi sa il fatto suo e non teme niente e nessuno. Com’è d’altronde giusto che faccia un magistrato, il quale peraltro risponde della sua produttività, chiamiamola così, non al primo che gli passa davanti, fosse pure il presidente del Consiglio in carica, ma agli organi di autogoverno delle toghe preposti alla sua carriera. Provate a sostituirvisi e vedetene gli effetti.

Lo si è avvertito, proprio poco prima che Lilli Guber passasse la linea al collega di rete Formigli, nello studio di Otto e mezzo. Dove la pur pugnace Annalisa Chirico, in competizione sul terreno degli scoop giudiziari con Marco Travaglio, in collegamento dal suo Fatto Quotidiano, ha detto di avere paura di parlare di Vudcuc attribuendogli l’abitudine -vedete come sto attento nell’uso delle parole ?- o di denunciarla o di “convocarla”. Che, ad occhio e croce, dovrebbe significare che Vudcuc o l’ha denunciata o l’ha chiamata per qualche indagine almeno come testimone.

Solo la buonanima di Francesco Cossiga, prima nella sua blindatissima posizione di presidente della Repubblica, ed anche del Consiglio Superiore della Magistratura, e poi con la copertura dell’immunità parlamentare spettatagli come senatore di diritto e a vita, potette permettersi il lusso, o il gusto, di parlare con una certa disinibizione di Vudcuc, sotto le cui lenti giudiziarie era finito anche qualche amico o collaboratore del “picconatore”.

 

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Grazie alla diversità dei loro mestieri, Renzi è corso al Lingotto, a Torino, per lanciare o rilanciare la sua nuova candidatura alla segreteria del Pd proprio nel luogo dove il partito nacque, meno di dieci anni fa, e fu battezzato laicamente da Walter Veltroni con un discorso tutto rivolto al futuro e alla cosiddetta vocazione maggioritaria. Che significava volontà di cercare e ottenere il consenso elettorale necessario a governare senza farsi condizionare, ma più spesso paralizzare, da alleati, organici o disorganici che fossero, capaci di gridare, reclamare, minacciare e ottenere in un ordine inversamente proporzionale alla loro consistenza parlamentare.

Di quel modo allucinante di guidare il Paese aveva già fatto le spese Romano Prodi col suo famoso governo dell’Ulivo nel 1998, cadendo dopo poco più di due anni dall’esordio. E ne stava rifacendo le spese in quel 2007 lo stesso Prodi con il governo dell’Unione, edizione aggiornata e non meno sfortunata dell’Ulivo.

Infatti dopo sette mesi circa dalla nascita del Pd il professore emiliano rotolò di nuovo e si portò appresso le Camere, sciolte in anticipo dallo sconsolato presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che giurò a se stesso di non sciogliere più nulla in vita sua, anche a costo di ricorrere nell’autunno del 2011, caduto l’ultimo governo di centrodestra di Silvio Berlusconi, ad uno squadrone di tecnici guidato in loden da un Mario Monti promosso contemporaneamente anche senatore a vita, avendogli Napolitano riconosciuto, a suo insindacabile giudizio, di avere “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”, secondo la formulazione dell’articolo 59 della Costituzione.

Escluse -credo di poter dire- performance artistiche o letterarie, Monti si guadagnò evidentemente il ben remunerato laticlavio sul terreno sociale e/o scientifico, negli anni vissuti a Bruxelles come commissario europeo o in quelli ben più numerosi dell’insegnamento universitario.

Della vocazione “maggioritaria” del Lingotto del 2007 è rimasto ormai ben poco. Anzi, non è rimasto nulla. L’irruzione parlamentare dei grillini, la conseguente fine del bipolarismo, sia pure all’italiana, il recupero del sistema proporzionale, con cui sembra che si finirà per votare la prossima volta, condannano ormai i partiti a vocazioni, direi, più minoritarie che maggioritarie. Si torneranno a fare le coalizioni di governo, con i piccoli capaci di condizionare i grandi, dopo le elezioni e non prima.

Ma va detto che lo stesso Veltroni -il mio carissimo amico Walter- diede una bella mazzata alla sua vocazione maggioritaria apparentandosi nel 2008, alle elezioni politiche anticipate, col partito dell’Italia dei Valori, bollati, di Antonio Di Pietro. Che condizionò il Pd all’opposizione, su una linea giustizialista, non meno di quanto non avesse già condizionato nella maggioranza il secondo ed ultimo governo Prodi.

 

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Grazie, dicevo, ai loro diversi mestieri, Renzi è andato a Lingotto per cercare di riconquistare la segreteria del Pd e Vudcuc continua a indagare sulla Consip e dintorni cercando di trovare i riscontri necessari a fare quadrare tutti i sospetti, compresi quelli che hanno già portato ad un lungo interrogatorio, di magistrati napoletani e romani, il papà di Renzi, Tiziano. Che è accusato di traffico di influenze illecite anche perché l’iniziale del suo nome -T- è stata trovata, scritta dall’arrestato Alfredo Romeo, in un pizzino accanto alla cifra di 30 mila euro mensili : un pizzino strappato ma recuperato fra le immondizie e ricomposto dai Carabinieri del nucleo operativo ecologico, prima che il capo della Procura di Roma decidesse di rivolgersi nelle indagini ad altri Carabinieri per fermare le troppe fughe di notizie.

Ora è chiaro che quel pizzino, accompagnato peraltro dalla smentita di Romeo di avere mai incontrato il padre di Renzi, richiede quanto meno di sapere se quella T appartiene davvero al Tiziano di Rignano sull’Arno e se quei soldi gli sono stati dati davvero, o ne fosse stato disposto l’accredito o la consegna. O sbaglio, dottor Vudcuc ?

 

 

Diffuso in rete da http://www.formiche.net

Come Orlando, anche Moro esordì alla Giustizia

Scontata a favore di Matteo Renzi, secondo il pur non entusiasta Stefano Folli su Repubblica, la partita congressuale del Pd, per la quale l’ex segretario si spende oggi nella sede fascinosa ed evocativa del Lingotto, dove dieci anni fa Walter Veltroni tracciò la fisionomia del nuovo partito, è invece “aperta, apertissima” anche per il concorrente Andrea Orlando, secondo Paolo Mieli. Che ne ha scritto qualche giorno fa sul Corriere della Sera in un editoriale affiancato -credo, non casualmente- ad una intervista di Aldo Cazzullo al guardasigilli.

Per quanto divisi sul pronostico, Mieli e Folli, ma si può forse dire anche Corriere e Repubblica, al netto naturalmente della pluralità delle voci nelle due testate, e dentro Repubblica al netto persino degli umori e/o simpatie del fondatore Eugenio Scalfari, sono critici verso Renzi.

In particolare, al giovane di Rignano sull’Arno il buon Mieli rimprovera di essersi candidato alla rielezione a segretario del Pd per spirito di “rivincita”, più che altro: uno spirito al quale egli avrebbe sacrificato non solo l’unità del partito ma anche una più completa disamina della pesante sconfitta, anzi strasconfitta, da lui stesso ammessa nel referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, con tutti gli effetti che ne sono derivati. Fra i quali vanno annoverati anche i punti che il sistema elettorale proporzionale ha guadagnato sul sistema maggioritario, già indebolito di suo con l’arrivo dei grillini in Parlamento nel 2013 e la fine della fase pur tutta particolare del bipolarismo all’italiana, troppo pieno di contraddizioni per realizzare governi davvero stabili.

D’altronde, per restare a Mieli e al giornale da lui diretto per ben due volte, dalle parti di via Solferino, a Milano, Renzi non è mai piaciuto granché, neppure quando era oggettivamente forte con quel 40 per cento dei voti raccolto nelle elezioni del 2014 per il rinnovo del Parlamento europeo, pochi mesi dopo il suo urticante arrivo a Palazzo Chigi: urticante per quel famoso e obiettivamente infelice #staisereno all’amico e collega di partito Enrico Letta. È rimasto altrettanto celebre quel “maleducato di talento” dato all’allora presidente del Consiglio Renzi dal direttore uscente del Corriere Ferrucio de Bortoli, dopo avere avvertito e denunciato odore o sapore massonico attorno al giglio più o meno magico.

Ne’ Renzi riusci’ a sperare in una stabile correzione di linea politica in via Solferino con l’allontanamento di Ferrucio, tornato subito a scrivere editoriali sul più diffuso giornale italiano senza pagare pegno, ciò senza cambiare idea sul “maleducato”, per quanto talentuoso.

Folli, su Repubblica, come Mieli sul Corriere, non è arrivato all’asprezza dei giudizi di stile di de Bortoli, ma ha da poco rivolto a Renzi critiche politicamente non meno dure. Gli ha, per esempio, rimproverato di poter anche contare a ragione di riprendere la guida del Pd, ma isolandolo da quelli che dovrebbero pur essere i suoi interlocutori o alleati post-elettorali per garantire un governo al Paese. E con un partito isolato ci sarebbe ben poco da costruire, per sé e per il Paese.

In effetti, se uno guarda a destra, ammesso che Renzi preferisca questa direzione per governare, con Silvio Berlusconi rimangono problemi, anche se il presidente di Forza Italia, fedele al suo garantismo, e anche a costo di aggiungere altri mattoni al muro della diffidenza e degli sgambetti che lo separa dalla Lega di Matteo Salvini, si è rifiutato di usare contro l’ex presidente del Consiglio l’inchiesta Consip nella quale è coinvolto il padre. E ha praticamente garantito al renzianissimo ministro Luca Lotti di uscire indenne la settimana prossima dalle Idi di marzo promosse al Senato dai grillini con l’aiuto appunto dei leghisti e dei fratelli italiani di Giorgia Meloni.

Berlusconi, in fondo, non ha mai perdonato davvero a Renzi di avere stracciato, secondo lui, il famoso Patto del Nazareno mandando al Quirinale due anni fa, senza averne concordato con lui la candidatura, proprio quel Sergio Mattarella pubblicamente elogiato per la “coerenza” con la quale nel lontano 1990 si era dimesso da ministro del governo di Giulio Andreotti contro la legittimazione delle tre reti televisive del Biscione. Poi, in verità, Berlusconi ha trovato il modo e il tempo di apprezzare il nuovo presidente della Repubblica, ma senza con questo rinunciare al risentimento politico e personale verso Renzi, sino a contrastarne personalmente la riforma costituzionale nella campagna referendaria, resistendo a tutti gli appelli a favore giuntigli dagli amici del Foglio. Del resto, va riconosciuto a Berlusconi il diritto di nutrire qualche preoccupazione di accreditare troppo nella propria area elettorale Renzi, specie dopo che lo hanno lasciato esponenti orgogliosamente provenienti dal Pci come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani.

            Comunque, più naturale e realistico, secondo Folli, sarebbe un’alleanza o un’intesa di governo dopo le elezioni fra il Pd e la sinistra, visto peraltro che è stato proprio Renzi ad accasarlo nel Partito Socialista Europeo, mostrando più coraggio dei predecessori che pure lo hanno ora abbandonato considerandolo di destra, o quasi.

Ma a sinistra, già inviso prima, Renzi è ancora più indigesto adesso che ha subìto o non ha voluto evitare la scissione, come gli ha contestato, candidandosi alla segreteria contro di lui, l’ex socio di maggioranza Orlando. Il quale sapientemente non ha voluto lasciare il ruolo di minoranza, che deve essere anche di stimolo e di possibile alternativa, ad una personalità così singolare, e così contigua con i grillini, come il governatore pugliese Michele Emiliano: uno che, guarda caso, nel Pd è stato un po’ il solo, o il più rumoroso a cavalcare contro Renzi anche il processo mediatico apertosi, come al solito, con l’esplosione dell’inchiesta giudiziaria di turno, enfatizzata per giunta con il coinvolgimento già ricordato del papà Tiziano e dell’amico Lotti.

Come possa Renzi rimediare da segretario del partito alla incomunicabilità personale con la sinistra, ostativa alla formazione di un governo dopo le elezioni, Folli non lo ha scritto. O non lo ha scritto ancora. Ma è ragionevole supporre ch’egli pensi, sotto traccia, con l’esperienza che ha di analista anche della cosiddetta prima Repubblica, quando simili operazioni erano ordinarie, ad un Renzi disposto, anzi interessato ad investire al meglio l’energia di Orlando, fortunatamente rimastagli dopo la scissione, e da lui stesso incoraggiata a restare nella lunga e convulsa vigilia della convocazione del congresso.

Ai tempi per niente ingloriosi delle elezioni col sistema proporzionale, prima del passaggio non solo al maggioritario, ma anche dalle Procure della Repubblica alla Repubbica delle Procure, che non è decisamente un bel modello repubblicano, i partiti difendevano le loro identità ma perseguivano le necessarie mediazioni per governare rivolgendosi a candidati a Palazzo Chigi adatti a questo scopo.

Fu Aldo Moro nella Dc a coprire questo ruolo, quando fu realizzato il primo governo “organico” di centrosinistra, anzi di centro-sinistra, cioè col trattino. Andrea Orlando, anche se di formazione culturale e politica certamente diversa, somiglia un po’ a Moro per stile e modo di ragionare e di proporsi. Ne ha anche, guarda caso, ripetuto la prima esperienza al Ministero della Giustizia. Dove Moro approdò nel 1955. Poi passò alla Pubblica Istruzione, prima di diventare segretario del partito e infine presidente del Consiglio.

Renzi forse non sbaglierebbe a fare un pensierino su Orlando come mediatore di governo con la sinistra esterna al Pd, anche a costo di deludere Paolo Gentiloni, chiamato dai leghisti Renziloni, come ho sentito seguendo l’altro ieri al Senato il dibattito sui temi europei.

 

Pubblicato su Il Dubbio

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