Tre ore di ordinaria follia a Roma

 

         Sono stato partecipe involontario di tre ore di ordinaria follia a Roma la sera della cosiddetta festa della donna: cosiddetta perché con me, in quelle tre ore, sono rimaste imbottigliate nel traffico, fra tangenziale, olimpica, lungotevere, Muro Torto, Stazione Termini, Porta Maggiore, San Giovanni, eccetera più donne che uomini. Almeno a vedere all’ingrosso dentro alle auto accanto alle quali mi è capitato di restare bloccato o, una volta riuscito a percorrere qualche decina di metri, ad affrontare la disgrazia di un incrocio o di una rotatoria.

         Non vi dico, se non vi è capitata la stessa disavventura, lo spettacolo nei tunnel, sottovia, sottopassi: chiamateli come volete. Erano budelli di gas tossici ai quali non si poteva materialmente sottrarsi, neppure abbandonando l’auto e proseguendo a piedi.

         Le imprecazioni in tutte le tonalità possibili e immaginabili, interrotte dalle paradossali sirene delle autoambulanze, i cui conducenti avevano la ridicola pretesa di poter essere presi sul serio, erano prevalentemente dirette contro i sindacati per il modo col quale hanno voluto celebrare la festa della donna al rovescio, negandole o complicandole la possibilità di muoversi con uno sciopero dei trasporti pubblici che ha naturalmente moltiplicato il traffico privato.

         I sindacati, piccoli e grandi, e le associazioni più o meno improvvisate che indicono cortei e manifestazioni di protesta o di giubilo, che non sono mancate naturalmente nelle tre ore di ordinaria follia dell’8 marzo romano, sono ormai specialisti nel tafazzismo. Non appena ne avvertono l’occasione, vi si infilano. Non se ne lasciano scappare una. Sono attrattati non dalla popolarità ma dall’opposto. Quanto più riescono a diventare invisi, più si sentano realizzati e godono.

         Al secondo posto nella graduatoria delle imprecazioni si è collocata la sindaca grillina della città, Virginia Raggi, della quale molti invocavano la presenza per gridarle in faccia, come un grido di ritorno, i vaffanculo -scusate la parolaccia- che il suo capo o “garante”, Beppe Grillo, manda abitualmente a tutti e a tutto: anche ai Fori Imperiali quando vi si affaccia dalle finestre dell’albergo capitolino non so a quante stelle, se più o meno delle 5 del suo movimento, dove risiede durante le frequenti ispezioni che dalla sua Liguria viene a fare al Campidoglio e dintorni.

         A me, più modestamente e meno politicamente, è venuta invece solo la voglia, repressa a stento, di gridare il mio vaffanculo -scusate di nuovo- ai vigili urbani: a piedi, in motocicletta, in auto, seduti, in piedi, uomini, donne, froci, giovani, anziani, di mezza età, magri, grassi, insomma di tutte le specie. Ne avessi visto uno, dico uno, a tentare in un incrocio, in una rotonda, ad un semaforo, di dare una mano agli automobilisti in gabbia nelle loro scatole, ormai, di plastica. Qualcuno dei pizzardoni, come una volta si chiamavano simpaticamente i vigili a Roma, stava facendo magari la contravvenzione a qualche auto in sosta vietata, o con l’ora del parcheggio scaduta. Che vergogna!

Le innocue idi di marzo del ministro Luca Lotti

Il D-day del ministro dello sport Luca Lotti, toscano di Empoli, 33 anni da compiere il 20 giugno, già sottosegretario dell’amico Matteo Renzi alla presidenza del Consiglio per mille e più giorni, è stato quindi fissato per mercoledì 15 marzo. Che nell’antica Roma era il primo giorno di primavera. Un giorno quindi festoso, funestato però nel 44 avanti Cristo, e perciò passato tragicamente alla storia, dall’uccisione di Giulio Cesare.

Anche Lotti dovrà andare mercoledì prossimo al Senato, dove i grillini sono riusciti a “calendarizzare” la loro mozione di sfiducia personale per il suo coinvolgimento nelle indagini sugli appalti della Consip. Egli è infatti sospettato di avere passato -in verità non da solo, ma insieme con due generaloni dell’Arma dei Carabinieri- l’informazione giusta ai vertici della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione per rimuovere dai loro uffici le microspie fatte installare dalla Procura di Napoli, assistita dai Carabinieri del nucleo operativo ecologico.

A questi ultimi, scelti in particolare dal sostituto procuratore Henry John Woodcoock, Vudcoc per gli ignorantoni, il capo della Procura di Roma, titolare di un troncone di quell’inchiesta, ha poi tolto l’incarico, e la fiducia, per le troppe fughe di notizie, cioè violazioni del segreto, giunte ai giornali. E per la conseguente intossicazione, fra l’altro, del dibattito politico, a cominciare dalle primarie e dal congresso del Pd. Dove il principale aspirante alla carica di segretario è non solo amico di Lotti ma anche, diciamo pure soprattuto, il figlio di Tiziano Renzi, anche lui indagato, ma per il reato di traffico di influenze illecite.

Il padre dell’ex presidente del Consiglio ha invitato gli inquirenti, nelle 4 ore di interrogatorio subìto di recente, di tradurre più semplicemente quel reato, nel suo caso, in “abuso di cognome”: un abuso, però, compiuto non da lui, ma dagli amici che, a sua insaputa, lo hanno speso per procacciarsi appalti, commesse e quant’altro. Si vedrà se gli inquirenti gli crederanno, chiedendo l’archiviazione del caso, o no.

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Diversamente da Cesare, il ben più modesto Lotti da Empoli non correrà al Senato la settimana prossima rischi fisici. I pugnali dei suoi avversari politici sono solo voti per promuoverne la fine o interruzione dell’esperienza ministeriale. E tra i parlamentari della maggioranza che sostiene il governo non si vede il Bruto di turno, visto che il governatore pugliese Michele Emiliano, concorrente pure lui alla segreteria del Pd e convinto che l’amico di Renzi debba dimettersi per “generosità” verso il partito, non è un senatore della Repubblica.

D’altronde il capogruppo piddino a Palazzo Madama, Luigi Zanda, uomo prudente che sa fare i conti in queste circostanze, ha già scommesso pubblicamente sul fatto che la mozione grillina, per quanto votata anche dai leghisti, dalla destra post-fininiana di Giorgia Meloni e da brandelli della sinistra che è riuscita ultimamente a dividersi in ben cinque partiti con la scissione del Pd, sarà respinta “con i soli voti della maggioranza”, al netto quindi dell’aiuto a Lotti già annunciato dai senatori di Forza Italia e altri esponenti di quella che formalmente è l’opposizione.

Ma se questa è la situazione, e questi sono i numeri, perché i grillini e i loro occasionali alleati hanno insistito tanto nell’offensiva contro Lotti e, più in generale, almeno nelle loro intenzioni, contro il governo? E’ chiaro: per motivi di propaganda, di palcoscenico, di teatro, così congeniale d’altronde al capo del movimento 5 Stelle: un grandissimo comico, da audience e incassi eccellenti, prestatosi alla politica per fare ciò che è stato per vent’anni il sogno di qualche magistrato di rivoltare l’Italia come un calzino. La forma dello stivale, del resto, il Paese già ce l’ha di suo, per decisione della natura.

Nel loro assalto alla politica, agli altri partiti, alle “caste”, alle stesse istituzioni, sui cui tetti salgono per protestare la loro diversità e non rimanere intossicati dall’aria che respirano quando sono dentro, non all’aperto, i grillini sono riusciti a conquistare quella che, forse senza esagerare, Angelo Panebianco ha appena definito sul Corriere della Sera una “egemonia culturale”. E ciò purtroppo -ha osservato non a torto l’editorialista del primo giornale italiano, con la complicità di quanti a destra, a sinistra e al centro, compreso -aggiungo io- lo stesso Renzi in tante occasioni che avrebbe potuto risparmiarsi, hanno avuto l’illusione di contrastare i grilli inseguendoli sullo stesso terreno. Eppure è arcinoto che alle copie di solito si preferisce l’originale.

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Va infine detto che, per quanto possa essere importante l’autosufficienza della maggioranza sulla quale ha scommesso il capogruppo del Pd al Senato, con la sfiducia al ministro Lotti tentata da grillini e amici o compagni – che dicono, come nel caso della Lega, di correre loro dietro per provocare la crisi, e con la crisi le elezioni anticipate- il governo in questo D-day di Luca da Empoli non corre nessun rischio.

La sfiducia è “personale” e non si porta appresso il governo di turno. Vi è un precedente che forse i grillini, nella loro abituale improvvisazione, non conoscono. E’ la sfiducia votata proprio al Senato nell’autunno del 1995 contro l’allora ministro della Giustizia e magistrato in pensione Filippo Mancuso, che aveva osato mandare gli ispettori del suo dicastero in quel santuario che era considerato il Tribunale, più in particolare la Procura della Repubblica di Milano. Dove si cercava, come si è già accennato, di rivoltare il Paese con le mani pulite degli inquirenti alle prese con Tangentopoli, come fu chiamato il fenomeno diffusissimo del finanziamento illegale della politica e della corruzione che, secondo l’accusa, lo accompagnava sistematicamente nella presunta consapevolezza dei segretari dei partiti. O almeno di quelli maggiormente presi di mira con una selezione degli obiettivi su cui nessuno ha voluto poi fare accertamenti seri: né giudiziari né politici, visto il fallimento di tutti i tentativi di istituire una commissione d’inchiesta parlamentare.

La legittimità della vicenda Mancuso, intesa come possibilità di sfiduciare un ministro senza coinvolgerne il governo, fu peraltro sancita dalla Corte Costituzionale, alla quale il guardasigilli deposto aveva fatto inutilmente ricorso.

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Belpietro incalza Feltri per gli Angelucci di Libero

Maurizio Belpietro ha reagito con la prontezza e il piglio abituali al rimprovero fattogli dal collega Vittorio Feltri di essere stato finanziato, sia pure inconsapevolmente, anche da Alfredo Romeo – l’imprenditore arrestato per le indagini sugli appalti della Consip- nell’avventura editoriale della Verità. Che è il quotidiano fondato dallo stesso Belpietro l’anno scorso, dopo essere stato clamorosamente allontanato dalla direzione di Libero per una dose di antirenzismo non condivisa dall’editore Antonio Angelucci, deputato del centrodestra e imprenditore del settore ospedaliero: costretto per mestiere, diciamo così, a dipendere dalle convenzioni e, più in generale, dai rapporti con la pubblica amministrazione.

La prima cosa che Belpietro non ha perdonato a Feltri è di avere adoperato la sigla L per firmare il suo attacco, rigorosamente in prima pagina su Libero, dove lo stesso Feltri è tornato -sempre l’anno scorso- per sostituire proprio l’ormai ex amico Maurizio, sia pure con le funzioni di direttore editoriale, meno rischiose del direttore responsabile.

Costretto pertanto a pendersela con “l’Anonimo”, pur avendo cognizione precisa del suo interlocutore, Belpietro ha avuto gioco sin troppo facile a rimproverare a Feltri di non avere letto con la dovuta attenzione le mille e più pagine -pensate un pò- uscite da tempo, legalmente o illegalmente, dagli uffici giudiziari. Fra le quali egli ha trovato notizia dei soldi arrivati alla Verità da Alfredo Romeo tramite una Fondazione culturale individuata dal suo consulente Italo Bocchino, già deputato fedelissimo di Gianfranco Fini.

Se avesse voluto, gli ha praticamente rinfacciato Belpietro, il direttore editoriale di Libero avrebbe potuto trovare anche notizie utili a farsi un’idea precisa del proprio editore, impegnato in un settore -ripeto- in cui non può fare a meno di fare i conti con i governi nazionali o regionali del momento.

La differenza di cui, sotto sotto, ma neppure tanto, Belpietro si è vantato rispetto a Feltri è che alla Verità egli ha potuto dalla mattina alla sera intimare all’amico della Fondazione usata da Adolfo Romeo di uscire dalla combinazione editoriale senza subire danni, data l’esiguità della partecipazione, valutata attorno ai 50 mila euro. Vittorio Feltri a Libero non potrebbe invece fare a meno degli amici Angelucci per lavorare. E soprattutto -aggiungo io, all’età che ha, con la pensione che percepisce e con i soldi che ha potuto mettere da parte in una lunga e ben remunerata carriera- per divertirsi a scrivere ciò che scrive, a volte sfidando anche il conformismo universale., se non vogliano parlare di buon gusto. Come il direttore editoriale di Libero ha fatto di recente con quella storia della “patata bollente” infilata nel suo articolo, e sparata a caratteri di scatola sulla prima pagina del giornale, a proposito dei problemi non tutti politici e amministrativi della sindaca grillina di Roma Virginia Raggi.

Quello sollevato da Belpietro, al netto dei rapporti personali fra lui e il suo peraltro ex direttore, alla cui scuola si è formato, è un problema reale, di cui il nostro Paese è forse tra i ricettacoli maggiori. E’ il problema dei cosiddetti editori impuri. Che fondano o acquistano giornali, ma spesso li chiudono anche, non per guadagnare o campare solo di questi ma per usarli come veicoli sui quali percorrere altre strade, fare altri affari, scalare altre vette.

Ho lavorato anch’io in alcuni di questi giornali. E’ assai difficile trovarne di diversi. Potrei raccontarvi un’infinità di episodi, oltre a quello già riferitovi sul Dubbio della volta in cui Silvio Berlusconi mi telefonò terrorizzato per un attacco di bile e di minacce che Indro Montanelli aveva appena procurato all’allora segretario della Dc con uno dei suoi controcorrente. Non credo tuttavia che noi giornalisti possiamo cercare o sognare l’editore “puro” solo attaccandoci o addirittura insultandoci.

 

Pubblicato su Il Dubbio

La vocale che cerca Marchionne

         Diavolo di un uomo, Sergio Marchionne ha accompagnato l’annuncio del trasferimento della produzione della Panda da Pomigliano in Polonia -per destinare lo stabilimento campano dal 2020 a veicoli di alta gamma, cioè di più importante e complesso livello- con una promessa che ha scatenato la fantasia più pruriginosa.

         In particolare, l’amministratore della FCA ha promesso di aggiungere “una vocale” all’acronimo della sua azienda per renderne la pronuncia più facile, più lineare, com’era una volta la FIAT.

         Intenzione eccellente, ma per vedere l’effetto che fa proviamo ad applicare una qualsiasi delle cinque vocali a disposizione di Marchionne, se non ne troverà o inventerà altre con l’aiuto di Beppe Grillo, che naviga notoriamente fra le stelle.

         Con la vocale A la FCA diventerebbe FACA. Mah, che ne pensate?

         Con la E la FCA diventerebbe FECA. Forse non è il caso, almeno in Italia.

         Con la I la FCA diventerebbe FICA. Sarebbe un botto, almeno in Italia, anche ai fini promozionali, ma anche un po’ troppo imbarazzante o audace, per quanto ormai il linguaggio comune è diventato volgarotto.

         Con la O la FCA diventerebbe FOCA: beh, sarebbe migliore, e più sobria della precedente, ma la parola assomiglierebbe più a un modello che a una marca d’automobile.

         Con la U, infine, la FCA diventerebbe FUCA. Ma è il nome delle note fave lassative: non certamente il massimo per chi vuole acquistare un’auto per viaggiare, e non per andare di corpo. Sarebbe una variante di FECA.

           E poi, quella C diventerebbe rischiosa per la facilità con la quale potrebbe essere scambiata per G. Si leggerebbe FUGA. Il Maurizio Landini di turno potrebbe gridare alla prova della volontà recondita di Marchionne e della sua azienda di voler fuggire dall’Italia. Magari solo per fuggire da lui, lo stesso Landini.

Il contrappasso di Fini e Bocchino

 

L’ingresso di Italo Bocchino, il fedelissimo prima di Pinuccio Tatarella e poi di Gianfranco Fini, nel menù degli indagati per gli appalti della Consip, e accessori, risponde un po’ alla legge dantesca del contrappasso, che comporta una corrispondenza persino fisica della pena alla colpa.

         Quella di Bocchino, ma anche di Fini, di recente accusato -per atto dovuto, ha detto l’ex presidente della Camera- di riciclaggio con la compagna Elisabetta Tulliani e familiari, è una colpa tutta politica per i ruoli pubblici che hanno avuto in passato. E’ la colpa, direi, del giustizialismo, inteso come propensione a prendere per oro colato ogni iniziativa di una Procura della Repubblica e a scambiare per un atto o comportamento ostile alla Giustizia, con la maiuscola, il garantismo. Che, al contrario, preferisce il dubbio alla certezza, i processi in tribunale a quelli inevitabilmente sommari sui giornali, quando un malcapitato ha a che fare con un ufficio giudiziario. Ma ancor più con un pubblico ministero troppo sicuro del fatto suo, magari convinto -alla maniera di Piercamillo Davigo, presidente pro-tempore dell’associazione nazionale dei magistrati- che spesso, se non sempre, l’assolto sia solo un colpevole che l’ha fatta franca, rimettendoci nel peggiore dei casi qualche tempo di scomoda detenzione preventiva.

         Non sto poi esagerando, credetemi, visto ciò che succede in Italia da 25 anni a questa parte: quanti ne sono trascorsi dall’esplosione di Mani pulite: l’inchiesta sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che, secondo l’accusa, necessariamente ne era o a monte o a valle. Venticinque interminabili anni, durante i quali è casualmente accaduto -per carità- ad alcuni degli inquirenti di diventare poi politici, magari eletti in collegi blindatissimi, come fu quello rosso del Mugello assegnato a Tonino Di Pietro nel 1997 da Massimo D’Alema.

         Fini nella scorsa legislatura ruppe con Silvio Berlusconi, sino a votarsi al suicidio politico, per sostenere i magistrati che lo accusavano: alcuni riuscendo poi a condannarlo in sessione estiva della Cassazione per frode fiscale, e altri fallendo clamorosamente con le accuse di prostituzione minorile e concussione.

         Bocchino fu il megafono di Fini, in Parlamento e nei salotti televisivi, seguendolo anche nella mancata rielezione. E ritrovandosi ora indagato per la Consip come consigliere di Alfredo Romeo, l’imprenditore sospettato, fra l’altro, di avere pranzato in una bettola a Napoli col papà di Matteo Renzi per combinare affari illeciti.

                                                      

 

Ma che smarcato! Gentiloni incollato a Renzi

Ora che il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, cambiando collaboratori nell’Arma dei Carabinieri e ordinando accertamenti sulle anomalie delle settimane e dei mesi scorsi, ha interrotto il fluviale traffico di notizie riservate verso certe redazioni trattate come buche postali, l’inchiesta sugli appalti della Consip condiziona di meno il dibattito politico. Che è tornato, per esempio, ad occuparsi di più dei rapporti di Matteo Renzi non col babbo Tiziano, o con l’amico Luca Lotti, coinvolti a vario titolo in quell’inchiesta, ma col presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. E viceversa, naturalmente.

Ma, anche se un po’ alleggerito delle scorie giudiziarie, come dimostra pure la ridotta pericolosità dell’iniziativa presa dai grillini per la sfiducia parlamentare al ministro Lotti, il quadro dei rapporti fra Renzi e Gentiloni -o viceversa, ripeto- è avvolto in un involucro di diffidenza, di malizia. Che, pur all’insegna della vecchia convinzione di Giulio Andreotti che a pensare male si fa peccato ma s’indovina, produce anch’esso una intossicazione del dibattito e della rappresentazione mediatica che se ne fa.

Sono esemplari, a questo proposito, il ragionamento e il titolo che si è dato l’editorialista di turno del Giornale della famiglia Berlusconi sullo stato dei rapporti, appunto, fra l’ex presidente del Consiglio e il conte che ne ha preso il posto dopo la debacle del referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale. “Pure Gentiloni si è smarcato dal renzismo”, ha titolato il Giornale esprimendo probabilmente l’impressione o la speranza del suo editore ma- paradossalmente- anche della sinistra uscita dal Pd e di quella, che pur essendovi rimasta, ritiene il presidente del Consiglio in pericolo per la smania ancora attribuita a Renzi di cogliere la prima occasione o il primo incidente utile, dopo una eventuale vittoria congressuale e conseguente riconquista della segreteria del partito, per farlo cadere. E provocare in autunno le elezioni anticipate per poi riprendersi anche Palazzo Chigi.

Gli avversari di Renzi temono insomma che egli ripeta contro Gentiloni lo schema di gioco usato quattro anni fa con l’allora presidente del Consiglio e compagno di partito Enrico Letta, esortato a “stare sereno” -ricordate?- proprio mentre l’allora segretario del Pd si preparava a sostituirlo. E ne parlava per telefono ad un amico generale della Guardia di Finanza, purtroppo intercettato, come di un brav’uomo inadatto però alla guida di un governo per ritmi di lavoro, carattere e cultura, meglio spendibili -disse anche questo- al Quirinale. Dove Giorgio Napolitano però era stato rieletto solo da meno di un anno e non si sentiva abbastanza stanco per farsi tentare dalle dimissioni, come sarebbe accaduto dopo altri 12 mesi.

 

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Il Giornale ha probabilmente visto lo smarcamento di Gentiloni da Renzi, e quindi la sua volontà di durare sino all’esaurimento ordinario della legislatura, senza lasciarsi coinvolgere in qualche tentativo del predecessore di anticiparne la fine, nel proposito annunciato non solo di ridurre le tasse sul lavoro, di impostare in qualche modo già da ora la legge finanziaria del 2018, di fissare la data dei referendum promossi dalla Cgil sui voucher e sulle garanzie per i dipendenti delle ditte subappaltatrici, ma anche di rendere più marcato, più visibile -come ha detto a Pippo Baudo a Domenica in– il carattere “rassicurante” del proprio governo.

Ma va detto, con onestà, anche a costo di sembrare ingenuo agli occhi del diffidente editorialista del Giornale, che Renzi non ha per niente trattenuto Gentiloni in queste ultime settimane. Lo ha, anzi, sempre incoraggiato a darsi da fare, a non perdere tempo, a non rinviare le decisioni.

Ospite recentemente di Fabio Fazio a Che tempo che fa, l’ex presidente del Consiglio è tornato a tirarsi fuori, come aveva già fatto davanti alla direzione e all’assemblea nazionale del Pd, prima di dimettersi da segretario e di avviare il percorso congressuale, dal problema delle elezioni anticipate o no. Anche a costo di pestare i piedi al povero Sergio Mattarella, unico titolare costituzionale del diritto di sciogliere le Camere prima della loro scadenza ordinaria, egli ha detto che sarà Gentiloni a valutare e decidere una eventualità del genere, assumendosi evidentemente con le dimissioni la respondabilità di una crisi per mancanza delle condizioni politiche necessarie a proseguire nel suo mandato.

Poi ancora, e di più, come da noi segnalato su formiche.net, Renzi ha detto all’editorialista di Repubblica Massimo Giannini, col quale evidentemente i rapporti sono tornati buoni dopo lo scontro sulla vicenda della Banca Etruria e del papà dell’allora ministra Maria Elena Boschi, che Gentiloni non ha più “l’alibi” della prospettiva delle elezioni anticipate, essendo ormai assodato che si voterà fra un anno. Per cui il il conte fa bene a darsi da fare.

 

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A questo punto al Giornale, in paradossale compagnia, ripeto, con la sinistra antirenziana uscita dal Pd, o rimasta per continuare a combatterlo senza cambiare casa, potrebbero anche ritenere che quella di Renzi sia solo una manfrina, cioè un tentativo di continuare a perseguire le elezioni anticipate in altro modo, fingendo di essersi rassegnato a non cercarle. Ma saremmo in questo caso al classico processo alle intenzioni, con cui il confronto politico si impantanerebbe.

Avremmo lo stesso effetto tossico dell’intreccio che si spera davvero interrotto dal capo della Procura di Roma fra le cronache giudiziarie e politiche. Per cui le redazioni dei giornali tradizionalmente più contigue alle Procure sono rimaste un po’ all’asciutto,   costrette a registrare solo le smentite di Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano arrestato per l’affare Consip con l’accusa di corruzione, agli incontri e frequentazioni attribuitegli col padre di Renzi.

 

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Quei soldi di Romeo alla Verità di Belpietro

La sapientemente perfida selezione delle intercettazioni e quant’altro sottratte al segreto delle indagini su appalti e frequentazioni alla Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, ha seminato confusione e zizzania anche a destra, e non solo a sinistra. Dove si è peraltro arrivati all’ineguagliabile paradosso di un candidato alla segreteria del Pd, il governatore pugliese e magistrato in aspettativa Michele Emiliano, che vorrebbe eliminare con un sol colpo, proprio con l’affare Consip, entrambi i suoi concorrenti.

In particolare, Matteo Renzi dovrebbe pagare lo scotto del coinvolgimento del padre e del fedele Luca Lotti nelle indagini, pur a diverso titolo, e il povero Andrea Orlando, a dispetto dei consensi crescenti che sta raccogliendo, per la funzione di “garante” di quelle indagini: funzione che gli spetta come ministro della Giustizia.

Così l’intelligentone, furbissimo “don Michele” di Bari, o dintorni, si troverebbe solo a correre verso il vertice del Pd, essendosi nel frattempo perse le tracce, ed anche il nome, di quella volenterosa signora di Torino iscrittasi alla gara come “moderata”, quasi che tutti gli altri fossero il contrario, cioè smodati.

In verità, verrebbe voglia di dare dello smodato, per lo stile e gli argomenti che usa contro rivali o concorrenti, proprio a Emiliano, ma non cado in questa tentazione perché non mi piace la prospettiva di diventare l’unico fesso a procurarsi una querela, anche se la polemica è tutta politica, e non personale.

A destra, come accennavo, le ricadute delle fughe di notizie dalle indagini sulla Consip si sono tradotte in un attacco di Libero, il quotidiano guidato dal sempre urticante direttore editoriale Vittorio Feltri, alla concorrente Verità, il pugnace giornale fondato l’anno scorso da Maurizio Belpietro per proseguire una durissima, direi feroce campagna antirenziana che gli sarebbe stata impedita alla direzione dello stesso Libero dagli editori Angelucci.

Feltri fu allora accusato dal pur vecchio amico Belpietro di essersi prestato ad un repentino cambio di linea politica per avere sostenuto, semplicemente, che la riforma costituzionale targata Renzi fosse accettabile nel referendum, nonostante limiti e pasticci dei suoi contenuti, perché “sempre meglio di niente”. Al resto delle accuse a Renzi, cioè di coltivare all’ombra di quella riforma disegni autoritari, da ducetto fiorentino, il competitore di Belpietro non aveva ritenuto di dare alcun ascolto.

Furono addebitati a Feltri anche visite e incontri conviviali, da lui però smentiti, con l’allora presidente del Consiglio a Palazzo Chigi o dintorni. Venne fuori insomma il solito repertorio di allusioni, sospetti e voci, relative anche agli affari sanitari degli Angelucci dipendenti dalla politica, di cui anche noi giornalisti siamo capaci quando ci becchiamo fra di noi.

Ora le fughe di notizie giudiziarie gestite, secondo i sospetti o le convinzioni maturate nella Procura di Roma, anche dai Carabinieri del nucleo ecologico scelti a Napoli dal sostituto procuratore Henry John Woodcock, e perciò sostituiti con Carabinieri di un altro reparto, hanno consentito al direttore editoriale di Libero di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. In particolare, egli ha potuto rimproverare a Belpietro alcuni finanziamenti forniti alla sua Verità, tramite una fondazione presente nella società editrice, da quell’Alfredo Romeo arrestato nel corso delle indagini sulla Consip per sospetta corruzione e non so quali e quant’altri reati: un ricchissimo imprenditore fornito, secondo le intercettazioni arrivate nelle redazioni, di tanto denaro in contanti da non sapere dove mettere o come investire, essendone pieni i suoi “cassetti”. Un imprenditore, sempre questo Romeo, in odore di buoni rapporti col “giro” di Renzi, a cominciare dal padre Tiziano, la cui iniziale è stata trovata accanto alla bella cifra di 30 mila euro mensili in un pizzino stracciato ma recuperato e ricomposto fra le immondizie dai Carabinieri del nucleo ambientale. E da chi sennò?

Belpietro, a dire il vero, informatissimo sulle indagini Consip, tanto da avere pubblicato per primo nei mesi scorsi notizie o voci sul padre di Renzi in angoscia per guai giudiziari in arrivo da Napoli, non si è lasciato sorprendere dal suo amico e competitore Feltri. Lo ha anzi preceduto scrivendo dei finanziamenti al suo giornale attribuiti a Romeo su consiglio del consulente ed ex deputato finiano Italo Bocchino. E dicendosene sorpreso per primo. Sarebbe stato insomma un aiuto ottenuto a sua insaputa, e per niente condizionante, avendo lui obiettivamente continuato sulla strada dell’antirenzismo non certamente in sintonia con le simpatie politiche e persino con gli interessi attribuiti all’imprenditore napoletano, peraltro già finito in carcere in passato e uscitone assolto.

Senza ricorrere ad un’attenuante una volta sarcasticamente attribuita da Marco Travaglio all’allora ministro forzista Claudio Scajola per un appartamento davanti al Colosseo pagatogli in parte da un amico, Feltri ha velenosamente consigliato Belpietro a chiamare “Dubbio” la sua “Verità” troppo assertiva, osservando però onestamente e simpaticamente che questo è già il nome della testata garantista diretta da Piero Sansonetti.

Per la cronaca, l’attenuante inventata in un fulminante corsivo da Travaglio per Scajola fu un richiamo a Cristoforo Colombo, che nel lontanissimo 1492 scopri a sua insaputa l’America, ritenendo di essere invece sbarcato in India.

Tutto questo vi ho raccontato anche per farvi capire quali e quante sorprese, quali e quanti paradossi, quale e quanta confusione, quale e quanto fango può essere sollevato, si vedrà solo dopo se a ragione e a torto, da una indagine giudiziaria condotta tra fughe occasionali o, peggio, pilotate di notizie e documenti. Fughe destinate non a fare luce su fatti e responsabilità, ma ad alimentare i processi sui giornali anziché nei tribunali, come ha giustamente lamentato Renzi. E a intossicare il dibattito politico nei passaggi più importanti: in questo caso, nello svolgimento delle primarie e del congresso del Pd, dal cui esito dipenderanno gli sviluppi di una situazione politica a dir poco torbida. Un congresso alla cui disintossicazione si è raccomandato anche il guardasigilli, oltre a Renzi.

Pubblicato su Il Dubbio di martedì 7 marzo 2017 alle pagine 1 e 7

Il Corriere della Sera appoggia Orlando nella bolgia del Pd

Diversamente dal quadro politico, che va sempre più confondendosi, specie con gli ingredienti forniti alla lotta fra e nei partiti dalle indagini giudiziarie sulla Consip, particolarmente scomode per Matteo Renzi, la sua famiglia e i suoi amici, va chiarendosi il quadro mediatico. Che è importante anche per definire l’altro, come avvenne 25 anni fa, quando l’inchiesta giudiziaria Mani pulite spazzò via non un solo uomo, non un solo partito ma tutti quelli di governo, toccando solo marginalmente e quindi salvando l’allora Pds-ex Pci. E tutto col sostegno della cosiddetta grande stampa e delle televisioni, comprese quelle di Silvio Berlusconi. Il quale a sorpresa ne avrebbe tratto i frutti maggiori, nonostante i legami personali con i leader distrutti, irrompendo nella politica e vincendo le elezioni nel 1994.

Con la sua prima pagina di oggi, lunedì 6 marzo 2013, in apertura -credo non casuale- della settimana scelta da Matteo Renzi per lanciare la sua candidatura, o ricandidaura, alla segreteria del Pd nella cornice del Lingotto di Torino, proprio dove nacque dieci anni fa il partito col discorso di pre-investitura del suo primo segretario Walter Veltroni, il Corriere della Sera ha praticamente adottato- o sponsorizzato, come preferite- il concorrente più politico dell’ex presidente del Consiglio, cioè il guardasigilli Andrea Orlando.

L’altro concorrente di Renzi, il governatore pugliese Michele Emiliano, che casualmente -ma non troppo- è anche un testimone nell’inchiesta giudiziaria targata Consip, è troppo truce, acrimonioso, imprevedibile e discusso, per giunta con quell’ostinato rifiuto di dimettersi dalla magistratura dopo avere ormai scelto come mestiere o professione prevalente quella del politico, per potersi guadagnare il sostegno del primo giornale italiano, almeno per numero di copie vendute.

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La sponsorizzazione corrieristica della candidatura di Orlando alla segreteria del Pd nasce dal combinato disposto di un editoriale di Paolo Mieli e di un’intervista dello stesso Orlando raccolta dall’inviato di punta Aldo Cazzullo, che sa cogliere sempre dall’ospite di turno il meglio, inteso come contributo a capire la situazione.

L’editoriale di Mieli e l’intervista di Orlando contengono lo stesso giudizio negativo sulla corsa di Renzi per tornare a guidare il partito: una corsa viziata, secondo loro, da un obiettivo di “rivincita” che è di per sé un handicap nel quadro politico italiano, con partiti sfarinati e accidiosi, senza che si veda all’orizzonte una legge elettorale che possa aiutare a fare uscire dalle urne una maggioranza di governo. E’ un quadro che sta impensierendo sempre di più il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ai cui appelli un po’ pleonastici, diciamolo pure, alla “prudenza” ha preferito aggrapparsi l’editorialista del secondo giornale italiano: Stefano Folli su Repubblica.

         Ma torniamo a Mieli, il sornione due volte ex direttore del Corriere, frequentatore assiduo di tutti i salotti televisivi, pubblici e privati, abituato come pochi altri a maneggiare e mescolare storia e cronaca politica, protagonista nel 2006, sempre in via Solferino, della sponsorizzazione del pur breve e sfortunato ritorno di Romano Prodi a Palazzo Chigi, che deluse e indispettì non pochi lettori.

Il mio amico Paolo ha avvertito che, a dispetto delle apparenze e della sicurezza ostentata da Renzi, la corsa di Orlando alla segreteria del Pd non può essere considerata perdente. Lo stesso Orlando, del resto, ha spiegato a Cazzullo ch’egli corre “per vincere”, non per testimoniare, cioè per perdere. “L’esito delle primarie -ha scritto Mieli- è sempre meno scontato”. E ancora: “La partita è aperta, apertissima”. Chi vuol dare una mano al giovane guardasigilli, di provenienza Pci, è quindi invitato a muoversi, magari tra quelli ancora solidali con Renzi.

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Una così esplicita e impegnativa adozione della candidatura di Andrea Orlando da parte del Corriere della Sera, salvo successivi ripensamenti o correzioni di rotta, significa naturalmente che il maggiore giornale italiano, di cui è da poco editore Urbano Cairo, il patron de la 7, ha scaricato di brutto Renzi. I cui rapporti con il giornale di via Solferino, a Milano, non sono stati del resto mai buoni, neppure prima dell’arrivo di Cairo.

Ci sono direttori del Corriere che proprio per i cattivi rapporti con Renzi ci hanno anche rimesso il posto. Mi riferisco naturalmente a Ferruccio de Bortoli, che si tolse la soddisfazione, lasciando l’incarico, di dare all’allora presidente del Consiglio, oltre che segretario del Pd, del “maleducato di talento”. Ma poi il Corriere sarebbe tornato ad affidarsi agli editoriali dell’ex direttore, senza ch’egli cambiasse idea su Renzi, né sul piano politico né sul piano personale.

Quasi come controprova dell’adozione della candidatura di Orlando alla segreteria del Pd c’è la valorizzazione che il Corriere ha voluto fare di Paolo Gentiloni e del suo governo, sottolineandone nel titolo più vistoso di prima pagina il carattere “non a termine” e “rassicurante”, vantato dallo stesso presidente del Consiglio a Domenica in, davanti a un Pippo Baudo oltremodo ossequioso, e non solo ben educato, come deve essere naturalmente ogni buon conduttore televisivo. Quell’aggettivo rassicurante va letto, senza malizia, ma per dovere d’informazione, in relazione al governo che ha preceduto quello oggi guidato dal conte Gentiloni: il governo cioè di Renzi.

Sul carattere “non a termine” dell’esecutivo in carica va tuttavia detto che un termine comunque esso ce l’ha. Ed è la conclusione ordinaria della legislatura, fra meno di un anno.

Anche senza voler considerare incidenti o trappole- dai referendum promossi dalla Cgil sui temi del lavoro alle elezioni amministrative di primavera, per esempio- capaci di provocare con una crisi le elezioni anticipate, non è molto quel meno di un anno che il governo ha a disposizione per portare a termine il suo compito o programma. In cui rientra adesso anche la riduzione delle tasse sul lavoro, come Gentiloni ha detto in televisione, oltre all’obbligatoria legge finanziaria del 2018.

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Nervosismo nel santuario di Marco Travaglio

Al Fatto Quotidiano, il santuario di carta diretto da Marco Travaglio, dove trattano le notizie giudiziarie con venerazione quando riguardano e colpiscono quegli impuniti che sono di solito, nella loro visione del mondo, i politici avvezzi a gestire il potere, familiari e amici, non hanno preso bene la decisione della Procura di Roma di estromettere dalle indagini sulla Consip i Carabinieri del nucleo ambientale, o ecologico, scelti a suo tempo dal notissimo sostituto procuratore Henry John Woodcock a Napoli. Dove l’inchiesta sugli appalti della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione cominciò a suo tempo e rimase a lungo, prima di dividersi in due tronconi per competenza territoriale, uno dei quali destinato alla Capitale.

I Carabinieri di Woodcock, come li chiamano forse troppo sbrigativamente i cronisti giudiziari napoletani, sono purtroppo incorsi prima nei sospetti e poi nella convinzione degli inquirenti di Roma di custodire malissimo i loro segreti, trattandoli  peggio delle immondizie tra le quali i militari sono riusciti a trovare i pizzini  stracciati da Alfredo Romeo, ora in carcere, e a ricomporli ben bene, trovando numeri e iniziali a dir poco galeotte. E’ stato così possibile, per esempio, risalire da una T al papà di Matteo Renzi, Tiziano, accusato di traffico di influenze illecite, per adesso. Poi si vedrà se il buon uomo potrà guadagnarsi altre accuse e aumentare le difficoltà del figliolo incautamente in corsa al congresso del Pd per essere rieletto segretario.

Travaglio in persona ha voluto intervenire per bacchettare la Procura di Roma, che è pur sempre una cosa insolita per il sacrario delle verità giudiziarie. Ma il signor procuratore capo della Capitale deve essere ormai fra i pochi dei suoi parigrado a non piacere a quelli del Fatto. Ora poi che è riuscito a scegliersi da sé i reparti dei Carabinieri da cui farsi aiutare nelle investigazioni, intercettazioni, pedinamenti e quant’altro, stando  peraltro attento a non estromettere l’intera Arma Benemerita, il cui comandante generale è stato appena confermato dal governo nonostante sia stato o sia anche lui ancora indagato per fuga di notizie, il povero Giuseppe Pignatone deve rassegnarsi a sentirsi dire di tutto e di più dal vigilantissimo, esigentissimo, informatissimo, furbissimo Travaglio.

Ecco uno scampolo o un anticipo di ciò che attende il capo della Procura di Roma dal direttore del Fatto, ancora fresco di stampa: “Tutti rimangono al loro posto”, in questa maledetta giostra della Consip, “fuorchè i Carabinieri del Nucleo ecologico che, avendo scoperto lo scandalo, non possono continuare a investigare un solo giorno in più. Ieri la Procura di Roma, così distratta sulle fughe di notizie su Muraro, Marra, Raggi, Di Maio e Romeo (l’altro, Salvatore, quello delle polizze)”, tutti targati maledettamente 5 Stelle, “li ha sollevati dall’incarico. Le indagini saranno trasferite, per competenza, a Medjugorje”, nei Balcani. Dove la Madonna che viene venerata da milioni di fedeli provenienti da tutto il mondo ha la disavventura di poter contare ogni tanto sulla visita dell’anziano papà di Renzi e suoi amici, fra i quali  -sfortuna della sfortuna- qualcuno che lavora o a che fare con la Consip.

L’inchiesta Consip perde carabinieri per strada

Mentre grillini, leghisti e altri antirenziani irriducibili, fuoriusciti o rimasti nel Pd, continuano a reclamare la sfiducia al ministro Luca Lotti, accusato dagli inquirenti di avere boicottato, da solo o di concerto con due generali dei Carabinieri, l’inchiesta sugli appalti della Consip per gli acquisti della pubblica amministrazione, avvertendo i dirigenti delle intercettazioni alle quali erano sottoposti, la Procura di Roma ha preso una decisione che dovrebbe far riflettere le opposizioni. Dalle quali invece non sono arrivati cenni di ripensamento. Né arriveranno -c’è da scommetterci- perché non c’è più sordo di chi non vuole sentire, come dice un vecchio proverbio.

La decisione della Procura romana, dalla quale quella di Napoli, dove è partita l’inchiesta, è stata letteralmente spiazzata, ha estromesso dalle indagini i Carabinieri del nucleo ambientale allertati in Campania del sostituto procuratore Henry John Woodcock: quello che il compianto presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga riempiva pubblicamente di considerazioni ed epiteti che non ripeto per non rischiare querele.

L’estromissione dei Carabinieri del nucleo ambientale -riusciti a ricostruire, fra l’altro, i pizzini stracciati dall’imprenditore arrestato Alfredo Romeo, e recuperati fra le immondizie, con l’iniziale del nome del padre di Matteo Renzi affiancata dalla cifra di 30 mila euro mensili- è stata collegata dalla Procura romana con significativa chiarezza alle troppe fughe di notizie sulle indagini.

Si è quindi fatto ricorso a Carabinieri, sempre loro, di un altro reparto nella speranza che si rivelino più blindati o quanto meno discreti, diciamo, secondo il noto intercalare di Massimo D’Alema. A proposito del quale una impertinente ricostruzione del Foglio ha ricordato la sensazione attribuitagli nella scorsa estate che il suo rottamatore e allora presidente del Consiglio potesse cadere per qualche complicazione giudiziaria, e non solo per il referendum sulla riforma costituzionale. Su cui lo stesso D’Alema si stava mobilitando per battere l’avversario di partito sul piano politico.

Di fronte al colabrodo avvertito e denunciato dalla Procura di Roma, non da qualche renziano sfegatato, per non parlare degli infortuni degli inquirenti rivelati per telefono alla trasmissione televisiva Bersaglio mobile, su la 7, dall’avvocato difensore dell’indagato Marco Gasparri, diventa ancora più difficile prendersela –ripeto- con Lotti per l’allarme scattato fra i dirigenti e negli uffici della Consip.

 

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Sul piano più strettamente politico, al netto del clamore provocato dallo scontro a distanza fra l’ex presidente del Consiglio e Beppe Grillo, avventuratosi nel suo stile ad attribuire a Renzi anche la “rottamazione” del babbo, avendone auspicato una pena raddoppiata se dovesse risultare davvero colpevole di traffico d’influenze illecite e di chissà cos’altro, va registrata e segnalata la beata ingenuità -permettetemi di dirlo- del guardasigilli e candidato alla segreteria del Pd Andrea Orlando. Che, appoggiato nella sua scalata anche da Gianni Cuperlo, ha auspicato che il congresso del suo partito si svolga senza essere condizionato dalle indagini targate ormai Consip.

Sant’uomo benedetto, come fa Orlando a nutrire una simile speranza? D’altronde lui stesso ha mostrato di rendersi conto di una situazione ormai incontenibile quando ha lamentato la campagna congressuale del suo concorrente Michele Emiliano: il governatore pugliese e magistrato in aspettativa che si è conquistato il diritto di entrare nelle indagini Consip come testimone nel momento in cui ha rivelato al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio -e a chi sennò?- di avere conservato nel suo telefonino messaggi di più di due anni fa utili a far valutare dagli inquirenti i rapporti fra l’allora sottosegretario Lotti, l’imprenditore Carlo Russo e il papà di Renzi, tutti adesso indagati.

Con un attore delle primarie e del congresso come Emiliano, peraltro concorrente diretto di Orlando nella raccolta dei voti più antirenziani, non è soltanto ingenua ma velleitaria la speranza di mettere la corsa alla segreteria del Pd al riparo dalla vicenda giudiziaria che ha invaso le prime pagine dei giornali.

 

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Non meno ingenuo -consentitemi anche questo- è il tentativo del buon Eugenio Scalfari, in quella che lui chiama “la nota” domenicale ai lettori di Repubblica, di raccomandare agli esagitati cultori delle indagini Consip e dei suoi possibili riflessi politici una lettura filosofica. Che dovrebbe partire addirittura da Aristotele, il primo ad individuare la corruzione nella confusione fra interessi generali e interessi personali durante l’esercizio del potere, e il meno lontano Camillo Benso di Cavour, vigilantissimo in questo campo e indicato già altre volte a Matteo Renzi come statista da studiare e imitare.

In ogni caso, abituato non foss’altro per ragioni anagrafiche a vederne di tutti i colori, e a scriverne, Scalfari ha riconosciuto che l’Italia sul crinale della corruzione non è poi messa così male perché “ci sono le Americhe, la Russia post-sovietica di Putin”, ma anche quella precedente forse non scherzava, “il Medio Oriente, la Cina, i Balcani, la Turchia, l’Africa, l’Australia”.

Credo che di tutto questo il fondatore di Repubblica, di sua iniziativa o sollecitato, abbia avuto occasione di parlare anche con l’amico più illustre che ha, e di cui va giustamente orgoglioso: Papa Francesco. Che della corruzione ha per missione una visione universale.

 

 

 

 

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