Quel vaffa… a sorpresa di Mario Draghi all’Unione Europea

Miracolo a Roma, questa volta non a Milano come nel famoso film drammatico di Vittorio De Sica nel 1951. Il presidente del Consiglio Mario Draghi, l’ex presidente della Banca Centrale Europea, quello che salvò l’euro da morte prematura, il super europeista che i grillini immaginavano al servizio dei poteri forti, anzi fortissimi, prima di ricevere il contrordine dal comico fondatore e garante del Movimento 5 Stelle, a costo di spaccarsi e di impazzire, ha preso in prestito proprio da Grillo un vaffa..e l’ha scagliato contro i mammasantissima di Bruxelles e dintorni. Che avevano appena protestato contro le ultime misure adottate a Roma contro il traffico da Covid, chiamiamolo così, lungo le frontiere nazionali.  

Titolo del Riformista

Ora ci sarebbe solo da capire, leggendo i giornali di varia tendenza, se questo miracolo di un Draghi improvvisamente “sovranista”, o “patriota”, per dirla con la sempre più rampante Giorgia Meloni, cresciuta come un fungo dopo la pioggia caduta sull’ultimo raduno dei fratelli d’Italia, lo dobbiamo più al Covid e alle sue varianti o alla corsa al Quirinale. Cui il presidente del Consiglio è stato iscritto d’ufficio in concorrenza, fra gli altri, con un Silvio Berlusconi tanto sinceramente e fortemente europeista da  poter compensare da solo gli errori, pasticci e quant’altro dei suoi alleati nel centro-destra, con tanto di trattino.

Titolo di Libero

Il punto interrogativo, e in rosso, che ha messo Libero alla “mossa per il Colle” attribuita, o attribuibile, a Draghi nel suo scontro da “patriota” con i maggiorenti dell’Unione Europea sembra più pleonastico che altro. E si sposa un pò, sotto sotto, con l’acredine di un giornale apparentemente opposto come Il Fatto Quotidiano. Il cui direttore Marco Travaglio, incoraggiato sinistramente dall’andamento della pandemia, che potrebbe ridurre o eliminare il vantaggio acquisito contro di essa  da Draghi sul predecessore Giuseppe Conte -“l’amor loro” dei “fattisti”, chiamiamoli così- ha commentato o sfottuto: “Il migliore dei Migliori, con 129 morti e 23 mila infetti in 24 ore, che fa? Con un occhio al Colle, pensa di fermare Omicron alla frontiera con la quarantena per stranieri non vaccinati, come se non avessimo decine di migliaia di pendolari che fanno la spola con Svizzera, Francia e Austria. Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere”. 

Titolo di Domani
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Per fortuna di Draghi un transfuga del Fatto che ora dirige il nuovo giornale di Carlo De Benedetti, Domani, cioè Stefano Feltri, omonimo e nulla di più di papà Vittorio e figlio Mattia, ha provveduto a inzuccherare, diciamo così, lo scontro del presidente del Consiglio italiano con l’Unione Europea. Non con quest’ultima ce l’avrebbe il Draghi a sorpresa sovranista ma con la sua “burocrazia”, incapace di valutare i dati della pandemia e le conseguenti misure imposte al governo italiano. 

Titolo del Giornale

Neppure il Giornale della famiglia Berlusconi, anch’esso forse “con un occhio al Colle”, come dicono al Fatto Quotidiano, è arrivato a tanta comprensione e difesa del Draghi a sorpresa sovranista. Al quotidiano che fu di Indro Montanelli hanno preferito la versione dura del “tampone a chi entra in Italia” trasformatosi nel “primo scontro Draghi-Europa”, in coincidenza o in sintonia -come preferite- con “l’ira del centrodestra sui migranti”. 

Ah. ripeto, che strani  effetti non so se più del Covid -questo perfido nemico che ce ne combina di tutti i colori, alla faccia anche del generale Francesco Paolo Figliuolo e del suo medagliere sul petto- o di una corsa al Quirinale che deforma anche i sampietrini sui quali si svolge. 

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Come la Meloni preoccupa Berlusconi a voce e per iscritto

Titolo del Dubbio

Verba volant, scripta manent. Nella trascrizione stampata dell’intervista elettronica di Giorgia Meloni al Corriere della Sera dopo il successo mediatico del convegno annuale dei suoi fratelli d’Italia c’è la conferma di tutta la problematicità, diciamo così, dell’adesione del centrodestra alla candidatura, sinora potenziale peraltro, di Silvio Berlusconi al Quirinale. 

Meloni al Corriere della Sera

Non solo la giovane ex ministra dello stesso Berlusconi ha ribadito che di questa candidatura vanno verificati “i numeri” -non so se preventivamente, nei contatti con gli altri partiti o gruppi parlamentari, o anche nei fatti, cioè nelle prime votazioni solitamente riservate ai cosiddetti candidati di bandiera- ma ha parlato di “proposte”, al plurale, accennando alla posizione del centrodestra nel  confronto con le altre forze politiche sul problema della successione a Sergio Mattarella. 

E’ già da tempo che il Giornale della famiglia Berlusconi diffida negli articoli e nei titoli dei “ma” che accompagnano spesso gli apprezzamenti degli alleati per l’ex presidente del Consiglio fondatore del centro-destra, col trattino ripristinato dall’interessato negli ultimi mesi, e la loro disponibilità a sostenerne la corsa al Colle: una corsa da “patriota”, come proprio la Meloni ha tenuto a definire il Cavaliere per farlo entrare nella sagoma politica del presidente della Repubblica da lei disegnata arringando il suo pubblico. 

Il direttore in persona del Giornale, strapazzato per questo come ricattatore dal solito Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, ha ammonito gli alleati di Berlusconi che rischiano davvero grosso con l’eventuale naufragio della sua candidatura, evidentemente non più tanto o solo potenziale. In particolare, con la rottura del centrodestra, con o senza trattino, sia la Meloni sia Matteo Salvini perderebbero la possibilità che pure si contendono di arrivare a Palazzo Chigi a cavallo di una coalizione elettoralmente vincente. 

Silvio Berlusconi

Non arrivo, per carità, alla malizia di sospettare anch’io, come altri, un certo malumore -e non solo prudenza-  per gli ostacoli ai suoi progetti o desideri dietro la improvvisa rinuncia di Berlusconi alla partecipazione all’ultima presentazione -in ordine cronologico- dell’abituale libro di fine anno di Bruno Vespa. Ma di certo l’ex presidente del Consiglio non deve avere gradito i segnali d’intermittenza, quanto meno, provenienti dal suo campo anche dopo  il verosimile allontanamento di una candidatura di Draghi al Quirinale per la proroga dello stato di emergenza in cui opera il governo. Che senza tanta guida potrebbe essere o apparire precario, sapendo bene quanto l’apparire e l’essere si assomiglino in politica. E non solo in magistratura, come ammonì saggiamente l’allora presidente della Repubblica Pertini parlando dell’autonomia e dell’indipendenza delle toghe ben prima di “Mani pulite” e di tutto il resto.

Pubblicato sul Dubbio

Ciascuno ha la sua emergenza, anche Fico temendo le elezioni anticipate

Ciascuno ha la sua emergenza all’ombra di quella pandemica appena prorogata dal governo sino a fine marzo. Ha una sua emergenza -sua sia come persona sia come presidente della Camera- anche il grillinissimo Roberto Fico. Che ha voluto approfittare del consueto incontro natalizio con la stampa parlamentare non solo per promettere che il 4 gennaio farà sapere la data precisa nella quale cominceranno nell’aula di Montecitorio le votazioni per la successione a Sergio Mattarella al Quirinale, ma anche -o forse soprattutto- per cercare di inchiodare alla scadenza ordinaria del 2023 la legislatura in corso. Che proprio i grillini però hanno fatto ben poco per stabilizzare, diciamo così, cominciando a delegittimarla con la riforma costituzionale, imposta prima ai leghisti e poi al Pd, che riduce di un terzo i seggi parlamentari. 

Da allora, cioè da quella riforma destinata a scattare con le nuove Camere, quelle in carica sono apparse vecchissime, superate. E tali in effetti sono, contro l’ostinazione di chi lo nega o non lo ammette. Eppure è a queste Camere politicamente decadute che spetterà il mese prossimo il compito di eleggere, o quanto meno di tentare di eleggere un nuovo presidente della Repubblica destinato a rimanere in carica sino al 2030. Viene il capogiro solo a leggere questa data nelle condizioni attuali della politica.

Ci potevano pensare francamente un pò prima, i grillini, a garantire la salute, chiamiamola così, di una legislatura nata in modo così fortunato per loro, subentrati addirittura alla Dc nella posizione di forza “centrale” per essere la più rappresentativa dell’elettorato, almeno a livello di partito o movimento, come almeno allora essi preferivano chiamarsi. Poi -si sa-  lor signori hanno deciso, con tanto di referendum digitale, di chiedere l’iscrizione al registro nazionale dei partiti -gli odiati partiti- per partecipare al meccanismo del finanziamento pubblico noto come il due per mille. 

Titolo della Stampa di oggi

Si dirà che è naturale per un presidente difendere la “sua” assemblea dal rischio o pericolo di elezioni anticipate: tanto naturale che l’articolo 88 della Costituzione nel riconoscere al presidente della Repubblica il diritto di sciogliere le Camere prima della loro scadenza, a meno che non sia entrato nell’ultimo semestre del proprio mandato, lo obbliga solo a “sentire” i presidenti del Parlamento, non a tenere conto del loro parere, quasi scontatamente o fisiologicamente contrario quindi. Ma si dà il caso che la difesa ad oltranza di questa legislatura pur così indebolita per strada -sino far parlare qualche giorno fa di Camera “suicida” con lo spettacolo dell’aula quasi vuota alle prese con la legge sul suicidio assistito reclamata addirittura dalla Corte Costituzionale- coincide perfettamente con gli interessi politici di Grillo. 

Simone Canettieri sul Foglio

“Il garante del M5s -ha scritto o descritto Simone Canettieri sul Foglio non inventandosi nulla- vuole che la legislatura arrivi a scadenza, anche perché sa che le elezioni anticipate si porterebbero appresso nuovi scontri con l’’ex premier” Giuseppe Conte, messo forse imprudentemente a capo del movimento. “La deroga al vincolo del secondo mandato che dovrà saltare (“per i meritevoli”) e soprattutto la formazione delle liste” -ha spiegato Canettieri- potrebbero essere “l’occasione per Conte per rompere i ponti col passato, candidando figure nuove e fresche, lontane dalla vecchia concezione del Movimento. E dunque Grillo si augura di affrontare questo problema il più tardi possibile, sperando che nel frattempo le questioni familiari siano finite in secondo piano”. Già, perché il fondatore e tuttora garante del MoVimento ha anche problemi simili.

Questo -purtroppo per lo stesso Fico e per le istituzioni- è il contesto nel quale va o può essere letta la sortita del grillinissimo .-ripeto- presidente della Camera a favore della prosecuzione della legislatura ad ogni costo: quasi per partito preso, oltre che per l’emergenza delle emergenze.

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I chiodi dell’emergenza potrebbero valere anche per Mattarella

Titolo del Dubbio

Non debbono per niente stupire le doppie, triple e ancor più letture alle quali si è prestato subito l’annuncio della improvvisa conversione, autonoma o obbligata, di Mario Draghi alla necessità di prorogare lo stato di emergenza virale. Che non servirebbe solo a garantire la prosecuzione del buon lavoro del generale Francesco Paolo Figluolo a capo della mobilitazione contro il Covid 19 e varianti. Cui sarebbe bastato e basterebbe ancora qualche accorgimento legislativo diverso dal mantenimento dello stato di emergenza, secondo studi fatti eseguire nei giorni scorsi nelle segrete stanze del governo. 

Purtroppo -almeno per la trasparenza della politica- tutto ciò che accade in vista della cosiddetta corsa al Quirinale si presta a interpretazioni da oracolo più che da analisi. A questo proposito riferisco ai più giovani -fortunati loro- lo sfogo che raccolsi da Ado Moro dopo un articolo dedicatogli nel 1969 da Giovanni Spadolini, ancora direttore del Corriere della Sera, che pure lui stimava già in quei tempi, ben prima che da presidente del Consiglio tornato a Palazzo Chigi dopo la defenestrazione del 1968 lo nominasse ministro dei Beni Culturali. E gli confezionasse su misura, diciamo così, un dicastero con tanto di cosiddetto portafoglio ricorrendo addirittura ad un decreto legge. Era verso la fine del 1974.

Ebbene, prima di questa esperienza politica, ancora seduto come un Pontefice in via Solferino, sospettoso di ogni segnale che potesse far pensare a quella che lui definiva “Repubblica conciliare” pensando ad intese spurie fra democristiani e comunisti, Spadolini aveva lamentato che Moro, tornato semplice deputato dopo le prime esperienze di presidente del Consiglio, avesse votato con i comunisti, appunto, nella Commissione Pubblica Istruzione della Camera la modifica ad un disegno di legge per fare equivalere ad una promozione la parità di voti in un esame scolastico. “Ma come? Un professore come Spadolini -mi disse Moro- come fa a interpretare  maliziosamente una banalità del genere, simile a quel che accade nei tribunali quando si decide sulla condanna o sull’assoluzione di un imputato?”. Non si capacitava del fatto -il povero Moro- che una pur casuale o “banale”, come lui la chiamava, convergenza con i comunisti potesse essere scambiata per un progetto di alleanza a causa della deformazione derivante dalla scadenza pur lontana del Quirinale, mancando più di due anni -in quel momento- alla fine del mandato di Giuseppe Saragat. 

Mario Draghi a Palazzo Chigi

Di che cosa quindi ci meravigliamo se la proroga dello stato di emergenza è appena stato rappresentato su alcuni giornali, particolarmente quelli di area del centrodestra, con o senza il trattino che da qualche tempo usa e fa usare Silvio Berlusconi quando se ne parla o se ne scrive, come una mezza crocifissione di Mario Draghi a Palazzo Chigi? E il conseguente impedimento di una sua candidatura al Quirinale, fra qualche settimana, alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella. Ma anche l’altrettanto conseguente aiutino alla pur difficile candidatura di Silvio Berlusconi. 

Sino a quando l’elezione del presidente della Repubblica continuerà ad essere indiretta, affidata cioè al Parlamento e non direttamente al popolo, il Quirinale diventerà, alla vigilia vicina o anche lontana degli avvicendamenti al vertice dello Stato, uno specchio deformante nella visione della politica. O, più precisamente, della lotta politica. 

Nel caso poi specifico di un Draghi praticamente vittima di una proroga dello stato di emergenza, dandone per scontata un’ambizione quirinalizia, con lo stesso metro di giudizio non si possono escludere altri effetti apparentemente o realmente perversi, secondo i gusti, della situazione eccezionale in cui il governo si trova e sta per confermarsi.  

Se l’emergenza vale per tenere Draghi inchiodato a Palazzo Chigi, nonostante il “trasloco” avvertito nell’aria di recente persino dalla moglie in una conversazione al bar con  chi confeziona gli aperitivi a lei e al marito, mi si deve spiegare perché non dovrebbe valere per Mattarella, da inchiodare al Quirinale se la ricerca di un successore dovesse rivelarsi più difficile del previsto, o addirittura impossibile. Cosa che già si verificò per altri versi nel 2013 con Giorgio Napolitano, dopo i fallimenti delle candidature di Franco Marini e di Romano Prodi, entrambi del Pd,

Nicola Mancino, ex presidente del Senato

Qualche giorno fa, dopo un’analoga uscita dell’ex senatore dell’ex Pci Claudio Petruccioli, anche l’ex senatore democristiano Nicola Mancino, già presidente dello stesso Senato e vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha avvertito in una intervista che l’ipotesi di una conferma di Mattarella non può, anzi non deve essere esclusa, per quanti no siano arrivati dall’interessato, persino di fronte ai bis reclamati in sei minuti di applausi dal pubblico del teatro milanese della Scala: compreso quello popolare del loggione, secondo la testimonianza e la cronaca del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda. Il quale sembrava volesse sottolinearlo al presidente della Repubblica, che egli ha più occasioni certamente di noi di vedere o frequentare. 

Tutto quindi è ancora dannatamente o fortunatamemte aperto -anche qui secondo i gusti- nella corsa al Quirinale di fatto in corso, nonostante i cosiddetti leader fingano di non averlo capito. E di cui si  ostinano a voler parlare, anche se sollecitati a farlo per telefono da un attivissimo Matteo Salvini, solo dopo l’approvazione del bilancio, comunque imminente ormai. 

Pubblicato sul Dubbio

Tutti i sottintesi della proroga dello stato di emergenza pandemica

I sottintesi, e neppure tanto, della proroga dello stato di emergenza a fine marzo, in arrivo dal governo dopo l’accelerazione imposta -orologio alla mano- dal segretario del Pd Enrico Letta e subita, più che promossa, dal presidente del Consiglio, si evincono dalla somma o dal confronto, come preferite, dei titoli di apertura di due quotidiani di area del centrodestra: il Giornale della famiglia Berlusconi diretto da Augusto Minzolini e La Verità fondata e diretta da Maurizio Belpietro, generalmente più sensibile o pia vicina, sempre come preferite, alle posizioni di Matteo Salvini rispetto a quelle, pur rispettate, di Silvio Berlusconi.

Titolo del Giornale
Il “catenaccio” del titolo del Giornale

Ebbene, il Giornale annuncia su quasi tutta la prima pagina che “lo stato di emergenza ostacola Draghi al Colle”, aggiungendo -in quello che tecnicamente viene definito “catenaccio”- che lo stesso Draghi diventa così “sempre più vincolato alla poltrona di presidente del Consiglio”. Altro quindi, che candidarsi o lasciarsi candidare al Quirinale, magari rendendo più esplicita la sua ambizione o disponibilità  nella tradizionale conferenza stampa di fine anno del capo del governo, stavolta forse anticipata di qualche giorno rispetto alle ultime occasioni: in particolare, prima e non dopo Natale. 

Minzolini sul Giornale
Titolo dell’editoriale di Minzolini sul Giornale

In un’emergenza pandemica prorogata -avverte nel suo editoriale il buon Minzolini, esperto come pochi di operazioni politiche e decriptatore dei messaggi solitamente ermetici che si scambiano i leader di partito- se Draghi insisterà a proporsi o a lasciarsi proporre al Quirinale per succedere a Sergio Mattarella  rischierà di “far passare il suo disegno più che per un’esigenza del Paese per un capriccio personale”. E di capricci si parla nel titolo dell’editoriale del Giornale, che si trova un pò -sia come quotidiano sia come editore- in quello che potremmo definire “conflitto d’interesse” di fronte alla corsa al Quirinale. Cui Berlusconi ufficialmente non si è ancora iscritto,  ma è chiaramente fra tutti i partecipanti possibili o effettivi quello già più esposto o visibile. 

Titolo della Verità

Sul quotidiano La Verità, in linea col nome stesso della testata, senza riferimenti polemici al vecchio giornale del partito comunista sovietico, che in russo si chiamava Pravda, si grida più esplicitamente che “ci tengono in emergenza per sgambettare Draghi”. E si lamenta “il solito uso politico del virus”, immedesimandosi forse negli umori e quant’altro di Salvini. Che ha appena aperto le sue consultazioni proprio sulla corsa al Quirinale come leader sia della Lega sia del centrodestra: ruolo o qualifica acquisita nel 2018 sorpassando Forza Italia nelle elezioni politiche. 

Sempre Minzolini sul Giornale

Ciò significa -mi chiederete- che Salvini non si sente inchiodato alla candidatura o comunque all’ambizione quirinalizia di Berlusconi e si riserva, una volta verificatane la impraticabilità in termini di voti parlamentari occorrenti all’elezione, di cercare altre soluzioni per concorrervi in modo decisivo? Sì, vi rispondo, Significa anche questo. Tanto è vero che sul già citato Giornale di famiglia di Berlusconi si levano quotidianamente, a più firme, moniti e preoccupazioni sulla tenuta degli alleati di centrodestra, dei quali non si gradiscono i “ma” che spesso accompagnano gli impegni o le promesse all’ex presidente del Consiglio. Eccovi la conclusione dell’editoriale odierno di Minzolini già citato per altri versi: “I primi che dovrebbero scongiurare in ogni modo l’esplosione del centro.destra sono proprio Salvini e Meloni: se la coalizione andasse in crisi verrebbe a mancare ad entrambi l’unico strumento che hanno a disposizione per arrivare a Palazzo Chigi”. Questo “strumento” è appunto l’alleanza con Berlusconi: rotta la quale nella corsa al Quirinale, si aprirebbero ben altri scenari politici ed elettorali per iniziativa o con la partecipazione dello stesso Berlusconi. A buon intenditore poche parole, come dice un vecchio proverbio. 

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Berlusconi nella nuvola di Fantozzi confezionatagli da Renzi

Matteo Renzi al raduno dei Fratelli d’Italia
Salvini, l’altro Matteo

Guadagnatosi nella precedente edizione della corsa al Quirinale il ruolo di kingmaker con l’elezione di Sergio Mattarella, prelevandolo dalla Corte Costituzionale, Matteo Renzi cerca di pesare anche stavolta, nonostante non sia più da tempo il presidente del Consiglio, né il segretario del Pd ma il leader della più modesta Italia Viva, valutata meno del 2 per cento nei sondaggi ma forte di una cinquantina di voti -sulla carta- nell’assemblea congiunta dei deputati, senatori e delegati regionali. Rientra forse in questo tentativo di partecipazione l’incoraggiamento al centrodestra, raccolta al volo da Salvini, l’altro Matteo, che se ne sente il capo dopo il sorpasso elettorale eseguito nel 2018 su Forza Italia, a prendere l’iniziativa. Cioè a proporre un candidato e/o cercarlo con gli altri gruppi avendo il vantaggio di disporre -sempre sulla carta- del maggior numero di voti, insufficienti tuttavia all’autosufficienza.

Da kingmaker a suggeritore, e magari partecipe decisivo, alla fine, di una maggioranza ristretta  ce ne corre. E non è detto che  Renzi non ci riesca, vista la frammentazione di un Parlamento dove dall’inizio della legislatura hanno cambiato gruppo circa 250 dei 945 fra deputati e senatori eletti nel 2018.

Paolo Villaggio nei panni di Fantozzi
Dal Corriere della Sera

Un trofeo comunque spetta già adesso al senatore di Scandicci: l’oscar della battuta in questa edizione della corsa al Colle più alto di Roma, avendo rappresentato Silvio Berlusconi, con tono presuntivamente amichevole, come il mitico Fantozzi sovrastato dalla nuvola di disturbo della sua festa. “Tutte le volte che vinceva le elezioni -ha detto Renzi di Berlusconi in politica dal 1994- aveva la sfiga di non poter correre come presidente della Repubblica. Lui che è un uomo tra i più fortunati del mondo ha avuto questa nuvola di Fantozzi sopra la testa e la sente”.

Titolo del Fatto Quotidiano su Giorgia Meloni

Sotto o addirittura avvolto nella nuvola fantozziana, Berlusconi  sembra avere quindi la solidarietà o comprensione del suo ex “royal baby”, secondo la definizione data di Renzi da Giuliano Ferrara  negli anni del patto del Nazareno, rottosi proprio sull’elezione di Mattarella al Quirinale. Ma anche da “patriota” indicato da Giorgia Meloni, con riserva di verificarne  “i numeri” in Parlamento, l’uomo di Arcore ha l’inconveniente di doversi guardare alle spalle, come si dice in queste occasioni ed hanno provato sulla loro pelle fori di predecessori come Amintore Fanfani ed Aldo Moro.

Il centrodestra avrà pure sulla carta -ripeto ancora, sino alla noia- il maggiore pacchetto di voti ma, oltre ad essere insufficiente anche per il quorum minimo della maggioranza assoluta, non è vaccinato né vaccinabile dal virus dei “franchi tiratori”. O “liberi pensatori”, come li ha recentemente chiamati Paolo Cirino Pomicino tradendo un certo orgoglio, avendone probabilmente fatto parte nelle votazioni presidenziali  rigorosamente a scrutinio segreto nel 1992, quando era in ballo la candidatura dell’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti a Palazzo Chigi aspettava più o meno tranquillamente il suo turno, che però non gli sarebbe mai arrivato. 

Giuliano Urbani
Titolo di Libero

Sotto la nuvola fantozziana Berlusconi è minacciato da “baruffe”, oltre che da “franchi tiratori”, a sentire il suo ex ideologo e ministro Giuliano Urbani. Che auspica la conferma di Mattarella, pur riservandosi  ormai da spettatore di dirsi “contento” se Silvio dovesse fortunosamente arrivare al Quirinale, nonostante le obiettive difficoltà della scalata e gli scongiuri che ogni giorno si fa metaforicamente sul proprio giornale Marco Travaglio, dividendosi tra  fotomontaggi, titoli e articoli a dir poco velenosi contro “il pregiudicato” troppo sfacciatamente ambizioso. 

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Prevale per ora l’umorismo nella lunga e scivolosa corsa al Quirinale

Vignetta di Sergio Staino sulla Stampa

Più che le notizie, vere o presunte che siano, nella corsa al Quirinale valgono forse le vignette che si sono procurate. Cominciamo dall’ottimistico annuncio di Enrico Letta -nonostante gli ultimi infortuni che gli sono capitati, fra i quali il no di Giuseppe Conte all’offerta di una candidatura presuntivamente sicura alla Camera nelle suppletive del 16 gennaio a Roma- che avremo un’elezione rapida e sostanzialmente unanime del nuovo presidente della Repubblica, uomo o donna che possa risultare. Gli ha in qualche modo risposto l’imperdibile Sergio Staino sulla prima pagina della Stampa chiedendo “da quale cartomante si serve” il segretario del Pd. 

Vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera

Passiamo all’annuncio di Matteo Salvini, incoraggiato da Matteo Renzi, di volere assumere il ruolo di kingmaker nell’operazione Quirinale, appunto, chiamando uno per uno i segretari di tutti i partiti alla ricerca di un’intesa, convinto che questa sia davvero la volta buona perché a dare le carte sia il centrodestra. Esso dispone in effetti sulla carta del maggiore pacchetto in Parlamento, anche se non ancora autosufficiente per il quorum minimo ma pur sempre qualificato di 505 voti. Gli ha in qualche modo risposto Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera proponendo ai lettori, forse addirittura in sintonia con Sergio Mattarella, l’immagine di un “girotondo” da ridere. 

Titolo del Giornale
Titolo dell’editoriale del Giornale

D’altronde, i primi a non credere ai propri occhi, diciamo così, sono i sostenitori più convinti e impegnati della candidatura -rigorosamente di centrodestra- di Silvio Berlusconi. Sul cui Giornale di famiglia, pur titolando in una modesta apertura sulla previsione di Renzi che “sarà il centrodestra a dare le carte”, in un editoriale di Paolo Guzzanti -peraltro ex deputato forzista e autore di un libro sulla “Mignottocrazia” ai tempi giocosi dello stesso Cavaliere- si esprimono dubbi e timori per i troppi “ma”  di Salvini e di Giorgia Meloni.

Titolo del Fatto Quotidiano
Michele Ainis su Repubblica del 10 dicembre

In un contesto del genere, avrebbe detto la buonanima di Giorgio Saviane, rischia di apparire credibile anche un racconto che degli umori di Silvio Berlusconi offre ai lettori del solito Fatto Quotidiano Giacomo Salvini, quasi omonimo del leader leghista. Pieno di virgolettati, ma senza lo straccio del nome di un testimone, l’inviato o non so cosa d’altro di Marco Travaglio rappresenta un Berlusconi fra il preoccupato e l’indignato per le candidature attribuite all’ex alleato Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera col centrodestra, all’ormai perduto- pure lui- Marcello Pera, ex presidente del Senato, ora molto vicino a Salvini, e a Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente in carica del Senato. Che come presidente supplente della Repubblica potrebbe quanto meno sperare di sostituire per un pò Mattarella se la corsa al Quirinale dovesse durare più delle troppo ottimistiche previsioni di Enrico Letta, sempre che sia d’accordo il costituzionalista Michele Ainis, qualche giorno fa convinto su Repubblica del diritto di Mattarella di sentirsi prorogato dopo la scadenza del mandato senza l’elezione, ancora, di un successore. 

Di Casini è stata attribuita sul Fatto a Berlusconi la qualifica di “voltagabbana”, non foss’altro per essersi fatto eleggere al Senato l’ultima volta nelle liste del Pd a Bologna. Di Pera il Cavaliere avrebbe detto che è troppo “noioso” per immaginarlo al Quirinale e della pur cara Casellati, da lui voluta al vertice del Senato, che è “ingrata” e “pensa solo a se stessa”.  

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Giuseppe Conte sente il “ruggito” dei suoi motori, beato lui…

Claudio Bozza sul Corriere della Sera

Non è una barzelletta. E’ una metafora adottata dallo stesso Giuseppe Conte quella del pilota  del MoVimento 5 Stelle finalmente in grado, dopo il referendum digitale che ha ratificato il suo nutrito organigramma, per un complesso di più di novanta nomine fra vice presidenti, coordinatori, responsabili e via dicendo, di partire con la macchina piena di carburante e le cinture -immagino- di sicurezza ben allacciate. E’ una macchina, in verità, dal numero imprecisato di motori, tutti “accesi”, secondo l’annuncio dato agli assistenti. Ai quali tuttavia, passando al singolare, Conte ha chiesto orgogliosamente: “Si sente il ruggito di questo motore?”. Parola di Claudio Bozza sul Corriere della Sera, a pagina  prudentemente quindicesima. 

Persino Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, pur soddisfatto del compimento di un percorso cominciato a febbraio in un albergo romano con vista sui fori imperiali, dove l’ex presidente del Consiglio ricevette da Beppe Grillo in persona, alla presenza dei soliti intimi, il compito di “rifondare” il MoVimento maggiormente rappresentato in Parlamento ma già alquanto confuso e disorganizzato, ha dovuto ammettere la fragilità della “media del 90 per cento” vantata nell’annuncio dei risultati favorevoli del referendum digitale sulle nomine interne. Hanno votato 28.322 persone -si spera- dei 131.790 aventi diritto al voto, pari a circa il 20 per cento, inferiore anche al dato della prova recente sulla conversione al meccanismo di finanziamento pubblico del 2 per mille ai partiti. Il 90 per cento dei sì è stato pertanto solo del 20 per cento dei votanti. Il carburante insomma della macchina di Conte non sembra dei migliori neppure -ripeto- ad un estimatore del professore-pilota come Travaglio. Che ha profittato anzi dell’occasione per “un monito” all’ex presidente del Consiglio, anche o soprattutto in vista della prova che lo attende nelle elezioni presidenziali di gennaio. 

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

“Ognuno -ha scritto Travaglio a proposito di Conte- ha i suoi modi e lui, come ha detto Grillo una volta tanto non a sproposito, è “un gentleman più adatto ai penultimatum che agli ultimatum. Non riuscirebbe a parlare male di Belzebù, anzi ci troverebbe qualcosa di buono. Dunque nessuno pretende che definisca Berlusconi psiconano o puttaniere. Ma dire che “ha fatto molte cose buone” o tributare “rispetto al netto del conflitto d’interessi” a un pregiudicato che la Cassazione indica come frodatore fiscale e finanziatore della mafia è molto meno del minimo sindacale, specie per il leader 5S. In politica, dopo le buone prove da premier, Conte non ha nulla da imparare da Grillo (che deve farsi perdonare la resa senza condizioni a Draghi), ma in comunicazione sì”. 

Vi lascio immaginare che colpo agli stinchi, o altrove, sarebbe per Travaglio non dico una giravolta ma un semplice abbassamento dei toni solitamente villani di Grillo nei riguardi di Berlusconi. Dalla cui corsa al Quirinale, per quanto non ancora ufficiale, Travaglio è ossessionato quasi più che da un ripensamento di Sergio Mattarella dopo tutti i no pronunciati al bis, anche dopo quello reclamato alla Scala persino dal loggione, secondo la testimonianza del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, quasi tentato da questa circostanza a unirsi anche lui agli appelli che tanto sembrano ancora infastidire il presidente uscente della Repubblica. 

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Il fotomontaggio pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano conferma come meglio non si potrebbe l’ossessione di Travaglio, che vede Berlusconi dappertutto. E quasi quasi gli attribuisce tutti i “273 cambi di casacca su 945 parlamentari” verificatisi in Parlamento dalle elezioni del 2018: traditori, transfughi, corrotti, poltronari e quant’altro fra i quali lo “psiconano” di fattura grillina starebbe pescando i voti necessari alla propria elezione. Gliene mancherebbero per il quarto scrutinio e successivi, a maggioranza assoluta e non più dei due terzi, ormai solo 25 secondo i calcoli non ho capito bene se più di Berlusconi o dello stesso Travaglio. 

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La polemica intrecciata tra Quirinale, stampa e senatori del Pd

Titolo del Dubbio
Il senatore Luigi Zanda

Mi spiace che i tre senatori del Pd benemeriti per avere presentato un salutare disegno di legge di modifica della Costituzione che riconoscerebbe il diritto di sciogliere anticipatamente le Camere al presidente della Repubblica anche nell’ultimo semestre del suo mandato, impedendone però la conferma, abbiano scambiato per un’offesa, addirittura per un’accusa implicita di “ipocrisia”, come mi hanno scritto due di loro, quella che invece voleva essere una difesa, sia pure con un rammarico su cui tornerò.

Il senatore Gianclaudio Bressa
Il senatore Dario Parrini

Gianclaudio Bressa, Dario Parrini e Luigi Zanda -nello stesso ordine alfabetico dei loro cognomi usato nel precedente articolo- si sono trovati secondo me nella scomoda e immeritata traiettoria di un tiro obliquo partito dal Quirinale contro le diffuse interpretazioni giornalistiche della loro iniziativa legislativa. Secondo le quali la prospettiva di una modifica della Costituzione per definire meglio in futuro la figura del capo dello Stato potrebbe offrire al presidente uscente Sergio Mattarella l’occasione di una conferma temporanea,  in attesa dell’approvazione delle nuove norme. 

La reazione del Quirinale è stata tranciante. E’ mancato solo che il capo dello Stato, accogliendo l’invito formulatogli il 27 novembre dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, traducesse la sua protesta con queste parole in dialetto siciliano: “Chi camurria, m’avete scassatu a minchia”. E in quel plurale non c’erano soltanto i giornalisti scambiati da Travaglio per colleghi prezzolati, al servizio di una causa  chissà perché aberrante, ma anche i tre senatori del Pd. 

Questi ultimi fanno bene, per carità, a sostenere di avere assunto la loro iniziativa senza secondi fini, diciamo così, diversi cioè dallo scopo dichiarato di un funzionamento più efficiente del sistema istituzionale dopo più di 70 anni di esperienza. E di inconvenienti, diciamo così, lamentati da due presidenti della Repubblica – Antonio Segni e Giovanni Leone- citati per condivisione pubblicamente da Mattarella celebrandone la memoria.

I tre senatori hanno ragione anche a precisare, come in particolare ha fatto con me Dario Parrini, presidente della Commissione Affari Costituzionali, che la loro iniziativa è stata formalizzata in questa stagione terminale della legislatura, a poco più di un anno dalla fine ordinaria, per ragioni che potremmo ben definire di galateo personale e istituzionale. Cioè per evitare che essa fosse scambiata, troppo in anticipo rispetto alla scadenza del mandato di Mattarella, per un atto di sfiducia al presidente in carica, come se lo si fosse ritenuto indegno o non adatto personalmente ad una conferma. 

Dove i tre senatori hanno invece torto -e mi permetto di ribadirlo, pur avendo in particolare con uno di loro, Luigi Zanda, un personale e vecchio rapporto di stima e amicizia- è il terreno di neutralità o indifferenza in cui si sono praticamente posti di fronte al malumore, chiamiamolo così, espresso dal Quirinale per i giornali. I quali saranno pur liberi -ho scritto e ribadisco- di interpretare liberamente non dico le intenzioni ma gli effetti oggettivi che possono derivare sulla situazione politica, e sui suoi sviluppi, da un disegno di legge. Questo mi aspettavo dai tre senatori, o da qualcuno almeno di loro: la difesa della libera stampa, che per fortuna esiste ancora in Italia, al netto di tutti gli errori e di tutte le faziosità possibili e immaginabili.

L’ex senatore Claudio Petruccioli

La politica resta naturalmente sovrana, rispetto all’informazione almeno, visto che rispetto alla magistratura ho purtroppo motivo di esprimere qualche dubbio o riserva. In questo concordo pienamente con le osservazioni dell’ex senatore Claudio Petruccioli. Che in una intervista al Riformista ha contestato la sensazione, anche da me avvertita a botta calda, che con la protesta del Quirinale contro le interpretazioni giornalistiche del disegno di legge dei tre senatori del Pd dovesse considerarsi sepolta l’ipotesi del cosiddetto Mattarella bis. Che, specie dopo quel bis invocato alla Scala, se proposta responsabilmente dai partiti nei tempi e nelle modalità da loro preferite, a elezioni presidenziali già cominciate in Parlamento o prima ancora, imporrebbe a Mattarella una risposta essa sì definitiva. A ciascuno insomma il suo, che è poi anche il titolo di un romanzo giallo di Leonardo Sciascia, ispirato nel 1966 all’assassinio di un commissario di Pubblica Sicurezza. 

Sergio Mattarella al Quirinale

Pace fatta, senatori del Pd che vi siete sentiti curiosamente offesi da quella che voleva essere invece nelle nostre intenzioni una vostra difesa, coniugata tuttavia con il libero esercizio della nostra professione giornalistica? Me lo auguro. Così come mi auguro che al Quirinale sia tornato il clima del distacco e persino dell’autoironia cui Sergio Mattarella ci aveva lodevolmente abituati prima della sorpresa da cui è derivata tutta questa polemica in una stagione politica -lo ammetto- alquanto complicata. O più complicata del solito. Quel bis levatosi la sera del 7 dicembre dalla Scala -anche dal loggione, come è stato raccontato dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- non verso il corpo artistico e l’orchestra del Macbeth ma verso il presidente della Repubblica ospite del teatro sarà almeno apparso spontaneo a Mattarella, cioè estraneo alle macchinazioni o chissà che altro avvertito invece nei commenti giornalistici positivi all’iniziativa legislativa assunta al Senato.

Pubblicato sul Dubbio  

Mattarella ha firmato sette grazie, ma ne manca ancora una…

Nulla da eccepire, per carità, sulle sette  grazie appena concesse dal presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue prerogative costituzionali, valide questa volta anche nell’ultimo semestre del mandato, che gli impedisce invece di sciogliere anticipatamente le Camere. E quindi l’obbliga a graziarle  – è proprio il caso di dirlo- mantenendole in vita anche non esistendo più le condizioni politiche di un loro concreto funzionamento: per effetto -ad esempio- della impossibilità certificata di risolvere una crisi in via ordinaria. 

Fu proprio in questa situazione che Mattarella, peraltro con il potere ancora valido di sciogliere le Camere, ma non sentendosi di mandare alle urne i cittadini in periodo ancora di piena pandemia, allestì improvvisamente nello scorso mese di febbraio un governo eccezionale come quello di Mario Draghi, fuori dagli schemi o dalle formule ordinarie della politica. E scommise sul senso di responsabilità delle forze politiche perché accettassero un passaggio del genere, 

Nulla da eccepire, dicevo, per le sette grazie anche per la sobrietà dimostrata dal capo dello Stato nell’esercizio di questa delicatissima prerogativa: sette tutte insieme, d’accordo, in una volta  sola proprio a causa della imminente conclusione del mandato presidenziale, ma 33 nel settennato di sua competenza, alla media di meno di cinque l’anno. Il Corriere della Sera, in verità. parla di complessive 26 grazie, ma temo per un errore, non includendovi quelle appena firmate dal capo dello Stato e considerate invece dalla quirinalista del Tg1 riferendone dalla postazione del Colle. 

Se proprio dovessi farmi prendere da uno scrupolo critico, esso non riguarderebbe il presidente della Repubblica ma il sistema istituzionale e normativo che lo carica anche di un compito, per esempio, come quello di graziare una persona colpita da un’ammenda di 450 euro per non avere fornito le indicazioni della propria identità. Immagino tutte le scrivanie per le quali è dovuta transitare questa pratica, con i relativi costi, e mi cadono letteralmente le braccia. 

Il presidente Mattarella con Valentino Rossi

Piuttosto, me la prendo col presidente Mattarella -non se l’abbia a male- per le sua perduranti resistenze ad una conferma, anche dopo il bis chiestogli in sei minuti di applausi nel teatro milanese della Scala la sera del 7 dicembre, e condiviso il giorno dopo al Quirinale dal “dottore Valentino Rossi”, in un incontro col campione del motociclismo e accompagnatori, o viceversa. Il pubblico che incontra in ogni sede e occasione, ormai, e una certa parte anche dell’opinione politica, fra giornali, parlamentari e partiti pur in sordina a causa del loro stato generalmente più gassoso che liquido, gli chiedono di rimanere anche per dare o fare una grazie -diciamo così- ad un sistema istituzionale che per un intreccio di sfortunate  circostanze sta per affidare il compito dell’elezione di un nuovo presidente della Repubblica, con sette anni di mandato sulle spalle, ad un Parlamento a dir poco debolissimo. Che, dopo arere evitato lo scioglimento anticipato solo per l’emergenza pandemica ora per fortuna ridottasi, ha davanti a sé solo più di un anno di vita. E sarà sostituito, alla scadenza ordinaria o anticipata, da un Parlamento del tutto diverso: con 345 seggi in meno e rapporti politici letteralmente sconvolti rispetto a quelli usciti dalle urne nel 2018. 

In queste condizioni sarebbe davvero una grazia al sistema istituzionale una disponibilità del presidente uscente della Repubblica a farsi confermare -se richiesto naturalmente da un vasto schieramento parlamentare- per fare sciogliere il successore dal nuovo Parlamento. E permettere nel frattempo l’approvazione di una modifica della Costituzione giù proposta al Senato per meglio definire la figura del capo dello Stato: non rieleggibile ma anche titolare di tutte le sue prerogative sino all’ultimo giorno del mandato, compresa quella di sciogliere le Camere. 

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