Nonno Draghi a disposizione delle istituzioni, compreso il Quirinale

Nell’attesa conferenza stampa di fine anno, lodevolmente anticipata  almeno di una settimana a beneficio di una lettura e interpretazione appropriate della situazione politica, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha condizionato la sua permanenza a Palazzo Chigi con un altro presidente della Repubblica, scadendo il mandato del “saggio”, “esemplare” e quant’altro Sergio Mattarella, alla permanenza dell’attuale maggioranza.  Che egli ha definito “di unità nazionale”, coerentemente con la convinzione di Mattarella nel nominarlo dopo una lunga e tortuosa crisi di governo non rievocata per ragioni di gusto, o di stile, come preferite: una convinzione comunque condivisa dal Parlamento accordandogli la fiducia mai venuta meno lungo il percorso del nuovo esecutivo. 

Quanto poi alla possibilità, che Draghi praticamente non ha escluso omettendo di parlandone in modo esplicito, di una sua elezione al posto di Mattarella, il presidente del Consiglio ha tenuto a scrollarsi di dosso il semipresidenzialismo immaginato per lui dal ministro leghista ed amico Giancarlo Giorgetti. Non tocca al capo dello Stato -ha detto e spiegato Draghi rispondendo ad una domanda quasi trappola di un giornalista- “accompagnare” con chissà quali iniziative e suggerimenti il presidente del Consiglio. Che, una volta da lui nominato, dipende dal Parlamento, che gli accorda o nega la fiducia all’inizio e lungo il suo percorso di lavoro. Il capo del governo non poteva sminare meglio o di più il campo di una sua pur non cercata candidatura al Quirinale. Così come meglio Draghi, presentandosi come “un nonno al servizio delle istituzioni”, non poteva prendere le distanze dal “capriccio” contestatogli di recente dal Giornale della famiglia Berlusconi come possibile concorrente dello stesso Berlusconi nella corsa al Quirinale.

Ma la domanda forse più insidiosa l’ha  forse rivolta verso la fine della conferenza stampa Claudia Fusani, del Riformista, chiedendogli di pronunciarsi sulla sostanziale delegittimazione di un Parlamento chiamato, a poco più di un anno dalla scadenza, e in un quadro politico radicalmente cambiato rispetto alle elezioni politiche del 2018, a eleggere un nuovo Presidente della Repubblica da lasciare in carica sino al 2030. Ma anche a questo passaggio politicamente scabroso il presidente del Consiglio si è sottratto dicendo praticamente che la circostanza è quella che è. E non c’è verso che qualcuno possa cambiarla di propria iniziativa. A meno che – ma questo Draghi si è guardato dall’aggiungerlo per discrezione e quant’altro- non provvedano le forze politiche a proporre  a larghissima maggioranza al presidente della Repubblica uscente una conferma per il tempo necessario a consentire l’elezione del suo successore da parte delle nuove Camere, ridotte peraltro di un terzo dei seggi e con un ben diverso rapporto di forza tra i gruppi, e relativi partiti, che ne faranno parte. 

E’ stata, quella di Draghi, nel complesso una conferenza stampa di fine anno insolita anche per concisione, naturalmente lodevole. 

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L’handicap di queste Camere alle prese con la scadenza del Quirinale

Finalmente. Era ora che qualcuno sui giornali si accorgesse, o finisse di fingere di non essersi accorto del grave handicap in cui si trova questo Parlamento -nato dalle urne del 2018- nell’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale: un handicap in parte involontario, essendo cambiati casualmente, diciamo così, i rapporti di forza iniziali fra i gruppi – con più di 250 trasmigrazioni, fra deputati e senatori-  e in parte voluto con imperdonabile leggerezza, quanto meno, dai grillini. I quali, ottenuta  fortunosamente più di quattro anni fa la maggioranza relativa dei voti, come i democristiani di una volta, vollero subito segare le gambe alle Camere tagliandone i seggi di un terzo, per cui il Parlamento ha subìto un invecchiamento precoce. 

Rispetto alle Camere dimagrite della prossima legislatura, non più tardi della primavera del 2023, queste che stanno per essere convocate per la successione al Quirinale sono vecchie, flaccide, decadenti, se si offendono -con i loro presidenti- ad essere considerate decadute. E in queste condizioni- ripeto- sono chiamate ad eleggere un nuovo presidente della Repubblica destinato a rimanere in carica sino al 2030, trasmettendogli -direi- un vizio di rappresentanza.

Giovanni Diamante sul Messaggero
Titolo del Messaggero

Eppure -ha osservato giustamente il professore Giovanni Diamante oggi sul Messaggero citando una recente rilevazione di Demos- “ben 63 italiani su 100 dichiarano di avere molta o abbastanza fiducia nel Presidente della Repubblica: un dato in crescita di cinque punti sull’anno scorso. Il parlamento -ha continuato con la minuscola il professore a contratto- non supera il 23 per cento, in linea col dato del 2020, mentre i partiti, seppure in crescita, sono sostenuti dal 13 per cento dei cittadini”. Sono  numeri che parlano da soli e portano a condividere il titolo di richiamo in prima pagina che Il Messaggero ha dato all’articolo del suo collaboratore: “Il Quirinale e il voto di un Parlamento distante dal Paese”.

Titolo interno del Messaggero

Ancora più chiaro e impietoso è il titolo interno del quotidiano romano: “Ma la scelta del Presidente sarà fatta da un Parlamento mai così distante dal Paese”. Ripeto: mai così distante dal Paese, che nel frattempo è stato investito da emergenze così gravi -sanitaria, economica e sociale- da avere salutato con un sospiro di sollievo il sostanziale commissariamento della politica avvenuto con la formazione del governo di Mario Draghi. Cui il Parlamento ha accordato la fiducia senza rendersi conto che, in realtà. a giocare di più è stata la fiducia accordatagli da Draghi, come ha scritto qualche costituzionalista disincantato. 

Mattarella ieri al teatro fiorentino del Maggio

In questa situazione, con i partiti o coalizioni divisi fra di loro e al loro interno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella continua a ricevere richieste e incoraggiamenti dal pubblico -ieri a Firenze, come il 7 dicembre a Milano, nel contesto di un evento musicale- ma anche a lanciare segnali, pur ogni tanto contraddetti da silenzi, di indisponibilità ad una soluzione di onorevole compromesso, o onorevole uscita dall’impasse di natura politica e istituzionale in cui ci troviamo. Mi riferisco ad una rielezione a termine del presidente uscente, per quanto ignorata -e perciò non impedita dalla Costituzione- per consentire alle Camere nuove, e più rappresentative del Paese, la scelta del suo successore. 

Per fortuna -l’unica per ora- il conto alla rovescia verso le votazioni parlamentari previste attorno al 24 gennaio per l’elezione del presidente della Repubblica è lunghetto, diciamo così. Spero che non venga sprecato. 

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Quel fazzoletto di Sergio Mattarella a uso intermittente di saluto

I quirinalisti sono rimasti così spiazzati dalla rinuncia del presidente della Repubblica a parlare dell’ormai solito congedo nel discorso di fine anno pronunciato davanti alle autorità raccoltesi per gli auguri di fine anno, che hanno preferito non scriverne nei loro resoconti. Come se non fosse stata una notizia il fazzoletto metaforicamente rimasto nelle tasche di Sergio Mattarella per non usarlo in un saluto di commiato dopo sette anni trascorsi al Quirinale. 

D’altronde, quel fazzoletto -sempre metaforico- era stato riadoperato da Mattarella poche ore prima, in mattinata, alla Farnesina per accomiatarsi dagli ambasciatori convocati dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Dai quali tuttavia il capo dello Stato si era già accomiatato qualche giorno prima, ricevendoli al Quirinale e inserendo nel suo discorso “un inciso di mezzo rigo”  di  sostanziale congedo registrato con la solita precisione sul Corriere della Sera da Marzio Breda. 

Mi risulta, magari a torto, che fra i presenti all’incontro con le autorità a rimarcare di più, e con soddisfazione, l’assenza del congedo, o simili, dal discorso del capo dello Stato sia stato ieri sera al Quirinale il presidente del Consiglio Mario Draghi. Che è rimasto evidentemente ad una cena di qualche settimana fa, pur smentita nei contenuti, in cui praticamente propose a Mattarella di farsi rieleggere per ottenerne a sua volta la conferma a Palazzo Chigi dopo le dimissioni abitualmente presentate dal governo al presidente della Repubblica eletto appena insediato, o reinsediato. 

Mi risulta anche, magari a torto pure questa volta, che fra tutti, dietro quella faccia da sfinge che oppone a chi gli accenna il problema,  Draghi sia il più imbarazzato per la volontà che gli viene attribuito -per ultimo dall’Economist- di trasferirsi al Quirinale per farsi sostituire a Palazzo Chigi dal fidato ministro attuale dell’Economia Daniele Franco, salvo essere costretto da qualche manovra politica avventata proveniente dall’interno dell’attuale maggioranza per una crisi senza altro sbocco che le elezioni anticipate. 

Titolo del Giornale

Se l’Economist ha recentemente fornito i chiodi, diciamo così, agli altri possibili concorrenti al Quirinale per crocifiggere Draghi a Palazzo Chigi, e risparmiare al Paese un governo sicuramente mento autorevole ed efficiente di quello da lui oggi guidato,  l’ancora più autorevole Financial Times li ha rimossi ieri sostenendo che da presidente della Repubblica egli potrebbe ugualmente -se non addirittura di più- garantire lo stato di grazia, o quasi, in cui ha messo il Paese in questi mesi, nonostante la perdurante pandemia virale e tutto il resto. Curiosamente a schiodare Draghi da Palazzo Chigi, diciamo così, sulle colonne del Financial Times è stato l’ex direttore dell’Economist Bill Elmott, che già sulla Stampa di qualche giorno fa, in verità, aveva provato a correggere il periodico che aveva guidato ai tempi di Berlusconi al governo in Italia, dandogli dell’inadatto e vincendo anche una causa intentatagli dal Cavaliere. 

Titolo del Foglio
Il blog di Grillo sulle elezioni in Cile

Particolarmente soddisfatti dei chiodi rimossi dal Financial Times, e forse anche dai famosi mercati che lo condizionato o riflettono, sono stati naturalmente al Foglio. Il cui direttore Claudio Cerasa -“il ragioniere” solitamente sfottuto da Marco Travaglio- si è abbandonato ad un sogno alimentato dalle notizie giuntegli di un tifo anche di Beppe Grillo per Draghi al Quirinale. “Un bacio tra Grillo e il Cav”, ha titolato Cerasa, per quanto Grillo in quel momento stesse confezionando il suo blog personale con la mente e il cuore rivolti molto più lontano: in particolare al Cile. Il cui esito delle elezioni a favore del giovane candidato della sinistra alla Presidenza  Grillo ha festeggiato nel modo più colorato e natalizio possibile, diavolo di un uomo. 

Che fatica, per il Cavaliere in corsa, guardarsi soprattutto alle spalle…

Titolo del Dubbio

In guerra lo chiamano fuoco amico. E’ quello che ti colpisce dalla tua parte. La corsa al Quirinale non è, o non dovrebbe essere una guerra, anche se i tempi bellici sono stati evocati in questa lunga pandemia virale, ma politicamente è qualcosa che le assomiglia un pò per la posta in gioco. Che non è solo la Presidenza della Repubblica ma anche ciò che potrebbe derivarne sugli equilibri di governo, già travolti una volta dall’elezione del Capo dello Stato con una maggioranza diversa da quella dell’esecutivo in carica. Accadde nel 1971 con l’elezione del democristiano Giovanni Leone senza i voti dei socialisti, che per reazione o ripicca- come preferite- uscirono dal centrosinistra. Proprio quella elezione è stata evocato qualche giorno fa dal segretario del Pd Enrico Letta con preoccupazione. 

Fra tutti i candidati al Quirinale non dico virtuali, perché sarebbero tutti gli italiani di 50 anni compiuti e titolari dei “diritti civili e politici”, come dice l’articolo 84 della Costituzione, ma più esposti -diciamo così- c’è Silvio Berlusconi. Al quale l’amico, anche se un pò meno di qualche anno fa, ed ex presidente del Senato Marcello Pera ha appena riconosciuto filosoficamente su Libero il merito di avere rotto la tradizione farisaica di candidarsi non candidandosi, tanto evidente sarebbe ormai la sua corsa al Colle, pur non ancora formalizzata o da lui esplicitamente ammessa.

Intervista a Libero

E’ una candidatura, quella di Berlusconi, insidiata anche da Pera, già evocato come un possibile esponente del centrodestra alternativo al Cavaliere e nascostosi -sempre su Libero- dietro l’ironica osservazione che certe cose vengono curiosamente confermate quando si smentiscono. Ma più ancora che da Pera con questa sostanziale disponibilità a non tirarsi indietro se dovesse avere l’occasione di entrare nella partita, la candidatura di Berlusconi è insidiata da quella potenziale -la più titolata dai giornali da un bel pò di settimane- da Mario Draghi. Di cui proprio Berlusconi si vanta di essere estimatore ed amico, prodigatosi a tal punto per facilitarne l’insediamento a Palazzo Chigi nello scorso mese di febbraio da essere oggi il più preoccupato di tutti a immaginarlo -rovinosamente per l’Italia- in un’altra postazione politica e istituzionale. Alla quale quasi quasi lo stesso Berlusconi si sarebbe accollato l’onere di candidarsi al Colle proprio per evitare vuoti pericolosi alla guida del governo con una elezione del presidente del Consiglio: così eccezionale, del resto, da non avere precedenti nella storia della Repubblica. 

Non dico che anche quello di Draghi, se dovesse uscire dall’ermetismo che molti gli rimproverano e confermare la volontà già attribuitagli dall’Econmiist di succedere a Sergio Mattarella, possa e debba essere definito “fuoco amico” contro Berlusconi, perché Draghi è fuori da ogni schieramento, ma è ben definibile fuoco amico, appunto, quello del ministro forzista Renato Brunetta. Che, pur sapendo quanto Berlusconi tenga al Colle e possa essere disturbato, diciamo così, da una candidatura come quella di Draghi, si è appena prodigato in una intervista al Corriere della Sera nella difesa di una destinazione quirinalizia del presidente del Consiglio. Che peraltro proprio lui come ministro più anziano sarebbe chiamato a sostituire temporaneamente: avverbio che non basta a tranquillizzare Marco Travaglio, già ossessionato dall’idea che le elezioni presidenziali possano trascinarsi così a lungo, oltre la scadenza del mandato di Mattarella, da assistere alla supplenza della presidente forzista del Senato Maria Elisabetta Alberto Casellati.  Uno scenario- tra Brunetta e la Casellati- da incubo per il direttore del Fatto Quotidiano, spesosi ieri con un titolo di allarme. 

Renato Brunetta

Come avrà preso Berlusconi la difesa dell’ipotesi di Draghi al Quirinale fatta da Brunetta, fiducioso che i partiti siano tanto responsabili da non farsi tentare dalle elezioni anticipate temutissime dai parlamentari che sono un pò dei tacchini alla vigilia di Natale; come avrà preso Berlusconi, dicevo, la sortita di Brunetta vi lascio immaginare. Lo stesso vale per l’incontro che Giorgia Meloni ha avuto con la vice presidente della regione Lombardia e forzista  onoraria Maria Letizia Moratti: un incontro che è bastato e avanzato a far sognare la prima donna al Quirinale nella redazione di Repubblica pur descalfarizzata ormai.Dove l’ostilità al Cavaliere è stata chiaramente espressa dal direttore Maurizio Molinari domenica, lamentando “gli scandali che lo hanno avuto protagonista”, e ribadita il giorno dopo dall’ex direttore Ezio Mauro. Il quale senza evocare -bontà sua- scandali veri o presunti, ha liquidato Berlusconi come una delle “tre destre” del Paese da tenere a bada: quella “conservatrice” della Meloni, quella “reazionaria” di Matteo Salvini e quella “liberal-cesarista”, da “ossimoro”, dell’ex presidente del Consiglio. Che, poveretto, per marcare la differenza dai suoi alleati ha pure ripristinato il trattino separando il centrodestra quando ne scrive. Tutto inutile, a quanto sembra. 

Altro “fuoco amico” è arrivato a Berlusconi da Vittorio Sgarbi. Che addirittura da uno dei canali televisivi del Biscione ha l’altra  sera rivolto all’amico il consiglio di sponsorizzare lui stesso la candidatura di Draghi. Che potrebbe disobbligarsi nominandolo poi, e meritatamente, senatore a vita, anche a costo -aggiungo- di procurare a Travaglio un travaso di bile. 

Pubblicato sul Dubbio

Mattarella sospende a sorpresa il rito del congedo al Quirinale

Per una volta, e che volta, nel Palazzo del Quirinale e davanti a tutte le autorità convenute per gli auguri di fine anno, il presidente della Repubblica al termine di un lungo discorso di ringraziamenti e di elogi a tutti, ma proprio tutti, nella lotta alla pandemia virale e nella ricostruzione del Paese su basi nuove, ha evitato di ricordare la conclusione del suo mandato. E tanto meno di ribadire la indisponibilità ad una conferma che non gli è stata chiesta ancora da uno schieramento necessariamente e naturalmente largo di forze politiche ma dalla popolazione sì. Basterà ricordare quel bis accompagnato ripetutamente da sei minuti di applausi la sera del 7 dicembre scorso alla prima della Scala, lo storico teatro dell’opera di Milano: applausi incredibilmente scambiati dal sindaco della città, Beppe Sala, per un indebito, inopportuno strattonamento del presidente della Repubblica. La cui giacca quella sera gli è rimasta comodamente e tranquillamente addosso. 

Non sembra proprio casuale l’omissione o l’interruzione del rito del “congedo” da qualche tempo adottato al Quirinale, e ribadito con comunicati e altro di fronte anche ad iniziative legislative al Senato di modifiche alla Costituzione. In attesa delle quali si era prospettata la possibilità di un temporaneo e sostanziale prolungamento del mandato di Sergio Mattarella, D’altronde, solo qualche giorno fa di congedo si è evitato di parlare anche nei comunicati del Quirinale e della Santa Sede sulla visita del presidente della Repubblica al Papa, preannunciata originariamente come commiato.  

Una rondine non fa primavera, dice un vecchio proverbio. E sarebbe, del resto, davvero fuori stagione. Ma sperare in un’apertura del presidente della Repubblica ad una rielezione, in attesa che a provvedere alla sua successione possa essere un Parlamento più legittimato di quello in scadenza, non è un delitto. Nè un’offesa al capo dello Stato, neppure se quest’ultimo dovesse tornare a congedarsi nel messaggio televisivo di Capodanno a reti unificate. 

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Brutte notizie per Berlusconi dalle cronache della corsa al Quirinale

Maurizio Molinari su Repubblica di ieri

L’ombra del Torrino del Quirinale si allunga sempre di più sulla politica. Non c’è notizia, dichiarazione, retroscena che non si presti an una lettura quirinalizia, appunto, a favore o contro questa o quella ipotesi di candidatura per la successione di fine gennaio a Sergio Mattarella. Già, perché siano sempre nel campo delle ipotesi, non essendosi nessuno ancora azzardato -almeno fra i politici in vista e più quirinabili- a proporsi esplicitamente: neppure Silvio Berlusconi. Che pure sovrasta tutti nella fantasia di chi lo vorrebbe al vertice dello Stato e di chi non vorrebbe neppure sentirne parlare, come ha sbrigativamente proposto di fare ieri su una Repubblica pur ormai descalfarizzata il direttore Maurizio Molinari. Il quale ha scritto, nell’editoriale sovrastante quello solito del “fondatore” ormai preso da argomenti prevalentemente filosofici: “La sola ipotesi dell’elezione al Colle dell’ex premier Silvio Berlusconi -figura altamente divisiva per gli scandali che lo hanno avuto protagonista-  descrive il rischio di un clamoroso passo indietro tanto sulla stabilità interna che sulla credibilità internazionale”. Ne sarà rimasto soddisfatto Marco Travaglio, che sul suo Fatto Quotidiano tratta spesso la Repubblica di carta come un giornale ormai semiberlusconiano. E che ancora è ossessionato di giorno dall’idea che Berlusconi ce la possa fare davvero a scalare il Colle -con una gigantesca “campagna acquisiti” di parlamentari inutilmente segnalata dallo stesso Fatto alle Procure della Repubblica- e di notte dall’idea che al Quirinale vada invece Draghi. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Di quest’ultimo al posto di Mattarella sentite quali sono gli effetti più immediati temuti dal giornale di Travaglio con un richiamo di prima pagina sistemato quasi in apertura: “Crisi gestita dai forzisti Brunetta&Casellati”. Brunetta da ministro più anziano diventerebbe presidente del Consiglio, in attesa che il nuovo venga nominato -chissà poi perché- dalla presidente supplente della Repubblica Casellati, appunto.  Evidentemente Travaglio teme anche un prolungamento delle elezioni presidenziali tale che Casellati sostituisca Mattarella scaduto il 2 febbraio e anche il capo dello Stato successivamente eletto per fare  lei le consultazioni e nominare un nuovo presidente del Consiglio, magari confermando l’amico di partito già insediatosi a Palazzo Chigi per ragioni di anzianità. 

Titolo del Corriere della Sera

Proprio a Brunetta il Corriere della Sera ha chiesto in un titolo di prima pagina, con una intervista di Monica Guerzoni, se Draghi potrà andare al Quirinale, dove peraltro non lo vuole Berlusconi. “Devono dirlo i partiti”, ha risposto il ministro forzista aggiungendo come elemento di valutazione o previsione rafforzativo di questa candidatura che non ci sarebbe pericolo alcuno di elezioni anticipate. Che i parlamentari naturalmente temono come i tacchini la vigilia di Natale. 

Titolo del Foglio
Titolo di Repubblica

Immagino la delusione, a dir poco, di Berlusconi nel leggere il “suo” Brunetta che di fatto spalleggia Draghi al Quirinale come i suoi amici del Foglio con due titoli sovrastanti gli articoli del direttore Claudio Cerasa e del fondatore Giuliano Ferrara. Non vi dico poi che cosa avrà procurato a Berlusconi la notizia dell’incontro di Giorgia Meloni con l’attuale vice presidente della regione Lombardia Letizia Moratti, subito proiettato da Repubblica sulla corsa al Quirinale: una  botta per il Cavaliere forse peggiore dell’invito del pur amico  e deputato Vittorio Sgarbi, formulatogli da uno dei suoi canali televisivi, a sponsorizzare Draghi, anzichè inchiodarlo a Palazzo Chigi come su una croce, aspettandosene  poi la gratitudine con una meritatissima nomina a senatore a vita.  Come fece Giuseppe Saragat -ricordo- con Giovani Leone dopo l’elezione a presidente della Repubblica, nel 1964, in una gara dalla quale lo stesso Leone, candidato dalla Dc, si era ritirato volontariamente. Ma Leone, eletto sette anni dopo, nel 1964 aveva 56 anni, contro gli 85 di Berlusconi oggi. 

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Draghi assediato tra lusinghe internazionali e boicottaggi interni

Presi dalle notizie sul Covid e sulle nuove misure ulteriormente restrittive che potrebbero essere adottate, non si sta forse osservando con tutta l’attenzione che merita politicamente il percorso parlamentare imposto dai partiti alla legge di bilancio del governo Draghi, come se fosse un altro governo di Conte. Al quale si è sempre rimproverato, non a torto, di avere ridotto praticamente a zero ai suoi tempi il ruolo del Parlamento con un dibattito stringatissimo, praticamente nullo, sulla legge più importante di un esecutivo. E ciò per giunta solo in uno dei rami della Parlamento, obbligando l’altro a ratificare in poche ore, a ridosso della scadenza costituzionale di San Silvestro, il testo ricevuto all’ultimo momento dalla Camera dirimpettaia. E’ un sostanziale monocameralismo a Costituzione invariata. 

Persino a Draghi dunque, al competentissimo Draghi, all’autorevolissimo ex presidente della Banca Centrale Europea, all’uomo che il Financial Times e l’Ecominist a nome dei mitici mercati e poteri forti del mondo ritengono indispensabile a Palazzo Chigi per continuare a rendere affidabile l’Italia, è stato imposto quindi dai partiti uno spettacolo così poco commendevole in una Repubblica ancora parlamentare, e bicamerale.

A pensarci bene tuttavia, visti anche i numerosi inpegni internazionali che hanno obbligato il presidente del Consiglio a delegare più del solito, e più ancora dei suoi predecessori, la gestione della legge di bilancio al Ministro dell’Econonomia, è a quest’ultimo in particolare che si è voluto probabilmente rendere la vita difficilissima. Sto parlando naturalmente del ministro Daniele Franco, anzi superministro per le vaste competenze del suo dicastero: una persona di fiducia di Draghi destinata -si presumeva sino a ieri- a prenderne il posto, dopo qualche giorno di interregno del ministro più anziano Renato Brunetta, se il presidente del Consiglio dovesse  andare al Quirinale a sostituire Sergio Mattarella. Il quale resta naturalmente indisponibile ad una conferma temporanea nonostante la straordinarietà delle condizioni in cui sta maturando la sua successione, cioè in un Parlamento a poco più di un anno dalla scadenza e delegittimato politicamente da una riforma costituzionale che ne ha tagliato di un terzo i seggi: un Parlamento -aggiungo- in cui sono più di 250 i deputati e senatori che hanno cambiato gruppo o partito. Bisogna dire ancora altro per spiegare la delegittimazione delle Camere che a fine gennaio dovranno eleggere un nuovo Presidente della Repubblica destinato a durare in carica sette anni? Non credo proprio, con tutto il rispetto per gli esimi costituzionalisti di cattedra incollati alla sacralità della durata quinquennale del mandato parlamentare, a prescindere da tutto e da tutti. 

Draghi si trova così incredibilmente e gravemente assediato: da chi, anche formalmente amico come Silvio Berlusconi, lo sollecita a dire di non volere andare al Quirinale per lasciare che se lo contendano altri, a cominciare dallo stesso Berlusconi, e da chi lo avverte che, se anche dovesse arrivarvi lo stesso, può scordarsi il suo uomo di fiducia a Palazzo Chigi. Al quale sono state già tagliate o sgonfiate le gomme. 

Titolo di Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

In questa situazione si sprecano le previsioni su ciò che il presidente del Consiglio vorrebbe fare davvero. “Draghi continua a puntare il Colle”, scrive oggi in prima pagina la Repubblica. “Il premier pensa a governare. Il Quirinale? Parola ai partiti”, scrive invece, sempre in prima pagina, il Corriere della Sera presumendo di potere anticiparne anche la conferenza stampa di fine anno, annunciata per il 22 dicembre. 

Minzolini sul Giornale

Il Giornale della famiglia Berlusconi si spinge invece a immaginare  già la mancata elezione di Draghi per ammonirlo, in un editoriale del direttore Augusto Minzolini, a non farsi prendere dalla tentazione ritorsiva di  mollare la guida del governo  per lasciare tutti, ma proprio tutti, in braghe di tela. 

Silvio Berlusconi gratissimo (una volta tanto) all’Economist

La famosa copertina di Economist nel 2001

A Silvio Berlusconi, rimastone vittima con quella bocciatura da copertina do 20 anni fa che contribuì, insieme ai soliti magistrati italiani impegnati contro di lui, a rendergli dura la vita in politica, sarà scappata una risata grande quanto la sua villa di Arcore a godersi l’aiuto stavolta del settimanale inglese  The Economist. Che lo ha ripagato, forse anche con gli interessi, del danno infertogli dandogli dell’inadatto, inaffidabile e quant’altro alla guida del governo italiano.  Ora, facendo gli elogi dell’Italia  come “Paese dell’anno” grazie anche a Mario Draghi a Palazzo Chigi, il settimanale inglese ha  soccorso Berlusconi come meglio non poteva nella battaglia difficilissima in corso per difendere  la sua voglia di Quirinale, chiamiamola così, dalla fortissima concorrenza -nei fatti- proprio di Draghi. Che pure è un carissimo amico, che il Cavaliere si vanta di avere portato a suo tempo alla presidenza della Banca Centrale Europea, con tutto ciò che ne è poi conseguito. 

Titolo di Repubblica

Proprio in difesa della necessaria prosecuzione del governo Draghi almeno sino alle elezioni ordinarie del 2023  Berlusconi è quindi tra i più impegnati contestatori dell’ipotesi del presidente del Consiglio trasferito al Quirinale alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella. Tanto è vero che il suo Giornale di famiglia ha recentemente liquidato come “un capriccio” non dico una candidatura ma un’eventuale disponibilità del presidente del Consiglio a farsi candidare  al Quirinale.  E  Matteo Salvini si è accodato ieri ponendo contro questo scenario “un veto”, come l’ha definito la Repubblica di carta.

Ecco, a quel  “capriccio” lamentato dal Giornale si è in qualche modo associato l’Economist concludendo l’articolo di promozione dell’Italia a “Paese dell’anno” con questo passaggio correttamente tradotto da quasi tutti, come vedremo  “Draghi vuole essere presidente della Repubblica e potrebbe essere succeduto da un primo ministro meno competente”. 

L’Economist tradotto dal Foglio

Mentre Berlusconi-ripeto- forse se la rideva pensando al soccorso dei suoi vecchi detrattori, al Foglio fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa -schierato in prima fila e dal primo momento, se non proprio lanciatore della campagna per l’elezione di Draghi al Quirinale, dove si sta per sette anni contro l’anno o poco più che potrebbe ancora durare questo governo-  debbono esserci rimasti malissimo. E hanno cercato di metterci una pezza trasformando nella traduzione il “vuole” in un più pudico, accettabile, comprensivo, addirittura popolare “vorrebbe”. Ah, la forza magica del condizionale nelle pieghe di una feroce lotta politica in corso o in embrione, come preferite. 

E Draghi?, mi chiederete. Ne posso immaginare, al momento, solo l’imbarazzo per una festa guastatagli un pò dall’Economist con la promozione dell’Italia grazie soprattutto a lui che però vuole, assolutamente vuole, andare al Quirinale pur sapendo che sarebbe sostituito al governo da uno meno competente. Al quale, a sua volta, come presidente della Repubblica egli non potrebbe sostituirsi, neppure di notte, per un inconveniente chiamato Costituzione. Che a maggior ragione con lui al Quirinale i partiti, già in sofferenza avendolo provato a Palazzo Chigi, difficilmente si convincerebbero a modificare in senso presidenzialista, o semi-presidenzialista alla francese. Bel guaio nel Paese -non dimentichiamolo- in cui la politica ha l’abitudine di scambiare per potenziali dittatori tutti gli uomini dotati di una certa personalità. Lo dimostra il trattamento riservato a De Gasperi (che Togliatti voleva cacciare “a calci in culo” dal governo), Pella, Scelba, Tambroni, Craxi, Berlusconi e Renzi, in ordine rigorosamente cronologico nella storia della Repubblica.   

Le elezioni presidenziali in un Parlamento praticamente delegittimato

Titolo del Dubbio

l caso, solo il caso, ha voluto che il mandato presidenziale di Sergio Mattarella finisse quasi con la fine dell’anno, per cui spesso si stenta a capire dove termini lo scambio degli auguri fra lui e i suoi ospiti e cominci davvero il cosiddetto congedo.

Per non scomodare Papa Francesco, e neppure il Cardinale Segretario di Stato Piero Parolin, che si sono accomiatati da Mattarella dando l’impressione, magari sbagliata, di non essersene voluti separare troppo a lungo – tali e tanti sono stati, in particolare, gli argomenti che hanno voluto trattare con l’ospite, facendone un elenco dettagliato- è apparso significativo quanto è accaduto al Quirinale con gli ambasciatori. Che il presidente della Repubblica ha ricevuto dopo la visita in Vaticano.

Un testimone e cronista solitamente preciso e attento come il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, tanto di casa ormai nel palazzo presidenziale da poter essere scambiato per un custode, ha riferito che il “commiato” di Mattarella dai diplomatici è stato contenuto in “un inciso solo di mezza riga”. Infatti anche dal testo dell’intervento risulta che il capo dello Stato ha voluto soltanto “cogliere l’occasione” dell’incontro di fine anno per accomiatarsi appunto. 

Si vedrà se Mattarella ricorrerà ad un inciso anche nel messaggio televisivo di Capodanno: spero non registrato accanto al portone del Quirinale per sottolineare la fretta e la decisione, insieme,  dell’inquilino di allontanarsi da quel luogo di tortura che, a sentire certi suoi troppo solerti estimatori, sembra diventato per lui quel palazzo. Ciò almeno da quando gli sono giunti inviti espliciti e impliciti a rimanervi almeno per un pò di tempo ancora: giusto quello che occorre, per esempio, perché a provvedere alla sua successione sia il nuovo Parlamento. Che, ridotto di un terzo dei seggi e sicuramente diverso anche per gli equilibri fra i vari gruppi, senza più la “centralità” grillina della legislatura in corso dal 2018, dovrebbe poter esprimere un presidente della Repubblica più rappresentativo, visto che ad eleggerlo sono appunto le Camere e non gli italiani direttamente. 

Su questa condizione particolarissima in cui sta maturando o si sta solo avvicinando il prossimo turno di elezioni presidenziali, con le urne in vimini e stoffa che i commessi stanno già lucidando a Montecitorio, si dice e si scrive forse un pò troppo poco, o per niente. Eppure essa potrebbe apparire un vulnus a gente di comune buon senso, portata a pensare che un Parlamento in scadenza così complessa e vasta come quello in carica da quasi quattro anni sui cinque della durata ordinaria sia il meno indicato, attendibile e quant’altro al compito assegnatogli dalla Costituzione di eleggere il Capo dello Stato, con tutte le maiuscole usate dall’articolo 87 della Costituzione. 

Di questa incongruenza, che magari non sarà condivisa da sottili costituzionalisti in cattedra,  sarebbe ora che si cominciasse a parlare fuori dai denti. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 19-12-2021

Il congedo…continuo e un pò sotto tono di Sergio Mattarella

Mattarella in Vaticano

Annunciata con largo anticipo dalle solite “fonti” del Quirinale nel contesto di una visita di commiato, a dimostrazione dell’indisponibilità di Sergio Mattarella ad una rielezione pur auspicata ovunque gli capiti di andare da qualche mese a questa parte, o da chiunque egli riceva nel palazzo che fu dei Pontefici, l’udienza di Papa Francesco al presidente uscente della Repubblica ma anche il successivo incontro dell’ospite col Cardinale Segretario di Stato  Pietro Parolin sono stati di un congedo, diciamo così, relativo. Che molti giornali hanno nona caso ignorato in prima pagina.

Il comunicato del Quirinale
La nota del Vaticano

Del termine “congedo”, intanto, non si trova traccia né nel comunicato del Quirinale né in quello del Vaticano, dove pure hanno tenuto a non essere laconici -come sul Colle- ma a raccontare che nei “cordiali colloqui in Segreteria di Stato è stata espressa soddisfazione per le buone relazioni intercorrenti tra la Santa Sede e l’Italia”, e “ci si è soffermati su alcune questioni relative alla situazione sociale italiana, con particolare riferimento ai problemi della pandemia e alla campagna di vaccinazione in atto, alla famiglia, al fenomeno demografico e all’educazione dei giovani”. Si è tenuto infine e a far sapere che “sono state prese in esame tematiche di carattere internazionale, con speciale attenzione al continente africano, alle migrazioni e al futuro e ai valori della democrazia in Europa”. Non mi sembrano francamente cose, o questioni, tanto di congedo, proiettate come sono in un futuro, appunto, che va ben oltre la scadenza ormai vicina del mandato presidenziale di Mattarella.

Titolo di Avvenire

D’altronde, il Papa in persona, che è anche un ottimo gesuita, sottile più ancora dei tani laici sottili che navigano nelle acque politiche italiane, ha parlato non di “congedo” ma di “testimonianza” del graditissimo ospite. E Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, ha tradotto testimonianza  in “esempio”, che potrebbe pertanto continuare. 

Marzio Breda sul Corriere della Sera

Poi, è vero, tornato al Quirinale per l’incontro abituale di fine anno con gli ambasciatori, Mattarella ha parlato loro di “commiato”, ma -ha scritto e avvertito il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- in “un inciso di mezza riga”, non di più: senza iattanza, sfida e quant’altro a chi ne sollecita la ancora, o ancor più la conferma.

Chi l’ha detto poi che sarebbe un male l’ipotesi, pur scomoda per l’interessato, di una conferma del presidente uscente della Repubblica in una situazione come quella particolarissima in cui ad eleggere il successore è chiamato un Parlamento delegittimato dalla forza che vi è maggiormente rappresentata ancora, facendolo invecchiare precocemente col taglio dei seggi disposto per la prossima edizione? 

Draghi al Consiglio Europeo
Lo sciopero festoso di Cgil e Uil

Malizia per malizia, o curiosità per curiosità, come preferite, si è scritto e detto alla vigilia del Consiglio Europeo in corso che avrebbe potuto essere già l’ultimo per Mario Draghi, presidente del Consiglio in carica solo da febbraio, chiamato a fronteggiare emergenze di vario tipo che non sono per niente finite, a cominciare da quella pandemica non a caso appena prorogata sino a fine marzo. E’ un’emergenza fronteggiata con misure di sapore persino sovranista che l’europeista doc Draghi ha dichiarato di voler difendere e fare osservare “con le unghie e con i denti” dopo le preoccupazioni e riserve espresse a Bruxelles e dintorni ma subito rientrate. Beh, non mi sembra dalle immagini giunte dal vertice che Draghi abbia mostrato la tristezza usuale del congedo, come neppure Mattarella in Vaticano. E non sarebbe un male neppure la prosecuzione del governo Draghi, cioè la conferma di un binomio, quello appunto di Mattarella al Quirinale e dello stesso Draghi a Palazzo Chigi, che ha indotto il solitamente severissimo e diffidente Economist inglese a indicare l’Italia come “il Paese dell’anno”. Che Cgil e Uil hanno festeggiato scioperando, alla loro maniera.

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