Una buona idea di Conte -una volta tanto- quella del Quirinale rosa

Titolo di Repubblica
Titolo di Nazione, Carlino e Giorno

Se fosse vera l’idea attribuita a Giuseppe Conte contemporaneamente da Repubblica e dai giornali del gruppo Riffeser Monti – La Nazione, il Resto del Carlino e Il Giorno- di trasformare quello del Quirinale da problema politico a problema di genere, sforzandosi dopo più di 75 anni di storia repubblicana di mandare una donna al Quirinale, non sarebbe da scartare, o da deridere. O da liquidare, come fa nei panni di un maschilista qualsiasi, il vecchio Paolo Cirino Pomicino, che proprio sui giornali del gruppo Riffeser Monti ha negato che esista in giro una donna all’altezza del  Colle per autorità, esperienza, investitura elettorale – come  se Carlo Azeglio Ciampi, per esempio, fosse stato mai eletto al Parlamento o solo ad un  Consiglio comunale- e quant’altro. Via, Paolo.

In un momento di grande confusione politica, come se non bastasse quella mista a paura procurataci dalla pandemia virale, con gli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra entrambi nel pallone – l’uno in qualche modo sequestrato da una candidatura praticamente prenotata da Silvio Berlusconi, nonostante amici di lunga data gli lancino ogni giorno inviti a desistere per l’improbabilità di un successo, e l’altro appesantito da un elenco di aspiranti sotterranei che sembra quello telefonico- non sarebbe male svelenire la corsa al Quirinale facendola svolgere  stavolta sui tacchi femminili. 

Se veramente a Conte è venuta questa idea, ripeto, non sarebbe male. E ha fatto bene, l’ex presidente del Consiglio e ora presidente, più modestamente, del MoVimento 5 Stelle, o di quel che ne è rimasto, a non anticiparla al solito Marco Travaglio, che chissà come l’avrebbe gestita.  

Neppure Enrico Letta, il segretario del Pd col quale Conte è portato a conversare  per primo, può fingere di scendere dal pero, diciamo così, perché il suo esordio al Nazareno, dopo l’”esilio” parigino preferito alla frequentazione del suo collega ancora di partito Matteo Renzi, è avvenuto sventolando proprio la bandiera del genere per rimuovere entrambi i capigruppo parlamentari della sua formazione politica e sostituirli con donne. Delle quali il predecessore Nicola Zingaretti si era dimenticato trattando con Draghi -pur nei ristretti limiti della circostanza- la formazione del nuovo governo. 

Bisogna però che Conte non faccia errori troppo grossi di valutazione nel presupporre quali donne  al Quirinale potrebbero andare bene anche al centrodestra, che -bontà sua- ha riconosciuto necessario alla larga maggioranza chiesta dalla Costituzione per l’elezione del capo dello Stato: larga non solo con i due terzi dei voti nei primi tre scrutini, ma anche con la metà più uno del plenum nei successivi. Essa è una maggioranza qualificata, per niente “semplice” come spesso continuano a definirla persino politici di professione non ancora consapevoli che la maggioranza semplice è quella dei votanti e basta, al netto degli assenti, casuali o voluti che siano.  

La rosa di candidature al Colle attribuita a Conte

Se è vero -come gli attribuisce la Repubblica- che Conte considera appetibile per il centrodestra, oltre che l’ex ministra di Berlusconi Letizia Moratti, ora vice presidente della regione Lombardia, ed Elisabetta Belloni,  la diplomatica a capo dei servizi segreti, anche l’ex guardasigilli Paola Severino, temo che sbagli di grosso. Magari buona avvocata, o avvocatessa di tanti amici di Berlusconi, la Severino è pur sempre l’autrice di una legge concepita con Monti a Palazzo Chigi e applicata in nodo tale, persino retroattivo, da costare il seggio del Senato al Cavaliere nel 2013, con una votazione che l’allora presidente dell’assemblea Pietro Grasso volle persino palese, come la classica ciliegina sulla torta. Berlusconi starà pure esagerando con la sua scalata al Colle, che gli ha procurato proprio oggi altri sfottò anche degli amici ed estimatori del Foglio, ma non bisogna neppure abusare di lui. 

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Se la legislatura inciampa nei referendum sulla giustizia osteggiati da Pd e grillini

Titolo del Dubbio

Sommersa dall’immagine del “nonno al servizio delle istituzioni”, anche come presidente della Repubblica se ne sarà il caso, la conferenza stampa di fine anno di Mario Draghi è stata sottovalutata in un passaggio importante attivato dal giornalista di Radioradicale Lanfranco Palazzolo. 

Il giudice Guido Salvini del tribunale di Milano

Quest’ultimo, senza farsi distrarre, diciamo così, dalla giostra del Quirinale piena di luci e di rumori, dalla quale scendono e salgono i candidati più disparati e anche improbabili alla vicina successione al presidente ostinatamente indisponibile, almeno sinora, ad una conferma o prolunga, ha chiesto al presidente del Consiglio di pronunciarsi sui referendum, particolarmente quelli della giustizia, promossi dagli eredi di Marco Pannella e dai leghisti. Sì, anche dal partito di Matteo Salvini, finalmente approdato al garantismo dopo il cappio sventolato nell’aula di Montecitorio sui banchi del Carroccio mentre la Procura di Milano chiedeva e otteneva da un un unico giudice delle indagini preliminari- come da clamorosa e autorevole testimonianza recente di Guido Salvini sul Dubbio- arresti in serie di sospettati di mani sporche nell’uso dei soldi destinati alla politica. L’inchiesta si chiamava infatti enfaticamente “Mani pulite”, come forse oggi non si potrebbe con le nuove disposizioni di stampo europeo a tutela della presunzione di innocenza o di non colpevolezza, come preferite, sino a condanna definitiva. 

Mario Draghi

Neppure in questo passaggio della conferenza stampa, delicato come pochi altri per la natura eterogenea della maggioranza emergenziale di governo, Draghi ha esitato. Egli ha seccamente ribadito, in vista dell’ultima tappa del percorso preparatorio dei referendum, davanti alla Corte Costituzionale, la decisione del governo di non opporsi, cioè di non contrastare l’iniziativa tanto temuta invece dalle toghe più politicizzate, o in vista, e da almeno due partiti della maggioranza, che non hanno voluto dare nessuna copertura alla raccolta delle firme: il Pd e il Movimento 5 Stelle. Eppure anche i grillini, e non solo i piddini, con cui fanno rima, hanno cominciato a provare sulla loro pelle -e persino a scusarsene qualche volta- l’acido dell’ingiustizia nella gestione di inchieste e processi di presunta corruzione e simili. Il rapporto con la magistratura rimane distorto, timoroso, subalterno e altro ancora sia per il partito -il Pd- tornato in testa ai sondaggi sia per il MoVimento che si vanta ancora in questo Parlamento di essere quello di maggioranza relativa, anche se di fatto non lo è più, con tutti gli abbandoni che ha subiti e quelli che stanno maturando nel finale di questa legislatura. Che gli stessi grillini hanno trasformato incautamente in una tonnara con quel taglio robusto di seggi apportato alla Camera e al Senato prossimi venturi. 

Come si fa in questa legislatura ridotta -ripeto- ad una tonnara, dove deputati e senatori sanguinano di paura sapendo di non poter essere confermati, ad evitare il passaggio dei referendum sulla giustizia scomodissimo per i due principali partiti della maggioranza? Non è una domanda da Rischiatutto. La risposta è facile e già sperimentata: nel 1972 per sfuggire al referendum sul divorzio, temuto sia dalla Dc antidivorzista  sia dal  Pci divorzista, e nel 1987 per sfuggire ai referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e contro la produzione di energia nucleare. In particolare, la risposta sta nella sovrapposizione delle elezioni anticipate, che comportano il rinvio delle prove referendarie eventualmente indette. 

Enrico Letta con Giorgia Meloni
Giuseppe Conte con Giorgia Meloni

In una legislatura -ripeto ancora- ridotta ad una tonnara le elezioni anticipate sono ancora più sanguinanti del solito. Sono una decimazione che obbligano i vertici politici che vi sono interessati a operazioni di vera e propria mimetizzazione, per evitare di essere travolti dalle proteste interne ai loro partiti e gruppi parlamentari. Si sono pertanto sprecate negli ultimi tempi le prese ufficiali di posizione di Enrico Letta e di Giuseppe Conte contro l’interruzione della legislatura, reclamata invece a gran voce dalla sorella capitana dei “fratelli d’Italia” Giorgia Meloni. Con la quale -guarda caso- da qualche settimana a questa parte tanto Letta quanto Conte navigano come in crociera, scambiandosi battute, sorrisi e inviti. Lo fanno -direi- così imprudentemente e sfrontatamente da avere costituito anche anche un caso mediatico e politico, su cui hanno scritto articoli fior di esperti finendo però -debbo dire con franchezza-più nel colore che nella sostanza di una vera analisi. 

Quella che secondo me ci è andata più vicina a capire la situazione, a vedere la politica scivolare sulle bucce imputridite della giustizia pur non citate esplicitamente, e a tradurne i progetti  altrui in parole chiare, non cifrate come la maggior parte dei messaggi in questi tempi di corsa al Quirinale, è l’ex ministra, e renziana di ferro, Maria Elena Boschi. “So per certo -ha detto- che Letta e Conte hanno bisogno delle elezioni anticipate, come le vorrebbe la Meloni”. “Da sempre -ha aggiunto pensando alle votazioni di fine gennaio a Montecitorio per il Quirinale- maggioranza parlamentare e maggioranza presidenziale sono due aggregazioni diverse, non necessariamente convergenti. Se si va al voto è per Letta, Meloni, Conte”.  Più che un ex ministra, sembra aver sentito un oracolo.

Pubblicato sul Dubbio

Non manca certamente di fantasia questa benedetta corsa al Quirinale

Bene. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pur preso in questi giorni di festa, ma anche di paura per la variante Omicron del Covid, dall’imballaggio dei suoi effetti personali per un trasloco cui non intende rinunciare e dalla preparazione del discorso di fine anno e -presumo- di commiato che sarà trasmesso la sera di venerdì 31 dicembre dalle televisioni a reti unificate, ha trovato il tempo per conferire l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce a Giovanni Malagò. Che, da otto anni presidente del Coni, se l’è sicuramente meritata in questo 2021 d’oro per lo sport italiano.

Spero solo che adesso a noi giornalisti, o almeno a quelli di noi rimasti al motto sessantottino della “fantasia al potere”, o cresciuti nel culto di quell’esplosione d’immaginazione e di rivolta, non venga l’idea di fare saltare anche il neo Cavaliere di Gran Croce Malagò sulla giostra del Quirinale, come una riserva della Repubblica -peraltro a soli 62 anni d’età- cui poter attingere anche per sciogliere il nodo del Colle più alto di Roma. 

Di candidature fantasiose al Quirinale ce ne sono già troppe sui giornali stampati o elettronici, a cominciare -se mi permettete- da quella che ha prodotto e produce ancora la maggior parte dei titoli e l’insonnia non so se più di Marco Travaglio, sul Fatto Quotidiano, o di Enrico Letta alla segreteria del Pd, evidentemente insensibile, indifferente e quant’altro alle buone informazioni passategli dallo zio Gianni su Silvio Berlusconi. Che lo ha reso ancora più ricco in una trentina d’anni di lavoro alle sue dipendenze di quanto non fosse già diventato con la professione di giornalista. 

Titolo di Reubblica on line

“Berlusconi è un candidato divisivo anche nel centrodestra”  formalmente asserragliatosi ancora qualche giorno fa attorno alla sua presunta, potenziale e non so cos’altro candidatura, ha  dichiarato  il suo ex ministro e cofondatore di Forza Italia Giuliano Urbani. Che segue da Napoli -sua nuova città di adozione- l’ultima versione della corsa al Quirinale, dopo avere partecipato a qualche edizione precedente come “grande elettore”, cioè come parlamentare. Una certa esperienza, quindi, se l’è fatta per parlane ora con un pò di competenza, oltre che di buon senso. 

Urbani, insomma, per parlare fuori dai denti, avverte la presenza sulla strada della candidatura di Berlusconi di molti, troppi “franchi tiratori”, o “liberi pensatori”, come preferisce definirli un altro esperto della materia come l’eternamente democristiano Paolo Cirino Pomicino. Che ancora porta sul metaforico medagliere della cosiddetta prima Repubblica, servita per tanti anni, la stelletta procuratasi nel 1992 partecipando al boicottaggio della candidatura del segretario del suo partito, Arnaldo Forlani, al Quirinale appunto. E lo fece nella inutile speranza di spianare la strada del Colle all’amico e superiore Giulio Andreotti, pronto a  partecipare alla gara anche come soluzione istituzionale per via della massima carica di governo che ricopriva in quel momento. Ma a causa della confusione, a dir poco, provocata dalla strage mafiosa di Capaci, con la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie e di quasi tutta la scorta, la postazione istituzionale preferita per prelevarvi il novo presidente della Repubblica fu quella della Camera, con l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro. Di cui non credo che Pomicino conservi un buon ricordo, neppure di collega di partito.

Titolo di Repubblica on line
Ugo Magri su Berlusconi

Pensavo di potermi fare un’idea più precisa delle ragioni di ostinato ottimismo di Berlusconi nella sua corsa al Quirinale, a 85 anni belli che compiuti, leggendo sulla versione on line di Repubblica una nota del quirinalista della Stampa Ugo Magri titolata “Tutti trucchi di Silvio per farsi votare”, con le buone o le cattive. Ma la nota si chiude beffardamente  con una domanda: “Cosa diavolo ha in mente?” il Cavaliere. A saperlo….

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Silvio Berlusconi cinofilo e bisnonno sulla salita del Quirinale…

Questa poi Silvio Berlusconi se la poteva risparmiare. E poteva, ancor più, risparmiarla alla parte più di opinione del suo peraltro ridotto elettorato. E’ la fotografia da cinofilo con la quale ha voluto augurare buon Natale e “gioia insieme alle persone a cui volete bene”: cani, gatti e non so cos’altro compresi, o soprattutto ad essi, visti i tempi pericolosi in cui viviamo potendoci forse fidare solo degli animali domestici per difenderci bene dal Covid e varianti, compreso l’Omicron che sta facendo tremare mezzo mondo, a dir poco. A meno che qualche virologo non ci demolisca anche la  fiducia nei cani e simili. 

Capisco la voglia incontenibile del Cavaliere -lasciando l’ex ai soliti detrattori- di apparire simpatico, alla mano e quant’altro, pur dividendosi  elitariamente tra una villa e l’altra, e offrendo agli ospiti di turno alle sue tavole ogni ben di Dio, come riferiscono le cronache, lasciando a bocca asciutta il pubblico che potrebbe anche non gradire per invidia, o indigenza. Ma mettersi in posa col cane nel bel mezzo della sua corsa un pò negata ma un pò anche ammessa al Quirinale non mi sembra francamente appropriato. Basta e avanza -credo- per popolarizzare questa benedetta corsa  al Colle più alto di Roma la storia del bisnonno opposta a quella del nonno “a disposizione delle istituzioni” cui ha fatto ricorso quel furbacchione di Mario Draghi nella conferenza stampa di fine anno. 

Mario Monti alle “Invasioni barbariche” del 7 febbraio 2013

Poiché lo so peraltro leggermente scaramantico, mi ha stupito come s Berlusconi si sia messo da solo, senza neppure la provocazione o lo sgambetto di un conduttore o una conduttrice di casa, nella posizione non proprio fortunata -direi- di Mario Monti la sera del 7 febbraio 2013, in campagna elettorale, nel salotto televisivo di Daria Bignardi. Che proprio per mettere l’allora presidente del Consiglio in concorrenza col suo predecessore a Palazzo Chigi, esibito con tanto di foto sullo sfondo, gli donò e mise praticamente in braccio una cagnolina. Non ne ricordo più il nome.

L’esito di quel tentativo di popolarizzazione dell’algido professore, tecnico e quant’altro, mandato a Palazzo Chigi da Giorgio Napolitano anche con la polizza a vita di senatore nominato per alti meriti, fu alquanto deludente, a dir poco. Il partito, o quasi partito, improvvisato dall’allora presidente del Consiglio non resistette alla prova delle urne non perché non  avesse avuto voti ma perché si sfasciò subito non sapendoli gestire nelle aule parlamentari. Neppure la cagnetta appena ricevuta in regalo ebbe la soddisfazione di vedere il suo padrone confermato alla Presidenza del Consiglio o promosso, come qualcuno gli aveva addirittura preconizzato, al Quirinale per sostituire il presidente uscente della Repubblica Giorgio Napolitano. 

Monti, di cui pure Berlusconi si era vantato di avere scoperto le doti promuovendone a suo tempo la nomina a commissario europeo, si consolò -ma forse consolò un pò meno i suoi elettori – vantandosi di avere tolto allo stesso Berlusconi nelle elezioni i voti che gli sarebbero stati necessari per vincerle e conquistare anche il Quirinale per sé, oltre che Palazzo Chigi per qualche amico o alleato. E con questi precedenti -mi chiedo- il buon Berlusconi si mette in posa col suo cane, o la sua cagnetta, come un Monte qualsiasi, o di ripiego? Via, presidente, come ormai ha acquistato il diritto di essere chiamato per tutta la vita, pur senza diventare per forza Capo dello Stato. 

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La profezia elettorale della Boschi pensando a Letta, Conte e Meloni

In una Camera pur sfiancata dal Covid e frustrata dal fatto di non aver potuto toccare palla nella partita del bilancio, o manovra finanziaria, tutta giocata in modo peraltro sommerso al Senato, la ragionevolezza vuole che l’ex ministra renziana Maria Elena Boschi, aiutata anche dalla sua avvenenza fisica che le va riconosciuta senza dovere incorrere per questo in chissà quali insulti, abbia frequentazioni, impressioni, sensazioni superiori a quelle di noi poveri giornalisti parlamentari. Che peraltro proveniamo da  una lunga astinenza da Transatlantico: lo storico corridoio di Montecitorio solo di recente restituito ai nostri passi più o meno perduti con deputati, senatori di passaggio, ministri, portaborse, portavoce e quant’atro.

Maria Elena Boschi al Messaggero del 24 dicembre
Meloni e Conte di recente

La Boschi, dicevo, deve averne sentite e avvertite abbastanza per poter dire in una intervista al Messaggero, prima che i giornali si prendessero ben due giorni di assenza natalizia: “So per certo che Letta e Conte hanno bisogno delle elezioni anticipate, così come le vorrebbe la Meloni”. I tre del resto hanno recentemente avuto occasioni di incontrarsi e festeggiarsi a vicenda, sia pure sotto la fastidiosa pioggia che ha bagnato il raduno annuale dei “fratelli d’Italia”. Essi sono peraltro accomunati da disagio o indifferenza verso i referendum sulla giustizia ai quali lodevolmente il governo di Mario Draghi ha deciso di non opporsi nell’esame preventivo della Corte Costituzionale. 

Enrico Letta e Meloni

“Da sempre maggioranza parlamentare e maggioranza presidenziale sono due aggregazioni diverse, non necessariamente convergenti. Se si va al voto è per Letta, Meloni, Conte”, ha insistito l’ex ministra e fedelissima di Matteo Renzi contestando fra le righe anche le preoccupazioni espresse da Draghi nella sua conferenza stampa di fine anno -quella del “nonno a disposizione delle istituzioni”- sui rischi politici di una spaccatura del largo schieramento emergenziale del governo in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica. 

Ci soccorre un pò il ricordo dell’elezione di Giovanni Leone al Quirinale alla vigilia di Natale del 1971.  La maggioranza di centrosinistra spaccatasi in quel passaggio si portò appresso nella caduta le Camere, sciolte dal nuovo presidente della Repubblica, non perché le elezioni anticipate fossero inevitabili chissà per quale algoritmo ma solo perché la Dc, partito di maggioranza relativa guidato in quel momento da Arnaldo Forlani, ritenne politicamente conveniente il ricorso alle urne per il conseguente rinvio  referendum sul divorzio, particolarmente scomodo per lo scudo crociato antidivorzista, ma  anche per il Pci divorzista. Come questa volta lo sono i referendum sulla giustizia sia per il Pd e sia per ciò che rimane, sotto la guida del pur avvocato Giuseppe Conte, del Movimento 5 Stelle: lasciatisi entrambi condizionare spesso dai magistrati, salvo rammaricarsi degli infortuni, diciamo così, occorsi anche a qualcuno della loro parte con assoluzioni tardive, a danni irrimediabilmente procurati all’ex imputato.

Il cappio leghista alla Camera

I magistrati, si sa, soprattutto quelli di prima linea, cresciuti all’ombra delle loro inchieste enfatizzate e pilotate anche nelle fughe di notizie utili ai processi mediatici e sommari, che precedono quelli ordinari nei tribunali, hanno molto, anzi moltissimo da temere dalle prove referendarie  promosse da quei rompiscatole di radicali e di leghisti finalmente convertiti al garantismo, dopo avere alimentato il giustizialismo e il manettarismo negli anni -ricordate?- di “Mani pulite”. E’ ancora custodito in un deposito della Camera il chiappo esibito da un deputato della Lega nell’aula, durante un dibattito, e fatto sequestrare dal presidente Giorgio Napolitano.            

Sono storie d’altri tempi, dirà qualcuno dalle parti del Carroccio. D’accordo, ma fino ad un certo punto. Comunque è sempre bene conoscerle e ricordarle, persino sotto l’albero di Natale, anche per scrutare e valutare bene ciò che accade. E potrebbe persino ripetersi. 

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Dal Papa al presepe, dai no vax agli aspiranti al Quirinale…

Titolo del Corriere della Sera

A vedere in televisione il Papa baciare il Bambin Gesù che poi, al termine della messa di Natale, avrebbe personalmente portato nel presepe allestito nella Basilica di San Pietro, e a sentirlo parlare, durante l’omelia, dei pastori che governano le loro pecore in tutte le rappresentazioni dell’evento più dolce della Cristianità, mi sono ricordato della stupidità alla quale è arrivato il cosiddetto popolo dei no vax danneggiando nel Bresciano qualche giorno fa il gregge di un presepe. Che i vandali avevano deciso – salvando, bontà loro, la “sacra famiglia”, come da titolo del Corriere della Sera- di promuovere o degradare, come preferite, a simbolo di quanti si sono vaccinati o intendono vaccinarsi, o rivaccinarsi, rispondendo agli appelli degli scienziati e dei medici, e non solo del governo, per difendersi e difenderci dalla pandemia virale che ci ha un pò cambiato la vita, e ad alcuni -come quei vandali- il cervello. 

Sergio Mattarella

Verrebbe voglia di ringraziare Papa Francesco anche per quel gesto e per quelle parole con cui ha forse voluto anche rispondere a questi sostanziali sabotatori della lotta alla pandemia. Ai quali il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rimproverato noi giornalisti -o più in generale, operatori dell’informazione- di avere dato e di dare troppo spazio, facendoli magari apparire più numerosi e pericolosi di quanto o quanti non siano. E’ un rimprovero che sarà magari piaciuto al senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti, spintosi di recente ad evocare la comunicazione controllata nei tempi di guerra, ma dal quale mi permetto di dissentire. Come da qualche altra esternazione verbale e mimica del pur ottimo Mattarella in questi tempi di corsa al Quirinale, quando dal pubblico si levano nei suoi riguardi, inascoltati, applausi e appelli ad un “bis”, magari temporaneo, per permettere che ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica non sia questo vecchio e politicamente decaduto Parlamento ma il prossimo. Che uscirà dalle urne al più tardi fra poco più di un anno, mica fra due, tre o quattro. 

Giorgio Napolitano

Purtroppo il capo dello Stato col suo diniego, che di fatto ha sinora paralizzato o quanto meno messo in difficoltà i partiti desiderosi di chiedergli un supplemento di pazienza e di fatica, ha scelto una indisponibilità sorprendente per chi aveva preso sul serio qualche anno fa un suo appello a non confondere il “buon senso” di manzoniana memoria per  “il senso comune”. E comune, appunto, sembra essere il parere dei costituzionalisti in cattedra, condivisi pelosamente dai concorrenti palesi, semipalesi e ancora occulti alla corsa al Quirinale, contrario ad una replica dell’eccezionale rielezione a termine di Giorgio Napolitano nel 2013, nel bel mezzo di una crisi di governo e dopo il fallimento delle due candidature alla sua successione messe in campo dal Pd e di segno politico opposto: una, quella del presidente dello stesso partito Franco Marini, appoggiata anche dal centrodestra, e l’altra, di Romano Prodi, circoscritta all’area di centrosinistra. 

Mario Draghi

Secondo me Napolitano, anche lui già impegnato in quei giorni negli imballaggi per il trasloco dal Quirinale, fece benissimo ad accettare di rimanere ancora un pò al suo posto, anche a costo di prestarsi all’infamante campagna del Fatto Quotidiano contro le sue presunte “manovre” per restare. Altrettanto bene farebbe a ripensarci Mattarella, non foss’altro per sottrarre il presidente del Consiglio Mario Draghi al logoramento che gli sta derivando, per il malanimo dei già ricordati concorrenti, da quella disponibilità mostrata all’elezione, nella conferenza stampa di fine anno, in quanto “nonno al servizio delle istituzioni”. 

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Dal Natale in casa Cupiello al Natale in casa Berlusconi…

Per ragioni di calendario parlerei di Natale in casa Berlusconi. Che è diverso dallo storico Natale in casa Cupiello del grande Edoardo De Filippo perché il presepe stavolta non piace al figlio Tommasino, chiamato in famiglia Nennello, ma al  padrone di casa. Che è addirittura bisnonno, mentre il Luca tante volte recitato da Edoardo De Filippo non è neppure nonno, bensì solo padre di figli un pò problematici, i cui casini coniugali si attorcigliano con quelli di salute del protagonista della tragicommedia. 

Draghi alla conferenza stampa di fine anno

A Berlusconi non piace il presepe praticamente allestito nella conferenza stampa di fine anno dal “nonno al servizio delle istituzioni” Mario Draghi, pur da lui aiutato a diventare prima presidente della Banca Centrale Europea e poi presidente del Consiglio. Sembravano pappa e ciccia, come anche da foto del loro incontro a Montecitorio in occasione delle consultazioni per la formazione del governo oggi ancora in carica, ma i due hanno finito per trovarsi in conflitto, concorrenti entrambi al Quirinale. Ed entrambi in forma anomala, più allusiva che esplicita, più fra le righe che dentro di esse: l’uno -Draghi- minacciando di fatto la rinuncia anche a Palazzo Chigi se non dovesse ottenere il Quirinale e l’altro -Berlusconi- minacciando la fine del centrodestra se nella partita del Colle, quando comincerà davvero nell’aula di Montecitorio con le votazioni dei parlamentari e dei delegati regionali, le componenti dell’alleanza non rimarranno compatte come hanno tornato a impegnarsi nell’incontro di ieri a Villa Grande, sull’Appia antica. 

Il sondaggio per il Corriere

Se sarà crisi di governo per la rinuncia di Draghi a restare a Palazzo Chigi con un altro capo dello Stato, il Parlamento rischierà le elezioni anticipate di un anno, a beneficio forse di una campagna elettorale di poco più di due mesi. Se sarà crisi e rottura del centrodestra, né Matteo Salvini né Giorgia Meloni, che se la contendano inseguendosi e sorpassandosi a vicenda nei sondaggi elettorali, riusciranno ad aggiudicarsi la guida del governo per assenza appunto della coalizione e della vittoria ancora oggi assegnatale dall’ultimo sondaggio riferito da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera. 

Giuliano Ferrara sul Foglio

Giuliano Ferrara, sostenitore convinto di Draghi al Quirinale ma amico ed estimatore festoso di un Berlusconi al quale deve sia la sua breve esperienza di ministro nel 1994 sia la nascita poi del suo Foglio, ha appena scritto che “nessuno dei fantasisti vuole cedere le armi e arrendersi prima del tempo”. Ed ha indicato nella “candidatura esplicita e irrituale del grande Berlusconi, il bisnonno” ciò che “scompagina il gioco presidenziale soffuso, un pò obliquo, sottopelle ch’è tradizione e vanto di una Repubblica istituzionale con regole da club esoterico”, oltre il quale c’è”il chiacchiericcio su mille altre soluzioni possibili, almeno virtualmente”. Ben scritto, alla maniera di un Ferrara in forma. diversamente da quello che ogni tanto si lascia prendere la mano, anche lui, da ragionamenti di una voluta stravaganza o contorsione.

Ignazio La Russa al Corriere

Aiuta a capire la situazione anche un testimone del vertice del centrodestra svoltosi ieri  -ripeto- nella villa romana di Berlusconi: Ignazio La Russa, il più navigato dei “fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni. “Lui -ha detto parlando di Berlusconi- non ha avanzato la sua candidatura ma ne abbiamo parlato come se lo avesse fatto. Credo che stia facendo dei sondaggi per capire come ampliare una maggioranza attorno al suo nome: un allargamento trasparente dei numeri. Quando deciderà immagino farà un appello a tutti: Renzi, il Pd, i Cinquestelle”. Vasto programma, direbbe la buonanima di De Gaulle. 

Ignazio La Russa ancòra al Corriere

Su come potrà andare a finire l’ex ministro della Difesa ha detto: “Io non scommetto nemmeno al Superenalotto, dove si vincono miliardi. Figuriamoci se sommette dove non si vince nulla”. Ma forse in quel nulla c’è già tutto.

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Giochi e giochini della politica lungo la strada del Quirinale

In quel panettone affettato da Mario Draghi con le facce degli aspiranti al Quirinale, tutti ora minacciati dalla sua disponibilità a trasferirvisi da Palazzo Chigi, Emilio Giannelli ha visto non a torto la rappresentazione più felice, in tempi natalizi, della conferenza stampa  del presidente del Consiglio conclusiva dell’anno e forse anche del suo governo. Cui potrebbe ben subentrarne un altro, con la stessa maggioranza di sostanziale unità nazionale, se allo stesso Draghi dovesse davvero accadere di sostituire Sergio Mattarella alla scadenza del mandato settennale, fra poco più di un mese. 

La vignetta di Staino sulla Stampa

Altrettanto realistica è la vignetta di Sergio Staino sulla Stampa con quell’ambulanza pronta a portare all’ospedale o Silvio Berlusconi, se afflitto dalla sconfitta nella corsa al Colle, o il suo amico e compagno di partito Renato Brunetta afflitto dalla sconfitta invece di Draghi. Che rimanendo a Palazzo Chigi non potrebbe passargli la staffetta di presidente del Consiglio, come ministro più anziano, neppure per un giorno, o un’ora.

Titolo del Giornale

Della prospettiva di una mancata promozione del presidente del Consiglio, nella presunzione che essa possa lasciare in corsa Berlusconi, si è gonfiato il petto, o il cervello, il Giornale di famiglia con quel titolone di prima pagina su “Tutti contro Draghi al Colle”, anche se non sembra che siano proprio tutti. Il Pd , per esempio, è quanto meno diviso, come al solito,  sulla questione, come pure nella valutazione del no sinora opposto da Mattarella all’ipotesi di una sua conferma praticamente a termine. Che pure consentirebbe di lasciare prudentemente le cose come stanno nell’anno residuo della legislatura e, soprattutto, anche se non si ha il coraggio di dirlo pubblicamente, di lasciare la successione a Mattarella alle nuove, più rappresentative e più legittimate Camere di seicento parlamentari, fra deputati e senatori, contro i 945 eletti nel 2018. 

Parlare di Camere delegittimate dopo una riforma così significativa della loro composizione voluta dalla forza politica maggiore, e centrale, che ne fa parte, e nella prospettiva certa di una mancata conferma degli equilibri politici usciti dalle urne quasi quattro anni fa, non è fine, diciamo così. E’ considerato farisaicamente quasi un rutto a tavola dai presidenti delle assemblee parlamentari e dagli altri vertici istituzionali, compreso il pur schietto presidente del Consiglio, praticamente sottrattosi a quell’impertinente giornalista che ha cercato di farlo parlare di questo problema con la penultima domanda della conferenza stampa di ieri. Tutto va bene sotto questo aspetto, madama la marchesa. 

Altrettanto irrilevante è considerata la questione della durata della campagna elettorale, che tutti fingono di non vedere e non sentire ma è praticamente già in corso, destinata quindi a trascinarsi per un anno e mezzo, contro i settanta giorni formalmente previsti dalla legge. La politica purtroppo ha le sue consolidate abitudini, che hanno contribuito a farle perdere credibilità o autorevolezza, come preferite, a vantaggio o di altri poteri, come quello giudiziario, o del qualunquismo. Non a caso i partiti maggiori galleggiano ormai attorno al 20 per cento dei voti. E la maggioranza relativa, a volte persino assoluta, come hanno dimostrato le elezioni amministrative e politicamente suppletive di ottobre, è stata ormai conquistata dall’assenteismo, cioè dal non voto.

Titolo del manifesto
Titolo di Libero

In questa situazione può risultare anche divertente che la figura del nonno felicemente riproposta da Draghi per stemperare la lotta politica, o contenere le ambizioni personali, e tradotta nella “guerra dei nonni” dal manifesto, sia servita ai tifosi di Berlusconi per vantarne la superiorità come “bisnonno”. Forza, visto che così si chiama con l’invocazione all’Italia il partito fondato e tuttora posseduto dallo stesso Berlusconi: andate avanti così e vediamo come andrà a finire. 

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Mario Draghi, il migliore dopo Alcide De Gasperi

Titolo del Dubbio

Se la memoria non mi tradisce, sono undici gli ex presidenti “superstiti” del Consiglio: Arnaldo Forlani, Silvio Berlusconi, Lamberto Dini, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Giuseppe Conte, nell’ordine in cui si sono succeduti a Palazzo Chigi fra prima, seconda, terza e non so quant’altre Repubbliche, visto che ogni tanto qualcuno se ne inventa una, tutte comunque a Costituzione invariata,  come solo nel nostro fantasioso Bel Paese può accadere.

Voglio sperare che gli undici ex abbiano avuto occasione di seguire televisivamente da casa la conferenza stampa di fine anno tenuta da Mario Draghi e ne abbiano invidiato la concisione. Che ne ha fatto non un tecnico, non un improvvisato ma il più professionale dei presidenti del Consiglio.

L’uomo, anzi “il nonno”, come lui ha preferito definirsi, non ha avuto bisogno di spendere molte parole per confermarsi “a disposizione delle istituzioni”, pronto a proseguire il suo lavoro di presidente del Consiglio anche con un altro presidente della Repubblica, a patto che disponga della stessa, larga maggioranza che lo ha sostenuto sinora. E della quale si è mostrato soddisfatto elogiandone i partiti, per quanto alcuni di essi abbiano ogni tanto mostrato disagio, sofferenza e quant’altro. 

Draghi non ha avuto bisogno di molte parole neppure quando, non escludendo praticamente di poter essere anche lui il successore del “saggio” ed “esemplare” Mattarella, ha liquidato come più chiaramente non si poteva l’ipotesi che lui al Quirinale possa praticare quel “sempiresidenzialismo” surrettizio indicato anche da alcuni suoi estimatori, come il ministro legista e amico Giancarlo Giorgetti. Nella laconica risposta ad un giornalista che gli aveva teso  questa trappola con una domanda sulla figura appunto del capo dello Stato egli ha detto che la nostra è e rimane una Repubblica parlamentare. Nella quale il capo dello Stato non può “accompagnare” e tanto meno “sostituire” il presidente del Consiglio. Che, per quanto nominato dal presidente della Repubblica con iniziativa autonoma, come a Draghi è capitato appunto con Mattarella, si affida poi al Parlamento e accetta di esserne praticamente dipendente.

Il Presidente della Repubblica -ha spiegato, sempre da professionista, l’ex presidente della Banca Centrale Europea parlando di quando e come fu chiamato da Mattarella alla guida del governo- più o prima ancora che “un notaio”, come spesso si dice, è costituzionalmente il “garante dell’unità nazionale”. In none della quale egli si sentì  appunto chiamato alla Presidenza del Consiglio, vi è rimasto e potrebbe ancora rimanervi. 

Complimenti, signor presidente.

Pubblicato sul Dubbio

Nonno Draghi a disposizione delle istituzioni, compreso il Quirinale

Nell’attesa conferenza stampa di fine anno, lodevolmente anticipata  almeno di una settimana a beneficio di una lettura e interpretazione appropriate della situazione politica, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha condizionato la sua permanenza a Palazzo Chigi con un altro presidente della Repubblica, scadendo il mandato del “saggio”, “esemplare” e quant’altro Sergio Mattarella, alla permanenza dell’attuale maggioranza.  Che egli ha definito “di unità nazionale”, coerentemente con la convinzione di Mattarella nel nominarlo dopo una lunga e tortuosa crisi di governo non rievocata per ragioni di gusto, o di stile, come preferite: una convinzione comunque condivisa dal Parlamento accordandogli la fiducia mai venuta meno lungo il percorso del nuovo esecutivo. 

Quanto poi alla possibilità, che Draghi praticamente non ha escluso omettendo di parlandone in modo esplicito, di una sua elezione al posto di Mattarella, il presidente del Consiglio ha tenuto a scrollarsi di dosso il semipresidenzialismo immaginato per lui dal ministro leghista ed amico Giancarlo Giorgetti. Non tocca al capo dello Stato -ha detto e spiegato Draghi rispondendo ad una domanda quasi trappola di un giornalista- “accompagnare” con chissà quali iniziative e suggerimenti il presidente del Consiglio. Che, una volta da lui nominato, dipende dal Parlamento, che gli accorda o nega la fiducia all’inizio e lungo il suo percorso di lavoro. Il capo del governo non poteva sminare meglio o di più il campo di una sua pur non cercata candidatura al Quirinale. Così come meglio Draghi, presentandosi come “un nonno al servizio delle istituzioni”, non poteva prendere le distanze dal “capriccio” contestatogli di recente dal Giornale della famiglia Berlusconi come possibile concorrente dello stesso Berlusconi nella corsa al Quirinale.

Ma la domanda forse più insidiosa l’ha  forse rivolta verso la fine della conferenza stampa Claudia Fusani, del Riformista, chiedendogli di pronunciarsi sulla sostanziale delegittimazione di un Parlamento chiamato, a poco più di un anno dalla scadenza, e in un quadro politico radicalmente cambiato rispetto alle elezioni politiche del 2018, a eleggere un nuovo Presidente della Repubblica da lasciare in carica sino al 2030. Ma anche a questo passaggio politicamente scabroso il presidente del Consiglio si è sottratto dicendo praticamente che la circostanza è quella che è. E non c’è verso che qualcuno possa cambiarla di propria iniziativa. A meno che – ma questo Draghi si è guardato dall’aggiungerlo per discrezione e quant’altro- non provvedano le forze politiche a proporre  a larghissima maggioranza al presidente della Repubblica uscente una conferma per il tempo necessario a consentire l’elezione del suo successore da parte delle nuove Camere, ridotte peraltro di un terzo dei seggi e con un ben diverso rapporto di forza tra i gruppi, e relativi partiti, che ne faranno parte. 

E’ stata, quella di Draghi, nel complesso una conferenza stampa di fine anno insolita anche per concisione, naturalmente lodevole. 

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