Il ritorno improvviso di “Dalemoni” in funzione anti-Draghi al Quirinale

Per favore, non facciamoci distrarre dai dettagli, per quanto rumorosi, come lo scontro fra Massimo D’Alema ed Enrico Letta esploso mentre il primo preparava il ritorno nel Pd con i suoi compagni “scissionisti” del 2017 e il secondo assecondava dietro le quinte l’operazione. Vediamo la sostanza vera del pesce d’aprile fuori stagione di D’Alema.

L’obiettivo di “Baffino” nella conversazione telematica con gli amici della piccola formazione politica  nata uscendo cinque anni fa dal Pd ancora nelle mani di un Renzi pur costretto ad abbandonare Palazzo Chigi, non è stato lo stesso Renzi, indicato come “il male” da cui sarebbe “guarito” il partito, che ora potrebbe ricomporsi sotto la guida di un imbarazzato Enrico Letta. Il quale non si sente guarito di niente, per quanto abbia avuto ragioni di risentimento anche personale con chi  -Renzi, appunto- gli soffiò la guida del governo nel 2084. 

L’obiettivo di D’Alema, in questo passaggio della politica italiana dominato dalla cosiddetta corsa al Quirinale, è stato ed è Mario Draghi. Di cui non piace a “Baffino” né l’idea che succeda a Sergio Mattarella né o soprattutto che egli si scelga per la successione a Palazzo Chigi il “funzionario” che, facendo il governo quasi un anno fa, con astuta preveggenza nominò superministro dell’ Economia. Si tratta naturalmente  di Daniele Franco. Questa -ha detto D’Alema- “non è democrazia”. Punto e basta.  

Silvio Berlusconi

Nell’offensiva contro Draghi -altra notizia nella notizia, come in una matrioska- D’Alema si ritrova con Silvio Berlusconi come nel 1997, quando fu aiutato dal fondatore e leader del centrodestra ad assumere la presidenza  della commissione bicamerale per le riforme istituzionali in funzione di contenimento dell’allora presidente del Consiglio Romano Prodi. Che pure nel 1996 aveva sconfitto Berlusconi nelle elezioni politiche sfatandone la invincibilità attribuitagli nel 1994 per l’umiliazione  inferta alla sinistra raccolta attorno ad Achille Occhetto come in una “gioiosa macchina da guerra”.

Quella delle convergenze parallele di memoria morotea fra Berlusconi e D’Alema nel 1997 non fu un’operazione velleitaria perché, in effetti, un anno e mezzo dopo Prodi già non era più presidente del Consiglio, sostituito appunto da D’Alema. Che due anni ancora dopo, nel 1999, per quanto anch’egli già costretto a lasciare Palazzo Chigi, avrebbe potuto diventare presidente della Repubblica con i voti parlamentari del centrodestra, o almeno di Forza Italia, solo se Berlusconi avesse avuto il coraggio di seguire sino in fondo i consigli del suo ex ministro dei rapporti col Parlamento Giuliano Ferrara, proveniente familiarmente dal Pci.

Ma Berlusconi non se la sentì. Si tirò indietro all’ultimo momento con una telefonata che D’Alema gli chiese inutilmente di rendere pubblica per smentire  lo spettacolo di “Dalemoni” che raccontava sull’Espresso, binocolo a tracolla, il buon Giampaolo Pansa. Siamo troppo avversari elettoralmente perché io possa votarti al Quirinale, disse praticamente Berlusconi a “Baffino”. E infatti al Colle salì Carlo Azeglio Ciampi.

Ora “Baffino” ha detto contro Draghi al Quirinale ciò che forse vorrebbe dire anche Berlusconi ma non può per non smentire stima e amicizia ostentate anche in una celebre fotografia dell’anno scorso, nei giorni in cui il presidente del Consiglio incaricato incontrava le delegazioni dei partiti per formare il suo governo. Di Draghi, proprio in virtù di quel rapporto, ora Berlusconi può solo dire, come dice, correndo ostinatamente per il Quirinale anche in concorrenza con lui, che è troppo bravo e necessario a Palazzo Chigi per trasferirsi sul Colle. 

Draghi e Berlusconi quasi un anno fa

Ecco: questa è la sostanza dell’uscita di D’Alema ancora una volta convergente con Berlusconi, in una riedizione del Dalemoni del compianto Giampaolo Pansa. I due celebrano in qualche modo le nozze d’argento, a 25 anni dal 1997.  

Ripreso da http://www.graffidamato.com e http://www.policymakermag.it

Dai giornali esce un Mattarella pirandelliano: uno, nessuno, centomila….

Titolo del manifesto

Per quanto ce l’abbia messa tutta per evitarlo, come voglio credere o sperare, Sergio Mattarella ha finito per prestarsi a troppe interpretazioni con il suo messaggio televisivo di fine anno a reti unificate. Non dico che si possa dire di lui, col suo famoso conterraneo Luigi Pirandello, che è risultato “uno, nessuno e centomila” ma in qualche modo gli si è avvicinato, sino a fare apparire il suo discorso ai soliti, arguti titolisti del manifesto un “commiato di pietra”, come l’omonimo convitato. E a fare avvolgere i tanti candidati alla sua successione, reali o soltanto immaginari che siano, nel nuvolone gonfio di pioggia rappresentato da Emilio Giannelli sul Quirinale nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera. 

Sul Corriere della Sera
Su Repubblica

Eppure proprio sul Corriere il giornalista da più tempo di casa dalle parti del Colle, Marzio Breda, pur arrampicandosi sugli specchi di una distinzione un pò troppo acrobatica fra “il ruolo” cessante, di cui ha parlato il presidente della Repubblica, e “il mandato” da lui ignorato questa volta, ha addirittura intravisto nel messaggio di Mattarella l’indicazione del “profilo di chi sarà il suo successore”: sarà e basta, con certezza assoluta ch’egli non rimanga al suo posto un giorno in più dei sette anni assegnatigli dal Parlamento nel 2015. Stefano Folli invece, non meno esperto di Breda nell’ascolto o nella decriptazione di carte e discorsi politici, su Repubblica ha scritto di non avere  trovato “l’identikit del successore” che Mattarella avrebbe voluto disegnare, secondo Breda, per sottolineare la fine davvero della sua esperienza al Quirinale e aiutare i partiti a cercare e trovare chi possa subentrargli con una certa continuità, vista l’ampiezza dei consensi da lui guadagnatisi nell’esercizio delle sue “irripetibili” funzioni. 

Titolo del Giornale
Su Libero

Il Giornale della famiglia Berlusconi, cioè del politico che più ha voluto mettersi in vista nella gara al Quirinale, almeno sino a quando non si è reso disponibile il presidente del Consiglio Mario Draghi nei panni di un nonno al servizio delle istituzioni”, si è affrettato a condividere il titolo del Corriere sull’”addio di Mattarella” titolando a sua volta sull’”ultimo atto” del presidente uscente. Ma anche rimproverandogli -se mai egli si dovesse far prendere dalla tentazione di un ripensamento già contestato da Giorgia Meloni e un pò anche da Matteo Salvini- di avere taciuto nel suo messaggio  sui problemi gravi e inquietanti della giustizia italiana, come se avesse un pò  voluto coprire i magistrati, pur bacchettati ogni tanto da presidente del Consiglio Superiore sollecitandone addirittura una “rigenerazione”. Che è  una parola grossa, ignorata o dimenticata anche da Alessandro Sallusti su Libero rilevando il silenzio di fine anno sulle toghe, e mettendo questo appunto al servizio critico di eventuali “colpi di scena sempre possibili” per una conferma del presidente uscente. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Domani

Tanto possibili sono apparsi questi colpi di scena che alcuni giornali vi hanno in qualche modo anche titolato, indicando qualche volta anche la parte politica più tentata o interessata ad un recupero della ipotesi di una rielezione. “Mattarella saluta, i partiti fingono di non aver capito”, ha lamentato Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, diviso ormai fra tre ossessioni in questi “giorni”, come ha detto il presidente in carica, che mancano alla fine del suo ruolo o mandato. La prima ossessione è quella di un Berlusconi al Quirinale e alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura, la seconda è Draghi a quel posto, la terza è appunto la conferma del presidente in carica. “Mattarella esclude il bis ma il Pd ci spera ancora”, ha titolato il debenedettiano Domani. Ma anche il manifesto a corredo del già citato “commiato di pietra” ha scritto: “Mattarella non fa alcun cenno alla rielezione e il partito del bis torna a sperare”.  

Comincia maluccio il 2022 per le casse già scarse dei grillini…

Giuseppe Conte

E cominciato in rosso, contabile e politico, il 2022 per Giuseppe Conte. Che non può fare affidamento sulla quota di finanziamento pubblico del MoVimento 5 Stelle che aveva voluto garantirsi col referendum digitale nello scorso mese di novembre, indetto in tutta fretta e assai poco partecipato dagli iscritti, in gran parte astenutisi dal votare alla sola idea di vedere finire la loro formazione nel registro nazionale dei partiti: requisito essenziale per l’ammissione al cosiddetto meccanismo del 2 per mille nelle denunce dei redditi.  

La domanda d’iscrizione è stata respinta dalla commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici composta di cinque membri, tutti magistrati, e nominata congiuntamente fra il 2019 e il 2020 dai presidenti delle Camere. 

E’ stata questa commissione, presieduta dal consigliere della Corte dei Conti Amedeo Federici, a comunicare a Conte che nello statuto da lui riscritto nella sostanziale rifondazione del MoVimento mancano le condizioni di democrazia interna richieste dalla normativa in materia, oltre che dalla Costituzione” per l’iscrizione al registro nazionale dei partiti.

L’insospettabile Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, che ha potuto accedere al documento della commissione, ha riferito che il giudizio non è stato generico, essendo stata  fatta rilevare “una serie di criticità e modifiche necessarie” allo statuto del MoVimento per cercare di sanarvi entro 45 giorni: “operazione non facile -ha spiegato con un mezzo sollievo il   giornale molto sensibile agli umori e malumori pentastellati- conoscendo le procedure “necessarie per modificare gli assetti interni statutari, frutto già del difficile compromesso raggiunto la scorsa estate in sede di revisione e riscrittura tra Giuseppe Conte e il fondatore Beppe Grillo”, tuttora garante di quel non partito orgogliosamente nato per contrapporsi a tutti gli altri anche nella forma. Poi, si sa, l’appetito vien mangiando con chi si accetta di sedersi alla stessa tavola per governare.  

A consolare Conte per quest’altro contrattempo di inizio o trapasso d’anno -dopo tutti i problemi procuratisi anche col tentativo di assegnare una corsia preferenziale alle donne nella corsa al Quirinale- chissà se basterà “la buona compagnia” -come hanno scritto al Fatto- in cui si è trovato alle prese con i rifiuti e i rilievi della commissione di garanzia degli statuti eccetera eccetera. E’ la compagnia, in particolare, dei pentastellati dissidenti o espulsi  costituitisi in “Alternativa”, degli ex forzisti e simili raccoltisi in “Coraggio Italia” e di altri ancora ritrovatisi in una formazione  chiamata non certo originalmente “europeisti”. In fondo, è più facile farsi riconoscere in questi tempi come “sovranisti”, quali per un pò sono stati anche tutti i grillini, prima di convertirsi al governiamo, più ancora che alla governabilità. 

Mattarella si accomiata in piedi al Quirinale, ma con misura

In piedi come se fosse non dico in cortile, a pochi passi dal portone del  palazzo, ma in prossimità di una delle uscite dalla sala del Quirinale scelta per pronunciare il tradizionale messaggio televisivo di fine anno, scartando quindi la scrivania o la poltrona di un salotto più consone ad una stabile permanenza, il presidente della Repubblica ha voluto ricordare in apertura del suo discorso i “pochi giorni” mancanti -“come dispone la Costituzione”, ha precisato- alla conclusione del suo “ruolo”. Egli non è quindi tornato a inserire il suo commiato “in un inciso”, di recente sottolineato dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda riferendo su una cerimonia augurale appena svoltasi sul Colle. L’apertura è l’apertura. 

Eppure permettete ad un vecchio cronista politico e parlamentare di esprimere l’impressione ricavata di un saluto diverso da quello che era lecito aspettarsi dall’enfasi mediatica riservata a ripetuti segnali di indisponibilità di Mattarella ad una rielezione. Dalla quale, del resto, si è affrettata a confermare la sua contrarietà Giorgia Meloni avvertendo evidentemente anch’essa che l’ipotesi resta in campo.  

Rispettoso com’è delle prerogative non solo sue ma soprattutto del Parlamento, per quanto appena sacrificate dall’ennesima edizione della legge di bilancio dello Stato approvata all’ultimo momento, in un regime di sostanziale monocameralismo, il buon Mattarella non può d’altronde impedire alle Camere di rieleggerlo, se lo volessero a dispetto della destra meloniana. Rieleggerlo e basta, d’accordo, senza quel mandato a termine contestato dai costituzionalisti in parrucca, o cattedra, ma ugualmente sperimentato e accettato da Giorgio Napolitano nel 2013 a conclusione del suo primo settennato in condizioni di particolari difficoltà politiche e istituzionali. Dipende dalla sensibilità. disponibilità e quant’altro del presidente della Repubblica rieletto valutar l’opportunità di assegnarsi una durata intera o parziale del nuovo mandato. 

Lo stesso presidente Mattarella in una visione fiduciosa del futuro del Paese e delle capacità degli italiani di sapere dare il meglio di se stessi nelle difficoltà, che permangono  pur nel quadro di una ripresa nel contesto di una pandemia amcora pericolosa, ha invitato “ciascuno” ad “accettare di fare sino in fondo la propria parte”. E non è detto che non gliene spetti ancora anche a lui, per quanto stanco possa essere e per quanta ritrosia possa avere maturata verso una rielezione da studioso e docente di diritto parlamentare. A volte le parti che ci spettano possono essere anche sgradite, o più semplicemente scomode. 

In questo spirito come un italiano fra i tanti -che, se ne avesse avuto l’occasione, si sarebbe aggiunto la sera del 7 dicembre scorso agli applausi e ai “bis” levatesi verso Mattarella da ogni settore del teatro milanese della Scala di cui lui era ospite- ringrazio e ricambio di cuore gli auguri di buon anno rivolti dal presidente uscente della Repubblica. E auspico di sentirlo ancora rivolgersi ai concittadini dal Quirinale, almeno sino a quando non sarà ristabilita la normalità di una situazione politica e istituzionale oggi compromessa. E si sa bene da che cosa: da un Parlamento troppo invecchiato, se non delegittimato, da una riforma della sua composizione imprudentemente voluta all’inizio della legislatura dal partito maggiormente premiato nelle elezioni del 2018 e dagli alleati di governo via via avvicendatisi con una certa disinvoltura.  

Ripreso da http://www.startmag.it

In attesa del messaggio di fine anno, e fine mandato, di Mattarella

Tutti dunque aspettiamo di vedere e di sentire stasera, fra cotechini e lenticchie, se e come Sergio Mattarella dal Quirinale illuminato a festa si accomiaterà dagli italiani a poco di un mese dalla conclusione del suo mandato. Lo farà all’inizio, o alla fine, o fra le righe del messaggio televisivo a reti unificate, con lo stesso “inciso” di qualcuno dei discorsi delle ultime settimane agli ospiti di turno ricevuti sul Colle per i rituali scambi di auguri  natalizi? Staremo, ripeto, a vedere e a sentire.

Walter Veltroni su Corriere della Sera

Nel riconoscere al presidente uscente della Repubblica, dalle colonne del Corriere della Sera, il merito di avere saputo conquistare “il cuore e la ragione” degli italiani con una gestione accorta e al tempo stesso incisiva delle sue prerogative costituzionali, il sia pure ex segretario del Pd Walter Veltroni ha confessato di avere ”personalmente preferito che l’accoppiata Mattarella Draghi accompagnasse il Paese verso la conclusione della legislatura”. Cioè, che “l’elezione del nuovo capo dello Stato avvenisse al momento giusto, nel nuovo parlamento che la legge di riforma costituzionale, confermata dal referendum, ha varato”. 

E’  musica, questa, alle orecchie di chi come il sottoscritto, anche a costo di sembrare a qualche costituzionalista un villano che rutta a tavola, sta scrivendo da mesi che questo Parlamento, con la maiuscola che gli spetta in ogni caso, è stato sostanzialmente delegittimato da quanti hanno voluto e concorso a cambiarne la stessa dimensione. Ed è perciò diventato il meno adatto ad eleggere un presidente della Repubblica destinato a durare sino al 2030. Al massimo, esso potrebbe decentemente rieleggere quello uscente per consentirgli la staffetta col prescelto dalle prossime Camere, fra poco più di un anno. Ma questa, ripeto, per i costituzionalisti in parrucca e per i politici prigionieri dei loro maneggi, non è musica. Sarebbe solo una stonatura volgare nel concerto di fine anno. 

Titolo del Foglio

Eppure c’è ancora qualcuno che, non rassegnato come sembra Veltroni, peraltro entrato e uscito rapidamente a sua insaputa dalla corsa al Quirinale raccontata dai giornali con abbondanza di fantasia, è ostinato a coltivare  in Parlamento un Mattarella bis, a tenerlo acceso come un cerino. Il Foglio e in qualche modo anche Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, raccontano proprio oggi di una cinquantina fra deputati e senatori decisi a votare per il presidente uscente sin dalla prima votazione, fregandosene dei giochi e giochetti sui quali stanno trattando dietro le solite quinte gli altrettanto soliti vertici di partiti e di correnti. Vedremo. Non c’è che da aspettare, con pazienza. 

Sarebbe tuttavia opportuno che non si abusasse di questa pazienza per prospettare scenari che non esistono o per negare l’evidenza, come ha fatto il segretario del Pd Enrico Letta, per esempio, dicendo ieri -in una intervista a Repubblica, oggi ancora compiaciuta-  che “il 2022 non può essere un anno elettorale”, quale diventerebbe se fosse eletto un presidente della Repubblica  non del tutto gradito -immagino- al suo partito. 

Enrico Letta alla Camera

Purtroppo per Enrico Letta e per tutti gli italiani il 2022 in arrivo è già un anno elettorale. E ciò a causa sia delle prove amministrative programmate nella prossima primavera, con i soliti riflessi sulla politica nazionale, sia del posizionamento dei partiti su tutti i temi e problemi  che ci affliggono in funzione delle elezioni politiche ordinarie, cioè obbligate, del 2023. A meno che non si voglia dichiarare la guerra a San Marino pur di prolungare questa legislatura già fatta invecchiare precocemente, come accennavo, dai promotori -grillini e alleati di turno- della riforma costituzionale che ha fortemente ridotto i seggi della Camera e del Senato. E ciò per non parlare anche delle elezioni locali e dei sondaggi che hanno sconvolto i rapporti di forza usciti dalle urne del 2018.

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Se un suicidio non basta a soddisfare il giustizialista di turno…

La notizia del Fatto Quotidiano
Il lungo richiamo nella prima pagina, disteso sulla testata

Questa Camera dei Deputati anch’essa uscente, mancando poco più di un anno alla sua scadenza, ma sino all’altro ieri difesa ad oltranza sotto le cinque stelle nella sua legittimità per niente compromessa dal precoce invecchiamento imposto a tutto il Parlamento dagli stessi pentastellati con la riforma che ne ha ridotto i seggi, occupati quindi oggi da troppi e troppo costosi fannulloni; questa Camera, dicevo, ha perduto improvvisamente la sua dignità agli occhi e alle orecchie di Marco Travaglio. Che deve essersi sentito ferito nel suo onore di cittadino dall’applauso di solidarietà levatosi ieri nell’aula di Montecitorio, appunto, verso il suicida Angelo Buzzi, sparatosi alla testa nel suo appartamento a Torino dopo otto anni -dico otto- di processo, un’assoluzione in primo grado, due condanne in appello e un passaggio per la Cassazione. E ciò per avere incassato dalla Regione Piemonte, di cui era stato consigliere forzista, “oltre 10 mila euro per pasti al ristorante in periodo di vacanza o quando non era presente”. Così riassume tutta la vicenda lo stesso giornale diretto da Travaglio in una notizia interna un pò meno lunga di questo titolo  di richiamo disteso in prima pagina sulla testata: “La Camera commemora e applaude il forzista piemontese Burzi, suicida dopo la condanna per spese private a carico della Regione. Manca solo il monumento”. 

L’editoriale di Marco Travaglio

Fedele alla promessa “Sarò franco” incorniciata sul suo editoriale, Travaglio ha scritto. testualmente: “Nel Paese di Sottosopra non deve discolparsi chi vuole al Quirinale un puttaniere pregiudicato che ha frodato il suo Paese e finanziato la mafia, ma chi inorridisce all’idea. La Camera celebra un consigliere regionale che si uccide dopo la condanna per essersi pagato le spese private coi soldi nostri, confondendo suicidio e assoluzione”. Burzi, cioè, si sarebbe ammazzato per assolversi. O si sarebbe ucciso per fare dispetto alla giustizia, come quel famoso marito alla moglie. 

Sarò franco anch’io nel mio piccolo, molto piccolo. Inorridisco a questo modo di scrivere di un suicidio, e anche di un’assemblea parlamentare spintasi a tanta comprensione e solidarietà. Inorridisco ancora più di Travaglio  all’idea di Berlusconi che aspira al Quirinale. O solo al laticlavio, come sospetta qualche suo amico convinto che alla fine l’ex presidente del Consiglio finirà per tirare la volata a qualcun altro, magari a quello stesso Draghi che per ora egli vorrebbe ben chiuso a chiave in qualche stanza di Palazzo Chigi almeno sino al 2023, con rancio da detenuto.  

Importunata anche la scienza per contrastare Draghi al Quirinale

Mario Draghi

Capisco, per carità, pur non condividendole, le ragioni politiche di quanti si oppongono non alla candidatura, che l’interessato non ha posto, ma alla “disponibilità” manifestata da Mario Draghi ad una sua elezione al Quirinale come “nonno al servizio delle istituzioni”. E considero  prevalemte, tra queste ragioni, la paura che si ha -ad un certo livello politico, appunto- di avere per sette anni al Quirinale un uomo del prestigio personale come il presidente del Consiglio in carica, rispettoso dei partiti, di cui ha parlato meglio di quanto non meritassero nella conferenza stampa di fine anno, ma non per questo rassegnato a farsene condizionare più del dovuto o del necessario. E tanto meno a prestarsi a fare da sponda, come hanno fatto spesso molti dei suo predecessori nella guida del governo, a qualche partito in modo speciale, o persino a qualche sua corrente. Sette anni di una personalità del genere alla Presidenza della Repubblica possono ben essere immaginati come una specie di ossessione per chi è abituato a tutt’altra musica, o spartito. 

L’intervista della capogruppo al Senato dei 5 Stelle

Tanta comprensione però non arriva ad averne anche per un’intervista appena rilasciata contro l’ipotesi di Draghi al Quirinale dalla presidente del gruppo 5 Stelle al Senato, ancora fresca di elezione, Maria Domenica Castellone, Mariolina per gli amici. La quale ha detto al Corriere della Sera: “Io non amo il totonomi. Sono una scienziata e anche in questo mi piacciono le analisi basate sui dati. E’ innegabile che l’Italia ora abbia bisogno di stabilità e di credibilità a livello internazionale, Questo governo è nato per completare la campagna vaccinale e attuare il piano nazionale di ripresa. Entrambi i percorsi sono ancora incompiuti. Anzi uno, il piano della ripresa, è appena partito. E per questo ritengo opportuno che il presidente Draghi prosegua il lavoro intrapreso”.  Così anche la capogruppo grillina del Senato ha cercato di conficcare il suo chiodo nelle mani e nei piedi del presidente del Consiglio per crocifiggerlo a Palazzo Chigi, considerando evidentemente nessun altro in condizione di sostituirlo e sostituendosi a lui  nel ruolo eventuale di capo dello Stato. Al quale spetta la nomina del capo del governo. Lo abbiamo visto bene proprio in occasione dell’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi, disposto da Sergio Mattarella in modo del tutto autonomo dai partiti consultati per la soluzione dell’ultima crisi, anche se Matteo Renzi cercò subito di mettere il cappello sulla scelta attribuendosene il merito. 

Paola Taverna al Senato
Roberto Fico alla Camera

Non vorrei mancare di rispetto per la giovane dottoressa in medicina, specializzata nella cura dei tumori, ricercatrice con tanto di curriculum. La quale può ben inorgoglirsi in un movimento in cui il più alto incarico istituzionale a sua disposizione -quello di presidente della Camera- è coperto da Roberto Fico, laureatosi a Trieste in scienze della comunicazione con una tesi sull’identità sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana, e il secondo incarico – quello di vice presidente del Senato- a Paola Taverna. Che prima di essere eletta senatrice era stata per 13 anni impiegata in un poliambulatorio di analisi cliniche. Ma, pur con tanti palmi sopra i compagni di partito, temo che Mariolina Castellone abbia un pò esagerato a scomodare la scienza per motivare la valutazione tutta politica di una questione -quella quirinalizia- che sta in fondo dominando nel dibattito pubblico più ancora delle misure adottate e da adottare nella lotta alla pandemia in versione Omicron. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Conte tradito dal maschilismo… quirinalizio dei grillini

Titolo del Dubbio

Poteva o addirittura doveva essere una geniale via d’uscita, ma l’edizione tutta al femminile della corsa al Quirinale immaginata da Giuseppe Conte, o attribuitagli un pò da tutti i giornali dopo il fermo natalizio di due giorni, sembra essersi già risolta in una complicazione per l’ex presidente del Consiglio. Che, per quante consultazioni si fosse preoccupato di fare all’interno del MoVimento condotto nel minaccioso silenzio del “garante” Beppe Grillo, ha incontrato o scoperto enormi difficoltà alla comparsa delle prime indiscrezioni sulla sua ricerca della donna più adatta per un esordio quirinalizio.

            Era già apparso un segnale negativo il sostanziale silenzio del Fatto Quotidiano, che gode di una certa attenzione e influenza sotto le cinque stelle: un silenzio -si è subito sospettato- indicativo del timore di Marco Travaglio di vedere aumentare, anziché ridurre le sue paure di cattive sorprese da una corsa che gli ha procurato l’ossessione di un Silvio Berlusconi, o di un Giuliano Amato, o di un Sergio Mattarella alla fine convertito all’offerta di una conferma a tempo, come avvenne con Giorgio Napolitano nel 2013. Che peraltro Travaglio ritenne dal primo momento fintamente contrario ad una rielezione, impegnato invece da anni, se non da mesi, a predisporre il terreno di un prolungamento del suo “regno”. Tutti chiamavamo Napolitano sui giornali italiani, ma anche altri sui giornali stranieri, “Re Giorgio”: e non solo per la somiglianza fisica al compianto Umberto di Savoia, su cui lo stesso presidente della Repubblica  aveva scherzato negli anni giovanili.  Così come Bruno Vespa scherza  ancora sulla somiglianza a Mussolini decantata e spiegata  una volta in televisione anche da Alessandra, la nipote parlamentare del Duce.

            Il povero Conte, colto di sorpresa dalle prime reazioni non entusiasmanti alla sua idea di un epilogo femminile della corsa al Quirinale, e tradotta in particolare da Repubblica in una rosa di tre candidate come Elisabetta Belloni, Letizia Moratti e Paola Severino, in ordine rigorosamente alfabetico, ha cercato di correre ai ripari con riunioni e incontri suppletivi all’interno del MoVimento 5 Stelle. Cui una volta tanto Luigi Di Maio ha potuto sottrarsi con una giustificazione inoppugnabile, essendo in missione in Tunisia. Ma tanta attività consultoria di recupero non è bastata ad evitare interviste urticanti come quella concessa al Corriere della Sera dall’ex ministro Vincenzo Spadafora. Che reclama una discussione impossibile nel Consiglio Nazionale messo nello statuto del MoVimento e non ancora formalizzato dal presidente.

            In questa situazione rischia di naufragare anche la candidatura al Quirinale appena lanciata, tramite l’ospitale Foglio, della giudice costituzionale Silvana Sciarra, eletta alla Consulta dalle Camere nel 2014 con una maggioranza che sembrò allora di terzo tipo: estesa dai grillini al Pd di Matteo Renzi e a Forza Italia.

Pubblicato sul Dubbio

Si allunga la lista delle donne di Giuseppe Conte per il Quirinale

Pur ignorata dal suo ammiratore abituale Marco Travaglio, una volta tanto dissidente dal migliore presidente del Consiglio che, secondo lui, avrebbe avuto l’Italia nella sua storia repubblicana, prima di essere pugnalato anche dagli amici all’inizio di questo tragico anno per fortuna alla fine, prosegue la campagna di Giuseppe Conte per una donna al Quirinale. Che lo ha visto però impegnato nelle ultime 24 ore in una serie fittissima di incontri tutti o prevalentemente nella propria area politica, sotto le cinque stelle grilline. Dove evidentemente Travaglio riesce ancora a provocare emozioni, diciamo così, di cui l’avvocato che presiede il MoVimento deve tener conto. 

Titolo del Foglio

Non so se più sorpreso o allarmato dalle reazioni non entusiasmanti alle prime candidature femminili attribuitegli –  di Elisabetta Belloni, Letizia Moratti e Paola Severino, in ordine rigorosamente alfabetico- Conte si è messo a coltivare altri nomi, sempre cercando di trovarne uno non o non troppo divisivo, come si dice in queste circostanze. Ed è venuta fuori l’indiscrezione, raccolta in particolare dal Foglio, molto attento -come vedremo- alla successione a Sergio Mattarella, sul lancio della candidatura della giudice costituzionale Silvana Sciarra. Che oltre ad essere pugliese come Conte, nata 73 anni fa a Trani, ha avuto la fortuna di essere eletta dalle Camere alla Consulta nel 2014, al ventunesimo scrutinio rigorosamente segreto, da una maggioranza in qualche modo anticipatrice di quella attuale, o quasi: estesa dai grillini ai forzisti, dal Pd allora guidato da Matteo Renzi , allora anche presidente del Consiglio, ad una parte almeno dei leghisti. La professoressa del diritto di lavoro ebbe, in particolare, 630 voti su 748. La signora non era, e non è grillina, ma i parlamentari pentastellati la votarono in cambio dei voti assicurati dal Pd e da altri partiti ad un loro candidato al Consiglio Superiore della Magistratura. 

Vista alla luce della situazione politica di questa fine d’anno, con una maggioranza quasi analoga  -ripeto- che rischia di sfasciarsi con le candidature maschili emerse sinora dalle cronache e dai maneggi, quella elezione deve essere apparsa a Conte leggendaria, premonitrice e non so cos’altro. 

Il giornale, dicevo, che ha raccolto per primo o di più questa indiscrezione su Silvana Sciarra candidata al Colle è Il Foglio di Giuliano Ferrara fondatore e Claudio Cerasa direttore, entrambi però fermi alla preferenza per Mario Draghi. Il quale potrebbe servire meglio il Paese per sette anni al Quirinale che per poco più di un anno ancora a Palazzo Chigi. E cui -sperano sempre al Foglio– potrebbe finire per dare una mano persino l’amico e ora concorrente Silvio Berlusconi con un bel gesto di rinuncia, magari dopo qualche votazione parlamentare di assaggio del suo protagonismo.

La ciliegina di Cerasa

“Prima ancora di ragionare sul tema “ci vorrebbe una donna”, i leader più sprovveduti e in cerca disperata di strategie per il futuro -ha scritto Cerasa rafforzando l’ironia epistolare di Michele Magno- dovrebbero ragionare su un altro ritornello sempre vendittiano: ci vorrebbe un amico, per poterti un pò consigliare”. 

Titolo di apertura del Foglio

Giuliano Ferrara, dal canto suo, prendendosi l’apertura del giornale ha rilanciato la campagna per Draghi al Quirinale con un articolo lungo quasi come il titolo, si fa per dire, dipinto di azzurro. Che dice, testualmente, in continuità con articoli dei giorni precedenti sulla stucchevole polemica di costituzionalisti e politici contro il presidenzialismo surrettizio in cui ci troveremmo da tempo: “Cari partiti, se non volete Draghi al Quirinale va bene, ma non fateci ridere con la scusa della difesa democratica dall’uomo solo al comando. Draghi non è un avventuriero solitario nemico dei partiti e la paura del rischio autoritario fa ridere”. E’ una risata ripetitiva quella cui il mio amico Giuliano vorrebbe sottrarsi. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Una buona idea di Conte -una volta tanto- quella del Quirinale rosa

Titolo di Repubblica
Titolo di Nazione, Carlino e Giorno

Se fosse vera l’idea attribuita a Giuseppe Conte contemporaneamente da Repubblica e dai giornali del gruppo Riffeser Monti – La Nazione, il Resto del Carlino e Il Giorno- di trasformare quello del Quirinale da problema politico a problema di genere, sforzandosi dopo più di 75 anni di storia repubblicana di mandare una donna al Quirinale, non sarebbe da scartare, o da deridere. O da liquidare, come fa nei panni di un maschilista qualsiasi, il vecchio Paolo Cirino Pomicino, che proprio sui giornali del gruppo Riffeser Monti ha negato che esista in giro una donna all’altezza del  Colle per autorità, esperienza, investitura elettorale – come  se Carlo Azeglio Ciampi, per esempio, fosse stato mai eletto al Parlamento o solo ad un  Consiglio comunale- e quant’altro. Via, Paolo.

In un momento di grande confusione politica, come se non bastasse quella mista a paura procurataci dalla pandemia virale, con gli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra entrambi nel pallone – l’uno in qualche modo sequestrato da una candidatura praticamente prenotata da Silvio Berlusconi, nonostante amici di lunga data gli lancino ogni giorno inviti a desistere per l’improbabilità di un successo, e l’altro appesantito da un elenco di aspiranti sotterranei che sembra quello telefonico- non sarebbe male svelenire la corsa al Quirinale facendola svolgere  stavolta sui tacchi femminili. 

Se veramente a Conte è venuta questa idea, ripeto, non sarebbe male. E ha fatto bene, l’ex presidente del Consiglio e ora presidente, più modestamente, del MoVimento 5 Stelle, o di quel che ne è rimasto, a non anticiparla al solito Marco Travaglio, che chissà come l’avrebbe gestita.  

Neppure Enrico Letta, il segretario del Pd col quale Conte è portato a conversare  per primo, può fingere di scendere dal pero, diciamo così, perché il suo esordio al Nazareno, dopo l’”esilio” parigino preferito alla frequentazione del suo collega ancora di partito Matteo Renzi, è avvenuto sventolando proprio la bandiera del genere per rimuovere entrambi i capigruppo parlamentari della sua formazione politica e sostituirli con donne. Delle quali il predecessore Nicola Zingaretti si era dimenticato trattando con Draghi -pur nei ristretti limiti della circostanza- la formazione del nuovo governo. 

Bisogna però che Conte non faccia errori troppo grossi di valutazione nel presupporre quali donne  al Quirinale potrebbero andare bene anche al centrodestra, che -bontà sua- ha riconosciuto necessario alla larga maggioranza chiesta dalla Costituzione per l’elezione del capo dello Stato: larga non solo con i due terzi dei voti nei primi tre scrutini, ma anche con la metà più uno del plenum nei successivi. Essa è una maggioranza qualificata, per niente “semplice” come spesso continuano a definirla persino politici di professione non ancora consapevoli che la maggioranza semplice è quella dei votanti e basta, al netto degli assenti, casuali o voluti che siano.  

La rosa di candidature al Colle attribuita a Conte

Se è vero -come gli attribuisce la Repubblica- che Conte considera appetibile per il centrodestra, oltre che l’ex ministra di Berlusconi Letizia Moratti, ora vice presidente della regione Lombardia, ed Elisabetta Belloni,  la diplomatica a capo dei servizi segreti, anche l’ex guardasigilli Paola Severino, temo che sbagli di grosso. Magari buona avvocata, o avvocatessa di tanti amici di Berlusconi, la Severino è pur sempre l’autrice di una legge concepita con Monti a Palazzo Chigi e applicata in nodo tale, persino retroattivo, da costare il seggio del Senato al Cavaliere nel 2013, con una votazione che l’allora presidente dell’assemblea Pietro Grasso volle persino palese, come la classica ciliegina sulla torta. Berlusconi starà pure esagerando con la sua scalata al Colle, che gli ha procurato proprio oggi altri sfottò anche degli amici ed estimatori del Foglio, ma non bisogna neppure abusare di lui. 

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