La falsa partenza del centrodestra riconosciuta anche da Berlusconi

Mattia Feltri sulla Stampa
Alessandro Sallusti su Libero

E’ una parola far capire a Silvio Berlusconi, come ha scritto su Libero Alessandro Sallusti, che “deve farsi una ragione del fatto che in questo momento della vita non ha i numeri per comandare in politica come è abituato a fare da sempre”. Ma è una parola anche far capire a Giorgia Meloni, ormai lanciata verso Palazzo Chigi, che “deve tenere conto, nei modi e nella sostanza, che non si trova di fronte a un leader qualunque ma a un uomo che ha scritto pagine importanti nella storia di questo paese”, sempre secondo Sallusti. Un uomo, tuttavia, che Mattia Feltri sulla Stampa considera  ormai “abbattuto” dalla destra “in tre minuti”, contro i trent’anni sprecati dalla “vecchia sinistra” cercando di essere lei a farlo fuori. 

Titolo del Giornale

Immagino che di questa specie di necrologio Berlusconi non sia per niente convinto, fermo a considerare quella di ieri al Senato, con l’elezione di Ignazio La Russa a presidente con i voti di una ventina di “franchi tiratori” dell’opposizione, sostituitisi a Forza Italia renitente alla leva, chiamiamola così, soltanto una “falsa partenza”, secondo il titolo del Giornale di famiglia dell’ex presidente del Consiglio. Che giù 24 ore prima aveva avvertito che qualcosa non andava ai nastri, appunto, di partenza raccontando che il Cavaliere era “tornato” al Senato, con tanto di foto e di commozione, ma “il centrodestra quasi”. 

Il voto di Berlusconi al Senato

Di fronte a quanto è accaduto con e per l’elezione di Ignazio La Russa alla seconda carica dello Stato, prontamente ricevuto con i dovuti onori al Quirinale, lo spettacolo più inutile ma al tempo stesso più scontato è quello della caccia ai traditori, cioè a quella ventina di senatori che hanno sterilizzato le assenze polemiche dei forzisti. Una caccia alla quale persino Berlusconi ha in qualche modo partecipato avvelenando anche lui i pozzi: per esempio, decidendo all’ultimo momento di votare, dopo avere disarmato i suoi senatori. 

Titolo del Riformista

Un esperto di queste cose, Pier Luigi Bersani, avendoci rimesso a suo tempo il posto sia di presidente del Consiglio incaricato sia di segretario del Pd per non essere riuscito a fare eleggere nessuno dei suoi candidati al Quirinale alla scadenza del mandato di Giorgio Napolitano, ha riso in televisione di questa caccia ai traditori. E ha consigliato di leggerne bene solo “il segnale” di disponibilità ad aiutare il centrodestra in affanno nel proseguimento di questa diciannovesima legislatura, da mettere in qualche modo in sicurezza come altre si segno politico opposto in passato. Una legislatura che non avrà una luna di miele, ma di fiele, secondo il perfido titolo del Riformista, convinto peraltro che “la grana” non sia Licia Ronzulli, sostenuta nelle sue ambizioni ministeriali da Berlusconi contro le resistenze della Meloni, ma “la strategia politica” del Cavaliere.  

L’infortunio di Berlusconi al Senato: Ignazio La Russa eletto presidente a suo dispetto

Berlusconi al Senato con Licia Ronzulli

Al Senato, in apertura della diciannovesima legislatura, Silvio Berlusconi si è presa, ma al rovescio, tutta la scena. Partito col proposito di far mancare l’elezione di Ignazio La Russa a presidente ordinando, o facendo ordinare, l’astensione dei suoi per fargli mancare i 104 voti necessari, ma riservandosi il diritto personale di derogare all’ordine votando, non si sa bene però come, l’ex presidente del Consiglio si è trovato prigioniero della sua trappola. O del suo “teatrino”, come una volta lui stesso chiamava la politica fatta dagli altri disprezzandola.

Il voto di Ignazio La Russa al Senato

Ignazio La Russa, toltasi peraltro anche la soddisfazione di affrontarlo in un battibecco nell’emiciclo di Palazzo Madama, e di fargli perdere la pazienza sbattendo una penna sul banco, ha ottenuto dall’opposizione i voti mancatigli da Forza Italia. Ha ringraziato, se li è tenuti ben stretti, si è insediato con un discorso, diciamo così, abbondante, o largo, e si è goduto a distanza -come Giorgia Meloni dalla Camera- lo spettacolo delle opposizioni benemerite, elogiate anche dalla candidata a Palazzo Chigi. Opposizioni che si nascondevano dietro l’anonimato dello scrutinio segreto, felici di avere dimostrato senza grande sforzo -va detto- l’insufficienza della maggioranza, sulla carta, di centrodestra uscita dalle urne. Meglio per loro, francamente, non poteva andare, né peggio per il centrodestra e, più in particolare, per Berlusconi all’esordio del mestiere  di “regista”, garante e quant’altro assegnatosi -ricordate?- nel ritorno al Senato dopo nove, lunghi anni di assenza, scortato questa volta in aula da Licia Ronzulli rigorosamente in rosso evidente, diciamo così.

Giorgia Meloni alla Camera con Giancarlo Giorgetti

Ora, senza voler ipotecare nulla più di tanto, e farci anche noi prigionieri di un teatrino, non resta che attendere gli sviluppi della legislatura, il completamento degli organi istituzionali, le consultazioni di rito del paziente presidente della Repubblica, che Ignazio La Russa sostituirà in caso di impedimento, e le trattative -finalmente quelle vere, non finte dei giorni scorsi- per la formazione del nuovo governo: il primo prevedibilmente a guida femminile nella storia d’Italia. Almeno su questo primato la Meloni può ancora contare, oltre che sul probabile ministro dell’Economia: il leghista molto anomalo o particolare Giancarlo Giorgetti, scortato nei suoi movimenti a Montecitorio da una folla di giornalisti, amici e curiosi che una volta davano la misura di una leadership autentica, non solo percepita.

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Cronache semiserie di apertura della nuova legislatura

Alla faccia dell’ottimismo che -chissà perché- Giorgia Meloni ha voluto ostentare andando da Silvio Berlusconi, nella sua villa grande sull’Appia Antica, pensando forse di essere raggiunta lì da Matteo Salvini e di chiudere un accordo nel centrodestra quanto meno per un avvio ordinato della nuova legislatura, con candidature ben difinite e concordate alle presidenze delle Camere finalmente insediate. Ma Salvini naturalmente si sarebbe risparmiata questa fatica.

Il ritorno di Berlusconi al Senato
Vignetta del Foglio

La stessa festa di Berlusconi -diciamo la verità- per il suo ritorno al Senato move anni dopo esserne stato cacciato con l’applicazione retroattiva di una legge che ancora oggi Il Foglio si è giustamente tolto la soddisfazione di denunciare  con una vignetta che vale dieci editoriali, è stata rovinata dalle maledette circostanze non dico della lotta politica ma della rissa, delle beghe più da cortile che da corte. 

La vignetta del Corriere della Sera

Emilio Giannelli sulla prima prima del Corriere della Sera ha affondato la sua matita come un coltello nel burro rappresentando sarcasticamente il Cavaliere nella “registrazione” al Senato, appunto, non come l’ex presidente del Consiglio tornato in qualche modo al suo posto, ma come l’”amico della Ronzulli” perfidamente indicato al funzionario di turno da una signora informata delle ultime cronache politiche. Che hanno assegnato a Berlusconi il ruolo contingente dell’estremo difensore del ruolo e della carriera della senatrice Licia Ronzulli, appunto, non sufficientemente apprezzata -pare- dalla candidata a Palazzo Chigi, ma con un certo contenzioso alle spalle aache in Forza Italia. 

Titolo del Giornale
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Francamente, è persino inutile o controproducente prendersela col livore abituale di Marco Travaglio e simili, com i suoi fotomontaggi, con le allusioni urticanti e tutto il resto del repertorio antiberlusconiano del Fatto Quotidiano quando lo stesso Berlusconi vi si presta con una gestione a dir poco inappropriata dei suoi rapporti con alleati e amici. O quando lo stesso Giornale di famiglia non ha potuto fare a meno di uscire oggi con questo titolo: “Il Cavaliere è tornato, il centrodestra quasi”  

Sergio Stajno sulla Stampa

Manca solo di doversi riconoscere nel vecchio Sergio Stajno, sulla Stampa, che praticamente si chiede se alla fine la Meloni per fare davvero il suo primo governo, dopo avere vinto a mani basse le elezioni del 25 settembre, non debba chiedere l’aiuto al Pd malmesso di Enrico Letta. 

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La rottamazione galeotta di tutti quegli scranni a Montecitorio

Titolo del Dubbio

La decisione del presidente uscente della Camera Roberto Fico di fare disattivare 230 postazioni nell’aula di Montecitorio, dove siederanno da domani non più 630 ma 400 deputati, non era scontata. E si presta, volente o nolente, ad una deludente interpretazione, o previsione sui propositi riformistici di quel che è rimasto dei grillini nel nuovo Parlamento: abbastanza per far perdere la testa non dico a Giuseppe Conte quanto a a quelli che, sotto le  5 stelle e dintorni, ne sostengono la virtuale vittoria sul fronte dell’opposizione.

Ha voglia il segretario del Pd Enrico Letta, col suo 19 per cento dei voti contro il 15 dei grillini, di rivendicarne “la guida” con tutti gli aggettivi del caso: intransigente, costruttiva, di piazza e quant’altro. I tifosi di Conte, a cominciare da quelli che affollano lo stesso Pd reclamando una ripresa dei rapporti interrottisi con la fiducia negata al governo di Mario Draghi nel tratto finale della scorsa legislatura, si sono messi in fila per un congresso che si vedrà se più di rifondazione o di liquidazione. Essi avvertono che il rosso dell’avvocato pugliese splenda più di quello sbiadito del Nazareno. Dove peraltro hanno perso anche il senso dell’orientamento fisico, visto che hanno appena lasciato la piazza romana del Popolo, riempita da Maurizio Landini, alla furbesca e tempestiva incursione di Conte, appunto, spintosi sin sotto il palco  per congratularsi con l’oratore e riconoscersi nella sua agenda: altro che quella di Draghi  sulla quale aveva scommesso Enrico Letta  in campagna elettorale prima d’accordo, fra baci e abbracci, e poi in concorrenza col polo, pur non riconosciuto dalla Cassazione, di Carlo Calenda e Matteo Renzi.  Non in piazza, forse ancora troppo accaldata in questo autunno anomalo, ma direttamente alla sede nazionale della Cgil aveva deciso di andare col ponentino il segretario del Pd Enrico Letta nell’anniversario della profanazione compiuta da dimostranti di destra sotto il naso delle forze dell’ordine. 

A pensarci bene, quelle duecentrenta postazioni di Montecitorio disattivate col cacciavite dal personale di servizio, ed esibite in una foto finita un pò su tutti i giornali,  avrebbero potuto essere lasciate come auspicio di un completamento, finalmente, della riforma costituzionale imposta dai grillini agli alleati di turno nella diciottesima legislatura con una drastica riduzione dei seggi parlamentari. Si sarebbe lasciato tutto, o quasi, lo spazio necessario ai duecento senatori elettivi, e i pochi a vita ereditati dal vecchio sistema, per consentire un maggiore ricorso alle sedute congiunte di Camera e Senato, in una ridefinizione dei compiti oggi perfettamente uguali, e ripetitivi, dei due rami del Parlamento. Se n’è parlato e scritto tanto negli anni e mesi passati pensando, per esempio, alle fiducie congiunte dei deputati e dei senatori, dopo tanti governi inciampati sul diverso passo, diciamo così, delle due Camere.  

La festa dei grillini davanti a Montecitorio per la riduzione dei seggi parlamentari

Ma figuriamoci se per la testa degli aspiranti statisti orfani della “centralità” conquistata nella scorsa legislatura con quel 32 e rotti per cento di voti investito in tutte le combinazioni possibili e immaginabili, poteva passare un’idea del genere per dare un senso compiuto ad una riforma pensata solo come una punizione della casta, una sforbiciata all’ingordigia poltronara e allo spreco sistemico. 

Coraggio, onorevoli signori e signore. Ora che le avete disattivate, demolite pure nel prosieguo della diciannovesima legislatura le postazioni superflue di Montecitorio. Dove, del resto, se passasse l’elezione diretta del presidente della Repubblica, come proposto per sommi capi dalla destra uscita vincente dalle urne, deputati, senatori e delegati regionali non avrebbero più motivo di ritrovarsi insieme ogni sette anni, salvo incidenti di percorso, per scegliere il capo dello Stato. 

Giorgia Meloni arriva stressata alle trattative di governo con gli alleati

Giorgia Meloni

A volerla dire tutta con franchezza, al netto dell’ottimismo e della grinta di facciata che le ha appena fatto promettere “il governo più politico di sempre”, Giorgia Meloni sta arrivando stressata all’insediamento delle Camere, domani, e alle trattative vere per la formazione del governo con i suoi alleati di centrodestra, quando Sergio Mattarella potrà finalmente conferirle l’incarico di presidente del Consiglio. Quelle svoltesi sino ad ora, del tutto informali, non sono state trattative. Sono stati incontri o contatti, spesso del tutto occasionali, serviti solo a moltiplicare i dubbi dell’interessata, o farle fare il classico segno della croce.  

Dalla prima pagina della Stampa

Sentite questo passaggio della cronaca della Stampa di oggi, in prima pagina: “Lontano dalle telecamere va in scena un breve faccia a faccia tra Meloni e Ronzulli. Non serve a nulla, se non a far capire alla senatrice che la premier in pectore non si muove di un millimetro. Il governo si allontana: per Ronzulli si inizia a parlare della presidenza del gruppo di Forza Italia a palazzo Madama. Meloni si sfoga con i suoi. “Io voglio un governo con le persone giuste al posto giusto- ripete allo sfinimento- non come quello di Berlusconi nel 2018”. Un esecutivo di cui lei faceva parte ma, a quanto pare, non conserva proprio un’ottima memoria”: fu prima minato da una mezza guerriglia politica condotta con grande disinvoltura dall’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, sino a proporne la sfiducia, e infine spazzato via per fare posto al loden e al laticlavio di Mario Monti.

Titolo del Riformista
Titolo di Repubblica

Purtroppo non è una forzatura giornalistica né “l’asta di governo” lamentata su tutta la prima pagina da Repubblica, riferendo appunto del traffico nell’ufficio di Giorgia Meloni a Montecitorio, né la rappresentazione amletica della giovane leader della destra italiana proposta dal Riformista attribuendole questa domanda: “Licia Ronzulli dove la metto?”. 

Non si tratta della prima ex infermiera – sia detto senza volontà di offendere- che incrocia le simpatie e la fiducia di Berlusconi, ma questa Ronzulli è la prima che sta facendo davvero rischiare il naufragio del primo governo a guida femminile nella storia d’Italia per l’ostinazione con la quale il Cavaliere ha deciso di sostenerne le ambizioni, liquidando come “arroganti”, senza uno straccio di smentita o precisazione, le resistenze della candidata a Palazzo Chigi, Alla quale pure non più tardi di qualche giorno fa, intervistato da Augusto Minzolini per il Giornale di famiglia, l’ex presidente del Consiglio aveva riconosciuto “la determinazione e la lucidità” necessarie a guidare il governo. 

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La rincorsa paradossale del “secondario” da parte di Giorgia Meloni

All’insorgenza di ogni difficoltà nei rapporti con gli alleati di centrodestra per la formazione del governo, in attesa che le tocchi davvero l’incarico  di presidente del Consiglio dopo l’insediamento delle Camere e le consultazioni di rito al Quirinale, Giorgia Meloni declassa il problema a “questione secondaria”. E cerca così di smarcarsi, fra un appuntamento e l’altro dei suoi, come quello di ieri con gli eletti del suo partito.

D’altronde non ci sono alternative a questo modo di procedere, essendo ancora tutto appeso per aria. Neppure alle opposizioni conviene drammatizzare la rappresentazione dei fatti e chiedere chissà quali accelerazioni perché anch’esse hanno i loro problemi e non sono certamente in grado di formulare alternative ad una coalizione di centrodestra che dispone della maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. 

Giuseppe Conte

Non è che scendendo in piazza, le opposizioni si ritrovino d’incanto unite e tanto meno in vantaggio. Tutt’altro. La manifestazione pacifista, per esempio, adombrata da Giuseppe Conte di fronte alla recrudescenza della guerra in Ucraina se davvero si dovesse svolgere, metterebbe in difficoltà proprio il presidente del MoVimento 5 Stelle perché interromperebbe, con un netto rifiuto del Nazareno, il processo di liquefazione del Pd avviatosi con l’annuncio delle dimissioni del segretario Enrico Letta e l’avvio delle procedure congressuali dopo che lo stesso Conte aveva posto come condizione per la ripresa di un rapporto il cambiamento del “gruppo dirigente” di quello che, fra l’altro, rimane nei numeri elettorali e parlamentari il principale partito di opposizione. 

Certo, sono ripresi i sondaggi, dai quali emerge una certa tendenza di Conte a guadagnare di più e di Enrico Letta a perdere ulteriori decimali, ma il Parlamento ormai è quello che è e nessuno può onestamente pensare  ad un altro scioglimento a breve delle Camere, in pendenza peraltro del bilancio. Ognuno quindi si deve dare quella che si chiama una regolata e mettersi al passo con la realtà interna e internazionale, sociale e politica, economica e finanziaria, e sanitaria. 

Mario Draghi e i ministri sullo scalone di Palazzo Chigi

Per fortuna in questo passaggio di mano, e di legislatura, i partiti -paradossalmente, loro malgrado- hanno potuto contare sulla serietà di comportamento e sul prestigio internazionale di un governo come quello di Mario Draghi. Che ieri ha messo in fila per la foto di commiato i suoi ministri sullo scalone di Palazzo Chigi ricordando che i governi passano ma l’Italia resta, qualunque sia -mi permetto di aggiungere- il ministro dell’Economia che alla fine riuscirà a trovare, tecnico o politico che sia, una Giorgia Meloni forse sorpresa, ed anche preoccupata, da tante resistenze incontrate  nella ricerca. 

Il rosso e il nero di Giorgia Meloni sulla strada di Palazzo Chigi

Dalla prima pagina di Repubblica

Quel rosso distribuito fra le labbra e l’abito scelto per l’occasione, per un messaggio augurale ai “patrioti” spagnoli della formazione franchista Vox, ma indirettamente anche ad altre formazioni affini al partito conservatore europeo che lei presiede orgogliosamente, non è naturalmente bastato a Giorgia Meloni per non insospettire, allarmare e quant’altro un giornale come La Repubblica. Nè le è valsa a questo riguardo la concessione fatta, anzi vantata, trovandosi non in una piazza ma in un ufficio davanti ad una telecamera, di parlare “a voce bassa”, o comunque senza gridare come in precedenti occasioni comiziali in terra spagnola che le hanno procurato impietose diagnosi politiche di fascismo, post-fascismo e simili. 

    Quell’abbraccio o “riabbraccio” della Meloni alla Vox spagnola di Santiago Abascal è apparso di per  sé al giornale fondato dal compianto Eugenio Scalfari una scelta preoccupante per chi, vinte le elezioni del 25 settembre, trascorre i suoi giorni in Italia aspettando l’insediamento delle Camere, giovedì prossimo, le consultazioni al Quirinale e il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio -prima donna peraltro nella storia d’Italia- da parte di un capo dello Stato già insorto a sua difesa contro la “vigilanza” reclamata da una ministra francese, messa in riga tuttavia anche a Parigi dal suo superiore Emmanuel Macron. 

Dalla prima pagina della Stampa

Alla Stampa, tuttavia, dello stesso gruppo editoriale di Repubblica, ma più vicina non foss’altro fisicamente alla “proprietà”, quel tocco di rosso   adottato dalla Meloni qualcosa ha prodotto. Un politologo della notorietà e qualità di Giovanni Orsina si è chiesto, nello stesso titolo del commento, anch’esso in prima pagina, “se Giorgia sposta gli equilibri” nell’Unione Europea, riconoscendo alla candidata a Palazzo Chigi una “strategia europea” che “comincia a delinearsi con una certa chiarezza”. 

Sempre dalla prima pagina del Foglio
Dalla prima pagina del Foglio

Il professore Orsina si è spinto anche oltre il Foglio, dove il direttore Claudio Cerasa ha scritto  -fra titolo, sommario e testo di un commento improvvisato per il numero preconfezionato del lunedì- che “il futuro governo” Meloni “dovrà scegliere come tutelare l’interesse nazionale: con il nazionalismo o costruendo nuove alleanze”. Appunto, che cosa sceglierà? Cerasa si è risposto da solo scrivendo: “Se Meloni sarà coerente con se stessa, sarà un dramma. Se no, potrebbe diventare un modello su cui scommettere”. Bel furbo, il Cerasa dell’ancor più furbo Giuliano Ferrara, che diffida di quelli che lui chiama ogni tanto “i paracarri”.  

Silvio Berlusconi oggi al Giornale

Qualcosa comunque ha cominciato a muoversi  a  favore della giovane leader  dei fratelli d’Italia riuscita  a far vincere il centrodestra terremotandone i vecchi rapporti di forza. Lo stesso Silvio Berlusconi, che ripete un giorno sì e l’altro pure la litania ormai del ruolo di garanzia suo personale e di quel che è rimasto di Forza Italia nelle urne e in Parlamento, si è sciolto oggi. Nell’ennesima intervista al direttore del Giornale di famiglia, Augusto Minzolini, egli è tornato praticamente a dare del tu alla Meloni e a chiamarla col nome, e non con quella gelante “signora”. “Giorgia -ha detto il Cavaliere, come per affrancarla dopo l’ultimo incontro avuto con lei ad Arcore e in vista del prossimo a Roma- non ha bisogno dei miei consigli. Ha la determinazione e la lucidità necessarie per guidare il Paese in un momento così difficile”.  

Fedele Confalonieri

Ne sarà rimasto soddisfatto il fedele di nome e di fatto Confalonieri, che già prima delle elezioni si era esposto in una intervista sollecitando l’amico di una vita, Silvio, a sponsorizzare la scalata della sua ex ministra della Gioventù a Palazzo Chigi. Il Corriere della Sera ha tuttavia raccolto e rilanciato voci su malumori di Berlusconi per le resistenze che della Meloni alla candidatura della fidata Licia Ronzulli a un incarico importante di governo.

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Miracolo in piazza a Roma: il centrodestra non ha vinto. Conte in sorpasso sul Pd

A sentire Maurizio Landini ieri in Piazza del Popolo, a Roma, tra bandiere vere, per carità, ma argomenti forse un pò troppo truccati, si stava più o meno contemporaneamente celebrando ad Arcore, nella villa di Silvio Berlusconi, un vertice abusivo di celebrazione della vittoria elettorale del centrodestra  e di preparazione del nuovo governo, in attesa di formalità più o meno burocratiche costituite dall’insediamento delle Camere, il 13 ottobre, dalle consultazioni al Quirinale e dal conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio a Giorgia Meloni. 

Titolo del Giornale
Gli “abusivi” di Arcore

Ma cosa si erano messi in testa quei tre e il cagnolino bianco che scodinzolava  fra i loro piedi? In fondo -ha loro ricordato il segretario generale della Cgil nella sua stravagante interpretazione del responso elettorale, se non vogliamo chiamarlo “pregiudizio in piazza”, come ha titolato il Giornale di famiglia di Berlusconi- il centrodestra ha preso il 25 settembre soltanto 12,3 milioni di voti contro i 15,8 di tutti gli altri concorrenti ai 600 seggi parlamentari in palio, e soprattutto i 18 milioni di astenuti e simili. I quali come fantasmi avrebbero il diritto giovedì prossimo di occupare le aule di Montecitorio e di Palazzo Madama. Giù le mani, i piedi e quant’altro, per favore, dal Parlamento, dal Governo e dintorni, mancava solo che gridasse Landini dal palco dell’arbitro assegnatosi sotto la storica terrazza di Giuseppe Valadier.

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Ad applaudire Landini c’era anche Giuseppe Conte. Anzi, c’era soprattutto lui, il presidente del MoVimento 5 Stelle. “Conte tra le bandiere”, ha messo lì nel titolo di prima pagina la Repubblica non rendendosi conto esattamente dell’importanza di quella presenza, sottolineata invece dalla Stampa, dello stesso gruppo editoriale, con quella “piazza in cerca d’autore” dove Conte, appunto, “si prende la scena”, dice un titolo a suo modo emblematico della situazione. 

Ancora dal Fatto Quotidiano
Dal Fatto Quotidiano

Ancora più esplicita, o addirittura didattica, è stata la cronaca del solito Fatto Quotidiano, che ha sostituito con la “piazza larga” di Landini il mancato “campo largo” di Enrico Letta, Giuseppe Conte eccetera eccetera. “Per la prima volta a una manifestazione del più importante sindacato italiano, il capo politico dei 5 stelle. Una piazza larghissima, perché non sono mancate neppure le bandiere extraparlamentari di Unione popolare”, ha raccontato il giornale diretto da Marco Travaglio. Che, non potendo evidentemente bastare questo passaggio insolitamente tacitiano è tornato più avanti a spiegare e raccontare: “Ma la novità politica della manifestazione è la prima volta, appunto, di un capo politico del Movimento 5 stelle, mai successo con Grillo e Di Maio. Conte si prende la piazza con una presenza che non era scontata, ormai ben saldo nel ruolo di leader progressista”. E pazienza per Enrico Letta e per tutti quelli che potrebbero prenderne il posto alla guida del Pd fra qualche mese, se il partito del Nazareno esisterà ancora o non sarà stato buttato nel Tevere come un sacco. 

Conte ieri in Piazza del Popolo
Dalla prima pagina di Repubblica di ieri

Del resto, pur cessata formalmente a mezzanotte di venerdì 23 settembre, la campagna elettorale di Conte è ripresa con i sondaggi non più coperti dal silenzio di legge. Non più tardi di ieri l’Atlante di Ilvo Diamanti su Repubblica dava ancora qualche decimo di punto in più a Giorgia Meloni, facendole raggiungere il 26,4 per cento, ma faceva “scendere” il Pd sotto il 18 per cento e “salire” Conte dal 15 al 16,8 per cento. La prossima volta potrebbe essere quella del sorpasso. Allora pure Landini dovrà farsi da parte e lasciare il palco tutto a lui, l’avvocato di Volturara Appula. 

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Gorgia Meloni ottiene da Mattarella una specie di acconto dell’incarico di presidente del Consiglio

La ministra francese Laurence Boone

Sergio Mattarella avrà pure abusato del Pd, come gli ha praticamente rimproverato Enrico Letta attribuendo la causa della sconfitta elettorale alle troppe responsabilità di governo assunte in anni di emergenze anche per rispondere alle larghe intese, solidarietà nazionali e simili via via raccomandate dal Quirinale anche prima di mandare a Palazzo Chigi Mario Draghi, ma gli va riconosciuto il merito di avere saputo e voluto reagire per primo all’abuso, chiamiamolo così, di vigilanza  o preoccupazione europea compiuto dalla ministra francese Laurence Boone con dichiarazioni di cui Giorgia Meloni, spalleggiata appunto da Mattarella, ha preteso e ottenuto riparazioni a Parigi. 

Titolo della Nazione

Condizionato dalla inagibilità, tuttora, delle Camere rinnovate col voto del 25 settembre, in attesa del cui insediamento anche lui è costretto a starsene alla finestra, col suo intervento di protesta e di richiamo immediatamente corrisposto dal presidente francese Emmanuel Macron il capo dello Stato italiano ha  praticamente concesso alla vincitrice delle elezioni una specie di acconto dell’incarico di presidente del Consiglio. E con ciò ha anche riempito metaforicamente di contenuto il lavoro preparatorio e fluido della formazione del governo attribuitosi dalla stessa Meloni con tanto di orari di ufficio a Montecitorio. 

Alessandro Sallusti su Libero
Titolo di Libero

Forse è un pò esagerato quel tre a zero sparato da Libero in prima pagina a favore della Meloni, appunto, sulla Francia della signora Boone. E lo stesso direttore di Libero, Alessandro Sallusti, si è lasciato probabilmente prendere troppo la mano dal patriottismo, se no dal tifo politico, quando ha rivelato la confidenza fattagli da un amico, e provata con tanto di elettronica, che la Meloni già alle ore 5.50 è in piena attività messaggistica di candidata alla guida del governo. Sta “sul pezzo”, ha scritto Sallusti come i giornalisti dicono di se stessi. La Meloni, peraltro, lo è davvero avendo imparato il mestiere al Secolo d’Italia, il quotidiano ufficiale del MoVimento Sociale e partiti indotti. 

Naturalmente stare sul pezzo non basta. E di problemi la Meloni ne sta incontrando, a cominciare dal “suo” centrodestra, dove non è per niente oro tutto ciò che luccica. E -va detto anche questo- non ne luccica molto col terremoto che quel 26 per cento di voti raccolto dai fratelli d’Italia ha provocato in Forza Italia e nella Lega, che ne hanno fatte le spese. La politica, del resto, non è notoriamente un pranzo di gala, anche se i ricevimenti si sprecano. 

Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano

Le tensioni esistenti nel centrodestra, dove peraltro Giorgia Meloni è accusata anche da suoi amici o fratelli di partito di corteggiare troppo tecnici piuttosto che politici per le postazioni di governo più delicate, hanno avuto il loro peso anche  nelle difficoltà incontrate dalla candidata a Palazzo Chigi a raccogliere adesioni alle sue offerte più o meno esplicite. Vi ha appena accennato sul Fatto Quotidiano il fondatore ed ex direttore Antonio Padellaro scrivendo: “Sarebbe troppo facile parlare di nemesi della poltrona a leggere dei cortesi rifiuti in serie che sta ricevendo Giorgia Meloni nel suo tentativo di appioppare le poltrone migliori ad alcuni dei cosiddetti “Migliori”, con la maiuscola usata in modo sarcastico da Marco Travaglio quando sbertuccia Draghi e i suoi ministri. 

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Un clamoroso Enrico Letta rappresenta il Pd come vittima del Quirinale

Giorgia Meloni
Dalla prima pagina del Dubbio

Fra gli argomenti opposti  in campagna elettorale dal Pd alla riforma presidenzialista proposta da Gorgia Meloni, che pure si era affacciata già negli anni precedenti con aperture anche da sinistra, per esempio nella commissione bicamerale presieduta da Massino D’Alema, ci fu quello, in particolare, del segretario Enrico Letta che esortava a non rimettere in discussione un’istituzione che aveva dato buona prova di sé: la Presidenza della Repubblica, appunto. Che con l’elezione indiretta del capo dello Stato, da parte del Parlamento e di una delegazione di consiglieri regionali, aveva funzionato in modo eccellente come elemento di garanzia e, insieme, di propulsione del sistema. 

Più volte, in effetti, di fronte ad emergenze e a inceppamenti partitici e parlamentari, il presidente della Repubblica aveva saputo trovare e proporre soluzioni: l’ultimo, in ordine di tempo, il ricorso alla maggioranza atipica del governo di Mario Draghi nella impossibilità di sciogliere i nodi della crisi del secondo governo di Giuseppe Conte col ricorso anticipato alle urne ancora in piena pandemia. 

Proprio quel passaggio, purtroppo interrotto anzitempo, sia pure di pochi mesi rispetto alla scadenza ordinaria della legislatura, sembrò calzante nel ragionamento di Enrico Letta. Fra tutti i partiti di quella maggioranza il Pd era stato il più orgogliosamente allineato, tanto da sacrificarle  alla fine il rapporto con le 5 Stelle coltivato da Nicola Zingaretti nella convinzione che fosse essenziale per contrastare il vento favorevole che già soffiava sulle vele del centrodestra. 

Sergio Mattarella
Giorgio Napolitano

Ebbene, tutto questo nel giro di pochi giorni, quasi senza accorgersene, con un repentino cambiamento di giudizio, e di umore, è stato buttato alle ortiche dal segretario del Pd individuando la ragione della sconfitta politica e, più in generale, della crisi del partito del Nazareno  nella pratica del senso di responsabilità ogni volta che gli era stato chiesto dal capo dello Stato di turno di farci carico della governabilità del Paese: con Mario Monti nel 2011, su richiesta di Giorgio Napolitano al Quirinale, con lo stesso Enrico Letta nel 2013, sempre su richiesta di Napolitano, con Paolo Gentiloni nel 2017, su impulso anche di Sergio Mattarella dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale di Matteo Renzi, col secondo governo Conte nell’autunno del 2019, e col già ricordato Draghi nel 2021, sempre con Mattarella al Quirinale. 

La vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno di ieri sulla direzione del Pd

In questa sequenza di fatti, e di penalizzazioni elettorali subite dal Pd, pur nato nel 2017 con la cosiddetta e famosa “vocazione maggioritaria” del suo primo segretario, Walter Veltroni, c’è qualcosa che assomiglia terribilmente a un processo al Quirinale. Di fronte al quale mi chiedo con una certa apprensione cosa pensi non tanto l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ormai defilatosi alla sua veneranda età, quanto il presidente in carica col suo secondo mandato, Sergio Mattarella. Che, ad occhio e croce, pur sapendolo capace di autoironia, di cui anzi egli ha avuto più volte modo di compiacersi consigliandone anche ai suoi interlocutori, temo non stia gradendo in questi giorni la rappresentazione che si potrebbe farne di un presidente  che ha sacrificato troppo il partito di provenienza, anche se non più di appartenenza. 

E’ vero che accade più spesso di dover chiedere sacrifici agli amici piuttosto che agli avversari, ai familiari piuttosto che agli estranei, ma -Dio mio, sembra dire in questi giorni Enrico Letta guardando verso il Quirinale- ci deve pur essere un limite alla generosità. Che il segretari del Pd ha mostrato di considerare ormai raggiunto, anzi superato, nel momento in cui, pur da dimissionario e da non disponibile a ricandidarsi al congresso, ha detto mai più a governi  di emergenza o simili, mai più a larghe o larghissime intese, mai più alla rinuncia ad una opposizione vantaggiosa senza un preventivo passaggio elettorale. 

La diciannovesima legislatura deve ancora cominciare, con l’insediamento delle  Camere nuove e ristrette, ma il tipo di rapporto almeno del Pd col Quirinale sembra cambiato. E mancano più di sei anni alla scadenza del secondo mandato di Mattarella.  A pensarci bene, salvo improbabili sorprese da parte di un presidente pazientissimo, non è una novità da poco. 

Pubblicato sul Dubbio

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