L’ultimo regalo di Mario Draghi a Giorgia Meloni prima di passarle la mano

Distratti, diciamo così, dai problemi creati a Roma da Silvio Berlusconi a Giorgia Meloni nell’ultimo tratto della lunga corsa a Palazzo Chigi, fra tregue violate, precisazioni, smentite e rischi reali o immaginari di chissà quali altre sorprese a incarico già conferito alla giovane leader della destra italiana per la formazione del nuovo governo, rischiamo di non valutare abbastanza o, addirittura, di non accorgerci dell’ultimo regalo che Mario Draghi ha fatto a chi gli sta per succedere: quasi una prenotazione della cerimonia dello scambio delle consegne attraverso la campanella d’argento del Consiglio dei Ministri. 

Titolo del Messaggero
Titolo di Giorno, Nazione e Resto del Carlino

Questa non è Europa, hanno fatto dire  a Draghi da Bruxelles con una sguardo fulminante e senza neppure le virgolette in un titolo vistoso e per niente forzato Il Giorno, la Nazione e il Resto del Carlino. Alle virgolette è invece ricorso Il Messaggero riproducendo la protesta di Draghi contro l’ennesima resistenza opposta dalla Germania e subordinati nel Consiglio Europeo alla fissazione di un prezzo del gas: “Senza il tetto vince Putin”, aveva avvertito Draghi prima di obbligare i tedeschi ad un altro compromesso, nella speranza che si finisca prima o poi di finanziare la guerra russa all’Ucraina, condotta da Mosca anche con l’uso speculativo del mercato energetico. 

Draghi e Macron a Bruxelles

Su questa analisi e, insieme, denuncia Draghi si è nuovamente trovato d’accordo col presidente francese Emmanuel Macron in arrivo a Roma per una visita ufficiale che potrebbe anche segnare l’esordio a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni: sì, proprio lei, quella che in campagna elettorale aveva gridato in piazza a Milano, facendo forse alzare a Roma le sopracciglia allo stesso Draghi, che doveva finire “la pacchia” di una Unione Europea a trazione sostanzialmente tedesca. 

Il caso -ma solo quello?- ha voluto che l’esperienza di Draghi a Palazzo Chigi e la staffetta con Giorgia Meloni fossero a sorpresa convergenti  -con la ciliegina sulla torta costituita, ripeto, dalla visita di Macron a Roma- in una valutazione così preoccupata sulla situazione in cui si trova l’Unione Europea alle prese con la guerra di Putin all’Ucraina.

Draghi al Consiglio Europeo

Proprio nel momento in cui molti a sinistra, ma anche al centro, per esempio dalle colonne del Foglio sino a certe interviste del senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti, attendono Giorgia Meloni alla prova di una capacità realistica, o camaleontica, di contraddire nell’azione di governo il  programma elettorale suo e della coalizione di centrodestra, la premier in pectore si ritrova sulla stessa traiettoria di europeisti come Draghi e Macron. E Berlusconi -poveretto, verrebbe da dire- si era offerto, proposto e quant’altro come “garante” della Meloni in Europa, pronto a indebolirla contestandone via via scelte, tendenze, tentazioni nel solito mercato delle vacche costituito, alla vigilia della formazione di un governo, dalle trattative sulla distribuzione dei Ministeri. 

Il titolo del Riformista
La copertina dell’Economist

Ma non è solo Berlusconi, a dire la verità, a trovarsi spiazzato di fronte a ciò che sta avvenendo a livello europeo. Lo sono pure gli inglesi del supponente Economist, per esempio, che hanno in qualche modo accomunato negativamente la Meloni in arrivo a Palazzo Chigi, a Roma, e la conservatrice Liz Truss appena schiantatasi in una quarantina di giorni contro le pareti di Dowing Street 10 a Londra. Anche Piero Sansonetti sul suo Riformista si è forse fatto prendere  troppo la mano titolando su “Giorgia” costretta o comunque destinata a “tremare” di fronte al fallimento della “Meloni inglese”: dichiaratamente conservatrici entrambe, ma la Truss fuori anche dall’Unione Europea e l’altra invece ben dentro, che può riconoscersi e contare su europeisti come Draghi e Macron. 

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Meloni rovescia i rapporti immaginati da Berlusconi: è lei la garante

Il fotomontaggo sfottente del Fattp Quotidiano

Per quanto affiancata sorridente in una immaginaria operetta sul Fatto Quotidiano ad un Silvio Berlusconi pluridecorato al servizio di Putin, Giorgia Meloni ha preso pubblicamente e nitidamente le distanze dalle sortite del suo curioso e ormai un pò troppo ingombrante alleato avvertendo che mettersi fuori dalla Nato di fronte alla guerra in Ucraina significa mettersi fuori dal governo che lei si è proposta di fare prima ancora di riceverne l’incarico dal capo dello Stato. “Anche a costo di non farlo”, ha aggiunto la Meloni pensando -suppongo- alle complicazioni che potrebbero derivare, per esempio, da una imbarazzante impossibilità di proporre o ottenere dal presidente della Repubblica la nomina reclamata da Berlusconi del suo vice in Forza Italia, Antonio Tajani, a ministro degli Esteri.  

Quest’ultimo, per carità, non sarà d’accordo con la interpretazione sostanzialmente giustificazionista della guerra di Putin all’Ucraina ribadita da Berlusconi – peraltro in una orgogliosa e sostanziale rivendicazione di leadership addirittura mondiale- ma è stato pur messo in  difficoltà dal suo referente politico. 

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Si deve forse alla consapevolezza di questa obiettiva realtà se lo stesso Berlusconi ha avvertito all’ultimo momento la opportunità di una intervista al Corriere della Sera significativamente titolata in prima pagina così: “Dissidi? Voglio Giorgia premier. E condanno l’attacco russo”. Che però Berlusconi continua a considerare provocato anche dal comportamento del presidente ucraino Zelensky, per quanto sostenuto e aiutato militarmente dall’Italia con deliberazioni parlamentari approvate costantemente pure da Forza Italia. 

Antonio Polito sul Corriere della Sera

Se voleva essere una pezza questa intervista di Berlusconi, peraltro puntigliosa nel rivendicare la “diversità” delle forze che compongono il centrodestra, si è rivelata peggiore del buco a leggere l’editoriale dello stesso Corriere della Sera, affidato ad Antonio Polito, sulla “strada accidentata” della Meloni verso Palazzo Chigi. “Non basta l’età, né le compagnie, né l’indole da scorpione che punga anche chi se lo sta portando sulle spalle al governo, né un residuo maschilista che lo spinge a contestare l’autorità esercitata da una giovane donna, che lui non a caso chiama con sprezzo “signora”, e alla quale arriva a ricordare da dove viene il reddito del compagno”, cioè da Mediaset; “non basta tutto questo -ha scritto Polito- a sperare perché alla vigilia delle consultazioni il Cavaliere se ne vada ancora in giro depositando trappole sulla strada della futura premier”. 

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Si vedrà ora se la la “roulette russa” lamentata da Repubblica o quel Berlusconi che “sta con Putin” riproposto dalla Stampa saranno disinnescati dal tentativo di Giorgia Meloni di rovesciare praticamente i ruoli proposti da Silvio Berlusconi già in campagna elettorale, quando i sondaggi davano per scontata e netta la prevalenza della destra.  L’ex presidente del Consiglio rivendicò allora per sé il ruolo di “garante” -ricordate?- dell’europeismo, moderatismo, europeismo, atlantismo e altro ancora del futuro governo. 

Titolo di Libero
Titolo del Corriere della Sera

Ora è la Meloni che, in coincidenza con l’apertura delle consultazioni al Quirinale, garantisce in proprio tutti questi ismi contro un Berlusconi che si insegue tra dichiarazioni, precisazioni, smentite e tutto il repertorio di quello che una volta lui definiva con disprezzo “il teatrino della politica”. Sono parti rovesciate e, a dir poco, sorprendenti che hanno segnato l’avvio di questa legislatura e vedremo se e fino a quando destinate ad accompagnarne gli sviluppi. “Giorgia, vai avanti”, l’ha appena incoraggiato Libero dopo avere ieri gridato “Silvio, fermati”. 

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Berlusconi si traveste da Cossiga e piccona il centrodestra targato Meloni

Titolo del Dubbio

Le notizie da ma anche su Silvio Berlusconi arrivano ai e sui giornali come le picconate del compianto Francesco Cossiga nell’ultimo anno, all’incirca, del suo settennato al Quirinale: sempre in tempo per sfasciare le prime pagine, far deperire come frutta marcia un bel pò di articoli, aggiornarli più volte, farne cestinare irreparabilmente alcuni e improvvisarne altri in una rincorsa affannosa fra le redazioni e spesso il presidente della Repubblica in persona. Che si compiaceva ogni tanto a telefonare alle redazioni per verificare gli effetti delle sue sortite, fasi anticipare i titoli e quant’altro.

Alla fine eravamo davvero sfiniti lui e noi, rassegnati a replicare la sera o la notte successiva. Ogni tanto torno a sognarmele quelle notti come in un incubo. E temo che accada anche all’ambasciatore Ludovico Ortona, ottant’anni belli che compiuti, che dalla sua postazione quirinalizia di portavoce doveva paradossalmente assecondare ma al tempo stesso contenere quel fiume in piena che era diventato il capo dello Stato. 

Per sua e nostra fortuna Berlusconi è stato appena rieletto soltanto senatore della Repubblica, ma sta facendo una bella concorrenza, a suo modo, al compianto Cossiga in questo avventuroso avvio della nuova legislatura montando e smontando tregue più o meno armate, spiazzando persino gli amici, sino a farsi invitare da alcuni di provata fede come Alessandro Sallusti a smetterla per carità, perché -ha stampato Libero in rosso sulla prima pagina- “avanti così finisce male”.  Anche per Berlusconi, temo, e non solo per gli altri, a cominciare naturalmente dalla “signora Meloni”, come lui ha ripreso a chiamare con una certa distanza la sua ex ministra della Gioventù in attesa dell’incarico di presidente del Consiglio.

Berlusconi festeggia Licia Ronzulli capogruppo di Forza Italia al Senato

L’attenuante che gli amici del Cavaliere non sufficientemente in confidenza come Alessandro Sallusti per invocarlo pubblicamente a fermarsi gli riconoscono in questa piena di sorprese e di rivelazioni, dalla lista  dei ministri alle lettere e ai doni di Putin, è che Forza Italia ha ancora bisogno del suo fondatore per non dissolversi. E che il centrodestra, a sua volta, avrebbe ancora bisogno di Forza Italia per non essere tutto e solo destra, costretto dalle circostanze a governare nel passaggio più difficile del Paese, fra emergenze di ogni tipo rispetto alle quali forse impallidiscono anche quelle gestite da Mario Draghi, purtroppo rimosso di fatto anzitempo.

In questa situazione “assicurare entro questa settimana un governo al Paese non è un’opzione, ma un obbligo, un dovere”, ha scritto sul Giornale di famiglia di Berlusconi il direttore Augusto Minzolini ripetendo un pò, se non ricordo male, le parole proprio di Draghi al suo esordio da presidente del Consiglio davanti alle Camere nel 2021. 

Giorgia Meloni

Ma il problema di Gorgia Meloni in questo avvio -ripeto- di legislatura è di formare appunto un governo, di solida e ben definita maggioranza, dopo un passaggio elettorale col quale si è voluto chiudere la stagione degli esecutivi di una certa anomalia. Il problema non è di formare un governo comunque e di lanciarlo come un oggetto misterioso su un Parlamento dove peraltro una delle due Camere non si è neppure attrezzata alle nuove, ridotte dimensioni con un regolamento aggiornato. Un simile governo – temo per chi lo volesse mettere nel conto derubricando magari a folclore quello che sta accadendo nel centrodestra- non sarebbe permesso da Mattarella, cui spetta di nominarlo, per quanto sollevato -come scrivevo ieri- dalla decisione dello stesso centrodestra di partecipare unito alle consultazioni di rito al Quirinale. 

Pubblicato sul Dubbio

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Silvio Berlusconi come lo scorpione dell’antica favola della rana di Esopo

L’editoriale di Marco Travaglio
Titolo del Fatto Quotidiano

A parte quel “Nano”, con la maiuscola, del repertorio neppure tanto originale di Beppe Grillo, almeno per chi ricorda le campagne del secolo scorso contro Amintore Fanfani, detto anche “il mezzo toscano” per alcuni centimetri negatigli da madre Natura, bisogna riconoscere che Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano non ha infierito con quelle “Berluscomiche” del titolo di copertina contro l’ex presidente del Consiglio. Che è stato accusato senza mezzi termini dal Corriere della Sera di “boicottaggio” del governo in formazione. “Berlusconi straparla”, ha titolato la Stampa, “la mina Berlusconi” la Gazzetta del Mezzogiorno.  

Titolo del Corriere della Sera
Titolo dell’editoriale di Domani

In fondo, sia pure molto in fondo, il giornale  geneticamente più antiberlusconiano come può essere considerato quello diretto da Travaglio non ha mostrato di voler prendere sul serio l’ex presidente del Consiglio con le anticipazioni sui ministri forzisti, le rivelazioni sui rapporti personali appena ripresi con Putin e la dipendenza del convivente della Meloni, e padre della loro figliola, da una televisione del Biscione, in um misto fritto di pessimo gusto, a dir poco. Il Fatto non si è spinto a quel Berlusconi “problema di sicurezza nazionale” avvertito, denunciato e quant’altro da Domani, il quotidiano col quale Carlo De Benedetti si consola di non essere più l’editore di Repubblica. 

Titolo della Verità
Titolo di Libero

“Silvio, fermati !” gli ha gridato dalle colonne di Libero il pur dichiaratamente amico ed elettore Alessandro Sallusti avvertendolo che “avanti così finisce male” davvero. Un altro ex direttore del Giornale di famiglia, Maurizio Belpietro, gli ha rimproverato dalla prima pagina della Verità di avere “ributtato tutto all’aria”. Più comprensivo, e soprattutto solidale, è stato eroicamente -direi- il direttore in carica del Giornale Augusto Minzolini scommettendo, nonostante tutto, sulla formazione del nuovo governo di centrodestra, il primo a guida femminile, già in questa settimana: “non un’opzione, ma un obbligo, un dovere”, ha scritto il mio carissimo amico Augusto. Che si aspetta evidentemente da Giorgia Meloni, per non parlare del presidente della Repubblica con le sue prerogative di nomina, più senso di responsabilità, o patriottismo, del Cavaliere, il nuovo scorpione -direi- della favola della rana di Esopo. Lo scorpione che punge il suo salvagente nell’attraversamento del fiume, anche a costo di annegare, perché “è nella mia natura”. 

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Anche il sollievo del Colle disturbato da Berlusconi alla vigilia delle consultazioni

Titolo del Dubbio

Immagino -a torto o a ragione, aggiungo sapendo quanto siano sensibili le antenne del Quirinale in questo avvio di legislatura- il sollievo procurato al presidente della Repubblica dalla pace o tregua, comunque aggettivata nelle libere interpretazioni dei giornali, raggiunta fra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni nell’incontro “alla Scrofa”. Che è il modo col quale gli uomini e  le donne della destra italiana delle varie epoche, denominazioni e sigle, da Giorgio Almirante a Gianfranco Fini  e alla stessa Meloni, hanno sempre indicato un appuntamento alla sede nazionale del loro partito, a poca e nevralgica distanza sia dal Senato sia dalla Camera. Un luogo dal quale Berlusconi non si è lasciato impressionare, diciamo così, accettandolo per chiarirsi direttamente, a quattr’occhi, con la sua ex ministra della Gioventù che lo ha sorpreso a tal punto nella propria carriera politica da sopravanzarlo elettoralmente e da strappargli “il testimone”, come ha titolato in rosso l’irriverente Foglio dell’ex “amor nostro”. Così da quelle parti ancora chiamano il Cavaliere, che ne finanziò generosamente la fondazione e, a lungo, anche la crescita.  

Sempre al Foglio, con la stessa irriverenza, hanno attribuito a Berlusconi “il sorriso pallido di un prigioniero” nella foto che lo ritrae con la Meloni al termine dell’incontro, prima che il Cavaliere tornasse a inabissarsi nella sua auto, reduce addirittura da una cerimonia di “abdicazione”.  

Marzio Breda sul Crriere della Sera di ieri
Il titolo del Corriere della Sera a pagna 8 di lunedì 18 ottobre

Ma torniamo figurativamente al Quirinale. Dove la decisione, presa fra le altre alla Scrofa, di partecipare congiuntamente alle consultazioni per la formazione del nuovo governo, ha dissipato il timore della “complicazione” avvertita almeno per qualche ora, per dirla col quirinalista principe Marzio Breda. Che ne aveva scritto in un’”analisi” sul Corriere della Sera di lunedì sulle “variabili” che avrebbero comportato consultazioni separate e forse neppure omogenee. 

Marzio Breda sul Corriere della sera di ieri

Variabili, poi, al plurale per modo di dire perché, scrivendone alla fine al singolare, il buon Breda aveva osservato che  “l’alternativa per Mattarella sarebbe di prendere tempo, convocando un consulto supplementare”, sia pure sconsigliato da una “difficile situazione che non permette uno stallo”. Sergio Mattarella “potrebbe infine affidarsi ad un esploratore”, si era avventurato il quirinalista aggiungendo che “in tale eventualità il nome è quello di Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato e storico interlocutore dei duellanti”. Già, perché il principale esploratore del capo dello Stato nelle crisi è proprio il presidente del Senato, destinato per Costituzione anche a sostituirlo in caso di impedimento. 

Il presidente del Senato Ignazio La Russa

“Ma se ci riducesse a questo, vorrebbe dire che, tornando alla matematica, saremmo a zero”, aveva concluso Breda, essendosi consumato il dramma del centrodestra proprio attorno all’elezione di La Russa al vertice del Senato col contributo di una parte dell’opposizione, tra il fallito boicottaggio astensionistico di 16 dei 18 senatori di Forza Italia. 

L’hanno scampata bella, quindi, anche al Quirinale. E’stato, sotto certi aspetti, anche un epilogo “patriottico”, per usare un aggettivo caro a Giorgia Meloni, vista la frequenza con la quale vi ricorre. 

Pubblicato sul Dubbio

Le tante facce, reali o immaginarie, della pace fra Berlusconi e la Meloni

Titolo della Stampa
Titolo del manifesto

Ciascuno ha visto naturalmente ciò che ha voluto, o desiderato, nell’incontro di riconciliazione fra Silvio Berlusconi e Giorgio Meloni nei locali di via della Scrofa, a Roma, dove lavorarono ai loro tempi Giorgio Almirante e Gianfranco Fini. E i due -“fratello e sorella”, come li ha rappresentati il manifesto- hanno lasciato piena libertà di interpretazione, lettura e quant’altro incontrandosi completamente da soli, senza appendici, testimoni, collaboratori, cortigiani: chiamateli come volete.  Questa, francamente, non mi pare una circostanza da poco. Anzi, mi sembra -per le abitudini pregresse di entrambi e dei loro seguiti- la novità più significativa: più dello stesso luogo dell’incontro, che ha consentito ad una che deve averlo conosciuto bene come Flavia Perina, essendo stata la direttrice del Secolo d’Italia al piano terra dello stesso edificio, di rappresentarlo oggi, da inviata della Stampa, come “La Canossa del Caimano”. Cioè di Berlusconi.

Stefano Rolli sul Secolo XIX
Titolo della Stampa

Una Canossa -consentitemi anche questo- dove Stefano Rolli nella vignetta del Secolo XIX ha immaginato il Caimano, appunto,  costretto dalla Meloni a rimangiarsi su una lavagna tutti i giudizi contro di lei elencati su quel foglio ripreso dai fotografi sul banco del Cavaliere al Senato. Dove, a leggere sempre la Stampa di oggi, Berlusconi avrebbe detto alla Meloni di avere riportato solo le opinioni raccolte tra i senatori forzisti su di lei, anche se -in verità- ad averla appena incontrata in un ufficio di Montecitorio era stato lui, uscendone alquanto deluso dell’attenzione prestata alle sue richieste, preoccupazioni, osservazioni e quant’altro sulla formazione del nuovo governo. Ma ormai è acqua passata, come quella fatta scorrere da quel birichino di Gianfranco Miccichè sino all’ultimo momento sognando non più di un appoggio esterno di Forza Italia al governo. 

Titolo di Repubblica
Titolo del Foglio

Ora, se la tregua, piuttosto che la pace, raggiunta o concordata fra Berlusconi e la Meloni  in quello che Il Foglio ha chiamato “il passaggio di testimone”, sarà “armata” come nel titolo di Repubblica o no, “in attesa del prossimo scontro” secondo anche Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, potranno essere solo i fatti a dirlo. Basta aspettare. Non credo, però, già prima dell’ormai vicino conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio alla Meloni da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che credo sia stato il primo a tirare un respiro di sollievo apprendendo che, tra le cose concordate fra i due in via della Scrofa, c’è la comune partecipazione di tutto il centrodestra  alle consultazioni al Quirinale. Dove incontri separati avrebbero forse dovuto costringere il capo dello Stato ad approfondire, diciamo così, la reale disponibilità del Cavaliere ad assecondare la formazione del primo governo a guida femminile nella storia d’Italia. 

Titolo del Riformista

Nella varietà delle opinioni, valutazioni e simili dell’incontro che ha sbloccato una situazione giunta sull’orlo di un paradossale precipizio, pur dopo una vittoria elettorale delle dimensioni di quella ottenuta dal centrodestra nelle elezioni del 25 settembre, si è distinto a suo modo il Riformista di Piero Sansonetti allungando l’ombra di un “ricatto”. Cioè attribuendo la presunta resa di Berlusconi  alle “minacce di Meloni”. Che, a dire la verità, si era piuttosto sentita minacciate lei dal Cavaliere, reagendo alle critiche contenute su quel foglio galeotto fotografato al Senato la sua non ricattabilità. 

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Berlusconi a sorpresa atteso dalla Meloni in via della Scrofa

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Titolo di Repubblica

Silvio Berlusconi quindi – anche a costo di procurarsi l’annuncio di Repubblica che “Forza Italia si piega a Meloni”, o un fotomontaggio del Fatto Quotidiano in cui egli appare giù di morale, piegato forse dalle preoccupazioni di familiari veri o adottati come i figli Pier Slvio e Marina e gli amici Gianni Letta e Fedele Confalonieri- ha preso lui stesso l’iniziativa di riprendere contatto con la giovane leader della destra italiana. Nei cui uffici di partito a Roma, gli stessi che furono di Giorgio Almirante e di Gianfranco Fini tra prima Repubblica e successive presunte edizioni, l’ex presidente del Consiglio è atteso in giornata.  Immagino con quale soddisfazione per il presidente del Senato Ignazio La Russa, eletto al primo colpo giovedì scorso, in apertura della diciannovesima legislatura, senza l’appoggio di Forza Italia. ma col soccorso di una ventina di “franchi tiratori” delle opposizioni. 

Lorenzo Fontana, il novo presidente della Camera

Una quindicina di voti sono mancati a scrutinio segreto il giorno dopo anche nell’elezione del leghista Lorenzo Fontana alla presidenza della Camera, dove però il centrodestra ha margini di maggioranza superiori, per cui è risultato ugualmente autosufficiente per una soluzione al vertice di Montecitorio considerata “incendiaria” dal segretario del Pd Enrico Letta per le posizioni, diciamo così, integraliste dell’esponente del Carroccio spinto personalmente da Matteo Salvini. E sbertucciato in questi giorni per l’abitudine di definirsi sui moduli di Montecitorio “inpiegato”, con la n.  

A favorire una lettura sostanzialmente autocritica dell’iniziativa assunta o comunque attribuita a Berlusconi con l’annuncio del suo incontro odierno a casa, praticamente, di Giorgia Meloni ha contribuito la senatrice forzista Licia Ronzulli negando di essere mai stata un problema -come apparso invece su tutti i giornali- nei rapporti fra Forza Italia e la Meloni. Che non è apparsa proprio entusiasta di una incisiva partecipazione della Ronzulli al nuovo governo, per quanto sostenuta da Berlusconi in persona.

Gianfranco Miccichè alla Stampa

Tra i forzisti, a questo punto, sembra che sia rimasto solo il presidente uscente dell’assemblea regionale siciliano, e senatore appena eletto, Gianfranco Miccichè a diffidare, a dir poco, di Giorgia Meloni e dell’ultima edizione del centrodestra uscita dalle urne del 25 settembre. “Non bisogna andare a pietire per delle poltrone”, egli ha dichiarato alla Stampa riconoscendo tuttavia che “noi abbiamo firmato un contratto e sarebbe sbagliato ora fare un’altra cosa”. 

“Un modo per uscirne ci sarebbe”, ha osservato Miccichè: “diamo l’appoggio esterno al governo”. “A questo punto -ha aggiunto l’esponente forzista parlando della Meloni- si scelga lei questi scienziati di ministri”, fra i quali stenta a trovarne nel partito di Berlusconi di riconosciuti tali anche dall’ex presidente del Consiglio. 

Titolo del Giornale

Alla domanda se finirà così davvero, come del resto qualcuno si era già avventurato ad attribuire ai progetti del Cavaliere prospettando addirittura una partecipazione separata alle consultazioni al Quirinale, Miccichè ha risposto: “Non lo so. Ho visto il presidente così amareggiato che non so come andrà a finire questa vicenda. Lui ha mille risorse e anche stavolta magari farà il miracolo e si troverà una soluzione, che al momento non riesco a vedere”.  Eppure il governo -avverte un titolo del Giornale di famiglia di Berlusconi ancora fresco di stampa- va fatto “in fretta”. 

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Berlusconi attende un “segnale” dalla Meloni, che però ne aspetta le scuse

Titolo del Giornale
Titolo di Repubblica

Mentre a Repubblica si godono lo spettacolo della “Destra nelle sabbie mobili” dei rapporti fra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, al Giornale di famiglia dello stesso Berlusconi si sono concessi una “pausa di riflessine” aspettando con  Forza Italia, come dice un titolo di modesta apertura, “un segnale da Fdi”, che è il partito appunto della Meloni. Un segnale, si deve ritenere, di disponibilità, nella trattativa per la formazione del nuovo governo, ad un “comportamento” meno arrogante, prepotente e altro ancora di quello avvertito dall’ex presidente del Consiglio in un “pizzino”, come lo hanno chiamato gli avversari, da lui stesso esposto nel suo banco di Palazzo Madama ai fotografi che naturalmente  dalle tribune non se lo sono lasciato scappare. E ciò mentre i forzisti cercavano inutilmente di boicottare l’elezione di Ignazio La Russa a presidente, avvenuta con una ventina di voti giunti dalle opposizioni. 

Titolo della Stampa

Ma Giorgia Meloni, dichiaratamente orgogliosa di non essere “ricattabile” da Berlusconi o da altri, e comunque ben viva e operativa, non come quella mosca schiacciata recentemente dall’ex presidente del Consiglio in diretta, mentre parlava davanti ad una telecamera, non risulta tentata, almeno al momento, da qualche iniziativa di chiarimento, riappacificazione e simili. Anzi, alla Stampa risulta che, ancora offesa da quei giudizi esposti come “pizzini”, la leader della destra voglia “le scuse di Silvio”. Ma scuse vere, non finte come quelle che, per esempio, vengono espresse in qualche intervista in risposta a domande più o meno di comodo. Meno intransigente è tuttavia la Meloni descritta dal Corriere della Sera.

Alessandro Sallusti su Libero

La situazione deve essere apparsa abbastanza compromessa anche ad un amico e sostenitore di Berlusconi come il direttore di Libero Alessandro Sallusti. Che ha scritto nel suo editoriale: “Se qualcuno, soprattutto delle parti di Forza Italia, pensa che viceversa sia meglio la strada del “crepi Sansone con tutti i filistei”, bè si accomodi pure ma sappia che sarà davvero l’ultimo atto di una storia politica che non meriterebbe di finire così tristemente”. 

Licia Ronzulli
Titolo del Fatto Quotidiano

Lo scenario del “crepi Sansone con tutti i filistei” è quello immaginato, auspicato, coltivato sul Fatto Quotidiano di un Berlusconi talmente deciso a vendicare una Licia Ronzulli  contrastata dalla Meloni come ministra di un certo peso da salire al Quirinale “da solo” per le consultazioni e indicare al Capo dello Stato “un altro nome” come presidente del Consiglio. Sarebbe lo scenario immaginato anche dal manifesto con quel titolo di copertina “Coltelli d’Italia”. 

Titolo del manifesto

Fratelli coltelli, del resto, non è solo uno sfortunato film comico del 1997. E’ anche, o soprattutto, la rappresentazione abbastanza frequente di una realtà sociale e politica contro la quale sentirono di scommettere a suo tempo Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Guido Crosetto non immaginando -credo- neppure loro dove avrebbero potuto arrivare insieme come “fratelli d’Italia”, prima di provare i coltelli degli alleati di centrodestra. 

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Peggiore di un incidente lo scontro di Silvio Berlusconi con Giorgia Meloni

Più ancora di quel foglio scritto a mano da Silvio Berlusconi con pesanti giudizi, a dir poco, su Giorgia Meloni, pur definita qualche giorno prima in una intervista al Giornale di famiglia “determinata” e “lucida” abbastanza per guidare il governo, colpisce la serie di foto scattate la mattina del 13 ottobre sulla postazione del Cavaliere al Senato. Dove l’ex presidente del Consiglio sottopone quel foglio alla vista di Licia Ronzulli distratta in quel momento da una conversazione con la vicina di banco. Ma poi ripresa a leggere l’appunto di Berlusconi seguendone il dito indicatore dei vari passaggi in cui la candidata a Palazzo Chigi viene definita arrogante, prepotente e via via insultando.

Titolo di Libero

Più si guardano quelle immagini, scattate da un fotografo di Repubblica immagino quanto orgoglioso della sua giornata di lavoro nelle tribune affacciate sull’aula di Palazzo Madama nel primo giorno della nuova legislatura, e più riesce francamente difficile condividere l’accusa di furto lanciata da Libero in difesa del Cavaliere. Che non può essere scambiato, con l’esperienza che ha in materia di comunicazioni, per uno sprovveduto incapace di valutare la esposizione sua e dei suoi documenti ad una postazione fotografica. Altro che “rubate”, quelle immagini sembrano esibite.

Berlusconi e La Russa

Trovo inoltre singolare, a dir poco, che di questa vicenda abbia voluto parlare con i giornalisti il presidente del Senato in persona, Ignazio La Russa. Che, anziché disporre accertamenti forse dovuti sulla regolarità di quelle riprese, chiamiamole così, ha praticamente sfidato Berlusconi a smentire l’autenticità di quel documento così poco amichevole verso la leader della destra italiana. Che, dal canto suo, ha rivendicato il diritto di essere quanto meno riconosciuta come “non ricattabile” dal suo censore.

Massimo Gramellini sul Corriere della Sera

Si era capito già da tempo, in campagna elettorale, che Berlusconi avrebbe avuto qualche problema a considerarsi a proprio agio in un centrodestra guidato con tanta nettezza dalla “signora Meloni”, come la chiamava. Ma francamente non si poteva immaginare che l’insofferenza, a dir poco, avrebbe potuto raggiungere il livello raggiunto in questi giorni. E che ha fatto appena scrivere a Massimo Gramellini di Silvio Berlusconi sulla prima pagina del Corriere della Sera: “Di un uomo non disposto a obbedirgli avrebbe detto che era ingrato, frustato, fallito: quello che disse di Fini, in fondo. Ma se una donna osa contraddirlo, significa che è supponente e arrogante. In realtà Meloni è la sua Nemesi: la dea greca del contrappasso, arrivata apposta per lui dall’Olimpo della Garbatella”. 

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Troppo piccolo Matteo Renzi per potersi intestare l’operazione La Russa

Titolo del Dubbio

 Il guaio di Matteo Renzi, nell’affaraccio del Senato, dove una ventina di esponenti delle varie opposizioni hanno aiutato Ignazio La Russa nell’elezione a presidente osteggiata da forzisti, è forse quello di non potersi aggiudicare tutto il merito dell’operazione. I parlamentari di cui egli dispone con Carlo Calenda a Palazzo Madama sono soltanto nove. Se ne avesse avuti abbastanza per intestarsi da solo il colpaccio se ne sarebbe forse vantato, adducendo magari come motivo -che non sarebbe poi stato peregrino- la disponibilità annunciata già in campagna elettorale, pur nell’ambito di un’opposizione al centrodestra, a contribuire alla “riscrittura delle regole”, come lui la chiama. E che forse è stato anche l’oggetto di un colloquio avuto proprio con La Russa nei giorni scorsi.

Nella impossibilità aritmetica di attribuirsi tutta la paternità dell’operazione, Renzi si è toscanamente divertito, dietro la facciata della solita, spavalda smentita d’ufficio, gonfiando il petto e strabuzzando gli occhi, a fare sospettare di complicità con lui  la maggior parte possibile di persone o forze politiche. 

Dario Franceschini

Così il ministro ancora per qualche giorno Dario Franceschini, decisosi ad approdare al Senato dopo avere a lungo inseguito nella sua esperienza politica la presidenza della Camera, si è visto assegnare dal suo ex collega di partito, peraltro, la “intelligenza” adatta a movimentare l’avvio della diciannovesima legislatura nell’aula di Palazzo Madama. D’altronde, nel Pd la situazione è talmente fluida, a dir poco, che tutto è possibile immaginare e attribuire. 

Maria Teresa Meli ieri sul Corriere della Sera

Anche la parte dell’opposizione dalla quale si è levata per prima, alta e forte, cioè quella pentastellata, la protesta contro il soccorso fornito al nuovo presidente del Senato, non può considerarsi per ciò stesso esente da sospetti. La brava Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera ha riferito, per esempio, di “un gruppo di senatori grillini”  sorpresi  in “un brindisi a base di spriz” dopo l’elezione di La Russa a dispetto di un Berlusconi fuori dalla grazia di Dio, ma curiosamente accorso a votare chissà come all’ultimo momento, dopo avere fatto astenere i suoi. Uno spettacolo francamente surreale di fronte al quale forse l’unica cosa seria da fare è  disconnettersi. 

Pier Luigi Bersani

D’altronde, il povero Pier Luigi Bersani, a distanza di nove anni dall’accaduto, quando le Camere non erano state ancora ridotte ai seicento parlamentari elettivi di oggi, non   conosce l’identità di quei cento e più compagni o amici di partito che impedirono l’elezione al Quirinale prima di Franco Marini e poi di Romano Prodi. Lui, già ammaccato come presidente del Consiglio incaricato sulla strada di un governo “di minoranza e di combattimento” basato sulla benevolenza di Beppe Grillo, dovette dimettersi da segretario. E già allora, pensate un pò, qualcuno avvertì lo zampino di Matteo Renzi, che pure non era parlamentare. Si allenava come esterno, da sindaco di Firenze, al ruolo di rottamatore. 

Pubblicato sul Dubbio

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