Berlusconi a sorpresa sommerge di elogi Giorgia Meloni

Silvio Berlusconi al Senato

Persino Berlusconi -verrebbe da dire dopo tutti i problemi che le ha creato nel cantiere del governo, e quelli che un suo intervento annunciato per oggi al Senato sembravano in arrivo- si è sbracciato a casa in elogi del discorso programmatico di Giorgia Meloni alla Camera. Dove i sì alla fiducia sono stati  ieri sera 235 e i no 154. 

Titolo del Giornale

“Assai pregevole, definitivo, chiaro, condivisibile” sono gli aggettivi del Cavaliere, che pure la Meloni presentando il suo governo non aveva trovato, o voluto trovare il modo di citare non foss’altro come fondatore del  centrodestra, tornato  con lei a Palazzo Chigi  undici anni dopo l’uscita di Berlusconi. “Giorgia cambia marcia”, ha titolato il Giornale di famiglia, come per spiegare il maggiore apprezzamento, chiamiamolo così, dell’ex presidente del Consiglio nei riguardi della sua ex ministra salita così in alto. Dove l’amico e ministro della Difesa Guido Crosetto ha previsto o auspicato che rimanga per “dieci anni”, il doppio di quelli propostisi pubblicamente dall’interessata forse sentendosi ancora un pò “underdog”, cioè sfavorita, come lei stessa ha raccontato di essersi considerata per un lungo tratto della sua carriera politica. 

Giuliano Ferrara sul Foglio
Titolo del Foglio

“Madonna Giorgia”, ha scritto e titolato sul Foglio Giuliano Ferrara, pur reduce da un voto dato nelle urne al Pd “per pura compassione, una volta esaurita (ormai da anni) la forza propulsiva del Cavaliere”, ha spiegato quasi scusandone il primo ministro del centrodestra, nel 1994, per i rapporti col Parlamento. “Il presepe di Madonna Giorgia -ha scritto Giuliano- non mi ispirava e non mi ispira. Mi sembra tutto troppo facile, affidato come a un gioco di parole, di parafrasi, di facilismi parlamentari. Tuttavia sorpresa e spiazzamento li devo riconoscere. Avrebbe potuto fare di quell’Aula sorda e grigia un bivacco per i suoi simboli”, anziché dei “manipoli”  di Benito Mussolini cento anni fa, “invece sembrava la presidente del Consiglio scelta dagli elettori”. 

Giuseppe Conte alla Camera

Lo stesso Enrico Letta -il segretario del partito votato dal fondatore del Foglio, preferito anche al terzo polo di Carlo Calenda e di quel Matteo Renzi indicato otto anni fa proprio da Ferrara, con tanto anche di libro, come il “royal baby” di Berlusconi- ha prospettato a Montecitorio un’opposizione “inflessibile” sì ma obiettivamente assai diversa, meno aggressiva nei toni e negli argomenti, da quella “implacabile” intestatasi da Giuseppe Conte nel primo discorso pronunciato da parlamentare, essendo prima passato per quell’aula da esterno, direttamente come presidente del Consiglio. E come penso -ad occhio e croce- non tornerà mai più ad essere con quel partito pentastellato di cui lui stesso, guidando il governo per quasi metà della scorsa legislatura con maggioranze opposte, ha dimezzato i voti. Ne ha raccolti assai meno del Pd, cui però Conte contesta ora la guida dell’opposizione perché -ha praticamente spiegato con la dichiarazione di voto contro la fiducia- Enrico Letta non può rimproverare alla Meloni ciò che lui invece le rinfaccia ogni giorno: di avere ereditato la cosiddetta e famosa “agenda Draghi”. Infatti Letta nella stessa aula di Montecitorio, dopo di lui, è tornato a vantarsi di avere sempre sostento il governo Draghi, cui invece Conte nell’ultima curva della scorsa legislatura, anche a costo di provocare le elezioni anticipate, aveva ritirato la fiducia. 

Titolo del manifesto
Dalla prima pagina della Stampa

L’opposizione intesa in senso lato è insomma alla ricerca di un capo riconosciuto dalle sue varie componenti. La maggioranza di destra-centro, come l’ha orgogliosamente definita Tommaso Foti nella dichiarazione del voto di fiducia dei fratelli d’Italia, un capo ce l’ha, al femminile, per quanto possano sentirsi stretti Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. E per quanto la Meloni possa essere definita “peronista” da Lucia Annunziata sulla Stampa, o far gridare “Povera patria” al manifesto.

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Che avranno mai fatto i caduti di Nassirya alla sinistra ?

Titolo del Dubbio

 In alcuni passaggi del discorso programmatico letto nell’aula della Camera Giorgia Meloni è riuscita, con l’abilità oratoria acquisita nella sua militanza politica e di piazza, a spingere anche la variegata opposizione di sinistra  ad unirsi agli applausi del suo centrodestra, levandosi persino in piedi con fratelli d’Italia, forzisti e leghisti

È accaduto, per esempio, quando la presidente del Consiglio ha ricordato Paolo Borsellino e gli altri magistrati assassinati dalla mafia, ha riconosciuto i meriti del personale sanitario nella lotta al Covid, o ha omaggiato Papa Francesco, anche se in questo caso piddini  e un po’ di grillini si sono uniti dopo qualche attimo di esitazione alla più tempestiva Marianna Madia. E se ne sono forse pentiti quando la premier ha ricordato del Papa anche il recente monito a non considerare l’assistenzialismo l’unico o maggiore  modo di contrastare la povertà. Attenti quindi a non esagerare col reddito di cittadinanza di conio pentastellato.

I caduti italiani a Nassirya nel 2003

L’unico passaggio in cui la Meloni non è proprio riuscita a fare alzare la sinistra, ma solo a strapparle applausi seduti a macchia di leopardo, è stato quello in memoria dei caduti italiani nelle missioni internazionali di pace. Mi chiedo che cosa abbiano fatto i connazionali morti a Nassyria e altrove contro pezzi o tutta intera l’attuale opposizione.

Pubblicato sul Dubbio

La rivincita della Meloni alla Camera sulle insofferenze dei suoi alleati

 Ho francamente perso il conto, ascoltandone  dalle tribune della stampa alla Camera il discorso programmatico, delle volte in cui Giorgia Meloni è riuscita a fare scattare in piedi come una falange, compatti negli applausi, tutti i deputati del centrodestra. Dove pure serpeggiano malumori e quant’altro per le frustrazioni provocate dalla lista dei ministri e una diffusa volontà di rivincita nella distribuzione dei posti di vice ministro e sottosegretario. Che non a caso è stata rinviata a dopo la fiducia scontata di oggi a Montecitorio e di domani al Senato, giustificata nella sua rapidità dalle emergenze in atto e dagli appuntamenti europei e, più in generale, internazionali nell’agenda del governo. 

In questa capacità oratoria, emotiva e quant’altro, acquisita in tanti anni di militanza politica a destra, dalle sezioni di partito alle piazze, Meloni si è già presa una bella soddisfazione conoscendo le tensioni interne al suo schieramento per le solite, vecchie ragioni e questioni di potere. 

Matteo Salvini a Montecitorio

Mi ha fatto impressione, a questo proposito, l’irruenza con la quale Matteo Salvini è arrivato ai banchi di governo all’ultimo momento e, prendendo posto alla destra dello scranno della presidente del Consiglio non ancora presente, le ha quasi invaso lo scrittoio con le sue cartelle e altro materiale. Non più tardi di ieri nel suo ufficio di ministro delle Infrastrutture il leader leghista aveva voluto convocare il comandante della Guardia Costiera quasi per ammonire a distanza proprio la premier a non azzardarsi a togliergli davvero le competenze sui porti per darle al ministro “del mare”, e non solo del Sud, Nello Musumeci: un “fratello d’Italia” detronizzato da governatore  della Sicilia per le resistenze opposte alla sua conferma nell’isola dai partiti di Silvio Berlusconi e dello stesso Salvini. Dai porti -si sa- il ministro delle infrastrutture, e vice presidente del Consiglio, intende vigilare direttamente sui “confini” minacciati dall’immigrazione clandestina. 

La capacità di presa, mobilitazione, controllo e altro ancora dei parlamentari del suo schieramento da parte della Meloni deve avere impressionato l’opposizione di sinistra. Dove, pochi o molti che siano, pensano che la nuova premier possa durare molto meno dei cinque anni propostisi pubblicamente a causa delle divisioni, gelosie, frustrazioni e simili dei partiti della coalizione di centrodestra. 

Giorgia Meloni alla Camera per il discorso programmatico

La stessa sinistra d’altronde non ha saputo reagire univocamente ai passaggi più significativi del discorso programmatico della presidente del Consiglio. Si sono alternati da quelle parti glaciali silenzi e indifferenze, sporadici applausi e adesioni più o meno immediate levandosi in piedi con la maggioranza. Ciò è accaduto, in particolare, levandosi cioè in piedi per applaudire, quando la Meloni ha ricordato i magistrati uccisi dalla mafia, a cominciare naturalmente da Paolo Borsellino, di simpatie notoriamente di destra, o ha ringraziato il personale sanitario mobilitatosi nella lotta al Covid, o ha rivolto un saluto a Papa Francesco. Di cui peraltro ha voluto ricordare a sorpresa un recente intervento contro la pretesa di combattere la povertà solo con l’assistenzialismo, per esempio, del reddito di cittadinanza politicamente targato 5 Stelle. 

E’ curioso, a dir poco, che tra i passaggi del  discorso della Meloni cui la sinistra è rimasta generalmente o prevalentemente indifferente nell’aula di Montecitorio sia stato quello patriottico -direbbe la stessa Meloni- di elogio e ringraziamento agli italiani morti nelle missioni internazionali di pace in varie parti del mondo. Chissà perché i caduti di Nassiria, per citare i più famosi, per i quali le piazze italiane si riempirono a suo tempo di lacrime e bandiere, non abbiano scaldato più di tanto i cuori della sinistra.

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Le Camere precedute dall’Ucraina nella fiducia al governo di Giorgia Meloni

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Prima ancora di ottenerla dalla Camera, entro stasera, e dal Senato domani, il governo di Giorgia Meloni ha ottenuto la fiducia dell’Ucraina, annunciata personalmente dal presidente Volodymyr Zelensky in una lunga intervista al Corriere della Sera. 

Zelensky al Corriere della Sera

“Giorgia? Volodymir, chiamami Giorgia” Mi ha risposto -ha raccontato il presidente ucraino- dopo che io l’avevo chiamata per nome. E’ andata proprio così, subito. E’ stata diretta e personale. Credo che abbiamo costruito un’ottima relazione in continuità col periodo iniziato da Draghi”. Con il quale -ha detto ancora Zelensky- “il livello delle nostre relazioni bilaterali aveva fatto un salto in avanti e ora continueremo a migliorarlo. Le ho detto questo e lei mi ha risposto che certamente era anche la sua volontà, che non intende distruggere nulla di ciò che è stato costruito….. L’ho invitata a Kiev e lei ha replicato che verrà”. 

Sempre Zelensky al Corriere

In un altro passaggio dell’intervista  concessa dopo una telefonata ricevuta dalla premier italiana Zelensky ha parlato della “comune alleanza” esistente con Roma chiarendo e specificando: “Un’alleanza in genere nell’Unione Europea”. “E ora – ha aggiunto come per fare un esempio- la nuova premier è pienamente coinvolta nella discussione a Bruxelles per inviarci un pacchetto di nuovi aiuti militari. Mi sembra tutto positivo”. 

Il presidente ucraino Zelensky
Ancora Zelensky al Corriere

Invitato a parlare anche di Silvio Berlusconi, da lui recentemente accusato di bere troppa vodka, mandatagli da Putin per il suo ultimo compleanno, Zelensky ha un pò corretto il tiro della sua prima reazione a clamorose sortite dell’ex presidente del Consiglio italiano recependo forse le spiegazioni date in questi giorni per telefono al ministro degli Esteri ucraino dal nuovo omologo italiano Antonio Tajani, vice dello stesso Berlusconi alla presidenza di Forza Italia. In particolare, il presidente ucraino ha raccontato di essere “meno spaventato” ora che ha saputo che Berlusconi “si è limitato a ripetere” sulla guerra in corso il racconto di Putin. Ma egli ha anche precisato, aggravando in qualche modo la polemica sul piano politico, che a spaventarlo di meno è ancor più il fatto che a votare Berlusconi è “solo l’8 per cento degli italiani”. “Questa -ha detto- è la risposta confortante del vostro elettorato. Ciò mi basta….Comunque ha quasi 90 anni e gli auguro di restare in buona salute”. 

A “quasi 90 anni”, quattro in più di quanti effettivamente ne abbia compiuti il mese scorso,  Berlusconi non sembra tuttavia rassegnato a rinunciare ad un certo protagonismo e ad una certa insofferenza all’interno del centrodestra da lui fondato nel lontano 1994, e sviluppatosi in modo forse diverso dalle sue stesse previsioni, o scommesse. E’ stato infatti preannunciato per domani al Senato un suo discorso “orgoglioso” intervenendo nella discussione sulla fiducia di scena oggi a Montecitorio. 

Berlusconi, d’altronde, è stato preceduto da fedelissimi che hanno pubblicamente contestato a Giorgia Meloni  di avere sacrificato troppo Forza Italia nelle presidenze delle Camere e nelle nomine dei ministri, per cui occorrerebbe riparare a livello di vice ministri e sottosegretari. 

La vignetta del Secolo XIX su Matteo Salvini

Forse ancor più insidioso di questo malumore berlusconiano è però per la Meloni l’attivismo del leader leghista Matteo Salvini. Il quale, deciso a riproporsi e a muoversi come difensore dei confini nazionali dai clandestini che approdano ogni giorno sulle coste, nelle sue nuove vesti di ministro delle infrastrutture ha subito convocato il comandante della Guardia Costiera, appunto. Che dovrebbe invece passare alle dipendenze del ministro “del mare”, oltre che del Sud, Nello Musumeci, del partito della Meloni, reduce dall’esperienza di governatore della Sicilia interrottasi per il non gradimento di forzisti e leghisti. Ma oltre a presidiare le coste, Salvini ha mobilitato con riunioni di ogni tipo il suo partito sui temi economici che prevarranno nelle prime decisioni del governo, per quanto al Ministero dell’Economia sieda il leghista Giancarlo Giorgetti.

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La continuità del governo Meloni contesa fra Berlusconi e Draghi

Dalla prima pagina del Corriere della Sera del 23 ottobre
Titolo del Dubbio

Tommaso Labate sul Corriere della Sera ha attributo a Silvio Berlusconi questo commento vedendo in televisione la cerimonia del giuramento dei ministri al Quirinale: “Mi sembra di rivedere la squadra giovanile del mio governo del 2008. Meloni, Fitto, Calderoli, Crosetto, Santanchè, Urso e poi Bernini, che arrivò dopo…Diciamo che quella era la Primavera e ora sono arrivati in prima squadra”. 

Franco Cardini al Fatto Quotidiano

E’ la stessa impressione, ma in negativo, avvertita da vecchi e nuovi avversari di Berlusconi. Che hanno rimproverato a Giorgia Meloni, appunto, di avere in gran parte ripescato ministri delle precedenti  edizioni del centrodestra invecchiati, magari passati nel frattempo da Forza Italia ai fratelli d’Italia subentrati alla destra di Gianfranco Fini. Anche il professore Franco Cardini, di destra, ha lamentato in una intervista al Fatto Quotidiano “uno scarso ricambio nella classe dirigente dei partiti”, dove in questi anni si sono “confusi semplicità e semplicismo”, come anche “in gran parte della nostra stampa”.

Silvio Berlusconi al Senato

Oltre a quel commento iniziale, con tanto di virgolette, Labate ha attribuito a Berlusconi la decisione di partecipare personalmente al dibattito sulla fiducia al Senato per ribadirlo. E al tempo stesso per reclamare, a suo modo, in vista delle nomine dei vice ministri e sottosegretari, compensazioni a ciò che al suo partito sarebbe stato sottratto a livello di ministri fra mancate nomine o postazioni minori rispetto a quelle richieste.

Valentino Valentini a Libero

Che ci siano d’altronde problemi nel centrodestra pur “continuo” rispetto a 14 anni fa, lo ha riconosciuto -parlandone a Libero– l’ormai ex deputato Valentino Valentini ma tuttora fidato consigliere di Berlusconi. “A ogni governo che parte -ha detto- si augura la massima durata. Così com’è composto, ha tutti i requisiti per poter lavorare per il Paese. La tenuta dipende dalla coesione che la Meloni riuscirà a creare con la sua compagine governativa e dalla rapida ricomposizione delle inevitabili fratture all’interno dei partiti che lo sostengono, provocate da aspirazioni frustrate che sono anch’esse effetti collaterali del processo di formazione, ma tendono poi a ricomporsi”. 

Non so, francamente, se in questo ragionamento del consigliere di Berlusconi ci sia più fiducia nella “ricomposizione” o più minaccia nel caso in cui la presidente del Consiglio -mi permetto di chiamarla così, anche se lei preferisce che se ne parli al maschile o neutro- non dovesse volere o riuscire a creare la “coesione” attesa ad Arcore e dintorni. Minacciosa, del resto, è anche la posizione assunta dalla Meloni quando, alle prime sortite a dir poco polemiche, o di disturbo, di Berlusconi ha reagito nei giorni scorsi chiedendosi abbastanza pubblicamente se qualcuno non volesse tornare al voto, con un altro turno ben più anticipato di elezioni rispetto a quello del 25 settembre scorso. 

Marco Tarchi al Quotidiano Nazionale

C’è qualcosa comunque che non torna nella continuità avvertita da Berlusconi, che la vorrebbe completata o rafforzata nel percorso del governo. Credo che non abbia torto il professore Marco Tarchi nel sostenere, come ha detto in una intervista al Giorno, Nazione e Resto del Carlino, che in Giorgia Meloni e nel suo governo ci sia “un mix di conservatorismo e nazionalismo che promette cambiamenti radicali del Paese, ma difficilmente” la premier “si scosterà dalle linee tracciate da Draghi”, puntando “a dare un’immagine rassicurante di fronte alla crisi”. 

Lo scambio dellle consegne a Palazzo Chigi

Chi ha seguito per televisione l’accoglienza ricevuta, e ricambiata, da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi sino al passaggio della campanella del Consiglio dei Ministri dalle mani di Maio Draghi alle sue, dopo novanta minuti di colloquio per consegne ancora più consistenti, non può non avere rilevato una continuità di segno opposto a quello avvertito o attribuito a Berlusconi. La continuità, piuttosto, è rispetto al governo Draghi, cui pure la Meloni nella scorsa legislatura si era opposta, salvo sul versante tutt’altro che secondario della politica estera, e della guerra in Ucraina. Un governo, quello di Draghi, nel quale i tre ministri entrati in rappresentanza di Forza Italia sono usciti dal partito -e insultati come traditori e ingrati- quando Berlusconi e Salvini gli hanno negato l’ultima fiducia. 

Meloni e Macron a Roma

Segni visibili di continuità del nuovo governo rispetto al precedente si avvertono anche nella conferma, anzi nella promozione del leghista Giancarlo Giorgetti da ministro dello Sviluppo Economico a ministro dell’Economia e nel passaggio di Roberto Cingolani -Attila, secondo Il Fatto Quotidiano– da ministro della transizione ecologica a consigliere di Palazzo Chigi, con la Meloni, per la stessa materia comprensiva della crisi energetica. Non parliamo poi del lavoro svolto dietro le quinte da Draghi in persona, d’accordo con Sergio Mattarella, per consentire l’esordio della nuova premier sul versante internazionale incontrando a Roma il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. 

Pubblicato sul Dubbio

Giorgia Meloni esordisce alla guida del governo incontrando Macron a Roma

Titolo del Corriere della Sera

Non sono stati i novanta minuti dell’incontro di ieri mattina con Mario Draghi a Palazzo Chigi per lo scambio delle consegne, prima del festoso passaggio della campanella del Consiglio dei Ministri dall’uno all’altra, ma hanno avuto una forte consistenza politica anche i sessanta minuti  trascorsi  in serata da Giorgia Meloni col presidente francese Emmanuel Macron, sul terrazzo di un albergo affacciato su Trastevere. Non è stato insomma, per quanto definito “informale” da  entrambe le parti, un semplice incontro di cortesia, di rispetto della premier italiana verso un ospite illustre presente a Roma per un evento della Comunità di Sant’Egidio sulla pace. “Prime intese”, ha titolato il Corriere della Sera.

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Repubblica

“A lezione d’Europa”, ha preferito invece annunciare Repubblica con la solita allusione critica verso la leader della destra diventata la prima presidente del Consiglio nella storia d’Italia. Dello stesso tenore è stata la rappresentazione dell’incontro sul Fatto Quotidiano con quel Macron che “dà a Giorgia lezioni di sovranismo contro gli Usa sul gas”, venduto oltre Oceano agli europei a prezzi troppo alti lucrando sul rincaro dei rifornimenti energetici dalla Russia, che ne ricava il finanziamento della guerra all’Ucraina. 

Il tweet del Presidente francese

Questa storia o rappresentazione del governo Meloni “a lezione” è smentita dal tweet che lo stesso Macron ha diffuso sul colloquio avuto con la premier italiana. Esso dice: “E’ in quanto europei, paesi confinanti, per l’amicizia dei nostri popoli, che con l’Italia dobbiamo proseguire il lavoro intrapreso. Farcela insieme, con dialogo e ambizione, è ciò che doniamo ai giovani e ai nostri popoli. Questo incontro @GiorgiaMeloni, va in questa direzione”. 

Il “lavoro da proseguire” è quello condotto dallo stesso Macron e Mario Draghi anche al  recentissimo Consiglio Europeo in un duro braccio di ferro con i tedeschi  sul tetto al prezzo del gas. Un lavoro che la Meloni ha ereditato e intende continuare a tal punto da procurarsi, sempre sul Fatto Quotidiano, la definizione di “ostaggio” del l’ex presidente del Consiglio. Un ostaggio così  sottomesso da avere assunto come consulente -ha protestato il giornale di Marco Travaglio- l’ex ministro draghiano della transizione ecologica Cingolani. Che di nome si chiama Roberto, tradotto in “Attila” nel titolo del Fatto. 

Il segretario del Pd Enrico Letta

E’ proprio per la continuità prodottasi fra lui e la Meloni ex oppositrice che Draghi nei giorni scorsi, tenendone informato al Quirinale il consenziente Sergio Mattarella, ha lavorato dietro le quinte per creare le condizioni dell’incontro di ieri sera fra il presidente francese e la nuova premier italiana. Missione compiuta, direi. Altro che Meloni – ripeto- in grembiule “a lezione”, come fa comodo immaginare anche al segretario del Pd Enrico Letta per la concorrenza con un Giuseppe Conte convinto di essere lui il capo dell’opposizione, pur avendo  il suo MoVimento 5 Stelle raccolto nelle urne del 25 settembre meno voti, e portato alle Camere meno parlamentari, del partito del Nazareno.

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La campanella del Consiglio dei Ministri passata davvero di mano, e di genere

Giorgia Meloni ieri al Quirinale dopo il giuramento
Giorgia Meloni all’arrivo a Palazzo Chigi

La campanella del Consiglio dei Ministri è dunque passata davvero di mano, e di genere. Mario Draghi, che aveva ricevuto personalmente Giorgia Meloni aspettandola alla fine della scalinata di Palazzo Chigi, percorsa a piedi dall’interessata dopo avere ricevuto nel cortile gli onori militari, l’ha consegnata con aria soddisfatta e sollevata, orgogliosamente consapevole di avere fatto al meglio il suo lavoro con tutti i ministri che lo avevano affiancato. A cominciare naturalmente, ma direi anche significativamente, da Giancarlo Giorgetti, l’unico rimasto nella nuova compagine, e in un ruolo ancora più importante: da ministro dello Sviluppo Economico a ministro dell’Economia e Finanza, in qualche modo sponsorizzato pubblicamente, con dichiarazioni di apprezzamento, dal predecessore Daniele Franco. 

Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e Finanza

Questa conferma e insieme promozione di Giorgetti, vice segretario della Lega di Matteo Salvini, per suo conto vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, è un pò emblematica della continuità sostanziale, se non addirittura, fondamentale fra i due governi. Il nuovo, cui pure Giorgia Meloni come leader della destra costituita dai fratelli d’Italia, si era opposta nella legislatura scorsa, ha ereditato dal vecchio la politica estera, sempre importante ma in modo particolare in questi tempi di guerra in Europa con l’aggressione della Russia all’Ucraina, e i conti custoditi da Draghi con la competenza riconosciutagli a livello mondiale, specialmente alla luce della sua esperienza al vertice della Banca Europea, a Francoforte. Solo certi sapientoni italiani nostalgici del doppio passaggio, a maggioranze opposte, di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi per conto del movimento grillino ora da lui stesso presieduto, glielo hanno ostinatamente contestato, sino ad irriderlo. La consistenza dell’eredità è stata d’altronde confermata dalla lunghezza del colloquio svoltosi fra i due presidenti prima dello scambio delle consegne con la campanella. 

Biden e Draghi un anno fa al G20

Il futuro di Draghi, sorridente e commosso da gran signore all’arrivo e alla partenza da Palazzo Chigi fra un lungo elenco di emergenze, ma anche da tutti gli appuntamenti internazionali di cui è stato padrone di casa o ospite, dal G20 di Roma l’anno scorso al Consiglio Europeo dei giorni scorsi; il futuro di Draghi, dicevo, peraltro cattolico praticante, è nelle mani di Dio. E non solo in quelle del presidente americano Joe Biden, di cui tutti ormai conoscono, al di qua e al di là dell’Atlantico, il desiderio di vederlo non più tardi dell’anno prossimo al vertice della Nato. 

Titolo di ieri di Repubblica
Giorgia Meloni

Anche il futuro di Giorgia Meloni, cattolica praticante pure lei, orgogliosa anche in piazza della sua fede religiosa, con tutte le prolunghe e cadute sociali e politiche tradotte da Repubblica nei giorni scorsi nel titolo di “Patria e famiglia” dedicatole in chiave vagamente critica, è nelle mani di Dio. Ma anche, naturalmente, delle sue per la capacità che saprà dimostrare di governare concretamente. Dovrà farlo peraltro dovendosi paradossalmente guardare -forse anche come potrà emergere dal dibattito parlamentare sulla fiducia nei prossimi giorni, fra Camera e Senato- più dagli alleati di centrodestra che dalle opposizioni già incapaci di  fronteggiare unite prima, durante e dopo la campagna elettorale la sua dichiarata scalata al vertice della classifica dei partiti e, conseguentemente, a Palazzo Chigi nella logica e nei meccanismi della legge  che porta il none maccheronicamente latino di Rosatellum. Una legge che proprio le opposizioni hanno voluto lasciare in vigore, neppure tentando davvero di modificarla, pur dichiarandosene ora vittime. Un altro dei paradossi della politica italiana. 

La sorpresa di un governo di continuità, non di ribaltamento

L’editoriale ieri del manifesto
Titolo del manifesto oggi

In attesa -mentre scrivo- di godermi lo spettacolo televisivo del passaggio della campanella d’argento del Consiglio dei Ministri dalle mani di Mario Draghi a quelle di Giorgia Meloni, succedutagli dopo avergli fatto opposizione per un anno e mezzo scoprendo alla fine di doverne più continuare l’azione che rovesciarla, mi chiedo perché mai i miei colleghi del manifesto, generalmente ed encomiabilmente capaci di rimanere brillanti nei titoli anche nella polemica, si siano abbandonati alle peggiori, becere abitudini della sinistra. Lo hanno fatto sparando quell’”arrivano i mostri” sulla foto istituzionalmente consueta e persino banale del nuovo governo in posa al Quirinale attorno al presidente della Repubblica dopo il giuramento del presidente del Consiglio e dei ministri. Mostri, addirittura. Ai quali, del resto, già il giorno prima, dopo averne appreso i nomi, la direttrice del manifesto Norma Rangeri aveva a suo modo gridato nel titolo del suo editoriale: “Adesso comincia l’incubo”. Un incubo uguale e contrario, direi, a quello dei dirigenti del Pci che nel 1969 espulsero i compagni del manifesto che la pensavano diversamente da loro.

Dalla prima pagina di Repubblica

Per fortuna la sinistra non era nel 1969, grazie anche al manifesto, tutta quella rappresentata dai vertici del partito comunista, così come oggi non è quella che lo stesso manifesto ha ritenuto di rappresentare mostrificando il governo appena nato. Su Repubblica, per esempio, che pure   non si è spesa dopo le elezioni anticipate del 25 settembre a favorire questo parto della politica, sino a temere o denunciarne la coincidenza col centenario della marcia fascista su Roma, l’ex direttrice dell’Unità Concita De Gregorio ha scritto un apprezzabile, condivisibilissimo commento al quale è stato negato nel titolo anche il punto interrogativo che io, magari, avrei messo: “E se fosse normale questa destra”.

Il giuramento personale di Giorgia Meloni al Quirinale

Mi scuso per le lunghe citazioni cui mi appresto ma credo che ne valga la pena in questo passaggio certamente importante della politica italiana, che si è guadagnata l’attenzione delle famose “cancellerie” internazionali. E che è destinato a riservarci chissà quante sorprese, oltre a quella iniziale di una continuazione, anziché di una contrapposizione fra l’uomo in uscita -anzi, diciamo pure uscito da Palazzo Chigi quando qualcuno mi leggerà -e la donna che ne ha preso il posto dopo un’opposizione parlamentare già spentasi, in verità, negli ultimi mesi sul versante non certo secondario della politica estera. 

Concita De Gregorio su Repubblica

Consapevole che spesso “è il nuovo che spaventa”, l’editorialista di Repubblica di fronte alla fotografia dei “mostri” denunciati dal manifesto ha osservato che “qui di nuovo non c’è niente”, perché “i volti fino a ieri ignoti che avrebbero dovuto suscitare massima vigilanza, allarme democratico, eia eia alalà, sono tutti già nell’album delle figurine da anni, i cronisti politici hanno i loro numeri in agenda e li chiamano per nome. Di tecnici, pochissimi e tutti con uso di mondo, gente che ha fatto pubbliche relazioni, che ha governato processi e atenei….”. Ce n’è uno, nemmeno tecnico, che -ha ricordato in un altro passaggio Concita De Gregorio- è addirittura passato dal governo Draghi al governo Meloni. E’ addirittura il ministro (leghista) dell’Economia Giancarlo Giorgetti. 

Ancora Concita De Gregorio su Repubblica

A chi non piace comunque il nuovo governo non resta naturalmente che  “la grande occasione” di “fare opposizione con la forza della ragione”. Si tratta di “rimettere in ordine questioni e principi, misurarsi alla prova dei fatti”. E non dimenticare “la sconfitta simbolica di una sinistra che è stata incapace di fare in vent’anni quello che Giorgia Meloni ha fatto negli ultimi due” portando il suo partito di destra in testa alla classifica del campionato politico, oltre che lei stessa – la prima donna- a Palazzo Chigi. Come dare torto a Concita De Gregorio?  

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Tutte le ragioni della sconfitta di Berlusconi nella partita di governo

Vignetta del Secolo XIX

Giocata tutta all’interno del centrodestra con sin troppa chiarezza ed evidenza -sia per la “nettezza dei risultati elettorali”, significativamente ricordata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al termine delle consultazioni, sia per la responsabilità di guastafeste che ha voluto assumersi personalmente l’interessato agitando con un bel pò di sortite clamorose l’avvio della legislatura- la partita del governo si è decisamente conclusa con la sconfitta di Silvio Berlusconi. Bastava guardarne la faccia ieri mattina all’uscita della folta delegazione del centrodestra dall’incontro con Mattarella, durato pochi minuti. Non occorre spingersi oltre quelle immagini arrivando magari al sarcasmo della vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, in cui Giorgia Meloni rifiuta il brindisi offertole da Berlusconi brandendo una delle venti bottiglie di Vodka speditegli da Putin per il suo recente compleanno. 

Titolo del Foglio

Nè occorrerebbe addentrarsi nel mistero dell’”ultimo sgarro a FI” genericamente infilato nel titolo di prima pagina del Foglio. Che perfidamente ha attribuito, nel pezzo sottostante, alla vicinanza alla “quasi moglie” di Berlusconi, la deputata Marta Fascina, la esclusione della  forzista Gloria Saccani Jotti dalla lista dei ministri, dove era entrata con destinazione all’Università e alla ricerca scientifica. E’ un’esclusione della quale, sempre secondo Il Foglio, la presidente del Consiglio si sarebbe assunta la responsabilità, parlandone con Mattarella, al pari di un’altra decisione destinata a scontentare il vice presidente  leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini: il passaggio della competenza sui porti, e sulla Guardia Costiera, al Ministero del Sud e del Mare affidato all’ex governatore della Sicilia Nello Musumeci, di fede politica meloniana..

Il nuovo ministro degli Esteri Antonio Tajani

La sconfitta di Berlusconi sta paradossalmente perfino nella nomina pur da lui proposta di Antonio Tajiani a vice presidente del Consiglio e soprattutto ministro degli Esteri, avvenuta alla fine per la fiducia espressagli direttamente dal Partito Popolare Europeo in un summit dove sono approdate con una certa preoccupazione le sorprese per la comprensione appena  confermata da Berlusconi a Roma verso le ragioni di Putin nella guerra all’Ucraina. Che sarebbe cominciata per il solo proposito di Mosca di sostituire a Kiev uno Zelensky che un pò se l’era cercata  per certi  comportamenti antirussi.

Ora si spera che, sapendo quanto meno di compromettere la permanenza di Tajani alla Farnesina, e nella stessa Forza Italia diventata una mezza polveriera, Berlusconi si risparmi altre sortite a dir poco imbarazzanti, e persino orgogliose rivendicazioni di una leadership internazionale. 

Titolo del Giornale
Il nuovo ministro della Giustizia Carlo Nordio

Ma un altro, o addirittura il principale segno della sconfitta di Berlusconi in questa partita del governo -peraltro a guida femminile per la prima volta nella storia d’Italia, come ha finalmente scoperto con un titolo su tutta la prima pagina il Giornale di famiglia-  è la nomina di Carlo Nordio a ministro della Giustizia. Cui il Cavaliere di Arcore avrebbe preferito la “sua” ex presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, anche dopo avere fatto alla Meloni la cortesia di incontrarlo per meglio valutane le idee e intenzioni. A questo incontro-esame l’ex magistrato, di indiscussa competenza e di provata fede garantista anche nell’esercizio delle funzioni di pubblico ministero esercitate durante la carriera, si è pazientemente sottoposto senza riuscire a convincere cotanto giudice. 

Quella tentata contro Nordio finalmente e fortunatamente guardasigilli è francamente un’avventura politica che l’ex presidente del Consiglio poteva risparmiarsi, non foss’altro per non soccombere.

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Mattarella ha lasciato l’impronta nel governo di Giorgia Meloni

Giorgia Meloni, la prima donna alla guida di un governo in Italia
Titolo del Dubbio

Sergio Mattarella ha voluto ancora una volta lasciare la sua impronta -non solo formale ma anche sostanziale- nella formazione del nuovo governo. Nelle brevi comunicazioni finali davanti alle telecamere, dopo che Giorgia Meloni aveva letto la lista dei ministri da lui appena accettata, e forse anche un pò migliorata, il presidente della Repubblica ha voluto ricordare “la nettezza” dei risultati elettorali a chi, ascoltandolo, poteva non apprezzare la creatura appena nata. Rispetto  a quei risultati un capo dello Stato non può mettersi di traverso, come dimostrò lo stesso Mattarella all’inizio della scorsa legislatura accettando il rientro in gioco  un pò sbilenco di Giuseppe Conte, all’ultimo momento, dopo una prima rinuncia. L’avvocato aveva riaperto le trattative con i leghisti dopo che Mattarella aveva già conferito l’incarico ad un altro: il povero  Carlo Cottarelli.  

Mattarella inoltre un pò si è vantato della rapidità con la quale si è arrivati alla formazione del nuovo governo, meno di un mese dopo le elezioni, ma dall’altra se n’è in qualche modo scusato ricordando le urgenze ed emergenze insieme sul tappeto: interne, europee e mondiali. 

Fra le novità imposte, o comunque scaturite dai tempi necessariamente rapidi di questo avvio della nuova legislatura c’è il risparmio di tutti gli incontri, persino pleonastici, che per tanti anni i presidenti del Consiglio incaricati si concedevano e ci imponevano prima di accettare l’incarico. Ben fatto, direi. E grazie. 

Pubblicato sul Dubbio

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