La premier italiana come una sarta nella prima missione a Bruxelles

Con la solita efficacia di scrittura e di immagine Antonio Polito ha scritto sul Corriere della Sera –a proposito degli appuntamenti odierni a Bruxelles con la presidente del Parlamento continentale, la presidente della Commissione esecutiva e il presidente del Consiglio Europeo- che Giorgia Meloni “farà bene a usare questo primo contatto per prendere le misure dell’abito da indossare” nelle successive riunioni collegiali, “perché non potrà essere quello sfoggiato nell’esordio da premier a Roma”. Che è l’abito della sfida, della durezza su tutti i fronti: la Meloni “fiera del pugno di ferro” rappresentata dalla Stampa in riferimento alle misure adottate con urgenza su raduni, carcere “ostativo” dei detenuti di mafia e rientro anticipato dei medici no vax negli ospedali in Italia. Esse hanno provocato non poche proteste, e riserve anche nella maggioranza ad opera dei forzisti di Silvio Berlusconi, alle quali la premier ha reagito dicendosi “orgogliosa” delle decisioni prese, pur sapendo che sono  destinate, specie in materia di raduni non autorizzati con più di 50 persone punibili sino a 6 anni di carcere, ad essere modificate in Parlamento. 

La durezza in sede europea è quella, evocata in un titolo sulFoglio, della “pacchia finita” gridata in piazza dalla Meloni a Milano in campagna elettorale contro una Unione Europea solitamente piegata agli interessi dei tedeschi. Con i quali già Mario Draghi -che l’ha preceduta a Palazzo Chigi lasciandole in eredità un contenzioso sostanzialmente ancora aperto proprio con Berlino sulla crisi energetica e il tetto necessario al prezzo del gas- le ha consigliato nella cordiale e collaborativa transizione fra i due governi di imitarlo nel pugno chiuso in un guanto di velluto. O -per restare all’immagine di Polito sul Corriere- indossando un abito non troppo stretto. 

Le circostanze hanno purtroppo voluto che la missione di approccio, diciamo così, della Meloni a Bruxelles, già di per sé non scambiabile per “una passeggiata”, come ha titolato il manifesto, coincidesse con uno scontro a livello diplomatico proprio con i tedeschi sul problema vecchio e spinosissimo dell’immigrazione clandestina. Che non è una questione bilaterale, la cui controparte per l’Italia varia da un caso all’altro, ma generale, continentale perché chi, da solo o soccorso in mare da una nave volontaria, punta sui porti italiani  come confini meridionali dell’Europa. 

Della nuova controversia invece bilaterale fra Italia e Germania -la cui bandiera sventola sulla nave Humanity 1 diffidata dal Viminale, come ai tempi del ministro dell’Interno Matteo Salvini, dallo sbarcare da noi 179 migranti, di cui 105 minori, senza una preventiva loro distribuzione fra i Paesi dell’Unione- si è occupato con particolare e significativa evidenza Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. Il suo titolo al centro della prima pagina dice. “Meloni: navi ong pirata- Berlino: soccorsi subito”. 

Ma all’Humanity 1 per parità di condizioni, con il coinvolgimento questa volta anche della Norvegia, si sono nel frattempo aggiunte altre due navi. Il totale dei migranti trattenuti in mare senza poter contare su uno sbarco regolare nei porti italiani è di circa un migliaio. 

Come la Meloni nella sua “avventura di governo spero lunga, sicuramente difficile”, ha detto nella cerimonia di giuramento dei sottosegretari a Palazzo  Chigi, voglia risolvere questo problema si sa: con la distribuzione dei migranti fra i vari paesi europei già prima delle loro partenze dalle coste africane, grazie a un blocco navale concordato fra gli Stati affacciati sul Mediterraneo. I disperati oggi gestiti dai cosiddetti scafisti, cioè dai rivoltanti commercianti di carne umana, dovrebbero poter attendere ordinatamente, e davvero liberi, non imprigionati e trattati come bestie, che apposite commissioni europee ne  controllino provenienza e richieste di espatrio e li destinino ai vari paesi dell’Unione. Sarebbe bello, certo. Ma neppure il cammino verso una simile soluzione, per dirla col manifesto, è “una passeggiata”.

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Il gioco delle trappole ordito o attribuito alla Meloni con le misure su raduni e Covid

Fra le misure adottate dal governo con una priorità che il Pd avrebbe preferito fosse stata assegnata al caro-bollette, quelle contro i raduni illegali hanno provocato le reazioni più dure: ancora di più del rientro delle migliaia di medici “no vax” negli ospedali, dove pare che non tutti sono lì ad aspettarli a braccia aperte considerandoli dei rinforzi nella lotta alla perdurante pandemia da Covid. C’è piuttosto “tensione” per questo, come dice un titolo di prima pagina del Corriere della Sera, comunque secondario rispetto a quello dedicato alle polemiche sull’intervento contro i “rave party”.

“La legge manganello” ha protestato contro questo intervento la Repubblica inseguendo o inseguita, come preferite, dal Fatto Quotidiano con la “Galera per i ragazzi”. Che, non bastando evidentemente, è stata condita con una vignetta di Riccardo Mannelli sul manganello e con un fotomontaggio in cui, da sinistra a destra, il ministro dell’Interno, la presidente del Consiglio  e il vice presidente e leader della Lega sono travestiti da agenti di Polizia attrezzati per gli scontri. 

A leggere il direttore Claudio Cerasa sul Foglio, sotto il titolo in rosso “Come trollare la sinistra”, Giorgia Meloni avrebbe calcolato tutto questo, con la perfidia di una politica consumata, per provocare eccessi di reazione identitaria e ricavarne vantaggi. “La sinistra in questa logica -ha scritto Cerasa- diventa la parte politica che difende l’illegalità dei rave, che vuole offrire canne libere per tutti…. che vuole combattere l’ergastolo ostativo perché vuole difendere i mafiosi, che sogna di ripristinare appena possibile dolcissimi lockdown, che sogna di tappare ancora le nostre bocche con le mascherine solo per mettere le nostre vite nelle mani dello Stato, che vuole assecondare i diktat delle case farmaceutiche inoculando tutti i nostri figli con ogni genere di vaccino non sufficientemente testato” ed altro ancora. 

Sembrano fatti apposta per confermare questa interpretazione o analisi del direttore del Foglio i titoli del Giornale di famiglia di Silvio Berlusconi e di Libero. Il primo rappresentando “Il Pd sulle barricate in difesa dei rave” e per “il ritiro delle norme”. Il secondo rappresentando, ancora più in generale, “La sinistra allo sbando”. 

Verrebbe la voglia di congratularsi con la Meloni, dal punto di vista di Cerasa e forse anche suo, per avere così esattamente e rapidamente raggiunto l’obbiettivo di mettere gli avversari in cattiva luce sul versante dell’”elettorato di buon senso”, come ieri sulla Stampa chiamava quello reale e potenziale della “destra pragmatica” Flavia Perina. Che la conosce bene avendone diretto per anni il giornale ufficiale, ai tempi di Gianfranco Fini: Il Secolo d’Italia. 

C’è però qualcosa che non funziona in questa rappresentazione, in questo gioco della o delle trappole attribuito alla Meloni. Ed è -a dispetto dei titoli già ricordati del Giornale e di Libero- la partecipazione neppure tanto nascosta di una parte della maggioranza e dello stesso governo alle critiche, riserve e quant’altro rispetto alle misure adottate con decreto legge e già pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale per essere state rapidamente controfirmate dal Capo dello Stato. Del quale buone fonti mi hanno riferito la convinzione che siano destinate ad essere modificate nella conversione parlamentare. Infatti già oggi Il Messaggero assicura in un sottotitolo in prima pagina che “si studia la riduzione della pena” massima di sei anni per promotori e attori di raduni illegali di più di 50 persone. Già in Consiglio dei Ministri il vice presidente forzista Antonio Tajani si era esposto con osservazioni critiche al testo delle norme predisposte dal ministro dell’Interno convincendo delle sue argomentazioni la Meloni. Che tuttavia al termine della riunione, commentando anche  la nomina dei sottosegretari, aveva avvertito di aspettarsi “lealtà” dagli alleati. 

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Le sorprese della Meloni nel varo delle prime misure del suo governo

Il buon Massimo Franco sul Corriere della Sera ha visto nelle misure adottate dal Consiglio dei Ministri “un inizio molto identitario”, concedendo che “forse non poteva essere diversamente”. Un inizio identitario di destra cioè, essendo diventata di “destra-centro” la coalizione originariamente di centrodestra fondata nel 1994 e a lungo condotta personalmente, fra Palazzo Chigi  e l’opposizione, da Silvio Berlusconi. 

Certamente di destra può essere sommariamente interpretata,  con i canoni di certa sinistra, la durezza con la quale il Viminale, diversamente dalla precedente titolare, ha gestito la vicenda del “rave party” a Modena. Che si spera sia stata l’ultima edizione di questo tipo di raduni con licenza di droga e simili.

Eppure, poiché le reazioni politiche e mediatiche contano per farsi un’idea o un giudizio, l’apertura di un giornale come Il Fatto Quotidiano, che riflette spesso e a volte persino anticipa le posizioni di Giuseppe Conte, impegnato ora a correre più a sinistra di tutti, non sembra proprio un grido di protesta. Essa, pur definendo  nel sommario “ruspa” quella del ministro Matteo Piantedosi a Modena, ha soltanto  riferito: “Il reato di rave party, poi ergastolo e Covid” . Questo e non altro di più, ripeto, il giornale di Marco Travaglio ha registrato delle “prime misure del Cdm”. Le proteste di un giornale di opposizione di sinistra stile Conte si sono scaricate, col solito fotomontaggio e il resto, solo sull’“L’Armata Brancameloni” dei 39 sottosegretari, otto dei quali destinati ad essere viceministri, nominati per completare il governo cercando di accontentare il più possibile, o scontentare il meno possibile, i partiti della maggioranza. Da uno dei quali Giorgia Meloni ha accettato anche la designazione di Vittorio Sgarbi ai beni culturali, o alla Cultura tout court, come si preferisce dire ora a Palazzo Chigi. 

La competenza del mio amico Vittorio di sicuro c’è. Spero, per la Meloni, che arrivi anche il contenimento comportamentale e caratteriale dell’interessato, protagonista in passato come parlamentare e sottosegretario di episodi ispirati non proprio alla moderazione. Stavolta tuttavia Sgarbi se la dovrà forse vedere con un presidente del Consiglio -come la Meloni preferisce essere chiamata, al maschile- meno paziente. 

Ma torniamo alla prudenza, tutto sommato, del giornale più vicino a Conte nel registrare e riferire sulle prime misure del nuovo governo. E’ proprio indicando quello che il direttore in persona Piero Sansonetti ha chiamato addirittura “l’asse Meloni-Travaglio”, che un quotidiano orgogliosamente garantista come Il Riformista ha gridato contro il governo: “Giustizia: passa la linea fasciogrillina”. E ha aggiunto, tra parentesi, coinvolgendo nella protesta il nuovo ministro della Giustizia, pur famoso per le sue posizioni generalmente osteggiate dai suoi ex colleghi  magistrati d’accusa: “E Nordio? Se la dorme”. 

Il nuovo ministro, già candidato al Quirinale dalla Meloni, avrebbe concesso troppo proprio ai suoi ex colleghi d’accusa rinviando l’applicazione della riforma Cartabia del processo penale e non difendendo abbastanza il diritto reclamato -e un pò sostenuto anche dalla Corte Costituzionale- da condannati di mafia all’ergastolo di sottrarvisi con benefici derivanti da una lunga detenzione. E’ il problema del cosiddetto “ergastolo ostativo”: una cosa complicatissima che evidentemente neppure Nordio riesce a spiegare bene al pubblico, se è così facile anche per lui essere strapazzati dal buon Sansonetti. 

Speriamo, per Nordio naturalmente, così tanto voluto da Giorgia Meloni come Guardasigilli, al punto da impegnarsi in un braccio di ferro con Berlusconi che voleva al suo posto la ex presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti, dirottata alla fine al Ministero delle Riforme; speriamo per Nordio, dicevo, che appaia più sveglio a Sansonetti nel prosieguo dell’azione di governo. 

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Se anche Berlusconi accorre al capezzale del Pd temendone la fine

“Un Pd in bambola, suonato come un pugile, è un pericolo per Giorgia Meloni perché regala la golden share della controparte politica al M5s di Giuseppe Conte, il quale -dal draghicidio in poi- è tornato a crescere grazie ai “no” a prescindere”. Così ha scritto Marco Zucchetti in un editoriale recente del Giornale della famiglia Berlusconi invitando “tutti”, sin dal titolo, a temere “il coma” in cui si trova il partito di Enrico Letta, messo sui binari di un congresso destinato a concludersi con le primarie solo il 12 marzo, fra quattro mesi e mezzo. 

“Un’enormità”, ha avvertito inutilmente l’ex presidente del Pd Matteo Orfini in un intervento all’ultima direzione al Nazareno lamentando, fra l’altro, la sottovalutazione del pericolo costituito da un Giuseppe Conte “ipocrita e trasformista”. Che da “punto di riferimento più alto dei progressisti” indicato dall’ex segretario del Pd Nicola Zingaretti è diventato il concorrente di Enrico Letta, e di chi gli succederà, alla guida dell’opposizione. Una gara -direi- nella quale, se la perdesse, il Pd passerebbe dal coma alla morte, dal reparto di terapia intensiva, dove è finito dopo la sconfitta elettorale del 25 settembre scorso, all’obitorio. Altro che “il nuovo Pd” propostosi dal segretario uscente in veste di “garante e arbitro” di tutto il percorso congressuale di “rifondazione”: un segretario liquidato con derisione da Libero come un “beduino vagante all’infinito nel deserto della sinistra”. 

Ma il pericolo avvertito dal Giornale per il coma del Pd davvero investe soltanto  Giorgia Meloni a causa di una “controparte” egemonizzata da Conte nella sua ultima versione di sinistra estrema, o quasi? E’ troppo malizioso pensare che ancor più della Meloni -certamente consapevole della durezza dello scontro con Conte, durante il cui discorso alla Camera sulla fiducia lei ha dato della “merda” secondo una ricostruzione labiale non smentita- il pericolo minacci Berlusconi? Il quale potrebbe trovarsi ancora più stretto di adesso nel destra-centro che è diventato il suo originario centrodestra se non potesse contare su un Pd dialogante per soluzioni d’emergenza in caso di crisi. 

D’altronde, pur avendo inaugurato la stagione del bipolarismo, basata sulla contrapposizione alla sinistra, Berlusconi non ha avuto molte remore a partecipare col Pd a maggioranze chiamate “larghe” o “di solidarietà nazionale”, secondo le circostanze.  Lo fece nell’autunno del 2011 cedendo Palazzo Chigi a Mario Monti e appoggiandone un governo tecnico osteggiato invece dalla Lega ancora di Umberto Bossi. Lo rifece nel 2013 col primo e unico governo di Enrico Letta, da lui preferito a un Matteo Renzi che l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano era pronto già a chiamare a Palazzo Chigi se ne avesse avuto la designazione da una maggioranza riconosciutasi nella inopportunità di chiudere la legislatura appena cominciata. Il povero  Pier Luigi Bersani aveva ingenuamente creduto di poter formare con l’aiuto dei grillini un governo definito “di minoranza e combattimento”. 

Nel 2018 di fronte alla vittoria  elettorale imprevista delle 5 Stelle Berlusconi concesse praticamente alla Lega, nel frattempo passata sotto la guida di un Matteo Salvini che lo aveva peraltro sorpassato nelle urne, la licenza di un governo con Conte pur di evitare le elezioni anticipate, anche allora.  E quando, nel 2021, nel corso della stessa legislatura, fallì anche il secondo governo di Giuseppe Conte consentito a sorpresa dal Pd, Berlusconi non esitò un istante a aderire al governo e alla maggioranza “anomala” voluta dal presidente della Repubblica, nella impossibilità o indisponibilità alle elezioni anticipate in periodo di pandemia acuta,  mandando Mario Draghi a Palazzo Chigi. Allora Berlusconi si trascinò appresso la Lega nella maggioranza col Pd. Ne vollero rimanere fuori -o ne furono  esclusi per un veto dei grillini, secondo alcune fonti – i fratelli d’Italia della Meloni, non so se più fortunati o astuti nella conduzione di un’opposizione destinata a consegnare loro il centrodestra e, insieme, il primo governo peraltro a conduzione femminile nella storia d’Italia: un vero e proprio bingo. 

Di questo bingo della destra  Berlusconi, non a caso distintosi per imprevedibilità e nervosismo nei primi passi della nuova legislatura, e ancora tentato – parlandone con Bruno Vespa- da distinzioni sul versante della guerra in Ucraina, sembra francamente più un prigioniero, per quanto applaudito come un patriarca dal governo Meloni in piedi al Senato, che un beneficiario. E ancor più lo sarebbe se il Pd uscisse anche dalla scena dell’opposizione per dissolversi nel vuoto, o accettare la subordinazione ai grillini. La cui avventura, del resto, era cominciata nel 2009 con la tentata iscrizione dello stesso Grillo al Pd, in Sardegna, per scalarne la segreteria nazionale lasciata da Walter Veltroni. Al governo, in quei tempi, c’era ancora Berlusconi col suo centrodestra, per quanto già insidiato dalle ambizioni di Gianfranco Fini. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il “caso La Russa” o il “caso La Stampa”, secondo le preferenze degli spettatori

Non ci voleva francamente molto a prevederlo. Attaccato dal segretario ed altri esponenti del Pd per la sua intervista alla Stampa sulla festa di liberazione e dintorni, il presidente del Senato ne ha contestato il titolo “volutamente fuorviante”. Che in prima pagina diceva ieri: “Non festeggio questo 25 aprile”. 

Ad una specifica domanda Ignazio La Russa aveva risposto: “Dipende. Certo non sfilerò nei cortei per come si svolgono oggi perché lì non si celebra una festa della libertà e della democrazia ma qualcosa di completamente diverso, appannaggio di una certa sinistra”. E aveva ricordato il suo modo istituzionale di partecipare alla festa, quando era ministro della Difesa e andò a depositare una corona al cimitero di Milano davanti al monumento dei partigiani. 

Ma la protesta di La Russa, espressa per agenzie d’informazione e altri siti elettronici, è stata respinta con la stessa procedura dal direttore della Stampa Massimo Giannini sostenendo di “non aver fuorviato un bel niente”. La polemica si è infine tradotta in uno scambio di lettere fra i due pubblicate oggi in prima pagina sullo storico quotidiano torinese. In cui da una parte La Russa ricorda episodi di intolleranza, a dir poco, che hanno frequentemente caratterizzato in piazza la festa di liberazione: ai danni, per esempio, delle rappresentanze delle forze ebraiche che parteciparono alla lotta contro l’occupazione nazifascita dell’Italia, o del padre di Letizia Moratti quando la figlia era sindaco di Milano. Dall’altra  parte Giannini, riducendo le contestazioni lamentate dal presidente del Senato a episodi  “del tutto marginali”, se la prende con “un busto di Mussolini” custodito da La Russa a casa sua invitandolo a scomodare Giorgia Meloni da Palazzo Chigi per “buttarlo via” insieme, a sostanziale titolo di liberazione della destra che entrambi rappresentano dalla dipendenza culturale e politica dal fascismo. 

Eppure nella stessa intervista di Paolo Colonnello al presidente del Senato, condotta con tono incalzante ma amichevole derivante dai rapporti esistenti tra loro da quando a Milano l’uno era cronista giudiziario e l’altro esercitava la professione di avvocato, la storia di quel “busto” si trova raccontata in un modo che lascia sospettare che il direttore della Stampa non l’abbia letta, o non le abbia voluto credere. Sentitela rileggendo con me il passaggio in cui si descrive La Russa che, rispondendo ad una domanda dell’ospite, lo accompagna in una ricognizione, chiamiamola così, destinata a sfatare la leggenda della sua casa trasformata in una specie di mausoleo fascista, con tanto di busto, appunto, di Mussolini. “In effetti -racconta Colonnello- è una statuetta poco ingombrante del Duce, con stivaloni e mani sui fianchi, appoggiata su una mensola di un corridoio in penombra”. La cui origine è così riferita da La Russa: “E’ un oggetto che apparteneva a mio padre, persona che adoravo, e che ho ereditato. Avrei dovuto buttarlo? E’ sempre stato in questo corridoio, insieme a un elmetto dell’esercito popolare cinese e a un fregio comunista dell’Urss”. 

E’ personalmente e francamente imbarazzante per un vecchio giornalista questa polemica del sessantenne direttore della Stampa condotta contro il presidente del Senato su simili basi. Una polemica, fra l’altro, che deriva dalla curiosa convinzione che  la liberazione dell’Italia dal nazifascismo debba essere celebrata a un livello istituzionale come quello ora di La Russa solo mettendosi a capo o nel mezzo di un corteo, cui non ricordo di avere mai visto un presidente in carica della Repubblica o del Senato. Pertanto mi chiedo se siamo più davanti a un “caso La Russa”, denunciato dal segretario del Pd Enrico Letta anche in una intervista al quotidiano piemontese in cui la seconda carica dello Stato è accusata di essere troppo “divisiva”, o ad un “caso La Stampa”, con tutto il rispetto dovuto, per carità, al quotidiano storico di Torino e fra i più diffusi e autorevoli giornali d’Italia.  

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Quel virgolettato galeotto di La Russa sulla festa di liberazione

Certo, a leggere su tutta la prima pagina della Stampa quel virgolettato del presidente del Senato Ignazio La Russa che con sei mesi di anticipo annuncia “Non festeggio questo 25 aprile”, viene subito voglia, d’istinto, di consigliare a Giorgia Meloni, peraltro reduce da una visita alla tomba del milite ignoto all’altare della Patria per “onorare il passato”,, come ha scritto, di guardarsi più dagli amici che dai nemici. E di ripetere l’omonima e celebre preghiera al Signore. 

Uno però va a leggersi l’intervista, raccolta da Paolo Colonnello nell’abitazione milanese di La Russa, con tanto di descrizione anche dei cimeli fascisti in parte ereditati dal padre, e scopre che quel virgolettato è alquanto forzato, a dir poco. A domanda -direbbe un verbale giudiziario- se “celebrerà il 25 aprile”, l’imputato risponde: “Dipende. Certo non sfilerò nei cortei per come si svolgono oggi. Perché lì non si celebra una festa della libertà e della democrazia ma qualcosa di completamento diverso, appannaggio di una certa sinistra”. Che infatti suole fischiare, per esempio a Milano, la rappresentanza delle formazioni ebraiche  partecipanti alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. 

“Non ho avuto difficoltà come ministro della Difesa a portare una corona di fiori al monumento dei partigiani al cimitero Maggiore di Milano. E non era un atto dovuto”, ha ricordato il presidente del Senato. Che come tale si è poi difeso anche da una domanda d’accusa su presenze che potrebbe risparmiarsi, come quelle recenti nella sede del suo partito e a Palazzo Chigi, quanto meno inopportune per la seconda carica dello Stato, cui meglio si addice “ un passo indietro”. 

Anche a questa domanda -per dirla giudiziariamente- l’imputato ha risposto. E, ripetendo “la promessa solenne” fatta dopo l’elezione al vertice di Palazzo Madama di “essere presidente di tutti, sforzandomi di garantire sia maggioranza che opposizione”, ha detto: “Solo a me hanno cominciato a guardare dove metto i piedi! Ricordo che Bertinotti, Fini e Casini erano capi di partito e facevano i Presidenti della Camera. Oppure ricordo il Presidente del Senato Forlani: altro che La Russa”. 

Quel Forlani naturalmente è un lapsus, al posto di Fanfani. Correttezza forse avrebbe voluto che l’intervistatore lo rilevasse con una interruzione, che mi rifiuto di credere evitata per allungare sull’intervistato l’ombra di una smemoratezza già all’età di 75 anni, oggi considerabile di normale anzianità, diciamo così. Di Fanfani comunque La Russa fa bene a ricordare quanto si è risparmiato di esplicitare: quella riunione di capicorrente del suo partito, la Dc, convocata nel 1973 a Palazzo Giustiniani, e da lui stesso presieduta, per rovesciare i risultati dei congressi locali svoltisi nelle precedenti settimane e indirizzare il congresso nazionale, alla sua immediata vigilia, verso una direzione opposta: la rimozione del pur fanfaniano Arnaldo Forlani dalla segreteria democristiana e di Giulio Andreotti da Palazzo Chigi col suo governo. In cui i liberali avevano preso il posto dei socialisti usciti due anni prima dalla maggioranza di centro-sinistra per l’elezione di Giovanni Leone alla Presidenza della Repubblica, non concordata con loro. 

Non per voler fare processi a giornali e giornaloni ma solo per rilevarne una fragilità quanto meno pari alla tanto bistratta informazione digitale, più immediata e ormai anche più diffusa, non mi sembra il caso di complicare ulteriormente da parte dei giornalisti una situazione politica già difficile di suo introducendo tensioni a dir poco forzate. Penso che La Russa troverà il modo di partecipare alla festa del 25 aprile a suo modo, come ha ricordato di aver fatto come ministro della Difesa, sapendo bene com’è nata la Repubblica in Italia: sulle ceneri di un fascismo troppo a lungo tollerato da una Monarchia per questo rovesciata nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946. E sapendo bene anche quanto siano accesi i riflettori dell’antifascismo sul governo di destra-centro ai suoi primi passi.  

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Il sorpasso mancato di Giuseppe Conte sul pur incidentato Enrico Letta

Quel rompiscatole del professore Nando Pagnoncelli – come lo considereranno sotto le 5 Stelle- ha interrotto, o quanto meno disturbato, dalle colonne del Corriere della Sera la festa di Giuseppe Conte aperta ieri sul Fatto Quotidiano con l’annuncio del sorpasso sul Pd ancora di Enrico Letta, sia pure del solo 0,3 per cento. E certificato da Alessandra Ghisleri, la sondaggista di fiducia di Silvio Berlusconi, faceva notare il giornale di Travaglio. Che si divertiva anche a proporre allegramente Conte in versione Gassman nel film Il sorpasso del lontano 1962. 

L’Ipsos di Pagnoncelli ha appena attribuito invece al Pd il 18,8 per cento, alle 5 Stelle il 16, ai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni il 29,8 per cento, quasi il 30, con un sostanzioso salto rispetto al risultato elettorale del 25 settembre ai danni della Lega, scesa all’8 per cento, e di Forza Italia, scesa al 6,1. Sono valutazioni, quest’ultime, concordi con quelle della Ghisleri, che avevano indotto ieri Il Fatto Quotidiano a titolare “Meloni si mangia FI”, in un rigo sotto il sorpasso di Letta da parte di Conte. 

Chissà se Pagnoncelli è riuscito a sollevare un pò l’umore del segretario del Pd, uscito malconcio, con critiche di segno opposto, dalle quattro ore di dibattito “psicanalitico” – come lo ha definito sul Foglio Salvatore Merlo- alla direzione del Nazareno, conclusasi con l’avvio del lungo percorso congressuale di “ricostituzione” del partito: lungo perché si concluderà con le primarie il 12 marzo dell’anno prossimo, fra cinque mesi. “Un’enormità” , ha commentato l’ex presidente del Pd Matteo Orfini dopo avere accusato i suoi compagni di sottovalutare ancora il Conte “ipocrita e trasformista” col quale alcuni vorrebbero riprendere al più presto l’alleanza, subendone anche la richiesta di cambiamento del “gruppo dirigente”. 

Dello stato di salute, diciamo pure della sorte del Pd -va registrato anche questo- comincia a preoccuparsi persino il Giornale di famiglia di Berlusconi perché -dice oggi nel titolo l’editoriale- “in coma fa male a tutti”, non solo a se stesso. Nostalgia delle passate comuni partecipazioni a maggioranze imposte da particolari difficoltà, come ai tempi di Enrico Letta nel 2013, prima che intervenisse la rottura per l’estromissione di Berlusconi dal Senato a causa della condanna definitiva per frode fiscale, o a quelli di Mario Draghi sino allo scorso mese di luglio? Chissà, può darsi, nonostante il discorso di riconciliazione  con Giorgia Meloni ancora fresco di stampa, diciamo così, pronunciato al Senato dal Cavaliere per la fiducia ad un governo di destra-centro in continuità di spirito, secondo lui, con i suoi di centro-destra succedutisi dal 1994.

Giorgia Meloni al Senato per la fiducia

Intanto la Meloni, in attesa di chiudere, forse lunedì, anche la partita dei vice ministri e dei sottosegretari, che si sta giocando fra tensioni nella maggioranza neppure tanto nascoste, ha risolto il problema da lei stesso creato con la richiesta di chiamarla al maschile nella denominazione della carica: il presidente del Consiglio. O, addirittura, come da un comunicato di Palazzo Chigi, “il signor presidente del Consiglio”. “Chiamatemi pure Giorgia”, ha familiarmente concluso il presidente del Consiglio, o la presidente del Consiglio, come le ha chiesto di correggersi la ex presidente della Camera Laura Boldrini. Quisquilie, avrebbe forse detto  Totò.

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Il soccorso della satira alla demonizzazione del nuovo governo

Sventata dalle circostanze, o dall’avvedutezza della cronologia voluta soprattutto dal presidente della Repubblica accelerando al massimo la parte conclusiva della crisi apertasi -non dimentichiamolo- a luglio con le dimissioni di Mario Draghi, e sfociata nelle elezioni politiche, la coincidenza tra la fiducia parlamentare al governo di destra-centro di Giorgia Meloni e il centenario della marcia fascista su Roma è rimasta appannaggio della satira. Un pò truce quella di Laura Pellegrini su Repubblica, con la firma di Ellekappa, che su sfondo nero ha sollevato la torta del centenario, appunto, col fuoco della fiamma tricolore che accomuna tutte le edizioni e trasformazioni della destra nata nella Repubblica italiana sulle ceneri del fascismo.

Meno truce, o più ironico, come preferite, è stato il vecchio Sergio Stajno sulla Stampa che per fortuna, con la Meloni a Palazzo Chigi già da lunedì, fornita della campanella passatale da Mario Draghi ben contento di avere finito il suo lavoro di presidente del Consiglio, il centenario della marcia di Roma “è ancora un giorno feriale”, oggi che è venerdì.

Del resto chi lo volesse malauguratamente trasformarlo in un giorno festivo, come in fondo mostra di temere anche il non conformista di sinistra Piero Sansonetti con quel vistoso titolo del suo Riformista sul permanente “rischio fascismo”, perpetuerebbe un falso storico, come ci ha raccontato sull’insospettabile Fatto Quotidiano il buon Claudio Fracassi. 

Quest’ultimo ha ricordato: “Mussolini, che non aveva fatto nemmeno un metro di Marcia, arrivò in treno alla stazione ferroviaria della Capitale alle 10,50 di lunedì 30 ottobre (altro che 28 ottobre, data storica inventata un secolo fa) in uno scompartimento-letto del treno direttissimo Milano-Roma che seguiva, secondo l’orario, il percorso Piacenza-Fornovo-Sarzana-Pisa-Civitavecchia-Roma. Il convoglio doveva arrivare alle 9,10, ma quel mattino comparve alla stazione Termini con un’ora di ritardo”. Anzi di più: un’ora e quaranta minuti.

Anche quel ritardo Mussolini si propose forse di riscattare perseguendo nella sua azione di governo l’ambizioso progetto, naufragato anch’esso col suicidio della seconda guerra mondiale con Hitler, di fare assomigliare l’Italia alla Svizzera per la puntualità dei suoi treni. Un progetto che alcuni decenni dopo, riproposto dalla destra che lui riteneva “in libera uscita dalla Dc”, un disincantato successore di Mussolini alla guida del governo come Giulio Andreotti paragonò a quello di un “pazzo” convinto di essere “Napoleone”. Il marito di Liviuccia, come abbiamo scoperto che chiamava la moglie leggendone ora le lettere che soleva scriverle frequentemente, col realismo che lo distingueva si accontentava che i treni viaggiassero con il minore ritardo possibile. E – temo per quanti ora si aspettano un altro ventennio, stavolta al femminile- che pure per Gorgia Meloni i treni debbano garantire puntualità sì, ma ancor più sicurezza, senza naturalmente arrivare ad essere né puntuali né sicuri. In tal caso la Meloni diventerebbe davvero la maschera rappresentata per altri versi  sul Fatto –e dove sennò?- dalla vignetta di  Riccardo Mannelli. Oddio, che ho scritto? Rischio di finire tra quelli bastonati ieri da Marco Travaglio nell’esprimere la “speranza” che Giorgia Meloni “sappia nuotare, vista la cascata di bava e saliva che la inonda e che affogherebbe pure Gregorio Paltrinieri”, il ventottenne campione del mondo in vasca lunga e nei dieci chilometri in acque libere. 

Il panico del Pd, la spietatezza di Conte e la disponibilità di Renzi

Più di “un’opposizione nel panico”, come Il Foglio ha titolato in rosso facendo un pò di tutta l’erba un fascio, io parlerei del panico del Pd, o almeno fra gli elettori che gli sono rimasti il 25 settembre scorso. E ciò a dispetto della tranquillità che cerca di mostrare, pur nella delusione, il segretario ormai uscente Enrico Letta. 

L’opposizione delle 5 Stelle mi sembra francamente rinfrancata, se non addirittura esultante, per avere perduto solo la metà dei voti  del 2018 con Giuseppe Conte. Al quale Beppe Grillo in persona ha voluto esprimere la propria gratitudine scendendo a Roma dalla sua Genova.

Impossibilitati per l’aritmetica, nonostante i loro algoritmi distorsivi, a tornare alla guida del governo come per buona parte della scorsa legislatura con Conte -sempre lui- a Palazzo Chigi alternando maggioranze di segno opposto, i pentastellati si accontentano di scalare la guida della lotta al governo di Giorgia Meloni. O di rafforzarla, visto che hanno già dato l’impressione di averla conquistata, o di esservi molto vicini per il panico, appunto, in cui trova il partito del Nazareno. Che mi sembra paradossalmente diviso fra chi intende inseguirli e chi intende subirli con la proposta di tornare il più rapidamente possibile alla politica di quanti già nella scorsa legislatura avevano riconosciuto all’allora presidente del Consiglio di essere “il più alto punto di riferimento dei progressisti”. Ricordate le interviste e i saggi di Goffredo Bettini, non arresosi neppure di fronte ai risultati elettorali del mese passato? 

Matteo Renzi e Carlo Calenda, sempre dall’opposizione con il loro terzo polo uscito dalle urne non come speravano ma comunque vivo, senza i prefissi telefonici sarcasticamente attribuitigli dagli avversari, si godono a loro modo lo spettacolo dell’inseguimento fra le altre due componenti dello schieramento del no al governo Meloni. E scommettono sulla possibilità di trarne prima o poi benefici, naturalmente a scapito del Pd. Al quale, per esempio, Renzi in persona nelle dichiarazioni di voto per la fiducia al Senato ha chiesto con abrasiva efficacia perché avesse deciso, unendosi alle argomentazioni grilline, di lasciare alla destra la bandiera del “merito”: la parolina magica, direbbe la buonanima di Amintore Fanfani, aggiunta da Giorgia Meloni alla denominazione del dicastero della Pubblica Istruzione già nella lettura della lista dei ministri al Quirinale e duramente contestata da sinistra.

Eppure nell’articolo 34 della Costituzione che si occupa proprio della scuola è scritto testualmente che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ripeto: capaci e meritevoli. Tra il discorso dell’altro ieri al Senato di Renzi, peraltro marito di un’insegnante, e l’editoriale di ieri del professore Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera il Pd si è fatto dare una lezione che poteva risparmiarsi. E si è procurato lo spettacolo, comunque dannoso per l’opposizione unitariamente intesa, di quei sorrisi della Meloni a Renzi che si chiedeva se, sotto sotto, non ci fosse tra lei e il Pd un perfido accordo per aiutarsi a vicenda, l’una ricevendo regali dall’altro con polemiche a dir poco rovinose. 

Si dovrebbe poter sperare -ma ne dubito- che nel suo inseguimento dei grillini sulla strada di un’opposizione la più “spietata” possibile, per ripetere un aggettivo adoperato da Conte, il Pd abbia almeno il buon senso e il buon gusto di non adottare la filosofia, chiamiamola così, dell’intervento dell’esordiente senatore pentastellato Roberto Scarpinato, ex procuratore generale a Palermo. Che ha praticamente messo una serie di processi, alcuni dei quali gestiti anche da lui, al servizio della demonizzazione della destra: eversiva sia per un lungo elenco di accuse giudiziarie sia per il progetto presidenzialista ribadito nelle dichiarazioni programmatiche alla Camera dalla Meloni. Che naturalmente non si è lasciata scappare l’occasione per ricordare all’ex procuratore generale, nella replica, la penosa fine di certi processi politicizzati e i depistaggi delle indagini sfuggiti troppo a lungo alla magistratura sulla strage di via D’Amelio, a Palermo. Dove nel 1992 la mafia stragista riuscì ad uccidere, dopo Giovanni Falcone, anche Paolo Borsellino. 

Pubblicato sul Dubbio

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Giorgia Meloni “recupera” Berlusconi e si guadagna la difesa di Renzi

La fiducia ottenuta dal governo di Giorgia Meloni al Senato con 115 sì, 79 no e 5 astensioni vale politicamente il doppio di quella del giorno prima a Montecitorio. A Palazzo Madama si è visualizzata la riconciliazione con Silvio Berlusconi, la cui dichiarazione di voto motivata con la rivendicazione della paternità del centrodestra, pur diventato nel frattempo destra-centro, è stata accolta con sollievo da tutto intero il governo applaudente. “Il via libera di Berlusconi”, ha titolato con enfasi il Giornale di famiglia. E fra le opposizioni si è distinto per apertura o distinzione dalle altre componenti dello schieramento del no il pur “ammazzagoverni”, come lo ha chiamato Il Foglio, Matteo Renzi. Il cui discorso non a caso Giorgia Meloni ha seguito con segni evidenti di compiacimento, specie nei passaggi in cui l’ex presidente del Consiglio l’ha difesa dagli attacchi del Pd per “il merito” col quale ha completato la denominazione del Ministero della Pubblica Istruzione. 

Proprio oggi sul Corriere della Sera l’editorialista e docente universitario Ernesto Galli della Loggia scrive: “Chi ha cominciato a stracciarsi le vesti al solo sentire che con il governo Meloni la dizione del ministero dell’istruzione avrebbe visto l’aggiunta del merito, vedendo in ciò un subdolo attacco alla “scuola dell’eguaglianza”, e quindi direttamente alla democrazia, mostra di sapere ben poco della scuola, dell’eguaglianza e della democrazia. Sicuramente, tanto per cominciare, mostra di conoscere poco la nostra Costituzione che all’articolo 34, parlando dell’istruzione, menziona esplicitamente il merito”.   Non ha avuto quindi torto Renzi in Senato a chiedere al suo ex Pd perché mai ha deciso di regalare “alla destra anche il merito”.

Ma il Pd per pochi mesi ancora di Enrico Letta, dimessosi in vista del congresso, è molto condizionato dalla concorrenza a sinistra che gli pratica il MoVimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte con l’appoggio ora incondizionato di Beppe Grillo. Che è appositamente sceso a Roma dalla sua Genova per ringraziare l’ex presidente del Consiglio di avere ridotto solo della metà i voti del 2018. Con la solita ironia spavalda ai giornalisti che gli rivolgevano domande il comico ha detto che non rilascia interviste gratuite. 

Anche Conte alla Camera nel suo discorso di esordio come deputato aveva cavalcato le polemiche contro “il merito”. Al Senato invece il movimento grillino ha voluto l’esordio da parlamentare dell’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato. Del cui intervento contro il governo, trasformato in un processo ad una destra eversiva anche nella proposta del presidenzialismo, Mattia Feltri  sotto il titolo “Requisitoria” ha brillantemente scritto  e concluso sulla Stampa: “Ho perso presto il filo del discorso, ma sono quasi certo che alla fine Scarpinato abbia chiesto 15 anni di reclusione per Giorgia Meloni”. Che, dal canto suo, nella replica ha rinfacciato all’ex alto magistrato il sottofondo politico, a dir poco, di tante iniziative giudiziarie fallite e la tolleranza, a dir poco, verso i depistaggi delle indagini sulla strage in cui perse la vita a Palermo Paolo Borsellino nel 1992, poco dopo l’altra strage costata la vita a Giovanni Falcone e alla moglie. 

Ma la polemica che ha maggiormente contrassegnato  il dibattito al Senato per la  fiducia è stata quella sulla proposta della Lega, accettata dalla Meloni, di alzare il tetto del contante nelle spese: se non proprio ai diecimila euro chiesti da Salvini a tremila, secondo alcune anticipazioni. Sarebbe un piacere. secondo le accuse in particolare dei grillini, ai criminali e agli evasori. “Così finisce la continuità con Draghi”,ha titolato velenosamente Repubblica. L’ha messa invece un pò sul ridere, si fa per dire, Sergio Stajno sulla Stampa ipotizzando nella sua vignetta che l’inflazione possa fare a arrivare a diecimila euro il costo di “un caffè”. 

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