“Eccomi”, dice Berlusconi. Altro che il “Rieccolo” di Montanelli a Fanfani….

Cronache da un angolino del pianeta Terra che, nonostante tutto, continua a ruotare attorno a se stesso e, contemporaneamente, attorno al Sole che l’illumina e scalda a turno nelle varie parti. Mentre milioni di italiani sono incollati ai televisori di casa per assistere all’incoronazione del quarantesimo re britannico, Carlo III, e della moglie -ex amante Camilla, centinaia di migliaia sono  incollati invece ai tabelloni delle stazioni ferroviarie a verificare i ritardi dei treni a cosiddetta grande velocità da loro prenotati e alcune centinaia di anziani ma anche giovani aderenti al partito Forza Italia raccoltisi a Milano ne venerano per 21 minuti di video e audio il fondatore Berlusconi. Che è  naturalmente “Supersilvio” nella titolazione su tutta la prima pagina del Giornale ancora di famiglia, sia pure parziale da qualche giorno per intervenuta vendita all’editore di altri quotidiani dell’area di centrodestra. O di destra-centro, vista la prevalenza elettorale e parlamentare della destra, appunto, di Giorgia Meloni.

Diversamente da Carlo III, di soli tredici anni meno anziano di lui e deciso a stare al suo posto “per servire, non per essere servito”, come recita una vecchia formula di quella monarchia, Berlusconi nella sua nuova versione “messianica” o “liturgica”, come l’ha definita la Repubblica, è sembrato deciso, a torto o a ragione, a farsi servire.  A qualcosa tuttavia serve, anche secondo la poco o per niente riverente Repubblica, la permanenza di Berlusconi: a “coprire tutto” come una “manta” -ha scritto Emanuele Lauria- perché tra i forzisti, divisi fra l’obbedienza e la disobbedienza a Meloni premier, “la guerriglia continua e anzi si estende”. E di successione al vecchio monarca repubblicano neppure a parlarne, sempre secondo il cronista e analista di Repubblica– perché “la corsa è già finita, malgrado l’attivismo di Antonio Tajani, che pure -a sentire l’opposizione interna- aveva organizzato la convention milanese per farsi incoronare”, come Carlo a Londra. 

Anche l’ex direttrice del Secolo d’Italia Flavia Perina sulla Stampa ha ricavato l’impressione che “il sovrano di Arcore non abdicherà”. Lo stesso Berlusconi, d’altronde, si è proposto al suo pubblico in adorazione dicendo “Eccomi”, con tanto di camicia e giacca, sia pure ancora ospedalizzato. Altro che il famoso “Rieccolo” dato  da Indro Montanelli a suo tempo ad Amintore Fanfani per celebrarne la capacità di tornare sulla scena dopo esserne stato o essersene sdegnosamente allontanato. “Supersilvio” è lì, pur tra ospedale e casa, peraltro poco distanti, come un paracarro. Che aiuterà, fra l’altro, Meloni a sopravvivere alla scrittrice Michela Murgia, spintasi sul Corriere della Sera, alle prese con un tumore che l’ha ridotta agli ultimi “mesi”, a sperare solo di morire dopo la caduta della Meloni per potersela godere. La premier, di rimando, le ha augurato di vivere ancora abbastanza per vederla cadere, appunto. Altra stoffa e altro stile, direi. 

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Meloni convoca le opposizioni per la riforma costituzionale e la Repubblica di carta insorge

Non arrivo a ripetere ciò che una volta Indro Montanelli, in uno dei suoi fulminanti corsivi di prima pagina sul Giornale, scrisse dell’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli -“diavolo di un uomo, riesce a perdere anche quello che non ha: la testa”- ma colpisce il modo in cui la Repubblica ha sparato su tutta la sua prima pagina di oggi contro una notizia data con una certa parsimonia dal Corriere della Sera, e declassata dall’insospettabile Fatto Quotidiano a tal punto da finire solo all’interno. E’ la convocazione delle opposizioni da parte della premier Meloni per martedì prossimo allo scopo di confrontarsi sulla riforma costituzionale contenuta nel programma di governo. “Sfida alla Costituzione”, ha gridato il giornale fondato dal compianto Eugenio Scalfari. Quella “sfida alla Costituzione”, corredata con una vignetta di Altan su una Meloni smaniosa di “spezzare le reni” a tutti, e non solo alla Francia nell’ennesimo caso scoppiato fra i due paesi vicini e alleati, è contraddetta persino dall’editorialista della stessa Repubblica Stefano Cappellini. Che, sia pure sotto un titolo sull’”azzardo presidenzialista”, definisce “lodevole” l’’iniziativa della premier di consultare le opposizioni perché -scrive- “troppo spesso negli ultimi anni i cambiamenti delle regole comuni sono partiti e arrivati con spudorati blitz di parte”.

Più di questa osservazione di Cappellini ha evidentemente influito sulla linea e sulla titolazione generale del giornale l’allarme dell’illustre collaboratore e presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky contro “il piano di Meloni”, che “esalta l’odio sociale” e “divide il Paese”. “A me pare – dice il professore a Repubblica– che i presidenzialismi stiano dando pessima prova anche in Francia e negli Stati Uniti. E non è certo una soluzione per il nostro paese. Ci lamentiamo dell’odio sociale che pervade la società italiana. Il presidenzialismo, fondato sulla spaccatura del corpo elettorale in due fronti avversi, sembra fatto apposta per esaltare l’aspetto distruttivo. Una riforma costituzionale in questa direzione potrebbe alimentare un humus pericoloso”, che si avverte anche nell’”enfasi” della premier di destra “sulla parola nazione, l’uso martellante del termine italiani al posto di cittadini”. Zero, insomma, all’esame sommario cui è stata sottoposta la premier sostenitrice dell’elezione diretta o del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio. 

Ma oltre che con la Meloni, i suoi ministri, i suoi alleati, e i suoi elettori, Zagrebelsky se la prende con i propri colleghi costituzionalisti, colpevoli già dai tempi di Bettino Craxi a Palazzo Chigi e di Francesco Cossiga al Quirinale di avere abbassato la guardia democratica e culturale e di essere diventati “costituzionisti”. Che sono quelli -bacchettati da Zagrebelsky anche in in libro- al sostanziale servizio dei politici ponti a sacrificare la democrazia sull’altare della “governabilità”. 

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Quel debole di Berlusconi, sotto sotto, tra simpatia e paura, per Vittorio Sgarbi….

Ospite a Stasera Italia, su Rete 4,  di una disincantata Barbara Palombelli -con un Alessandro Sallusti neppure lui sorpreso, ma curioso solo di sapere che cosa ne potesse pensare un ucraino sotto le bombe o in trincea- la bella Luisella Costamagna non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie vedendo e sentendo il sottosegretario Vittorio Sgarbi disinvoltamente d’accordo, da remoto, con l’assente e comune amico Michele Santoro contro la prosecuzione degli aiuti militari al Paese europeo aggredito dalla Russia di Putin. 

Non era la prima volta, l’altra sera, che Sgarbi prendeva quella posizione, anche a costo di rimediare qualche telefonata delle sue dalla premier Giorgia Meloni, che tanto lo volle in ottobre scorso nel proprio governo, pur conoscendone l’imprevedibilità sperimentata da chi lo aveva preceduto, con Silvio Berlusconi presidente del Consiglio, al Dicastero dei Beni Culturali: il povero Giuliano Urbani, rimastone letteralmente scioccato come ministro.  Mi dicono che ancora ora il professore ne parli, quando gli capita, mettendosi le mani nei pochissimi capelli rimastigli. 

L’altra sera però Sgarbi, più che mettersi sulle orme di Santoro contro la guerra in Ucraina che l’Italia e gli altri paesi occidentali, Stati Uniti in testa, starebbero prolungando troppo, con poche speranze peraltro di vincerla davvero, penso che avesse voluto mettersi in sintonia con Silvio Berlusconi. Del quale sono arcinote le sortite polemiche verso l’Ucraina e comprensive delle ragioni di Putin per essere qui inutilmente ripetute.  Una sintonia, questa con Berlusconi, pari alla concordanza di idee e di linguaggio appena verificata nei dovuti modi dal ministro degli Esteri Antonio Tajani prima di  protestare contro il ministro francese degli Interni, che aveva attaccato il governo italiano sul fronte dell’immigrazione. E di rinunciare clamorosamente per ritorsione ad un incontro di routine che avrebbe dovuto svolgersi dopo qualche ora a Parigi con l’omologa francese. Che, non potendosi scusare pubblicamente per l’imprudenza, a dir poco, del suo collega di governo, di cui riteneva che dovesse più opportunamente occuparsi il presidente Macron in persona, ha compreso la reazione di Tajani augurandosi di poterlo incontrare al più presto, ad incidente chiarito e composto. 

Andreottianamente convinto anche questa volta che a pensare male si fa peccato ma s’indovina spesso, se non sempre, ho avuto la sensazione -avvertita tuttavia da qualche tempo anche da buoni amici di Berlusconi di cui non faccio i nomi per non perderne la frequentazione- che Sgarbi sotto sotto sia un concorrente di Tajani nella successione al Cavaliere alla guida di Forza Italia. Naturalmente il più tardi possibile, come si dice in queste occasioni, sapendo che l’ex presidente del Consiglio sta sicuramente meglio, come dicono tutti, medici e visitatori, ma pur sempre ospedalizzato, almeno sino al momento in cui scrivo. Di suo è atteso, sempre mentre scrivo, non più di un messaggio da remoto alla fine della manifestazione elettorale di Forza Italia promossa dallo stesso Tajani in vista delle elezioni amministrative di questo mese. 

Ancora ieri sul giornale di Carlo De Benedetti  ottimisticamente chiamato Domani il politologo Piero Ignazi dedicava il suo editoriale al “declino di Berlusconi” e al suo “impatto sul governo” scrivendo, fra l’altro, con impietosa durezza che il suo partito “rischia una cannibalizzazione  interna a causa di uno scatenamento delle fiere della vanità”, non potendo “nessuno vantare un pedigree o un’autorevolezza tali da renderlo favorita/o”. Beh, Tajani con le cariche che ha, nel governo e nel partito, e con le ossa internazionali fattesi alla presidenza del Parlamento Europeo e nella Commissione di Bruxelles, non mi sembra francamente messo tanto male per una successione. Che avrebbe peraltro il vantaggio di essere tutta interna al partito fondato quasi 30 anni fa da Berlusconi per candidarsi alla guida di un governo dichiaratamente di centrodestra.  

Quella di Sgarbi, per tornare alla malizia o al retroscena di prima, sarebbe invece una successione da “Papa esterno”, essendo il percorso politico del celebre critico d’arte alquanto variopinto, pur nella indubitabile realtà di una lunga esperienza parlamentare cominciata con l’allora esistente Patito Liberale ma poi proseguita sempre con lo zampino, a dir poco, di Berlusconi. Che di Sgarbi personalmente non ho mai capito se lo ami di più per la simpatia che è riuscito a guadagnarsi o lo tema per le sorprese che sa riservare. 

Nella voce o capitolo “affiliazioni politiche” del mio amico Vittorio -a parte una lite che avemmo quando insultò in aula alla Camera la presidente di turno Mara Carfagna- ho trovato su Wikipedia 17 voci, compreso il “partito del Rinascimento” da lui creato nel 2007 con Mario Tremonti. Undici sono invece le condanne definitive da lui rimediate nell’esercizio della sua “irascibilità”, come la definisce sempre Wikipedia, due le assoluzioni e solo uno -incredibile- il procedimento giudiziario in corso. E tutto questo, senza contare tutti gli incarichi ricoperti come politico nazionale, amministratore locale e dipendente pubblici, all’età di soli 71 anni che compirà dopodomani, 8 maggio. Auguri, Vittorio. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 maggio

Da Parigi un aiuto a Tajani nella lenta successione a Berlusconi

Non so se nella “gran gelata sulle Alpi”, come l’ha definita Avvenire, o nel nuovo capitolo del lungo romanzo dei “cugini coltelli”, evocati dal manifesto, Macron vorrà, saprà, potrà cogliere l’occasione per liberarsi finalmente di un ministro degli Interni che gli ha già creato troppi problemi con l’incapacità dimostrata di gestire le piazze francesi. Dove sono dilagate, a dir poco, le dimostrazioni violente contro il pur modesto intervento del governo sull’età pensionabile. 

Stavolta Gerard Damanin -così si chiama questo ministro- ha cercato di riversare sul governo italiano di Giorgia Meloni la rabbia procuratagli in Francia dall’opposizione di destra di Marine Le Pen sul fronte, caldo anche lì, dell’immigrazione. E con un attacco definito da Repubblica “lo schiaffo di Parigi” si è procurato la clamorosa protesta del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Che ha disdetto all’ultimo momento un incontro di routine che avrebbe dovuto avere ieri sera a Parigi con l’omologa francese. 

Quest’ultima, rendendosi conto di quanto l’avesse fatta grossa il suo collega, non è arrivata a scusarsene in pubblico ma ha significativamente rinnovato l’invito a Tajani a volare al più presto a Parigi per ricucire lo strappo nei rapporti “essenziali” fra i due Paesi. A determinare la possibilità di questo nuovo incontro potrà essere solo il presidente francese nei tempi e nei modi che  riterrà opportuni, magari d’intesa col presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella. Del quale egli è notoriamente diventato amico nella sua ormai non breve esperienza all’Eliseo. 

Mi risulta che, oltre alla Meloni, finita simpaticamente in una vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX appesa a una parete del museo parigino del Louvre come “l’Iraconda”, al posto della “Gioconda” di Leonardo da Vinci, il ministro degli Esteri si sia consultato telefonicamente con Silvio Berlusconi ancora trattenuto in ospedale per le sue pur migliorate condizioni di salute. E ne abbia ricevuto il pieno consenso, anzi incoraggiamento. E così il mio caro amico Tajani, promotore della manifestazione elettorale di Forza Italia in programma oggi e domani a Milano, destinato a concludersi con un messaggio da remoto dello stesso Berlusconi, ha messo un altro mattone, diciamo così, nella paziente costruzione della successione al capo e fondatore del partito in marcia verso il trentesimo compleanno. 

Ormai il ministro degli Esteri, vice presidente del Consiglio, vice presidente del Partito Popolare Europeo, vice presidente della stessa Forza Italia e già presidente del Parlamento Europeo, non ha seri rivali o concorrenti sulla strada della successione a Berlusconi. Non potranno certo più creargli seri problemi la capogruppo forzista e declinante al Senato Licia Ronzulli e/o il vice presidente della Camera Giorgio Mulè. Che non gli hanno risparmiato nei mesi scorsi allusioni polemiche ai troppi incarichi che detiene per occuparsi ancora di più del partito. 

Conte non vuole confondersi con la Schlein alla manifestazione sindacale contro il decreto lavoro

Tornato ormai alla sua pochette, anche nei cinque minuti dedicatigli ieri sera da Bruno Vespa dopo il Tg1, Giuseppe Conte tiene a smarcarsi più che a confondersi con la nuova segretaria del Pd Elly Schlein. Che non lo troverà al suo fianco, ma neppure a distanza, nella manifestazione sindacale di dopodomani a Bologna contro il “decreto lavoro” approvato dal governo il 1° maggio. “Salta la foto con Schlein”, titola oggi all’interno la Repubblica dopo avere annunciato in prima pagina il rifiuto dell’ex presidente del Consiglio di partecipare personalmente al raduno.

Il MoVimento 5 Stelle dovrebbe essere rappresentato a livello minore. E neppure sul palco, avendo il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra tenuto a raccontare ieri, in una intervista alla stessa Repubblica, che “quando abbiamo programmato la mobilitazione, abbiamo concordato unitariamente che vi saliranno solo i sindacalisti”. Niente politici, quindi, perché il sindacato -ha dovuto precisare anche il segretario generale della Cgil Maurizio Landini- non fa parte dell’opposizione al governo, di cui pure contesta il decreto, secondo lo stesso Landini, non del lavoro ma della precarietà, dell’arroganza e altre nequizie. 

Conte, la cui civetteria o eleganza- come la chiamano gli estimatori- non è ancora arrivata al punto di fornirsi di un armonocromista, né uomo né donna, come la nuova segretaria del Pd, ha capito che -con questa storia appunto raccontata dall’interessata alla rivista di moda Vogue, pur nel contesto di una lunghissima intervista notata anche politicamente solo per questo passaggio glamour- a sinistra con la Schlein non andrebbe lontano. Egli alterna tentazioni di scavalcarla in quella direzione, come ha già fatto sul terreno della politica estera e, più in particolare, della guerra russa ad una Ucraina che non andrebbe più aiutata a resistere, o di riposizionare il MoVimento 5 Stelle persino verso il centro. Come qualche giorno fa lo ha considerato capace di fare uno storico e un politologo di una certa competenza come Paolo Mieli sul Corriere della Sera. 

D’altronde, da quelle parti convinzioni molto radicate o fideistiche non sono mai state nutrite, viste le opposte alleanze praticate nella scorsa legislatura. Basta affacciarsi oggi, come ho appena fatto, al blog personale di Beppe Grillo, garante e al tempo stesso consulente retribuito del MoVimento da lui stesso fondato nel 2009, per trovare una vignetta del solito Davide Charlie Ceccon in cui si consiglia, fra l‘altro, a chi ha fede “una tac al cranio per vedere se ha il cervello”. Ma in caso di referto positivo a considerare quella tac come “una colonscopia”. 

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Renzi piega il Riformista alla sua persona correggendone la testata

Sotto quel “viso aperto”con cui Matteo Renzi ha voluto titolare il suo primo editoriale del giornale affidatogli dall’editore Alfredo Romeo -napoletano come il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, poi vi dirò perché- c’è un decalogo del riformista, al minuscolo, che mi ha ricordato la celebre poesia di Rudyard Kipling tenuta sempre da  Indro Montanelli nei cassetti della sua scrivania, a volte anche sopra per ispirarvisi meglio. Si chiama If, il se inglese, ed elenca le condizioni alle quali uno che la legge può considerarsi un uomo, “figlio mio”, conclude l’autore. 

Anche il riformista di Renzi -parafrasando un pò Kipling- potrà sentirsi tale se saprà, fra l’altro, “sognare senza fare del sogno il suo padrone,  se saprà pensare senza fare del pensiero il suo scopo, se potrà confrontarsi con Trionfo e Rovina e trattare allo stesso modo questi due impostori, se riuscirà a sopportare di sentire le verità che ha detto distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi…

Sicuramente Renzi riuscirà a sorprendere anche nella sua avventura giornalistica, peraltro consequenziale all’avventura politica. Già egli deve avere sorpreso l’editore ritoccando la testata per adattarla meglio a se stesso con quella erre sbilenca e rossa al posto di quella nera e dritta delle origini: una erre più come Renzi, appunto, stampato sotto con tanto di nome e qualifica. Ma non vorrei che strada facendo Romeo facesse come il suo già ricordato conterraneo Napolitano. Che al Quirinale, pur apprezzando la riforma costituzionale varata da Renzi alla guida del governo, si mise le mani fra i capelli che non aveva assistendo alla gestione personalissima -o personalistica, come preferite- della campagna referendaria sfociata nella bocciatura. Alla quale contribuirono personalità che più diverse fra loro non potevano essere: da Silvio Berlusconi a destra, o al centro, come preferite, a Massimo D’Alema a sinistra. Che però -va riconosciuto anche questo- si erano già trovati a convergere ai tempi di una delle tante commissioni bicamerali sulle riforme costituzionali.

Renzi è uomo di grandi svolte e controsvolte rottamatrici. Ne sa qualcosa l’ancora stordito -penso- Giuseppe Conte, da lui aiutato nel 2019 a sottrarsi al bagno delle elezioni anticipate, perseguito dall’allora alleato leghista di governo Matteo -pure lui- Salvini, ma spinto già l’anno dopo verso la crisi che gli avrebbe fatto perdere Palazzo Chigi a vantaggio di Mario Draghi. Cerca di tenergli testa, sulla strada delle sorprese, e nella gestione del cosiddetto terzo polo, il suo ex ministro, ambasciatore e non so cos’altro Carlo Calenda. Ma temo, per quest’ultimo, con poche possibilità di uguagliarlo davvero, o addirittura superarlo, specie ora che Renzi col suo Riformista, e con quella erre piegata verso il suo nome, riuscirà a far parlare ancora più di sé. E a lasciare gli altri col fiato sospeso a seguirlo in una traiettoria di cui si conosce sempre l’inizio, mai la fine. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 6 maggio

L’esordio giornalistico di Matteo Renzi alla guida del Riformista

Benvenuto, naturalmente, a Matteo Renzi nel campo giornalistico col primo numero odierno del Riformista affidato dall’editore Alfredo Romeo alla direzione, per quanto editoriale e non responsabile, dell’ex presidente del Consiglio, leader di Italia viva e ancora socio con Carlo Calenda del sofferto ma sempre aspirante terzo polo della politica italiana. Che insegue lo scudetto di Montecitorio e dintorni come la squadra del Napoli quello del campionato calcistico di serie A in corso, cui peraltro il Riformista della nuova serie ha dedicato la sua prima pagina come copertina. 

Non manca certamente al senatore di Scandicci il coraggio, non so se più pari o inferiore alla vanità, letteralmente esplosa con quella modifica apportata alla testata che parla da sola. La vecchia erre nera e dritta ereditata da Sansonetti è diventata rossa, sbilenca e sottolineata, come scossa da una pedata del suo nuovo direttore, senza aggettivo. E’ diventata, a vederla, una erre come Renzi, stampato sotto sempre in rosso, più che come Riformista. Di cui egli nell’editoriale ha voluto indicare una specie di decalogo con spirito autobiografico.  Riformista -ha scritto sotto il titolo “A viso aperto”- è “uno che non va di moda”, oggi che “funzionano i sovranisti a destra, gli estremisti a sinistra e i populisti ovunque”. Riformista è uno che “studia, propone, lotta, poi sbaglia, cade, riparte….sempre animato dalla passione per la realtà, non per l’ideologia”. 

Sembra risentire o rileggere Indro Montanelli ai suoi tempi alle prese col democristiano Amintore Fanfani, da lui soprannominato felicemente “Rieccolo”. Una cosa che inorgoglì a tal punto l’interessato da indurlo, quasi per riconoscenza, a procurare a Montanelli, quando ruppe col Corriere della Sera, gli aiuti che gli servivano a fondare il suo nuovo Giornale, nell’ormai lontano 1974. Che, in verità, finì per non essere un anno felice per il leader democristiano, uscito sconfitto clamorosamente dal referendum sul divorzio con effetti destinati a portare lo scudo crociato alla dissoluzione nel giro di vent’anni. 

Immagino gli scongiuri di Renzi a leggermi, se mai gli dovesse capitare di farlo, magari su indicazione di qualche comune amico che ancora si aspetta da lui, al pari di me, il coraggio di una rivisitazione politica, finalmente, di Bettino Craxi per farglielo preferire al ricordo -disse una volta, quando era segretario del Pd e presidente del Consiglio- dello storico segretario del Pci Enrico Berlinguer. Il quale aveva scambiato il modernismo del leader socialista, con il riformismo costituzionale, i tagli antiflazionistici alla scala mobile dei salari, il socialismo tricolore e altro ancora, per uno stupro alla sinistra. 

Ciò nonostante, ripeto, benvenuto a Matteo Renzi nel campo giornalistico e alla sua scommessa sulla capacità di ripresa dell’intelligenza naturale -come ha scritto a conclusione del suo editoriale- di fronte alla paura forse eccessiva che sa provocando l’intelligenza artificiale.

Quante giustificazioni ancora per quell’ignobile linciaggio di Bettino Craxi

Per quanto fuori corso ormai dal 2002, quelle centinaia di monete da 50 e 100 lire, ben più pesanti delle monetine- esse sì- dei centesimi di euro che ne hanno preso il posto, sono tornate a rimbalzare se non a Largo Febo, davanti all’albergo romano dove abitava Bettino Craxi, nelle redazioni dei giornali che hanno voluto evocarle a 30 anni di distanza dal loro lancio contro il leader socialista. Ma ancor più, sia pure figurativamente, contro la Camera che il giorno prima, 29 aprile 1993, aveva osato negare a scrutinio segreto alcune delle “autorizzazioni a procedere” chieste nei suoi riguardi dalla magistratura per il finanziamento illegale dei partiti. E per i reati presuntivamente connessi, secondo gli inquirenti,  di corruzione, concussione e simili. 

Alcuni hanno evocato quella specie di riedizione dello spettacolo milanese di Piazzale Loreto del 1945 per dolersene e al tempo stesso storicizzarla come “l’antipolitica del Raphael che indebolì le istituzioni”, ha scritto Alessandro Campi, per esempio, sul Messaggero. Altri, senza neppure spendersi tanto nel rammarico, e di fatto replicando, hanno voluto ancora riconoscere a quegli squadristi rossi e neri -come li definì Craxi- l’attenuante di essere stati provocati. Da lui direttamente, come ha scritto Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano, con quel modo “arrogante” che aveva di rappresentare il potere e persino di muoversi fisicamente. Quel metro e novanta di altezza gli faceva vedere il prossimo dall’alto in basso. Enrico Berlinguer invece -suggerisco ai tifosi- aveva ispirato  ai suoi tempi tenerezza con quel fisico tanto striminzito da essere svolazzato affettuosamente in aria da un altro striminzito come Roberto Benigni. 

Ma oltre o ancor più che da Craxi, quegli squadristi furono provocati -secondo Gianni Barbacetto, sempre sul Fatto Quotidiano, e dove sennò? – dalla politica e dal Parlamento nel suo insieme, così guadagnandosi anche il trattamento nero di Giorgia Meloni ora a Palazzo Chigi, par di capire. 

“La Camera-ha raccontato al presente Barbacetto dopo avere ricordato il giuramento al Quirinale dei ministri anche del Pds-ex Pci del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi- deve decidere se concedere alla Procura di Milano l’autorizzazione a indagare su Craxi per le tangenti scoperte dal pool di Mani pulite. Ha già detto si la Giunta per le autorizzazioni a procedere escludendo che le accuse di Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo siano viziate da fumus persecutionis. Tutti d’accordo, anche il democristiano Roberto Pinza, che invita maggioranza e opposizione a dire sì”.

Ma chi era Roberto Pinza? Un avvocato civilista approdato a Montecitorio l’anno prima, eletto in Emilia-Romagna: un quasi sconosciuto per i più fra gli stessi suoi colleghi, oltre che fra noi giornalisti. Ma la ricostruzione politica di Barbacetto è semplicemente falsa. La verità su quei giorni e quelle ore l’ha racconta più volte, senza essere mai smentito, quel galantuomo di Gerardo Bianco, allora capogruppo democristiano alla Camera. Al quale, adesso che è morto, sarebbe rivoltante se i superstiti dell’incontro da lui riferito opponessero una smentita. 

L’allora segretario della Dc Mino Martinazzoli scelse proprio l’ufficio di Bianco per ricevere, come gli avevano chiesto, il segretario del Pds-ex Pci Achille Occhetto e il capogruppo e compagno di partito Massimo D’Alema. I quali gli chiesero, come atto di buona volontà e di testimonianza della svolta costituita dal governo Ciampi appena nato, l’annuncio del voto della Dc nell’aula di Montecitorio contro Craxi per le autorizzazioni a procedere, messe curiosamente all’ordine del giorno della Camera nello stesso giorno della presentazione del nuovo esecutivo. Martinazzoli, peraltro  avvocato penalista, spiegò che i parlamentari democristiani avrebbero votato secondo coscienza, non su direttiva del partito. 

Infatti in aula -come lo stesso Barbacetto, del resto, racconta più avanti, sempre al presente- “intervengono in difesa di Craxi il capogruppo democristiano Gerardo Bianco e Vittorio Sgarbi allora eletto nelle liste liberali. Si schierano invece a favore dell’autorizzazione a procedere Rifondazione comunista, Pds, Rete, verdi, radicali, repubblicani, leghisti, missini. La Camera vota a scrutinio segreto: e per quattro volte su sei respinge le richieste dei magistrati.  L’aula di Montecitorio si trasforma in un’arena. Agli applausi di soddisfazione si sommano quelli beffardi. Poi urla, strepiti, ingiurie, lanci di volantini, scontri fisici, cori “Ladri! Ladri! “Elezioni Elezioni”.

Spettacolo e invettive vennero ripetute il giorno dopo alla folla in Piazza Navona da Occhetto, che ancora oggi nega di aver voluto con ciò spingere i suoi ascoltatori a spostarsi nell’attiguo Largo Febo. Dove il deputato missino Teodoro Buontempo, pace all’anima sua, distribuiva monete raccolte fra i tabaccai cambiando diecimila lire per lanciarle contro Craxi all’uscita dall’albergo, reclamandone peraltro l’arresto e il suicidio. Sì, anche il  suicidio. 

Largo Febo da elegante piazzetta divenne quella sera una fogna, della quale ancora oggi sento personalmente una puzza  che domenica mi ha tenuto lontano, anzi lontanissimo da chi vi si è raccolto con i garofani in mano per ricordare l’accaduto, sia pure in difesa della memoria del mio amico Bettino. 

Pubblicato sul Dubbio

La…meritata pioggia del 1° maggio sull’assalto della sinistra sindacale alle misure per il lavoro

Scriveva già ieri Luciano Capone nel suo “processo al sindacato” sul Foglio, non immaginando la pioggia che avrebbe fatto prevalere gli ombrelli sugli striscioni e quant’altro, che “una volta arrotolate le bandiera e tornati in sede dalla piazza”, anzi dalle piazze di Potenza e di Roma scelte per comizi e concerti, “sarebbe il caso di aprire una riflessione critica e magari adottare un approccio più pragmatico” ai problemi del lavoro. “Anche perché -osservava sempre Capone, che si definisce liberista per formazione e giornalista per deformazione- la politicizzazione non è qualcosa che faccia bene al sindacato, soprattutto in una fase storica ormai lunga e consolidata in cui gli operai votano in larga parte per la destra”, essendo diventato quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni “il primo partito tra gli operai”, seguito dalla Lega. E giù a ricordare impietosamente “un sondaggio Ipsos commissionato l’anno scorso dalla Cgil di Bergamo, proprio alla vigilia del Primo maggio” in cui emerse che “il 78 per cento degli intervistati era critico del legame storico tra sindacato e sinistra, il 79 tra i lavoratori, il 56 persino tra gli iscritti alla stessa Cgil”. 

Le misure adottate dal governo col decreto chiamato lavoro appositamente nel giorno della omonima festa, e illustrate sommariamente dalla premier davanti ad una telecamera camminando per i corridoi di Palazzo Chigi per non farsi forse accusare da Maurizio Landini di avere abusato anche dei giornalisti con una conferenza stampa, non sono certamente del tutto risolutive dei problemi sul tappeto. Non eliminano di certo la precarietà di tante occupazioni. Non sconfiggono la povertà, come si vantò comicamente di aver fatto nel 2018 dal balcone di Palazzo Chigi l’allora vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per via di quel 2,4 per cento di sforamento del bilancio rispetto ai vincoli europei, sceso poi in pochi giorni al 2,04. Non faranno finalmente passare l’ex presidente, sempre grillino, del Consiglio Giuseppe Conte dalle proteste per le sorti del “suo” reddito di cittadinanza al sollievo o alla speranza suscitata invece in lui dalla lettera della Meloni al Corriere della Sera in occasione della festa della liberazione del 25 aprile, anch’essa minacciata secondo altri da una permanente e neppure tanto nascosta marcia della destra su Roma. Non sarà né farà tutto questo, per carità, ma il decreto legge appena varato dal governo violando, secondo Landini, la sacralità di una festa alla quale potrebbero derogare solo i sindacati con i loro raduni, costituisce di sicuro un passo avanti, non indietro. E’ il massimo consentito dalle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che grazie a Dio, tuttavia, sono un pò migliori di quanto non le descrivano, avvertano e quant’altro agenzie internazionali e, a casa nostra, sognatori di chissà quali disgrazie e speculazioni di mercato capaci di spazzare via un governo da essi indesiderato.  

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Oggi, 1° maggio, festa del o al lavoro? E’ scontro fra il governo e la Cgil di Landini

A proposito del “lavoro sporco dei media” lamentato dal Fatto Quotidiano per il discredito che i giornali avrebbero procurato al cosiddetto reddito di cittadinanza, voluto dagli amatissimi grillini e mazzolato anche con le misure oggi all’esame del Consiglio dei Ministri, vorrei offrirvi un campionario di questo lavoro appena offerto dagli stessi giornali su un piano più generale.

Meloni sfida il Primo Maggio, ha titolato  senza virgolette la Repubblica facendo quindi proprio il senso della protesta del pur sorridente Maurizio Landini, segretario generale della Cgil,  sulla soglia di Palazzo Chigi andando all’incontro col governo e strafregandosene dell’invito, con tanto di virgolette, attribuito dal Corriere della Sera al segretario generale della Cisl Luigi Sbarra:“Non buttiamola in rissa”. 

Landini ha finto, a dir poco, di non saper nulla delle misure predisposte dal governo per una  seduta del Consiglio dei Ministri “provocatoriamente” voluta il 1° maggio  non per onorarlo ma per fargli la festa. Come se, peraltro, il cammino parlamentare del decreto legge in arrivo fosse blindato, anzi blindatissimo, in un Parlamento dove la maggioranza è così bene organizzata da essere scivolata sul documento di economia e finanza.

In sintonia con la “sfida” gridata da Repubblica l’altro grande giornale – La Stampa- del gruppo guidato dal nipote del compianto Gianni Agnelli, che probabilmente non avrebbe per niente condiviso, l’ha buttata sull’amarcord titolando su una foto in bianco e nero: “Quando il lavoro era una festa”. E non invece, secondo Ezio Mauro su Repubblica, per tornare alla corazzata del gruppo, l’occasione di una “battaglia per l’egemonia sociale”. 

Questo titolo assegnato al commento dell’ex direttore di Repubblica avrebbero potuto  curiosamente usarlo pure al Corriere della Sera per l’editoriale di Dario Di Vico. Che ha scritto di misure del governo assai modeste nel loro contenuto, anche per la modestia dei fondi a disposizione, ma fortemente simboliche per una Meloni decisa a far capire che “in termini di consenso politico la grande platea dei lavoratori italiani avrà in tasca la tessera delle confederazioni del Novecento ma costituisce uno dei retroterra del suo partito e del progetto di costruire una destra conservatrice e tendenzialmente centrista”. 

Pure lo storico Ernesto Galli della Loggia,  intervistato da Libero, ha detto che ormai, e finalmente, “c’è spazio per il primo partito conservatore” in Italia. Chissà come si sarà sentito, a leggerlo, monsignor Giancarlo Maria Bregantini, “responsabile Welfare della Cei”, come l’ha presentato Il Fatto Quotidiano, dopo avere sposato in pieno la linea di sinistra di Landini. Il Consiglio dei Ministri oggi -ha detto l’arcivescovo al compiaciuto giornale di Travaglio- un errore: il governo delude, serve il lavoro degno”, non quello indegno evidentemente perseguito o proposto dalla premier pur elogiata, apprezzata e quant’altro dal Papa ogni volta che ne ha l’occasione. 

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