Reale o esagerata che sia la “Opzione vaticana” gridata da Repubblica, o quella preferita dalla Stampa dell’”asse Vaticano-Colle”, si può ben essere indulgenti, una volta tanto, verso i disagi di una Roma blindata per la visita del presidente ucraino Voldymir Zelensky, impegnato fra Quirinale, Palazzo Chigi e Santa Sede. Come si diceva una volta della pioggia, prima che non esagerasse anch’essa sia a cadere sia a non cadere, potremmo anche parlare di festa blindata festa fortunata, anziché di festa bagnata festa fortunata, con l’allegria o la fiducia delle rime. Figuriamoci poi se la festa è blindata e bagnata insieme, come oggi nella Capitale.
Caso o non caso, certo è che Zelensky – il “nazista” di cui Putin voleva liberarsi l’anno scorso in pochi giorni per sostituirlo con “persone perbene”, secondo l’infelice espressione di un Silvio Berlusconi che voleva sembra informato e insieme comprensivo verso l’amico di Mosca- scorazza a suo modo per Roma mentre i russi scappano in Ucraina da Bachmut, pur dopo averla messa a ferro e fuoco.
Se gli ucraini non fossero stati tempestivamente e seriamente aiutati dagli occidentali, compresa l’Italia governata prima da Mario Draghi e poi da Giorgia Meloni, in una continuità tanto sorprendente per molti quanto felice, a quest’ora Zelensky non sarebbe forse neppure vivo e a Roma non si potrebbe parlare e persino lavorare per la pace, essendo già caduta tutta l’Ucraina sotto il dominio russo.
Neppure i vignettisti dei giornali italiani avrebbero potuto e potrebbero divertirsi. Com’è accaduto ieri a Stefano Rolli, sul Secolo XIX, rappresentando Zelenscky smanioso di farsi prestare dal Papa le Guardie Svizzere, e oggi a Emilio Giannelli, sulla prima pagina del Corriere della Sera, immaginando l’ospite ucraino perquisito da due preti prima di incontrare “Sua Santità” che -dicono due monsignori- “si è raccomandato: niente armi!”. Una Santità, peraltro, reduce dall’esperienza dell’incontro, ieri, con la premier italiana vestita quasi alla stessa maniera e in straordinaria confidenza.
Benvenuto quindi a Roma al presidente proveniente da Kiev. O “Welcome, mr Zelensky”, come lo hanno salutato in rosso quelli del Foglio “orgogliosi -nel titolo- del sostegno italiano all’Ucraina, nonostante Salvini”, per contenersi nella maggioranza e non occuparsi pure dell’opposizione divisa fra il si perdurante del Pd, anche della Schlein, e il no dei grillini e frattaglie di sinistra.
Reduce da un convegno su Aldo Moro in cui era stato uno dei relatori e motivato dall’intervento di un “Tizio” -ha scritto lui stesso- intervenuto fra il pubblico per evocare i complici appena lamentati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlando al Quirinale ai familiari delle vittime del terrorismo, Domenico Cacopardo ha sferrato un duro attacco al capo dello Stato su ItaliaOggi. Di cui è collaboratore da tempo, e dove ha condiviso la necessità sostenuta dal “Tizio” di fare finalmente i nomi di quanti tradirono lo Stato negli anni di piombo.
“Mattarella -ha scritto Cacopardo, 87 anni compiuti in aprile, già magistrato e collaboratore, con incarichi anche di Gabinetto, di ministri e presidenti del Consiglio di quando lavorava, da Massimo D’Alema a Giovanni Spadolini in ordine alfabetico- ha ancora una volta sbagliato. Nell’interpretare le sue funzioni e nello svolgerle, Lui è stato eletto presidente della Repubblica, e quindi non può fare proprie le parole in libertà che sono circolate e circolano in giro pr il Paese, si tratti di Brigate rosse, si tratti di mafia. E la sua insinuazione è in sostanza manifestazione di un permanente sospetto, più volte dichiarato non rispondente alla realtà dei fatti dalla Cassazione. Vedi il caso di Mario Mori e collaboratori”.
Ma si tratta appunto del generale Mori e dei collaboratori appena assolti in via definitiva dall’accusa di essere stati partecipi della mafia nelle fantomatiche trattative per strappare concessioni allo Stato con le stragi. Qui, a proposito del discorso di Mattarella al Quirinale, si tratta di Moro, al singolare, che nel 1978 i brigatisti rossi riuscirono a catturare fra il sangue della scorta, in una mattanza per strada, e ad uccidere poi anche lui, come un cane nel bagagliaio di un’auto, dopo 55 lunghissimi giorni di prigionia in un covo promosso dai carnefici a “carcere del popolo”.
“Mattarella -ha insistito Cacopardo- è il capo dello Stato e non un Travaglio qualsiasi. E ha quindi il dovere, nel pronunciare determinate frasi, di farle seguire da fatti concludenti, cioè da riferimenti precisi e circostanziati che confermino le sue generiche parole. Altrimenti, ricorda tanto il vizio parlamentare (e palermitano) di mascariare senza aggiungere un briciolo di prova. Ed è giunto il momento che lo faccia: parli chiaro e cessi con le allusioni”. Di cui quindi avrebbero ragione a lamentarsi anche i terroristi ancora vivi, e fermi nel sostenere di avere voluto e saputo fare tutto da soli nei terribili anni di piombo.
Trovo alquanto stravaganti questi soccorsi, volenti o nolenti, a parole anch’essi, prestati a tanta e tale gentaglia, anche a costo di attaccare un presidente della Repubblica peraltro palermitano d’anagrafe, vista la citazione della città siciliana fatta tra parentesi da Cacopardo. Il quale non è il solo, fuori e dentro i giornali, a pensarla così di Mattarella, anche se è stato il solo a scriverlo così esplicitamente e duramente. Non ho parole per commentare. Le lascio all’immaginazione dei lettori, sulla cui sagacia scommetto, specie se anziani abbastanza per avere vissuto quegli anni terribili prodotti con le loro sole presunte forze dai terroristi.
Chissà se i putiniani più o meno di complemento in servizio anche in Italia, o gli antiatlantisti che reclamano di non essere confusi con i putiniani perché dà fastidio anche a loro, grazie a Dio, il successore di Stalin più che di Pietro il Grande cui l’uomo del Cremlino vorrebbe somigliare, troveranno qualcosa da dire e scrivere anche contro l’imminente tappa romana del viaggio del presidente ucraino Zelensky in Europa. Che incrocia notizie e voci sulle iniziative di pace alle quali, per quanto smentite o ignorate a Mosca, sta lavorando il Papa in persona. Il quale non sta certo a Palazzo Chigi o al Quirinale, ma a poca distanza in fondo dall’uno e dall’altro, con cui comunque ha buone relazioni, a dir poco.
Il Pontefice avrà sicuramente riso di cuore alla vignetta in cui oggi Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX immagina il presidente ucraino deciso a chiedere aiuti militari anche alla Santa Sede, accontentandosi delle ben poco armate Guardie Svizzere.
L’imbarazzo della scelta per la migliore rappresentazione delle polemiche -per ora nulla di più, in attesa di un progetto ben definito del governo- sul cantiere della riforma costituzionale aperto da Giorgia Meloni consultando le opposizioni è fra un commento di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera e una vignetta del Foglio, entrambi in prima pagina.
L’incipit del commento di Cazzullo sembra un controcorrente dell’indimenticabile Indro Montanelli , un pò più lungo del solito, ai tempi ormai lontani del Giornale da lui fondato nel 1974 lasciando proprio il Corriere spostatosi troppo a sinistra con la direzione di Piero Ottone. “Quando Charles de Gaulle -racconta Cazzullo- impose alla Francia la svolta presidenzialista uscì un pamphlet che monopolizzò la discussione pubblica. Si intitolava “Le coup d’Etat permanent”. L’autore considerava la riforma come un golpe ripetuto tutti i giorni, e giudicava i nuovi meccanismi costituzionali incompatibili con la democrazia. Il suo nome era Francois Mitterrand, e grazie a quella riforma e a quei meccanismi sarebbe stato presidente della Francia per quattordici anni”.
La vignetta del Foglio è ispirata non dal commento di Cazzullo, ancora sconosciuto a Makkox mentre la confezionava, ma dalla Meloni stessa, che il giorno prima aveva detto alla segretaria del Pd Elly Schlein di aspettarsi i ringraziamenti per la strada che le stava spianando con un lavoro paradossalmente sporco, utile più al futuro della sua concorrente che al proprio presente. Il vignettista ritrae la presidente del Consiglio, in abito una volta tanto tutto femminile, non certo in tenuta militare di degaulliana memoria, sfinita di questo e di altri lavori ancora e scettica dell’opportunità di spianare così tanto, garantendole “più poteri”, la strada al premerosà” inteso come premier rosa: la Schlein, appunto. Che in teoria dovrebbe aspirare a succederle nel 2027, essendo davvero improbabile un turno di elezioni anticipate, per quanti errori dovesse o addirittura volesse compiere l’attuale inquilina di Palazzo Chigi vanificando la maggioranza conquistata nelle urne il 25 settembre scorso.
Di fronte sia al commento di Cazzullo sia alla sua mezza traduzione o imitazione sul Foglio fa ridere davvero la vignetta del Fatto Quotidiano contro “la sora Costituente” Meloni, disegnata da Riccardo Mannelli alla presa sfottente con i suoi critici e avversari. E ancora più da ridere fa la serietà, gravità e quant’altro di Barbara Spinelli. Che sullo stesso Fatto, sempre in prima pagina, ammonisce che “la democrazia decidente” invocata dalla Meloni con la sua riforma costituzionale è “una trappola”, non un trappolone forse solo per ragioni grafiche, o di spazio.
Lo stesso si può dire e scrivere del “presidenzialismo tecno-populista” lamentato, denunciato e quant’altro sulla Stampa da Daniela Padoan, esperta dichiarata su Wikipedia di razzismo e totalitarismi del Novecento, e secolo evidentemente successivo.
La popolarità che è riuscito a guadagnarsi Sergio Mattarella al Quirinale ha sicuramente contribuito all’affievolimento del favore che aveva sino a qualche anno fa il presidenzialismo inteso come elezione diretta del capo dello Stato. La sua “compostezza assorbente e collante”, come l’ha appena definita sul Foglio Giuliano Ferrara, ha spuntato le armi a Giorgia Meloni, dirottatasi da sola fra lo stupore e persino l’irritazione dell’alleato leghista Matteo Salvini verso il premierato, inteso come presidente del Consiglio eletto dai cittadini, lasciando al presidente della Repubblica l’elezione indiretta, da parte delle Camere e di una delegazione dei Consigli regionali.
“Nell’esperienza del nostro paese il ruolo di arbitro del Presidente della Repubblica è stato spesso decisivo. Limitarlo sarebbe sbagliato”, ha detto ad Annalisa Chirico, sempre del Foglio, l’ex presidente della Camera Luciano Violante. Anche se, in verità, l’elezione diretta era voluta anche per potenziare quel ruolo, aumentare il numero e il tono dei fischi ai giocatori scorretti, sino a sciogliere più facilmente le squadre e a mandarle negli spogliatoi, cioè alle urne.
Con un certo fastidio il vice presidente ora forzista del Senato Maurizio Gasparri ha detto alla Stampa che “la sinistra vuole far passare l’idea che chi è presidenzialista è contrario a Mattarella, ma non è così, nessuno è contro Mattarella”. A tutela del quale, in effetti, nelle originarie intenzioni della Meloni c’era la riserva di fare scegliere dai cittadini il successore dell’attuale presidente solo alla scadenza del suo mandato. Che è il secondo per un totale quindi di 14 anni: quanto forse neppure durerà il regno dell’appena incoronato Carlo III d’Inghilterra.
Va detto anche in difesa dell’ottima reputazione guadagnatasi dall’attuale capo dello Stato – salvo critiche, attacchi e insolenze rivoltegli ogni tanto dal Fatto Quotidiano, che non gli perdona di avere a suo tempo voluto sostituire a Palazzo Chigi Giuseppe Conte con Mario Draghi- che il presidenzialismo crebbe di popolarità o fascino negli anni scorsi non per sfiducia nei presidenti di turno ma per dissenso dal metodo con cui le Camere, e i partiti alle loro spalle, lo sceglievano, e lo scelgono: senza una disciplina, per esempio, delle candidature, come se il presidente nascesse dal cavolo raccontato ai bambini o scelto dallo Spirito Santo come il Papa attraverso i Cardinali al Conclave.
Scritto tutto questo, e preso atto che “il Colle non si tocca”, come ha annunciato la ministra Casellati alla Stampa, consiglierei a chi ha usato e sta usando la popolarità meritatissima di Mattarella per liberarsi del fantasma del presidenzialismo di non esagerare attribuendo allo stesso Mattarella più o meno esplicitamente una certa ostilità alla riforma di una Costituzione che continuerebbe ad essere “la più bella del mondo”. Auspici di riforme costituzionali si trovano infatti in entrambi i messaggi di giuramento del Presidente in carica.
Con quella gigantografia di Aldo Moro che lo sovrastava mentre parlava ai familiari delle vittime del terrorismo, peraltro reduce dall’omaggio in via Caetani alla sua memoria nel 45.mo anniversario della morte e del ritrovamento del suo cadavere a metà strada fra le sedi nazionali della sua Dc e del Pci ch’egli aveva portato due mesi prima nella maggioranza di cosiddetta “solidarietà nazionale”; con quella gigantografia alle spalle, dicevo, era naturale pensare che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si riferisse anche o particolarmente alla tragica vicenda dello statista democristiano parlando dei “complici” impuniti del terrorismo. Che che tanto sangue riuscì a versare negli anni di piombo fra stragi, agguati personali e feroci esecuzioni. Tale fu quella appunto di Moro, ucciso 55 giorni dopo il sequestro, e lo sterminio della scorta, con raffiche attorno al cuore studiate, come ha potuto accertare l’ultima commissione parlamentare d’indagine presieduta da Giuseppe Fioroni, perché l’agonia fosse la più lunga e dolorosa possibile.
“Frase choc a 45 anni dalla morte- Mattarella su Moro: “Complici nello Stato”, ha titolato Libero in prima pagina su un articolo in cui Filippo Facci, con l’aria di risparmiare al presidente della Repubblica l’invito a riferire in Parlamento su ciò che sa e non ha voluto o potuto riferire dettagliatamente, ha scritto che ora si potrà affermare che gli uomini dello Stato hanno ammazzato i cittadini dello Stato perché “lo sanno tutti e l’ha detto pure Mattarella”.
Si tratta naturalmente di un paradosso, come capita spesso a Facci di scriverne e dirne facendo storcere il naso anche al direttore di turno, che però glielo concede sapendo che il lettore può gradire. Eppure sotto sotto, lasciatomelo dire senza volere togliere nulla a nessuna di tutte le altre vittime del terrorismo e dei suoi complici occulti che Mattarella ha diligentemente citato nel suo intervento al Quirinale, anch’io ho avuto la sensazione che egli avesse pensato in particolare a Moro. Cui -è bene ricordare anche questo sul piano umano- la sua famiglia era particolarmente legata. Il padre, Bernardo, ne era stato un ministro molto apprezzato e devoto, a tal punto da accettare senza fiatare il sacrificio chiestogli di rinunciare alla conferma, fra un governo e l’altro dei suoi, quando per ragioni interne di partito Moro dovette accontentare gli appetiti correntizi aumentati, quasi per compensazione, con la crescita politica della sua leadership. Anche il fratello di Sergio Mattarella, Piersanti, fatto uccidere dalla mafia nel 1980 alla guida della regione siciliana, era stato convinto e apprezzato moroteo.
Già un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, parlò una volta del tragico sequestro di Moro e del suo altrettanto tragico epilogo come di una vicenda tessuta da raffinatissime menti: espressone, questa, adoperata anche da Giovani Falcone nel 1989 commentando l’attentato sventato contro di lui, e i colleghi e ospiti svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman, nella residenza estiva affittata all’Addatura.
Come si fa, Dio mio, a dubitare ancora, e tanto meno a lamentare la genericità dei richiami di Mattarella ai complici, che i terroristi avessero potuto disporre di aiuti esterni alla loro organizzazione sanguinaria -e che aiuti- nella preparazione del sequestro Moro e nella sua lunga gestione, protrattasi per quasi due mesi in una città come Roma? Una città grande di certo, ma non abbastanza, diciamo la verità, per spiegare la mancata scoperta del covo in cui era stato rinchiuso l’ex presidente del Consiglio, o della sua scoperta -peggio ancora- ma della mancata decisione di assaltarla, anche a costo della morte dell’ostaggio temuta umanamente dalla famiglia. Che aveva preteso dal primo momento una liberazione sicura e negoziata, rompendo praticamente col partito e col governo, al cui ministro dell’Interno Francesco Cossiga, salito a quel posto proprio per Moro, venne la ciclotimia per i sospetti, le accuse e quant’altro di non avere fatto abbastanza sia per prevenire il sequestro con una più accurata protezione sia poi per salvare la vita all’ostaggio.
Conosco e appezzo da tempo il magistrato Guido Salvini, espertissimo di terrorismo e consulente, non a caso, dell’ultima commissione parlamentare d’indagine già citata. Non più tardi dell’altro ieri, intervistato dal Quotidiano Nazionale che raggruppa Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione, egli ha così concluso le sue riflessioni sul sequestro Moro e sul suo epilogo. “Molto probabilmente le istituzioni, il Comitato di crisi e gli uomini del suo partito, dopo che le brigate rosse annunciarono la piena collaborazione di Moro al suo interrogatorio potevano temere che avesse raccontato e scritto, anche in modo forzato, molto più di quanto effettivamente avvenuto, con conseguenze disastrose, se fosse divenuto pubblico, per il quadro politico interno e le alleanze internazionali. A quel punto Moro era politicamente morto. Più ancora che morto, era divenuto ingombrante. Poteva essere lasciato morire”.
Sarà pure stata “in salita”, come l’ha definita il Corriere della Sera titolando l’editoriale di Massimo Franco, per “il muro di Schlein” su cui ha preferito gridare Repubblica sintetizzando forse un pò troppo la posizione assunta dalla segretaria del Pd nel suo primo incontro con la presidente del Consiglio, ma la partenza del governo verso la promessa riforma costituzionale è avvenuta.
“Ascolto, ma vado avanti”, ha detto la stessa Giorgia Meloni, a conclusione del primo giro di incontri con le opposizioni. Neppure Repubblica ha potuto ignorare queste parole sotto il titolo di apertura dedicato al muro, ripeto, della Schlein. La quale considera altre le priorità del Paese, includendo tuttavia fra queste una riforma della legge elettorale destinata a incrociare in qualche modo quella della Costituzione, pur potendole bastare una legge ordinaria e non costituzionale. Tuttavia la segretaria del Pd non potrà sottrarsi nelle aule parlamentari al confronto quando il governo maturerà e avanzerà le sue proposte. Su cui una cosa si può già dire da ora: le opposizioni non saranno compatte.
Dal cosiddetto terzo polo sono già arrivate aperture al governo, sino a procurarsi l’accusa di volergli fare da “spalla”. Premierato o presidenzialismo che sarà, Cancellierato alla tedesca o cos’altro ancora, una riforma arriverà prima o poi al pettine del Parlamento in una legislatura che ha bruciato, se proprio vogliamo usare questo termine negativo, solo otto dei 70 mesi a sua disposizione, equivalenti alla durata quinquennale del mandato conferito dagli elettori ai senatori e ai deputati il 25 settembre scorso.
Un dato che nessun titolo polemico di giornale di oggi potrà cancellare, neppure la “falsa partenza” gridata dal Secolo XIX, dello stesso gruppo editoriale di Repubblica e della Stampa, dove peraltro l’ex direttore Marcello Sorgi ha scritto che “la premier adesso è più sola”; un dato, dicevo, che nessun titolo polemico o riduttivo potrà negare o cancellare è la decisione con la quale la Meloni ha voluto dettare davvero la sua agenda. E ciò anche a costo di ridimensionare per forza di cose la figura della ministra titolare, diciamo così, del tema delle riforme. Che è l’ex presidente del Senato e mancata presidente della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati, forzista di prima fila nella recentissima convention alla quale si è mostrato in camicia e giacca Silvio Berlusconi nei 21 minuti di messaggio televisivo registrato nella stanza dell’ospedale milanese dov’è ricoverato, per quanto in condizioni decisamente migliori dell’arrivo.
Più volte, nonostante la rappresentazione fattane come di una “Ducia” daGiuliano Ferrara sul Foglio, la Meloni si era vista dettare prima di ieri l’agenda da imprevisti, come la tragedia di Cutro per citare il più clamoroso.
Al compianto Aldo Moro -di cui oggi ricorre il 45.mo anniversario di quella orribile morte comminatagli dalle brigate rosse dopo 55 giorni di penosa prigionia in un covo cinicamente promosso a “carcere del popolo” dagli assassini- è capitato in questi giorni di essere indicato da qualche parte come una vittima postuma della riforma costituzionale avviata dal governo Meloni consultando proprio in questo 9 maggio 2023 le opposizioni. “Riforme al buio”, titola oggi Repubblica.
Della Costituzione in vigore dal 1948 il professore incaricato di diritto penale e filosofia del diritto Aldo Moro fu sicuramente tra gli artefici, eletto nel 1946 all’Assemblea Costituente nelle liste democristiane della sua Puglia. E, diventato segretario della Dc nel 1959 subentrando ad Amintore Fanfani, inorridì di sicuro alla sola idea prospettatagli dal collega universitario Gianfranco Miglio di modificarla, dopo appena undici anni di vita, in senso federalista e presidenziale.
Miglio era in un elenco di consulenti, amici e non so cos’altro che Fanfani usava sentire e Moro ebbe la curiosità e la cortesia di volere ascoltare prima di decidere se continuare ad avvalersi pure lui delle loro opinioni o no. Per Miglio decise negativamente dopo l’incontro incaricando Franco Salvi di depennarlo dalla lista. Ma era -ripeto- il 1959. Al governo il segretario democristiano aveva avuto la possibilità di fare solo il sottosegretario, poi il ministro della Pubblica Istruzione, poi ancora il ministro della Giustizia. Nel 1963 sarebbe passato da segretario della Dc a presidente del Consiglio per rimanere ininterrottamente a Palazzo Chigi sino al 1968 e tornarvi brevemente fra la fine del 1974 e il 1976, passando prima per il Ministero degli Esteri. Lo aspettava da presidente della Dc, ma soprattutto regolo dello scudo crociato ormai riconosciuto da tutti, il Quirinale alla fine del mandato presidenziale di Giovanni Leone, nel 1978, se i terroristi rossi non ne avessero tragicamente stroncato la carriera.
Sostenere, dopo una così lunga pratica di governo e di politica, che Moro fosse rimasto fermo a quell’incontro del 1959 con Miglio e arruolarlo ora, d’ufficio e da morto, nelle truppe contro la riforma in cantiere ha quanto meno dell’azzardo per me. Che -per ciò che conta, per carità, la mia modestissima frequentazione con lo statista che difesi da tutti gli sgambetti e agguati ricevuti nel partito- ritengo avesse avuto l’occasione di toccare con mano certi limiti della Costituzione. Nel 1976, per esempio, egli indicò i curiosi “due vincitori” usciti dalle urne, non alleati davanti al corpo elettorale ma contrapposti, come la sua Dc e il Pci di Enrico Berlinguer. E ne teorizzò una “tregua” che gli costò la vita anche per la debolezza che una certa pratica costituzionale aveva procurato al sistema.
Consiglierei sommessamente di risparmiare al povero Moro, messo a guardia dell’intoccabilità della Costituzione del 1948, quest’altro abuso della sua vita e della sua morte.
Diavolo di un uomo, ancora una volta, Silvio Berlusconi è riuscito con i suoi 21 minuti di messaggio audiotelevisivo di sabato al “popolo azzurro”, radunato per lui dal reggente Antonio Tajani, a fare concorrenza mediatica persino alla contemporanea incoronazione di Carlo III a Londra. Che è un sovrano arrivato al trono a più di 74 anni contro i 58 che Silvio Berlusconi aveva quando creò con Forza Italia la sua personale monarchia politica. Anzi, personalissima, destinata ormai -per opinione praticamente unanime degli addetti ai lavori- a estinguersi con lui. E naturalmente il più tardi possibile, anche se il Cavaliere fatica ormai a parlare e può indossare camicia e giacca solo in una stanza d’ospedale trasformabile all’occorrenza in un set televisivo. Quel più tardi possibile se lo augurano sorprendentemente anche molti dei suoi vecchi avversari, o concorrenti.
Messasi pure lei “sull’asse Londra-Roma”, scendendo da Milano al centro del potere politico italiano, Flavia Perina ha salutato sulla Stampa “il ritorno in scena di un re anziano, malato, da un mese in ospedale” ma “reincononatosi convinto di non poter essere sostituito, di avere ancora un pezzo di storia da scrivere e da interpretare”. E lo ha scritto senza l’acrimonia con la quale da direttrice del Secolo d’Italia di tradizioni missine lei forse condivideva l’insofferenza di Gianfranco Fini nella coalizione di centrodestra. Dove pure Berlusconi lo aveva sdoganato nel passaggio dalla cosiddetta prima alla seconda Repubblica.
Sul Corriere della Sera Paola Di Caro ha trovato e definito “semi-divina”, letteralmente, “l’apparizione” dell’ex presidente del Consiglio ad una platea di “santi laici” da lui stessi canonizzati per diffondere la sua “religione”. Su Repubblica, quella di carta, Corrado Augias si è fatto prendere da una dichiarata “commozione”, pari solo a quella procuratagli dalla lunga, drammatica confessione di Michela Murgia al Corriere sui mesi di vita che le ha lasciato un tumore senza incattivirla. Salvo che per quell’”augurio” espresso di vedere prima di morire la caduta della fascistona o fascistissima Giorgia Meloni. La quale naturalmente non s’è lasciata scappare l’occasione, unendo l’utile al dilettevole di una reazione signorile, per augurare alla Murgia di sopravvivere davvero, e di molto, alla lunga vita del suo primo governo.
Se Augias è rimasto “commosso”, la cronista di Repubblica da Milano Brunetta Giovara ha registrato con scrupolo, se non condivisione, “le lacrime di gioia” provocate da Berlusconi ai suoi fedeli come “un vecchio parente che si temeva morituro e invece “eccomi qui”. Non “rieccomi”, come Montanelli faceva dire a Fanfani sollevatosi da una caduta. E non si tratta di lacrime da pietà, ma da “carisma”, perché “c’è chi ce l’ha e chi no”. Lui evidentemente sì.
Se la cronaca su un giornale come Repubblica è stata questa, con tanto di nomi e cognomi e località d’origine degli azzurri estasiati o piangenti avvicinati per raccoglierne una dichiarazione, o solo un sospiro, l’analisi non è stata da meno. “Silvio Berlusconi -ha scritto Stefano Cappellini sotto la stessa testata- riappare ai suoi fedeli e l’evento si fa subito volutamente messianico. Forza Italia, “la nostra religione laica”, così dice il Cavaliere; gli azzurri, “i santi laici degli italiani”, il racconto della fondazione del partito offerto ai discepoli come una parabola: la cacciata dei comunisti dal tempio. Quasi un’autocanonizzazione, una Trevignano liberale dove si cita Benedetto Croce anzichè la Madonna”. “In compenso non si vedono grandi tracce né dell’uno né dell’altra”, ha aggiunto l’analista come per riscattarsi dopo tanto abbandono mistico.
Berlusconi insomma ha saputo fare miracoli anche o soprattutto con quel fiato sospeso, con quella voce a tratti impercettibile, con quei sorrisi tirati dallo sforzo fisico. Per una volta i suoi abituali critici e avversari non lo hanno messo in croce con quei comunisti che ha continuato un pò a vedere dappertutto anche trent’anni dopo averli sconfitti e averne seguito il passaggio da un partito all’altro, da una sigla all’altra. Gli unici che ancora lo trattano come un demonio, uno stragista mafioso riuscito a farla franca, come diceva almeno una volta Pier Camillo Davigo degli imputati assolti o degli inquisiti archiviati, sono quelli naturalmente del Fatto Quotidiano. Dove temo che quando Berlusconi morirà davvero, come capita prima o dopo a chiunque sia nato, o quando Alessandro Sallusti avrà smesso di scrivere che “bene o male Forza Italia c’é”, come da un titolo un pò riduttivo di domenica su Libero, avranno solo da chiudere bottega. Senza neppure scherzare, come nella “cattiveria” di ieri in prima pagina, sui “santi della libertà sparsi tra San Vittore e San Raffaele”. E non avere il tempo di cercarsi un altro diavolo davvero da promuovere alla loro ossessione. Matteo Renzi e Giorgia Meloni non saranno sufficienti a motivarne la combattività esasperata.
Ricordate il trolley col quale l’economista Carlo Cottarelli salì al Quirinale cinque anni fa per ricevere da Sergio Mattarella l’incarico di presidente del Consiglio dopo la rinuncia di Giuseppe Conte, e prima del suo ripensamento? Il professore lo ha metaforicamente ripreso, sempre col sorriso dell’eterno disincantato, per lasciare, nell’ordine, il Senato e il Pd nelle cui liste era stato eletto il 25 settembre scorso come indipendente su invito dell’allora segretario del partito Enrico Letta. Egli non ha retto, sempre nell’ordine indicato in una lettera a Repubblica, a due “disagi” che gli hanno fatto preferire un insegnamento, a titolo peraltro gratuito, agli studenti delle scuole superiori in un piano predisposto dall’Università Cattolica. Di continuare a insegnare invece ai senatori, e a pagamento, con i suoi interventi non ha voluto saperne. E probabilmente non ne vorrà neppure se il Senato, con apprezzabile umiltà, glielo dovesse chiedere respingendo le dimissioni.
Al mancato presidente del Consiglio sono bastati i quasi otto mesi trascorsi a Palazzo Madama e dintorni per rendersi conto, sempre nell’ordine dei disagi da lui stesso elencati, che almeno “in questo momento” nella vita parlamentare c’è “molta, troppa animosità”. “Spesso -ha spiegato, forse pensando, e non a torto, anche alle premesse del confronto che si avvierà domani fra il governo e le opposizioni sulle riforme istituzionali- le posizioni sono espresse per partito preso e i dibattiti sono solo un’occasione per attaccare l’avversario”, dicendogliene di tutti i colori, e qualche volta cercando anche di dargliene travolgendo le barriere dei commessi d’aula. “I dibattiti estremizzati non sono nelle mie corde”, ha scritto il troppo mite Cottarelli, capace di sorridere sia allo sgarbo fattogli cinque anni fa da Conte riprendendo a tessere una tela di governo che il capo dello Stato gli aveva tolto, sia all’ironia eccessiva di chi ancora parla di lui come del “Draghi dei poveri”.
Chissà se avrà sorriso della rinuncia di Cottarelli anche all’ospitalità nel Pd la nuova segretaria Elly Schlein, coi suoi dentoni e nell’abito indossato con la solita consulente di cromatomia, o come diavolo di chiama, leggendo della convinzione fattagli maturare che il suo arrivo al Nazareno – stima personale a parte- abbia “spostato il partito più lontano delle idee liberal-democratiche in cui credo”. Qualcuno probabilmente da quelle parti avrà già tirato più o meno irresponsabilmente lo stesso sospiro di sollievo opposto ad altri, recentissimi abbandoni scommettendo su chissà quanti e quali nuovi arrivi potranno compensarli, fra sondaggi, urne e seggi parlamentari. “A quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione”, dicevano i latini e ripetiamo noi, loro successori, sostituendo Giove con Dio.