Il Novecento raccontato da Ugo Intini per consolarsi della politica di oggi

Come gli è capitato di fare nel 2014 con una bella e orgogliosa storia del suo Avanti!,   intrecciandola in 754 pagine con quella dell’Italia della Monarchia e della prima Repubblica, praticamente ghigliottinata dalla magistratura a mani cosiddette pulite, così Ugo Intini -che nel quotidiano socialista ha percorso tutta intera la carriera giornalistica, da redattore a direttore- ha fatto con i suoi Testimoni di un secolo, ancora fresco di stampa, edito da Baldini+Castoldi. 

In 684 pagine scritte -come gli ha riconosciuto sul Sole-24 Ore Sabino Cassese- “in maniera avvincente, con verve e acume, grande attenzione per i particolari” ha ripercorso la storia del Novecento, non solo italiano, attraverso 48 protagonisti sistemati in una metaforica galleria di ritratti. Protagonisti -ha avvertito Cassese- “oltre a comprimari e l’autore del libro, auctor e agens”. 

Del Psi del garofano guidato da Bettino Craxi all’insegna dell’autonomia e del riformismo Intini non è stato solo un dirigente,  e portavoce del segretario, ma anche un ispiratore: per esempio, con il suo saggio, a quattro mani col compianto Enzo Bettiza, sulla compatibilità fra liberali e socialisti. Era il lib-lab. Dal centro-sinistra col trattino degli anni sessanta, che si diede come segno distintivo i liberali sostituti al governo dai socialisti, si passò negli anni Ottanta, con Craxi in persona a Palazzo Chigi, al centrosinistra senza trattino  -il famoso pentapartito-comprensivo dei liberali. Fu un’evoluzione pragmatica e ideologica al tempo stesso. 

Vi confesso che la prima cosa che sono andato a cercare nella galleria dei ritratti del mio amico Ugo è stata la parte relativa alla tragedia di Tangentopoli gestita giudiziariamente, mediaticamente e politicamente in modo che diventasse una tragedia soprattutto socialista, pur essendo arcinota la diffusione generale del finanziamento illegale dei partiti, all’ombra di una legge a dir poco ipocrita sul loro finanziamento pubblico. Che stanziava a questo scopo meno della metà di quanto si sapeva che essi costassero. 

Mi ha sorpreso, in verità, una certa comprensione di Intini verso Oscar Luigi Scalfaro, eletto al Quirinale nel 1992, cioè all’alba già avanzata di Tangentopoli, grazie alla preferenza del Pds-ex Pci rispetto alla candidatura del laico Giovanni Spadolini, ma grazie anche, o ancor più, all’assenso dei socialisti. Che fu motivato -ha spiegato Intini- dalla fiducia che Scalfaro da ministro dell’Interno di Craxi si era guadagnato tirando fuori dagli archivi del Viminale e dintorni un documento che confermava la convinzione dei socialisti, a cominciare dallo stesso Intini, che il nostro comune amico Walter Tobagi, del Corriere della Sera, fosse stato assassinato da aspiranti brigatisi rossi il 28 maggio 1980 per negligenza anche degli apparati di sicurezza della Repubblica. Ai quali era stato segnalato in tempo il progetto quanto meno di rapirlo. 

Scalfaro che, consultando inusualmente nella crisi d’inizio della nuova legislatura anche il capo della Procura di Milano, rifiutò a Craxi il ritorno a Palazzo Chigi pur proposto dalla Dc di Arnaldo Forlani e dagli altri alleati, secondo Intini “ebbe certamente un ruolo nel salvare il salvabile” in quegli anni terribili. Anche se, “almeno sul piano economico -ha aggiunto Intini- il merito è andato al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi”, mandato da Scalfaro a Palazzo Chigi nel 1993. 

Ho storto il muso pensando a quanto quel rifiuto di Scalfaro di conferirgli l’incarico nel 1992 avesse indebolito Craxi nella caccia al “cinghialone”, come lo chiamava il magistrato simbolo dell’inchiesta Mani pulite: Antonio Di Pietro. Poi ho capito l’illusione procurata da Scalfaro a Intini con una difesa dei partiti espressa con queste parole “Demonizzarli, criminalizzarli è terribilmente pericoloso, poiché senza partiti non c’è democrazia”. “Credevamo che questo fosse un argomento decisivo”, ha scritto Intini al plurale. “Ma ci sbagliavamo di grosso”, ha aggiunto, “perché non sapevamo che sarebbero arrivati i grillini a teorizzare la democrazia diretta, a individuare i parlamentari come il vertice della casta e a imporre a titolo punitivo e simbolico il taglio”. No, Ugo, prima ancora dei tagli grillini al Parlamento abbiamo avuto in Italia la demonizzazione dei partiti temuta sì da Scalfaro ma da lui non contrastata, o non contrasta a sufficienza.

Pubblicato sul Dubbio

L’involontario soccorso russo al governo Meloni in difficoltà sul fronte dei migranti

E’ durata poco la schiarita che sul fronte dei migranti era stata avvertita a proprio vantaggio non solo da Giorgia Meloni ma persino dal manifesto, a sinistra, nella disponibilità annunciata da Parigi a fare sbarcare a Marsiglia i 234 soccorsi nel Mediterraneo dalla nave Ocean Viking, battente bandiera norvegese. Che ora   sembra in rotta non più verso il porto francese  ma verso le coste italiane, questa volta della Sardegna e non della Sicilia. Il sindaco di Porto Torres si è quasi già messo su una banchina ad aspettare. E ciò per un intervento di Bruxelles contro la linea del governo Meloni che ha in qualche modo scavalcato l’Eliseo, costringendolo ad una polemica con Roma che ha, fra l’altro, coperto il presidente Emmanuel Macron dagli attacchi della destra conterranea. 

Adesso è di nuovo “rotta di collisione”, com’è tornato a scrivere il manifesto. Collisione non solo e non tanto con Parigi ma -ripeto- con Bruxelles, dove il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani potrebbe vedersela fra qualche giorno con gli omologhi dei paesi aderenti all’Unione. E non sarà un confronto facile, visto che neppure sulle parole sono d’accordo il governo  di Roma e gli altri, l’uno parlando di “migranti” da distribuire fra i vari paesi comunitari e gli altri di “naufraghi” da accogliere comunque nel porto più sicuro e vicino alle acque in cui sono stati soccorsi. 

In obiettive difficoltà sul versante dei migranti -di cui è controverso anche il carattere emergenziale, date ormai la cronicità degli sbarchi sulle coste italiane e la loro consistenza inferiore ai migranti che raggiungono via terra gli altri paesi dell’Unione dalle loro terre povere o insanguinate dalle guerre, come da febbraio scorso anche l’Ucraina-  Gorgia Meloni e il suo governo ancora ai primi passi si stanno tuttavia rifacendo in qualche modo su un altro fronte. Che è proprio quello della guerra in Ucraina. Dove i fatti, pur nella loro indubbia drammaticità, a costo di tante vite umane, stanno confermando la convinzione atlantista che gli aiuti militari occidentali all’Ucraina non siano incompatibili ma complementari al perseguimento di una pace giusta, da negoziare non per darla vinta a Putin ma per salvare l’Ucraina invasa dalle sue truppe. 

“La grande ritirata russa”, ha titolato Repubblica riferendo di quella che è ormai è una fuga da Kerson: tanto vasta e precipitosa, coinvolgente quarantamila militari, da avere insospettito il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i suoi generali. Che temono un’operazione finalizzata a fare abbassare la guardia all’Occidente, ridurne l’impegno e preparare una nuova, più cruenta offensiva, magari nel contesto anche di una situazione politica negli Stati Uniti più difficile per il presidente Joe Biden. Che però sembra uscito dalle elezioni di cosiddetto medio termine meno male delle previsioni dei suoi avversari. Il principale dei quali peraltro, l’ex presidente Donald Trump, sicuramente più comodo a Putin come interlocutore, non è per niente -con i suoi candidati- il beneficiario dei guadagni elettorali e parlamentari di questo appuntamento con le urne. 

“Russi in rotta, ucraini in festa”, ha titolato Libero in modo un pò riduttivo sul piano politico, omettendo o sottovalutando la festa di quanti in Italia- sicuramente più a Milano che a Roma nelle manifestazioni per la pace che si sono contrapposte sabato scorso- hanno sostenuto e sostengono con maggiore convinzione e coerenza  la causa del Paese aggredito da un Putin avvolto nel fantasma imperiale di Pietro il Grande, o dei più recenti Stalin e compagni. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Anche con i migranti si finisce come a “Scherzi a parte”

Al netto degli aspetti drammatici del problema dei migranti, anche di quelli che riescono a sopravvivere all’ignobile mercato che ne fanno i cosiddetti scafisti, sembra di stare ancora una volta a “Scherzi a parte” assistendo ai fatti delle ultime ore e alla rappresentazione offerta dai giornali con titoli opposti ma aventi tutti una qualche attinenza alla realtà. 

Per quanto sostenuto dal Papa in persona con parole chiare di comprensione e di sostegno pronunciate di fronte a quella che è stata definita persino una “selezione disumana” tra i “fragili” fatti scendere in un primo momento dalle navi e quelli lasciati a bordo, il governo di Giorgia Meloni ha dovuto “cedere” facendo sbarcare tutti. E’ il titolo del Giornale berlusconiano diretto da Augusto Minzolini, confezionato forse con una venatura compiaciuta, essendo agrodolci la partecipazione e il sostegno dei forzisti al “destra-centro” che è diventato il centrodestra guidato dalla leader della formazione dei fratelli d’Italia, succeduta al Movimento Sociale di Giorgio Almirante e all’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini aumentandone di parecchio i voti. 

Se di “cedimento” ha parlato Il Giornale, a maggior ragione la Repubblica ha potuto titolare “la Ue piega il governo” e La Stampa “Meloni si arrende”. Un titolo quest’ultimo rafforzato in fondo alla prima pagina dalla rubrica del buon Mattia Feltri. Che ha così commentato la linea patriottica condotta, reclamata e quant’altro, in particolare, da Matteo Salvini anche dalla sua nuova postazione di ministro delle Infrastrutture, riuscito a salvare la competenza sulla Guardia Costiera: “Cari amici del governo, dovreste soprattutto difendere i confini fra la cattiveria e il ridicolo”. E “un altro confine” è appunto il titolo dell’urticante articolo. 

“Vittoria” ha invece titolato Libero riconoscendo a Giorgia Meloni il merito di avere strappato al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, da lei già incontrato a Roma, la decisione di aprire il porto di Marsiglia ad una nave piena di migranti soccorsi in mare, che diversamente avrebbe forse puntato anch’essa sui porti italiani. Una nave dalla quale comunque Macron ha tenuto a precisare, con allusione polemica a Roma, che farà sbarcare tutti, senza la selezione dei “fragili” quanto meno tentata nel porto di Catania dall’ex capo di Gabinetto di Salvini al Viminale, ora ministro dell’Interno. 

Col volenteroso titolo di Libero a sostegno del governo Meloni coincide sorprendentemente, per la sua identità politica, il giudizio del manifesto. Che sotto il titolo di copertina “Porto franco” ha testualmente pubblicato, nel sommario: “Parigi rompe il fronte europeo e assegna Marsiglia come porto per la Ocean Viking. E’ la vittoria della linea dura di Meloni e Piantedosi che in serata fanno sbarcare gli ultimi migranti a Catania”, quasi come contropartita quindi di quanto strappato a Parigi. Chissà se Giorgia Meloni ha telefonato per ringraziare la direttrice del manifesto Norma Rangeri.

A mezza strada tra la sconfitta, la resa e quant’altro della Meloni e la vittoria sono collocabili con i loro annunci La Verità di Maurizio Belpietro e Avvenire dei vescovi italiani. “Parigi cede, il governo italiano pure” è, in particolare, il titolo della Verità. “Tutti giù per terra” è quello di Avvenire, mutuato da un vecchio gioco di bambini che ancora si pratica negli asili e dintorni. Dove evidentemente il giornale della Conferenza Episcopale ha mandato, almeno per oggi, i governanti d’Italia e, più in generale, d’Europa.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Inascoltate, anzi tradite le parole di Papa Francesco sul problema dei migranti

Pazienza per Putin che, forte delle incoraggianti benedizioni di Cirillo, il “suo” Papa, se ne sbatte del Pontefice di Santa Romana Chiesa, Francesco, che gli chiede inutilmente di smetterla di radere al suolo l’Ucraina, ucciderne o deportarne la popolazione, decorare gli autori delle stragi e altre porcherie. Ma è a dir poco sconcertante che in Italia, diventata ormai anche la sua terra, da cui d’altronde proviene la propria famiglia, e la cui lingua egli predilige spesso anche all’estero, il Papa non riesca a spegnere il fuoco delle polemiche sulla “crisi disumanitaria” riesplosa sul fronte dei migranti, come l’ha chiamata su tutta la prima pagina Avvenire, il giornale dei nostri vescovi. O “l’inferno dei migranti”, come ha preferito titolare la laicissima Stampa evocandone diavoli e fiamme. 

Ciò di cui si è compiaciuto il Papa, il fatto cioè che il governo italiano, pur contestando la pretesa di navi battenti bandiere straniere di scaricare nei nostri porti tutti i naufraghi soccorsi in mare, abbia fatto scendere donne, bambini e malati, è stato bollato dalle opposizioni, ma sotto sotto anche da qualche frangia della maggioranza, come una strumentalizzazione dei “fragili”, una  odiosa “discriminazione”, una violazione di leggi internazionali, una disumanità, per ripetere il linguaggio di Avvenire.  

Dalla già citata Stampa di Torino al Riformista si sono levate grida di protesta per ciò di cui il Papa non si è per niente doluto: l’apprezzamento e il ringraziamento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni per le parole di comprensione pronunciate da Francesco nei riguardi del governo e per l’appello rivolto agli altri paesi europei a non lasciare sola l’Italia a fronteggiare il problema comunitario dell’immigrazione. “La destra smetta di usare il Papa”, ha titolato di preciso la Stampa. “Il Papa meloniano?” si è chiesto con sfacciata forzatura il Riformista per rispondere: “E’ la bufala dell’anno”. 

Sul fronte degli oppositori o dei critici del governo c’è una specie di gara a chi protesta di più, o più convintamente. Luigi Manconi, per esempio, ha scritto per Repubblica una lettera aperta ad Enrico Letta per sfidarlo a fare “rinascere il Pd in quel porto” catanese dove si sta consumando il braccio di ferro fra le navi del volontariato battenti bandiere straniere e il governo italiano. Le une convinte -ripeto- che possano scaricare da noi tutti i migranti che trasportano e l’altro convinto che,  a dir poco, debbano essere coinvolti nell’obbligo dell’accoglienza anche i paesi sotto le cui bandiere  sono stati prestati i soccorsi in mare ai quali i cosiddetti scafisti, cioè i mercanti di carne umana, destinano le loro vittime facendole partire dalle coste africane su mezzi inadeguati. 

Non è bastato evidentemente a Manconi ciò che lo stesso Enrico Letta aveva scritto il giorno prima proprio su Repubblica in apertura del lungo percorso congressuale di un Pd deciso a “reagire subito a una destra che ha esordito nel peggiore dei modi, muovendosi su un terreno ideologico reazionario, nostalgico, passatista. Un disegno che mira a dividere il Paese e a condannare la nostra comunità nazionale a un preoccupante arretramento in termini di etica, diritti, civiltà”. 

“L’esempio più drammatico -aveva aggiunto il segretario piddino nella sua invettiva –  è quanto sta avvenendo in queste ore nel Mediterraneo, con il ritorno  da parte del governo Meloni a un utilizzo politico becero e barbaro dei drammi di donne, uomini, bambini inermi. Un fatto gravissimo al quale stiano reagendo e reagiremo con la massima determinazione”. Eppure Enrico Letta quando scriveva queste parole conosceva già quelle più misurate usate nei riguardi del governo italiano dal Papa parlandone con i giornalisti sull’aereo che lo riportava in Italia dalla visita in Bahrein.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il centrodestra a trazione meloniana ha perduto….Letizia

“Auguroni a Moratti dopo aver fatto per il centrodestra il ministro, il sindaco e l’assessore” regionale, ha detto – commentandone l’annunciata candidatura alla presidenza della Lombardia col terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi- il vice presidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e leader della Lega Matteo Salvini. Che peraltro si era molto speso direttamente non più tardi della settimana scorsa per allungare l’incompleta lista delle cariche della signora prospettandole incarichi di cosiddetto sottogoverno per distrarla, diciamo così, dall’aspirazione al Pirellone. Dove la Moratti vorrebbe sostituire a marzo il presidente uscente della Lombardia Attilio Fontana: da non confondere con l’altro Fontana, Lorenzo, sempre leghista, salito in questa nuova legislatura al vertice della Camera.

Evidentemente, se le cariche sono una tentazione forse poco commendevole per una signora già da tempo in carriera politica, vicinissima -in questo mese- al compimento dei 73 anni, Salvini non ha avuto problemi a fare opera di tentazione sfidando anche il pater noster nella nuova formulazione, che ci fa pregare il Signore di non lasciarcene indurre. E il tentatore di ogni credente, si sa, è il diavolo. Della cui figura rimane politicamente celebre la descrizione che fece nel 1973, in un congresso democristiano, il già allora segretario Arnaldo Forlani sotto sfratto ad opera del suo capocorrente Amintore Fanfani. Il quale aveva deciso di sostituirlo per replicare al vertice dello scudocrociato l’avventura di vertice interrottasi bruscamente nel 1959, avendo lui imprudentemente cumulato troppo potere, insieme, di partito e di governo. 

Forlani identificò nel diavolo il promotore del trasformismo finalizzato a trattenere o conquistare o riconquistare il potere, appunto. E lui coerentemente non tentò neppure di resistere all’assalto di Fanfani, magari sposandone la linea della ripresa del centrosinistra interrottosi alla fine del 1971 per la protesta dei socialisti contro l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale senza il loro consenso. 

Ma lasciamo da parte il passato e torniamo ai giorni nostri. I giorni di Matteo Salvini, alleati e avversari vecchi e nuovi. Dicevo della sua “lista incompleta” delle cariche ricoperte da Letizia Moratti in una quasi trentennale carriera politica. Salvini si è infatti dimenticato della non irrilevante presidenza della Rai assegnatale nel 1994 sotto le insegne del centrodestra, già prima di diventare nel 2001 ministro della Pubblica Istruzione rimanendovi sino al 2006 nei due governi Berlusconi -il secondo e il terzo- che contrassegnarono l’intera quattordicesima legislatura repubblicana. 

Mi chiedo se è non dico galante, trattandosi di un uomo alle prese con una signora, ma politicamente corretto liquidare la Moratti – come ha praticamente cercato di fare Salvini in nome e per conto del centrodestra-come una poltronista o poltronara qualunque sostituendosi a quei sanfedisti di Forza Italia, da cui appunto proviene l’ex sindaca di Milano, che liquidarono così nei mesi scorsi l’uscita dal partito, per dissenso politico, di Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna. Che furono sorpresi -a dir poco- dal ritiro della fiducia di Forza Italia al governo di Mario Draghi, dove loro la rappresentavano. 

Eppure, essendo scontata la vittoria del centrodestra nelle elezioni, a quel punto anticipate di qualche mese rispetto alla scadenza ordinaria, i tre ministri dimissionari lasciarono il certo per l’incerto: l’opposto quindi del poltronismo. Dei tre, Brunetta rinunciò pure a tentare la rielezione alle Camere in altre liste, come fecero invece le più  giovani Gelmini e Carfagna tornate in Parlamento col terzo polo.

Ora la Moratti legittimamente aspirante alla presidenza della Lombardia, peraltro  promessale, offertale e quant’altro al momento del soccorso ad Attilio Fontana prestato in piena pandemia Covid, decidendo di candidarsi proprio col terzo polo, con un Pd che solo per questo ne ha già contestato la corsa, è andata anch’essa più verso l’incerto che il certo, verso più una sconfitta, per quanto dignitosa e foriera di sommovimenti altrui, che verso una vittoria. Pure qui, come nel caso di Brunetta, Gelmini e Carfagna, l’opposto del trasformismo poltronistico. 

Mi chiedo perché nel centrodestra, o destra-centro che gli è subentrato, e più in particolare in Forza Italia, si ceda così spesso e così rovinosamente alla tentazione un pò beduina- lasciatemi dire- di liquidare il dissenso politico per tradimento, ingratitudine, poltronismo appunto e via scendendo di livello. E’ una pratica peraltro penalizzante sul piano del consenso, visto che l’ultimo sondaggio effettuato dalla insospettabile Alessandra Ghisleri, a lungo considerata “di fiducia” di Berlusconi, attribuisce a Forza Italia il 6,5 per cento dei voti, l’1,6 in meno delle elezioni politiche del 25 settembre, sorpassata dal terzo polo. Che pure col suo 8,2 ha guadagnato solo lo 0,4 per cento rispetto a circa un mese e mezzo fa.

Pubblicato sul Dubbio

“Sberle” a Enrico Letta e Pd anche dal Papa su migranti e opposizione alla Meloni

Non gliene va bene una al povero Enrico Letta, per quanto egli faccia finta di niente, o quasi, e rilanci su Repubblica “il percorso congressuale che si apre oggi” per portare “alla nascita del nuovo Pd e alla scelta della leadership che lo guiderà in questo tempo di opposizione e di costruzione di un’alternativa alla destra”. 

Costretto sabato ad uscire dal corteo romano della pace per sottrarsi agli insulti che gli piovevano addosso come  “assassino” e “guerrafondaio”, convinto che occorra continuare ad aiutare anche militarmente l’Ucraina nella resistenza all’invasione russa, il segretario del Pd ha cercato di recuperare consenso e posizioni a sinistra unendosi alle grida contro il governo per quanto sta accadendo a Catania. Dove dalle navi del volontariato cariche di migranti soccorsi nella loro fuga dalle coste africane il nuovo ministro dell’Interno lascia scendere i più bisognosi di aiuti reclamando che degli altri si occupino i paesi sotto le cui bandiere sono stati raccolti in mare. “E’ inaccettabile che si salvino solo minori e fragili”, ha  detto il segretario del Pd condividendo il rifiuto  di ripartire opposto anche con ricorsi al Tar dalle navi  con naufraghi ancora a bordo. 

Purtroppo per Letta  gli è arrivata addosso come una valanga, a questo punto, una protesta del Papa contro i paesi europei che intendono scaricare  ancora solo sull’Italia, come sulla Grecia, su Cipro e sulla Spagna, costituenti i confini meridionali dell’Unione, il problema del soccorso e dell’accoglienza dei migranti. “La politica dei governi  -ha detto testualmente Papa Francesco ai giornalisti, in volo per il suo viaggio nel Golfo Persico- finora è stata di salvare le vite. Credo che questo governo -ha aggiunto parlando di quello italiano ancora fresco di insediamento- abbia la stessa. Non penso voglia altrimenti. Non sarebbe umano. Ho sentito che ha già fatto sbarcare bambini, mamme, malati. Ma l’Italia, questo governo o un altro, non può fare nulla senza l’accordo con l’Europa. La responsabilità è europea”. 

Di religione cattolica e di provenienza politica democristiana, come tanti altri amici di partito, non credo che Enrico Letta possa fare spallucce e ripetere quello che ha detto contro il governo gareggiando con la componente del suo partito di provenienza comunista, ma neppure tutta, e con i grillini nella pratica dell’opposizione più dura possibile, e preconcetta. 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in Egitto per il summit dell’Onu sull’ambiente, si è naturalmente affrettata a ringraziare il Papa, direi due volte. Una per la posizione sul problema dei migranti e un’altra per la valutazione più in generale della situazione politica italiana.

“Il nuovo governo -ha detto il Papa rispondendo ad una specifica domanda- incomincia adesso. Gli auguro il meglio. Io auguro sempre il meglio a un governo perché un governo è per tutti. Gli auguro il meglio perché possa portare l’Italia avanti. E gli altri, quelli contrari al partito vincitore, che collaborino con la critica, con l’aiuto….un governo di collaborazione, non un governo dove gli tolgono il pavimento sotto i piedi e ti fanno cadere se non piace una cosa o l’altra. Per favore, su questo io chiamo alla responsabilità. E’ giusto che dall’inizio del secolo l’Italia abbia avuto venti governi? Ma finiamola con questi scherzi”. 

Le parole del Papa -deve avere pensato Giorgia Meloni leggendole- valgono per le opposizioni ma tanto più per le varie componenti della maggioranza. Dove la fase della destra-centro cominciata con la forte prevalenza elettorale del partito della stessa Meloni sugli altri non è stata per niente digerita dal centrodestra rivendicato ogni giorno, per esempio, da Silvio Berlusconi. La cui Forza Italia è stata appena abbandonata a Milano da Letizia Moratti. Che a marzo correrà per la presidenza della regione Lombardia col cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Enrico Letta perde in piazza un altro passaggio della partita con Giuseppe Conte

Diversamene dal Messaggero, che ha portato nel titolo di prima pagina gli insulti subiti da Enrico Letta partecipando al corteo romano per la pace, o di Libero, che ha sparato come un proiettile quell’”assassino” gridato al segretario del Pd, convinto che occorra ancora aiutare militarmente gli ucraini nella resistenza all’invasione russa, la Repubblica ha minimizzato riferendo di “qualche piccola contestazione” nel richiamo della cronaca della manifestazione. 

“Letta -racconta Concetto Vecchio all’interno- entra nel corteo alle 15,15, all’inizio di via Merulana. Scambia qualche parola con il leader della Cgil Landini. Solo due signori rompono il clima di civile convivenza: “Guerrafondaio! Servo degli americani”, gli dicono”. Lo stesso Letta, intervistato da Roberta D’Angelo per Avvenire,   ha detto: “E’ stato giusto esserci, anche a costo di subire piccole contestazioni. Sono molto contento di essere andato personalmente, contento che c’era tanto Pd, contento di come è andata, perché è stata una grande manifestazione con parole giuste”: quelle evidentemente pronunciate in Piazza San Giovanni da Landini e dall’ex ministro Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio. 

Richiesto di un eventuale incontro con Giuseppe Conte, nel corteo sin dalla partenza dalla ex Piazza Esedra, Letta ha risposto: “Eravamo in punti diversi e non ci siamo incrociati, come con tanti altri”. Sentite invece la reazione del presidente del Movimento 5 Stelle ad analoga richiesta nel racconto del già citato Concetto Vecchio, di Repubblica: “Con Letta vi siete incontrati? chiediamo a Conte, alle prese con gli ultimi selfie. “No”, dice con esibita fierezza”. Ripeto: con esibita fierezza. 

Ecco, qui c’è tutto il senso della manifestazione di ieri a Roma, o di quel “corteo a caccia di sogni”, come l’ha definito sulla Stampa il buon Domenico Quirico. All’insaputa o a dispetto di gran parte di quei centomila che sono sfilati per le strade della Capitale pensando alla pace in Ucraina, si è giocato un altro passaggio della gara fra il pur dimissionario segretario del Pd e Giuseppe Conte su chi debba essere considerato il capo dell’opposizione o, più specificamente, della sinistra. L’impressione è che anche questo passaggio sia stato vinto da Conte, per quanto dalle urne del 25 settembre il Pd sia uscito con più voti e parlamentari del movimento grillino. 

La posizione di Enrico Letta sulla guerra in Ucraina, più che a quella di Conte -smanioso di votare in Parlamento contro il decreto del governo in cantiere per l’invio di altre armi all’Ucraina per sostenerne le ragioni in vista di un negoziato di pace con Mosca, se e quando potrà aprirsi- è vicina a quella di Carlo Calenda, Matteo Renzi, Letizia Moratti e gli altri che hanno organizzato e partecipato ieri ad un’altra manifestazione per la pace a Milano. Dove invece il Pd è stato rappresentato più modestamente, direi senza volere offendere l’interessato, dall’indipendente Carlo Cottarelli eletto senatore nelle liste lombarde del Nazareno. 

“Milano, soltanto un migliaio di persone con Calenda, Renzi, Moratti e Cottarelli. Tutti gli altri erano già partiti per il fronte ucraino”, dice sarcasticamente in prima pagina “la cattiveria” del Fatto Quotidiano. Il cui direttore Marco Travaglio, soddisfatto del “pieno di applausi” fatto da Conte a Roma, ha scritto di Enrico Letta schieratissimo con gli ucraini contro Putin: “Quando la pianteranno anche gli americani, lui continuerà da solo. Come Hiroo Onoda, il soldato giapponese arrestato nel 1974 nella giungla filippina perché non voleva credere che la guerra fosse finita da 29 anni”. L’alternativa quindi alla quale sarebbe destinato il segretario del Pd è fra un carcere e un manicomio, da riaprire apposta per lui in Italia.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

I miliardi della Meloni e le piazze di Conte, Enrico Letta e Calenda

Purtroppo i 32 miliardi di euro, di cui 23 di maggiore deficit, annunciati dal Consiglio dei Ministri di ieri, in continuità col governo di Mario Draghi, per fronteggiare l’emergenza energetica, avvertita come caro-bollette dalle famiglie, saranno pure “il bazooka di Giorgia” esposto nel titolo di apertura del Giornale della famiglia Berlusconi ma non basteranno di certo né a risolvere alla radice il problema specifico, né a ricompattare davvero la maggioranza nel difficile percorso parlamentare delle misure urgenti disposte su raduni, ergastolo “ostativo” dei detenuti di mafia, lotta al Covid e riforma del processo penale, né a cambiare i rapporti con le opposizioni. Che pure quei 32 miliardi avevano reclamato opponendo la loro urgenza a quella data dal governo ad altri problemi. 

“Al tridente dell’opposizione serve una scuola serale”, ha titolato Il Foglio su un articolo nel quale Giuliano Ferrara ha messo a nudo le contraddizioni che alla fine vanificano l’azione -nell’ordine della loro consistenza elettorale e parlamentare- sia del Pd ancora guidato da Enrico Letta, sia del MoVimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte, sia del cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi.

Le debolezze al plurale dell’opposizione al singolare indicata nel già citato titolo del Foglio non potevano essere meglio rappresentate dalle due piazze che si contendono oggi, fra Roma e Milano, la battaglia per la pace in Ucraina: anche a costo della resa o comunque di una sconfitta del Paese aggredito dalla Russia, come si attribuisce, a torto o a ragione, alla piazza di Roma, o solo se alle condizioni volute o comunque accettate a Kiev, come si attribuisce alla piazza di Milano politicamente ascrivibile a Calenda. 

Fra le due piazze, salvo sorprese all’ultimo momento, Enrico Letta ha preferito quella di Roma “dichiaratamente apartitica ma dalla forte valenza politica”, come l’ha definita sostenendola Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. Al quale interessa poco o niente, forse, il fatto che sia riuscito a mettervi sopra il cappello Conte, come se ne fosse il capo. L’impressione che ne ha ricavato -credo non a torto, o non del tutto a torto- Stefano Rolli nella sua vignetta sul Secolo XIX, sotto il titolo “L’Ulivo della pace”,  è di un Conte con un grosso bastone d’ulivo, appunto, dominante di fronte ad un Enrico Letta intimidito.

Sino a quando l’opposizione -sempre al singolare del Foglio– sarà questa, pur nella forzata limitatezza degli interventi sul caro-bollette e dintorni; pur nell’aggrovigliata nuova edizione del contrasto all’immigrazione clandestina gestita dal ministro dell’Interno alle prese con tre navi al largo di Catania, delle quali due battenti bandiera tedesca e una norvegese; pur nell’accidentato, a dir poco, varo delle misure urgenti su raduni, carcere ostativo, reintegro dei medici no vax negli ospedali e rinvio della riforma del processo che porta il nome della ex ministra della Giustizia Cartabia; nonostante tutto questo, ripeto, Giorgia Meloni potrà sentirsi relativamente tranquilla. E fingere di non capire all’interno della maggioranza che pure guida -forte non solo di Palazzo Chigi ma anche della crescita del suo partito, giù salito nei sondaggi dal 26 per cento delle elezioni del 25 settembre al 28,7 appena rilevato dalle ricerche di Alessandra Ghisleri- il nuovo monito rivoltole da Silvio Berlusconi. Il quale, con l’aria di volere solo assicurare il controllo pieno che avrebbe del proprio partito, da cui ogni tanto continua pur ad uscire qualcuno insoddisfatto delle sue decisioni o dei suoi metodi, ha confermato -come racconta con tanto di virgolette il Corriere della Sera- un “sostegno convinto al governo di centrodestra”. Non quindi di “destra-centro”, come lo rappresentano orgogliosamente i fratelli meloniani d’Italia, e non solo le opposizioni denigratoriamente.

Ripreso da http://www.startmag.it   

Sorpresa a Bruxelles: Giorgia Meloni è terrestre, non marziana

Giorgia Meloni dev’essere arrivata ieri a Bruxelles- o sbarcata come nel titolo del manifesto sovrapposto alla foto con la presidente della Commissione europea Ursula von der Layen- abbastanza in apprensione se ha chiuso la trasferta compiacendosi di aver saputo dimostrare di essere una terrestre, non la marziana che temeva di essere apparsa a distanza. Sotto sotto, a dispetto di una campagna elettorale esplosa a Milano con quel grido contro “la pacchia” di una Unione Europea sostanzialmente al guinzaglio degli interessi tedeschi, la premier italiana deve essere arrivata a Bruxelles temendo che la pacchia stesse finendo o fosse finita per lei, come nel titolo dedicatole oggi dal Foglio.

Invece la premier italiana non è stata soltanto riconosciuta e trattata da terrestre in incontri quindi non scambiabili per quelli di terzo tipo del famoso film di Steven Spielberg del 1977, l’anno peraltro di nascita di Giorgia Meloni. E’ riuscita ad ottenere o strappare, come preferite, anche una “tregua” che Repubblica ha definito “armata”, nel contesto del “gelo” attribuito agli interlocutori pur rasserenati dal fatto che l’ospite non venisse da Marte, fornita di chissà quali misteriose armi. 

Una tregua senza aggettivi è stata quella annunciata da Avvenire, il giornale dei vescovi italiani un pò più ottimista o meno prevenuto, pur in ansia per la nuova vertenza apertasi fra Roma e Berlino sul terreno dei migranti tanto a cuore al Papa. Che li vorrebbe tutti accolti nei porti italiani, pur riconoscendo ogni tanto che non li potremmo trattenere tutti noi, colpevoli solo di vivere lungo i confini meridionali dell’Europa. 

Si vedrà se e quali effetti produrrà anche su questo terreno la missione di approccio, conoscenza e simili compiuta dalla Meloni nella capitale dell’Unione, che è pur sempre Bruxelles e non Berlino, anche se è tedesca la presidente della Commissione. Ma una tedesca che parlicchia italiano dopo tutte le vacanze che trascorre da noi, diversamente dalla conterranea Angela Merkel. Le cui vacanze in Italia non l’hanno mai invogliata a imparare la nostra lingua. 

Di ritorno dalla trasferta a Bruxelles la presidente del Consiglio ha trovato buone ma anche  brutte notizie per lei. Buone, per esempio, come quelle di Alessandra Ghisleri, il cui ultimo sondaggio -riferito personalmente sulla Stampa di oggi- danno la Meloni un indice di fiducia personale del 40,6 per cento: quasi un punto in più rispetto a dieci giorni fa, nonostante quindi, o proprio a causa delle polemiche scoppiate sulle misure adottate dal Consiglio dei Ministri sui raduni non autorizzati, sul reintegro anticipato dei medici no vax negli ospedali e sull’ergastolo “ostativo” dei detenuti per mafia. E’ salita anche l’attrazione elettorale del partito della Meloni, ormai in marcia col suo 28,7 per cento verso e forse anche oltre il 30.

Le cattive notizie per la presidente del Consiglio sono invece quelle provenienti da Forza Italia, dove aumentano le riserve, perplessità e paure derivanti dalla nuova fase del centrodestra orgogliosamente rivendicata dagli alleati rovesciandone la denominazione. Alla “scommessa del destra-centro” è dedicato con un certo sarcasmo l’editoriale odierno del direttore del Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi. Che attribuisce proprio alla voglia o all’interesse della Meloni di marcare questa nuova identità dell’alleanza di governo risalente al lontano 1994 gli errori delle ultime misure adottate dal Consiglio dei Ministri, e destinate ad un difficile percorso parlamentare.

“La vera scommessa di Giorgia Meloni -ha scritto Minzolini- è quella di governare questo Paese non più con un approccio moderato, ma con un’identità marcata di destra.” Mi dovete avvertire- è la preghiera che rivolge quotidianamente alle persone più vicine- se cambio”. Questa è la novità….Il tempo dimostrerà se si è trattato di una scommessa vincente o di un azzardo”. L’attesa non sembra ottimistica. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

In attesa di sapere se anche il Covid, almeno in Italia, è di destra o di sinistra

Vista la premura avuta, in vista della seduta del Consiglio dei Ministri, di ammonire a non abbassare la guardia nella lotta al Covid- sia che si concepisca di destra la pandemia, riguardosa quindi verso il governo di Giorgia Meloni, sia che la si concepisca di sinistra, pronta quindi alla recrudescenza per metterlo nei guai e forse anche abbatterlo- qualcuno si sarà stupito della rapidità con la quale Sergio Mattarella ha controfirmato tutte le misure trasmessegli da Palazzo Chigi. E ciò anche a costo di deludere giuristi di una certa autorevolezza prontamente espostisi con dubbi sull’urgenza invocata dal governo ricorrendo allo strumento del decreto legge. 

Certo, sarebbe stato clamoroso se il presidente della Repubblica, anche dopo la cordialità manifestata a Gorgia Meloni nella cerimonia del giuramento suo e dei ministri al Quirinale, avesse obbiettato qualcosa tornando  in qualche modo sulla prudenza consigliata in materia sanitaria. Ma proprio per questo, cioè per il clamore politico che avrebbe provocato, e non per un’altra carineria verso la prima donna arrivata alla guida del governo nella storia d’Italia, Mattarella dev’essersi sottratto alla tentazione di uno strappo, se davvero avvertita. 

Del resto, con avvedutezza tutta politica maturata anche sbagliando, come le capitò cinque anni fa unendosi all’allora capo grillino Luigi Di Maio nella minaccia di un impeachment di Mattarella per avere rifiutato la nomina di Paola Savona a ministro dell’Economia nel primo governo Conte, cui pure lei era interessata solo come oppositrice; con avvedutezza tutta politica, dicevo, la Meloni si era già preoccupata di alleggerire le misure predisposte per svoltare nel contrasto al Covid. In particolare, aveva rinunciato a a sollevare dall’obbligo della mascherina la frequentazione degli ospedali e delle residenze assistenziali sanitarie. Anche questo probabilmente ha contribuito a ridurre le presunte o prevedibili resistenze del Quirinale. 

Una certa astuzia la Meloni l’ha avuta anche abbinando l’intervento sul contrasto al Covid, e quello contro i raduni illegali, alle  norme sul cosiddetto carcere ostativo. Che sono di una urgenza incontrovertibile, dovendosi occupare di questa materia la Corte Costituzionale fra qualche giorno, dopo avere più volte sospeso una sua decisione, con le forbici in mano rispetto alle disposizioni in vigore sino all’altro ieri sui detenuti mafiosi. E ciò per rispettare le competenze legislative del Parlamento, dove le norme riscritte dal governo dovranno essere convertite, cioè ratificate o modificate, entro i 60 giorni stabiliti dalla Costituzione. 

A consigliare a Mattarella il via libera a tutte le misure adottate dal governo può avere  infine contribuito la consapevolezza, subito avvertita da uno con la sua esperienza, di una certa fluidità della maggioranza, particolarmente tra i forzisti di Silvio Berlusconi, di fronte alle decisioni governative più contestate dalle opposizioni. Che potrebbero pertanto riceverne un aiuto nel passaggio parlamentare della conversione non dico per sopprimerle, ma almeno per cambiarle. 

Certo, conoscendone ormai tutti anche la capacità di essere ironico, come lui stesso  una volta si compiacque  con una scolaresca in visita al Quirinale durante il suo primo mandato, Mattarella avrà sorriso pure lui della possibilità, accennata all’inizio, che potremmo avere di scoprire, nella vicenda apertasi con le decisioni del Consiglio dei Ministri, il colore politico di questo maledetto Covid, e varianti.  Se la pandemia dovesse riprendere sarà un affare politico per le opposizioni, imbrattandosi anch’essa del rosso della sinistra. Se, al contrario, non dovesse sorprenderci con una recrudescenza anche la pandemia, salvando praticamente il governo, sarebbe imbrattata del nero col quale si sta cercando di dipingere, sempre da sinistra, il destra-centro subentrato al centrodestra. Che però, a dire il vero, si era anch’esso guadagnato il nero, da parte della sinistra e dintorni, alle elezioni e all’esordio a Palazzo Chigi, nel lontano 1994, di Silvio Berlusconi  “sdoganatore” -si gridò- di fascisti, parafascisti e simili. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 5 novembre

Blog su WordPress.com.

Su ↑