Beppe Grillo promette di essere il peggiore, chissà se solo in teatro

In una maglietta nera da non confondere, per favore, per una camicia di uguale colore fra  quelle evocate durante tutta la campagna elettorale dall’antifascismo militante, che scambiava per una riedizione della marcia su Roma di 100 anni fa la scalata di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, Beppe Grillo ha annunciato sul suo blog in terza persona il ritorno in teatro a febbraio. L’esordio sarà il 15 di quel mese a Orvieto, da dove il comico genovese, e ancora garante del MoVimento 5 Stelle presieduto da Giuseppe Conte, arriverà a Roma il 27 marzo attraverso Bologna, Napoli, Milano, Firenze e Sanremo. Ma il programma non è ancora completo.

Il nome dello spettacolo comico del super comico – “il più spiazzante, caustico e odiato di tutti i tempi”, si è autodefinito Grillo- può apparire un pò a doppio senso a chi apprezza magari l’artista, lasciandosene divertire, ma non il politico. “Io sono il peggiore”, dice il titolo del nuovo spettacolo che l’autore promette pieno di “rivelazioni”, dove “tutti sono coinvolti e nessuno è escluso”. Esso spazierà “dalla religione alle silenziose guerre economiche, passando per il metaverso, fino al lato oscuro dell’ambientalismo”. Speriamo che a febbraio sarà finita la guerra in Ucraina e Grillo potrà quindi risparmiarsi di interferirvi con i suoi missili verbali, o di sovrapporsi al pacifismo di Conte: il professore che egli aveva sottovalutato, strapazzandolo non più tardi dell’anno scorso come un incapace, o quasi. Ora, da garante Grillo ne è diventato quasi un dipendente, con quel contratto di consulenza, o simili, che ha negoziato fra telefonate e missioni a Roma. 

Quel diavolo di avvocato pugliese, pur a voti dimezzati rispetto alle elezioni del 2018, rischia di riuscire dove Grillo fallì personalmente e miseramente nel 2009, quando iscrivendosi d’estate alla  sezione di Arzachena, in Sardegna, tentò l’opa sul Pd anche allora -come oggi- appena messo sui binari di un congresso per le dimissioni di Walter Veltroni da segretario. Il turno adesso è di Enrico Letta, di cui Conte ha reclamato e già ottenuto la testa, visto che l’interessato si è dimesso, per tornare ad allearsi col Pd o assorbire quel che potrebbe restarne dopo l’ennesima scissione. Che spettacolo, signori, e senza neppure pagare il  biglietto, come dovranno invece fare gli estimatori di Grillo per andare a vederlo e sentirlo al teatro.

Per stare al nome del nuovo spettacolo del comico, fra le cose “peggiori” del grillismo politico ne abbiamo appreso proprio oggi una riferita sul Corriere della Sera da Francesco Verderami. Che ha scoperto e diffuso ciò che a luglio, quattro mesi fa, distratti dalla crisi del governo Draghi fortemente voluta da Conte insieme con le elezioni anticipate, era sfuggito a tutti. 

Alla Camera, notoriamente presieduta dal grillino Roberto Fico, che ora da ex la domina, diciamo così, dal suo ufficio mozzafiato ricavato nell’altana del palazzo di Montecitorio, si varò una “previsione pluriennale” di spesa invariata sino al 2024 anche per il finanziamento dei gruppi, pur essendo stati tagliati i seggi di un terzo con la riforma tanto voluta dai pentastellati per risparmiare. Così a parità di onere ma non di seggi, scesi in particolare da 630 a 400, i gruppi otterranno per ogni deputato non più 40 mila ma 77 mila euro l’anno, per un totale di quasi 31 milioni di euro. Bazzecole, direte, ma la questione non è tanto di quantità quanto di qualità. 

E’ un pò come se i gruppi avessero giocato al lotto e vinto. E i partiti avessero perduto voti e guadagnato più soldi.  Così, fra l’altro, mettendoli a carico dei gruppi parlamentari come collaboratori, Conte ha potuto procurare qualcosa come 70 mila euro l’anno, o circa tremila euro netti al mese, ad  amici di partito che, avendo già maturato due mandati parlamentari, non hanno potuto neppure tentare il terzo candidandosi. E non hanno al momento altro mercato a cui proporsi alle stesse condizioni. “Io sono il peggiore”, dice  – e ripeto- l’insospettabile spettacolo di Grillo.  

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Il Pd “dei baroni” e della “borghesia” a scuola serale da Carlo De Benedetti

Non è la prima volta che Carlo De Benedetti si esprime negativamente sul Pd di cui pure rivendicò la tessera d’iscrizione numero 1 sentendosi a casa sua col fondatore e primo segretario Walter Veltroni. Di cui condivideva appieno la vocazione cosiddetta maggioritaria, che avrebbe dovuto liberarlo di tanti alleati minori e fastidiosi, già costati la vita al primo governo di Romano Prodi, e ne avrebbero di lì a poco demolito anche il secondo.  

Peccato che, oltre a non prevedere, o addirittura a volere -come qualcuno lo accusò- anche la seconda decapitazione di Prodi, l’ancor fresco primo segretario del Pd derogò  subito alla vocazione maggioritaria apparentandosi elettoralmente con Antonio Di Pietro. Che non gli portò molta fortuna, facendogli peraltro lo scherzo di rimettersi subito in proprio con gruppi parlamentari autonomi, nella presunzione -disse, ahimè ascoltato- di marciare divisi per meglio colpire uniti. Sono finiti come sono finiti l’uno e l’altro: l’uno, Veltroni, avendo tuttavia il paracadute della cultura che gli ha permesso di produrre film, libri, editoriali del Corriere della Sera di tutto rispetto, l’altro dividendosi fra uno studio legale di cui ho letto e sentito parlare assai poco, meno comunque di quanto mi fossi aspettato, e le sue raccolte d’olive, nella mitica Montenero di Bisaccia. Che hanno fatto da sfondo a tante rievocazioni giornalistiche delle sue ormai lontane gesta di magistrato. 

Accusato all’inizio di una lunga intervista ad Aldo Cazzullo con cui ha voluto  tornare al capezzale del grande ammalato, di avere “conquistato la borghesia”, a cominciare da lui che spero non si offenda a sentirsi definire borghese, e di avere “perso il popolo”, il Pd è stato rappresentato dall’editore di Repubblica e ora di Domani  come “un partito di baroni imbullonati da dieci anni al governo senza aver mai vinto un’elezione”. E “la segreteria Letta” ancora in carica per il disbrigo degli affari congressuali “un disastro”. E il Pd, ancora lui, modellato a sua immagine e somiglianza dall’ex presidente del Consiglio ritiratosi per un pò a Parigi per dimenticare Matteo Renzi che lo aveva sgarbatamente rimosso da Palazzo Chigi, “arrogante”, “supponente” e responsabile, con la sua corsa solitaria nell’ultima campagna elettorale, della “vittoria della destra”. 

In verità, qualche compagno o amico di strada Enrico Letta l’ha cercato e voluto riuscendoli pure a trattenere, diversamente da Carlo Calenda e Matteo Renzi ritrovati solo per pochi giorni. Il segretario del Pd li ha perduti preferendo a loro la minuscola sinistra di Nicola Fratoianni e l’altrettanto minuscolo verde Angelo Bonelli. Ma De Benedetti forse non se n’è accorto, come anche di Emma Bonino e di Benedetto Della Vedova incollati al  + di Europa, non non del loro elettorato. 

Neppure la scelta preferenziale di Mario Draghi non dico come alleato, perché  non era nella partita elettorale, ma come una persona abbastanza competente e autorevole sul piano internazionale per vantarsi di sostenerlo, è stata giusta secondo De Benedetti. E’ stato -ha detto al Corriere della Sera– come “guardare al passato”, anziché al “futuro” di cui hanno “bisogno” gli italiani. E così l’ingegnere ha sistemato anche l’ex presidente della Banca Centrale Europea.  Volete mettere la capacità divinatoria e accattivante di Giuseppe Conte da Volturara Appula? Le 5 Stelle sì erano la scelta giusta, rifiutata per la già citata arroganza e, in più, per “stupidaggine”. 

Forte di tutto questo armamentario polemico e accademico, in senso professorale, di scuola politica a cominciare dall’abc, De Benedetti ha concesso qualche consiglio salvifico per almeno il futuro immediato.  E’ quello per esempio, di lavorare subito per far “cadere Matteo Salvini” sposando la candidatura di Letizia Moratti alla presidenza della Lombardia, e con lui l’intero governo “disastroso”, “obbrobrioso” e quant’altro che porta il nome di Giorgia Meloni. La quale avrà pure incantato, con o senza la sua figliola Ginevra, qualcuno al G20 di Bali, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti tanto ammirati, anzi amati da De Benedetti, ma rimane una sprovveduta, a dir poco, che  aveva scambiato Emmanuel Macron per uno che “deve governare l’immigrazione nel Mediterraneo” e non la Francia, dove “ha una forte opposizione di destra, con Le Pen e Zemmour”. 

Con questo pò pò di avversari in patria, anzi in Patria con la maiuscola, “era chiaro -ha  mandato a dire De Benedetti del presidente francese alla premier italiana e ai suoi ministri- che gli sarebbero saltati al collo con una nave che era al largo delle coste italiane. Eppure l’ha fatto. E il governo italiano ha dimostrato un’ignoranza politica tremenda. Ha perso un alleato, con un errore che un bambino delle elementari avrebbe evitato”. Torniamo insomma all’abc. “Una figura da cioccolatai”, ha detto ancora l’ingegnere senza spiegarci che cosa mai gli abbiano fatto in fondo i cioccolatai. 

Mah, vedremo se De Benedetti accorderà ai “baroni” del Nazareno anche qualche supplemento serale di lezione su come uscire dalla crisi in cui si sono cacciati. Certo, di solito ai partiti non piace farsi dare lezioni da fuori. Se ne accorse a suo tempo addirittura Eugenio Scalfari, d’accordo con l’allora amico ed editore De Benedetti, consigliando al Pds-ex Pci di votare Giovanni Spadolini al Quirinale piuttosto che Oscar Luigi Scalfaro. Quelli, i post-comunisti, fecero il contrario. Era il 1992. E da lì ne nacquero di cose. 

Pubblicato sul Dubbio

I delusi del successo di Giorgia Meloni al G20 in Indonesia

Giorgia Meloni ha cantato “successo”, credo non a torto, a conclusione del G20 di Bali che l’ha fatta esordire a livello mondiale, caricandola anche della simpatia guadagnatasi come mamma portando con sé la figlioletta Ginevra. E mettendo a tacere le immancabili critiche in Italia, dove l’animosità politica prevale solitamente su tutto,  col monito sacrosanto che la gestione della sua bambina è affare personalissimo. 

Le richieste di incontri bilaterali che la premier ha ricevuto in terra indonesiana sono state tante che per soddisfare quella del presidente cinese ha dovuto rinviare la partenza. E nel vederlo in foto a tu per tu con lei, veniva voglia di scambiare Xi per un Guido Crosetto rosso: l’attuale ministro italiano della Difesa che alla fondazione dei fratelli d’Italia sollevò la Meloni fra le sue braccia come King Kong nei famosissimi film. 

L’unico praticamente a rimanere sulle sue, almeno fra quelli su cui si aveva una certa curiosità a sapere di più, è stato il presidente francese Emmanuel Macron. Che al tavolo dell’incontro fra i leader occidentali si è risparmiato di vedersela trovata accanto, separata dal cancelliere tedesco Scholz. 

Se ne sarà dispiaciuto a distanza -credo, anzi spero- il buon presidente della Repubblica Sergio Mattarella vedendo le immagini da Roma, con tutto il gran da fare in cui si è speso personalmente al telefono per chiudere l’incidente fra i governi italiano e francese sulla vicenda della nave Oceanic Viking. Che per una volta ha potuto sbarcare i suoi migranti soccorsi nel Mediterraneo in un porto francese anziché nel solito scalo italiano preferito dalle organizzazioni volontarie battenti le bandiere più diverse. A questo punto, francamente, cioè al punto in cui Macron ha voluto fare arrivare e mantenere la tensione, diventa francamente difficile dire se è più disumano il trattamento italiano dei migranti per mare o quello francese dei migranti per terra, particolarmente lungo i confini fra i nostri due Paesi. 

Sul perdurante “gelo con Macron” hanno preferito titolare la Repubblica e la Stampa, come per darne la colpa, o comunque il demerito, alla premier italiana, forse troppo giovane o inesperta per essere presa sul serio dal presidente francese per più di quell’incontro galeotto a Roma su una terrazza del Gianicolo. Che avvenne -per quanto mi risulta- soprattutto per i buoni uffici dell’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, considerato  da Macron all’altezza della sua amicizia e della sua considerazione. 

Un pò troppa puzza sotto il naso nei riguardi della Meloni al G20, figlia o non figlia al seguito, ha mostrato di averla in Italia sul Riformista anche Claudia Fusani. Che, confermando il cliché delle donne che diffidano di loro più degli uomini, o le femmine dei maschi, ha scritto abbastanza velenosamente in prima pagina: “Giorgia Meloni dimentica per qualche giorno i problemi con la Francia e si atteggia a grande statista internazionale al G20 di Bali. “Un successo” ha detto. Ma la sua presenza conta poco, una gregaria”. Carinerie di genere, diciamo. 

Da Bali comunque la premier italiana è potuta partire anche col sollievo di avere toccato con mano, per quel poco che è durata la presenza del ministro degli Esteri russo al summit mondiale, lo scarso favore per Putin e la sua guerra all’Ucraina, che gli aggrediti stanno fronteggiando con gli aiuti militari pure dell’Italia. Peraltro la gestione dell’incidente occorso in Polonia con “pezzi di missili” caduti a poca distanza dalla frontiera con l’Ucraina bombardata dai russi ha dimostrato che gli americani -contrariamente a quanto scrivono e dicono i putiniani d’Italia- non muoiono per niente dalla voglia di cavalcare quel conflitto. Che avrebbero addirittura provocato per inguaiare sia Putin sia l’Europa. Le cose non stanno per niente così dietrologicamente. 

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I paterni consigli di Joe Biden a Giorgia Meloni nel G20 di Bali

Grande deve essere stata l’emozione di Giorgia Meloni a Bali partecipando al G20: certamente superiore a quella pur forte e dichiarata il 22 ottobre scorso a Mario Draghi che l’aspettava in cima allo scalone di Palazzo Chigi per le consegne. Superiore anche all’incontro un pò furtivo col presidente francese Emmanuel Macron su una terrazza al Gianicolo, non immaginando né l’uno né l’altra che avrebbero poi avuto uno scontro a dir poco imbarazzante sulla questione dei migranti. Superiore anche alla missione in Egitto per la conferenza dell’Onu sul clima, che le ha consentito il primo approccio col presidente al Sisi che ha un pò di incresciosi problemi aperti con l’Italia per l’abitudine che hanno, da quelle parti, di ammazzare italiani senza volerne dare  conto, o di trattenere in carcere troppo a lungo studenti attesi all’Università di Bologna per completare gli studi. Il plurale è un pò una forzatura, lo ammetto, ma serve a dare l’idea di quanto quella terra sia diventata pericolosa per noi, nonostante i tanti buoni affari fra i due paesi: petrolio, ma anche armi.   

A Bali la presidente del Consiglio ha potuto, fra l’altro, incontrare per un’ora abbondante il presidente americano Joe Biden reduce da elezioni di medio termine che gli hanno consentito di affrontare fiduciosamente la seconda parte del mandato alla Casa Bianca. Dalle corrispondenze del Corriere della Sera abbiamo appreso della consolante assicurazione di Biden di aiuti all’Italia per gli approvvigionamenti di gas, per quanto non proprio a buon mercato, dicono e scrivono i critici dei buoni rapporti con gli Stati Uniti, di cui saremmo più spremuti che protetti. Dalle corrispondenze di Repubblica abbiamo invece appreso di un  quasi paterno invito di  Biden alla Meloni -viste le loro età- di “tenere a bada i tuoi alleati”, pur potendo contare sulla  fiducia americana. 

Per quanto appaia ogni svanito, tra passi incerti e amnesie imbarazzanti, sino a sbagliare i nomi dei Paesi dove si trova, o ai quali vorrebbe riferirsi parlandone da lontano, Biden è risultato bene informato di quanto sta accadendo in Italia attorno e persino dentro il governo Meloni. Dove l’atlantismo, per esempio, è tanto dichiarato quanto spesso disatteso in rapporto, per esempio, alla guerra in Ucraina, appena sconfinata con “pezzi di missili” -dicono le cronache- caduti in Polonia. La cui partecipazione alla Nato comporta rischi seri per Putin e per le sue truppe già costrette a rovinose ritirate. 

Sono ormai lontani i tempi in cui Silvio Berlusconi, partner ormai minore ma pur sempre determinante della coalizione di centrodestra, o di destra-centro, che ha portato la Meloni a Palazzo Chigi, poteva vantarsi di atlantismo aureo, di amicizia personale con presidenti americani ai quali offriva riproduzioni di statue romane. Ora il Cavaliere, tra smentite, precisazioni ma anche conferme in cene pseudo-riservate, dissente dai troppi aiuti occidentali all’Ucraina e dal troppo livore contro un Putin in fondo, ma molto in fondo costretto da sfortunate coincidenze a fare il cattivo, originariamente convinto di potere rapidamente e quasi tranquillamente sostituire Kerensky e amici a Kiev con un pò di più brave persone. Non parliamo poi di Matteo Salvini, per quanto adesso un pò distratto, diciamo così, dal controllo dei confini marittimi italo-europei minacciati dai migranti e dalle navi del volontariato che li soccorrono in mare  con sospetta puntualità rispetto alle rotte e ai mezzi usati da scafisti ben remunerati per i viaggi della disperazione. 

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Macron e Mattarella replicano lo spot della telefonata che allunga la vita

Sergio Mattarella da Roma ed Emannuel Macron da Parigi, entrambi al loro secondo mandato di presidenti della Repubblica d’Italia e di Francia, sono dunque tornati dopo tre anni alla pratica dello spot del telefono che allunga la vita. Anche quella delle relazioni politiche e istituzionali minacciate da improvvide iniziative -avrebbe detto la buonanima di Amintore Fanfani- di esponenti di governo non proprio all’altezza delle loro funzioni.

Tre anni fa, nel 2019, i due presidenti contennero i danni dell’allora vicepresidente del Consiglio e pluriministro Luigi Di Maio, che scortò l’amico Alessandro Di Battista in una visita a Parigi di incoraggiamento ai “gilet bianchi” in  violenta rivolta. Il telefono riuscì nel miracolo anche di fare ingoiare a Macron dopo qualche mese la promozione di Di Maio a ministro degli Esteri, addirittura. 

Ora i due presidenti al telefono hanno messo una toppa allo sbrego prodottosi nelle relazioni fra i due paesi dalla rincorsa fra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il vice presidente Matteo Salvini nella gestione più dura possibile degli sbarchi dei migranti soccorsi in mare da navi del volontariato battenti bandiere di paesi europei che reclamano il diritto di non occuparsene. Essi lasciano praticamente all’Italia l’onere di un’accoglienza umanitaria e indiscriminata. 

Riusciti -forse grazie proprio a quella telefonata di tre anni fra l’Eliseo e il Quirinale, e al successivo trattato bilaterale firmato quando Mario Draghi era ancora a Palazzo Chigi- a convincere con una certa discrezione Macron a fare sbarcare per la prima volta sul territorio francese i 334 migranti soccorsi dalla nave Ocean Viking battente bandiera norvegese, Salvini prima e la Meloni dopo se ne son pubblicamente vantati.Lo hanno fatto a  tal punto da mettere il presidente d’oltralpe nei guai in Francia e un pò anche a Bruxelles. E’ seguito tutto il resto, prevedibile per politici e diplomatici di una certa esperienza, sorprendente, esagerato, aggressivo e quant’altro per gente a dir poco inesperta. 

Si vedrà ora se e in quanto tempo la toppa messa allo sbrego dai due presidenti potrà tradursi a livello comunitario nella definizione di una nuova disciplina degli sbarchi su quelli che non sono solo i confini italiani ma anche i confini meridionali e maledettamente marittimi dell’Unione Europea. 

Il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, raccogliendo -credo- notizie di buona fonte in un palazzo che conosce e frequenta come casa sua, ha scritto che nel suo intervento telefonico  Mattarella non ha pensato di “commissionare Palazzo Chigi” o di “entrare nel merito delle scelte tecniche da fare sulle aperture  dei porti, sulle navi delle ong, sulla gestione degli sbarchi e, soprattutto, sul ricollocamento condiviso delle persone”: tutte cose da definire nelle sedi proprie di governo, a livello interno e comunitario. Ma il presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, muovendosi volente o nolente come un elefante in una cristalleria, ha voluto far dire a Mattarella quello che non ha detto, cioè di avere condiviso e appoggiato praticamente l’operato della Meloni e di Salvini. Benedett’uomo, perché qualche volta non si trattiene? 

“E’ abbastanza evidente -ha scritto Stefano Folli su Repubblica– che la premier subisce la pressione di Salvini, il quale pensa di trarre vantaggio da una tensione continua in cui a indebolirsi sarebbe la sua alleata-rivale. Lei ha saputo mettere nell’angolo il Carroccio durante la campagna elettorale ma oggi le parti rischiano di ribaltarsi”, avendo la Meloni paura di deludere il proprio elettorato. “Il rebus dovrà essere risolto in fretta, prima che si trasformi in un piano inclinato molto scivoloso”, ha concluso Folli facendo ottimisticamente credere che non siamo giù su quel piano. 

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Soffocanti per il governo gli abbracci di Salvini alla Meloni.

Per il centrodestra o destra-centro, col trattino come preferiscono chiamarlo i fratelli d’Italia –e concede ogni tanto Augusto Minzolini sul Giornale della famiglia Berlusconi, ma solo per irriderlo sottolineandone errori, pasticci e quant’altro- questa poteva essere una legislatura tranquilla, persino monotona per le condizioni in cui si trovano le opposizioni. Che sono divise ancor di più che nella campagna elettorale, col maggiore partito di quelle parti -il Pd- a rischio di dissoluzione. Altro che la rifondazione, rigenerazione e simili affidata ad un congresso lento come una lumaca dal segretario Enrico Letta, indisponibile a ricandidarsi alla guida di quello che lui chiama ottimisticamente  un “nuovo partito”. 

Eppure il centrodestra o, ripeto,  il destra-centro già cammina a vista, in una unità di intenti e di azione solo apparente, in realtà con quello che il Corriere della Sera ha definito non a torto “il controcanto di Forza Italia”. Un controcanto continuo non destinato a una crisi, per carità, non disponendo Berlusconi di alcuna sponda a sinistra: non nel Pd ridotto nelle condizioni già accennate, non nel partito ormai di Giuseppe Conte, che è ancora più a sinistra del Pd, né nel cosiddetto terzo polo, troppo piccolo perché qualcuno possa pensare di costruire con esso una maggioranza alternativa a quella uscita dalle urne del 25 settembre. Ma tanto più Berlusconi diventa prigioniero dell’ultima edizione di quello che si ostina a chiamare ancora centrodestra, quanto più di dimena e tende a prendere le distanze dagli alleati. La cui mancata compattezza nel percorso parlamentare dei provvedimenti del governo, adottati sinora soprattutto con lo strumento eccezionale del decreto legge, potrebbe riservare chissà quali e quante sorprese. Le opposizioni, pur malmesse, non si lasceranno certamente scappare le occasioni per dimostrare la possibilità di incidere. Peggiore di una crisi è per un governo la condanna a galleggiare sulle proprie divisioni, a prendere decisioni destinate a non uscire indenni dai passaggi parlamentari.

Forza Italia, considerabile l’anello debole della maggioranza, la componente più in sofferenza, ha potuto contare nella scorsa legislatura su un rapporto privilegiato con la Lega di Matteo Salvini -tanto privilegiato da perdere per strada pezzi significativi come tutti i ministri che la rappresentavano nel governo Draghi- per cercare di contenere la progressiva, implacabile avanzata di Giorgia Meloni verso l’obiettivo di Palazzo Chigi. Che aveva spesso indotto Berlusconi a parlarne più ridendo, o sorridendo nel migliore dei casi, che credendoci. 

Ora che Giorgia Meloni è davvero  in quel palazzo Berlusconi -e il suo cerchio più o meno magico, a cominciare da Licia Ronzulli, cresciuta proprio per i collegamenti con la Lega- si trova di fronte a un rapporto privilegiato tra la stessa Meloni e Salvini. Che temo  il Cavaliere non avesse proprio messo nel conto: una sorpresa peggiore di una sconfitta. 

Pubblicato sul Dubbio

Non aiuta Gorgia Meloni il rapporto preferenziale con Matteo Salvini

Dalla crisi scoppiata tra Parigi e Roma sul  fronte dei migranti è emerso in tutta la sua evidenza il carattere privilegiato del rapporto tra Angela Meloni e Matteo Salvini nella coalizione governativa di centrodestra. O di destra-centro, come il partito della presidente del Consiglio preferisce ora che venga chiamato. E come lo definisce ogni tanto nei suoi editoriali anche il direttore del Giornale berlusconiano, Augusto Minzolini, ma in modo sfottente, quando egli vuole sottolineare le difficoltà o gli errori del governo.

Proprio oggi il Corriere della Sera pubblica un articolo dettagliato di Tommaso Labate sulle prese di distanza di Berlusconi e amici dalle decisioni o dagli annunci del governo.  Il richiamo in prima pagina ha un titolo che più chiaro non potrebbe essere: “Il controcanto di Forza Italia”. 

Tutte le coalizioni di governo, d’altronde, finiscono per avere rapporti preferenziali fra il partito più forte elettoralmente e qualcuno degli altri. All’epoca lontana del centrismo, per esempio, la Dc aveva rapporti preferenziali intermittenti con i liberali, mandando al Quirinale nel 1948 Luigi Einaudi, o con i repubblicani di Ugo La Malfa. All’epoca del primo centrosinistra la Dc era strattonata -salvo nella breve durata della loro unificazione- da socialdemocratici e socialisti perché privilegiasse gli uni o gli altri. 

Persino negli anni della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, fra il 1976 e i primi mesi del 1979, la Dc assumendosi da sola la titolarità del governo, composto interamente di democristiani e presieduto da Giulio Andreotti, instaurò un rapporto preferenziale con i comunisti. Ai quali – dovendoli lasciare fuori dal governo per evitare problemi con gli americani, che ne diffidavano moltissimo per i legami con Mosca-   escluse anche socialisti, socialdemocratici e repubblicani.

Nel passaggio tra il centrosinistra e la solidarietà nazionale la Dc aveva privilegiato i repubblicani con la formazione del bicolore Moro-La Malfa. Lo stesso sarebbe accaduto nel 1981 con la promozione del repubblicano Giovanni Spadolini a presidente del Consiglio, dopo avere negato due anni prima Palazzo Chigi a Bettino Craxi. Al quale tuttavia la Dc, per quanto guidata da un Ciriaco De Mita salito al vertice del partito proprio in funzione di contenimento del leader socialista, dovette cederlo nel 1983. Per toglierglielo, con le brutte maniere di due crisi di governo e di un ricorso alle elezioni anticipate, De Mita dovette aspettare quattro anni: un tempo lunghissimo  per l’abitudine che si aveva di produrre governi alla media di circa l’uno l’anno.

Anche nella cosiddetta seconda Repubblica le coalizioni di governo sono vissute di rapporti privilegiati fra il partito più forte e qualcuno degli altri, ben prima quindi che a Palazzo Chigi, in quella che  non si sa più se definire terza o quarta Repubblica, come da un’omonima trasmissione televisiva, arrivasse Giorgia Meloni e instaurasse una relazione politica preferenziale col leader della Lega. Che è stata così risarcita di tutti i voti che le sono stati sottratti dalla stessa Meloni nelle urne del 25 settembre, e nei precedenti turni elettorali regionali o comunali. 

Il rapporto privilegiato con la Lega da parte della presidente del Consiglio è tale da fare scrivere oggi a Claudio Tito su Repubblica di un “governo salvinizzato”. E da farlo apparire probabilmente  tale anche a Emmanuel Macron, spiazzato e irritato, prima ancora che dalla Meloni, dal trionfalistico annuncio di vittoria dato da Salvini all’annuncio della disponibilità dell’Eliseo a fare sbarcare per la prima volta in un porto francese   oltre 300 migranti soccorsi al largo delle coste africane da una nave del volontariato.

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Forte, e in aumento, la nostalgia di Mario Draghi fra gli italiani

In un sondaggio di Demos ancora fresco di stampa l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, 75 anni compiuti il 3 settembre scorso, quando era ancora a Palazzo Chigi, quasi irriconoscibile ora nella sua semplicità di passante ripreso davanti al recinto di un cantiere, è salito di otto punti in un mese nella graduatoria del gradimento popolare: in particolare, dal 63 al 71 per cento. Lo segue, distanziata di 12 punti, due in più rispetto a ottobre, la donna -prima assoluta alla guida di un governo italiano- che ne raccolse la successione, e la campanella d’argento del Consiglio dei Ministri, in una cerimonia improntata alla massima cordialità, e continuità politica. Eppure al governo Draghi la leader della destra italiana, diversamente dagli alleati Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, si era opposta per tutta la sua durata, nella scorsa legislatura, fatta eccezione per la politica estera, specie dopo l’aggressione russa all’Ucraina. 

Giuseppe Conte, che alla testa del MoVimento 5 Stelle non ha mai perdonato a Draghi di averlo sostituito a Palazzo Chigi il 13 febbraio 2021, è distanziato di ben 27 punti dal suo successore. La distanza era di 20 il mese scorso. 

Lasciamo perdere, per brevità e umanità, i dettagli  -con le variazioni fra novembre e ottobre- del resto della graduatoria, limitandoci a registrare i più recenti 35 punti di Salvini, 31 di Berlusconi, 30 di Carlo Calenda, 26 di Enrico Letta , 23 di Matteo Renzi e 13 di Beppe Grillo. 

Vedremo fra un mese, nel caso prevedibile in  cui Demos tornasse a sondare il gradimento degli italiani, se e quanto sarà costato a Draghi il colpo dato, sul fronte dei migranti, dal suo amico Emmanuel Macron ai rapporti con l’Italia, accusata di “disumanità” e altre nefandezze per avere in qualche modo costretto Parigi, magari con troppa furbizia, a fare attraccare per la prima volta in un porto francese una nave del volontariato, battente bandiera norvegese, con 234 migranti soccorsi al largo delle coste africane. Ne è nata, come si sa, una brutta crisi comunitaria in cui finora l’Italia è riuscita a trovare la solidarietà solo della Grecia, di Cipro e di Malta. E’ un fronte che, per la comune protesta contro i metodi dei soccorsi delle navi del volontariato, si è procurato da Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, la qualifica di “disumanitario”. Eppure il Papa in persona ha di recente esortato pubblicamente l’Europa a non lasciare sole l’Italia, appunto, la Grecia, Cipro, Malta e la Spagna a provvedere agli sbarchi dei migranti e a quel che ne consegue. La Spagna, non aderendo al “fronte disumanitario” denunciato da Avvenire, ha evidentemente ritenuto di essere stata a torto chiamata in causa dal Pontefice. Affari, o misteri, di Madrid. 

Vedremo inoltre fra un mese se e quali variazioni di gradimento di Draghi risulteranno dopo la ritirata dei russi anche da Kherson, dove si festeggia il ritorno all’Ucraina grati pure all’Italia per gli aiuti politici e militari forniti al governo di Kiev nella resistenza e poi controffensiva contro le truppe di Putin. Di questi aiuti italiani Draghi può ben intestarsi il merito per come gestì sin dal primo momento a Palazzo Chigi il problema apertosi con l’aggressione russa, nello scorso mese di febbraio. Non se ne può certo vantare Conte, anche se ha disinvoltamente tentato di farlo. E neppure, a dire la verità, all’interno del centrodestra Berlusconi, con le sue ripetute esternazioni personali, o Salvini, o entrambi. 

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La crisi italo-francese sui migranti guasta la festa per il ritiro dei russi da Kherson

Proprio nei giorni in cui potrebbe festeggiare, insieme con gli ucraini così tanto aiutati, la ritirata dei russi da Kherson, l’Europa è investita dalla crisi scoppiata nei rapporti tra Francia e Italia sul problema dei migranti. Una crisi seguita in Italia con particolare delusione dall’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, cui La Stampa attribuisce questo commento: così distruggono l’asse con l’amico Macron.

In effetti Draghi e Macron hanno costituito nei mesi scorsi una coppia politica affiatatissima, non a caso firmatari di un patto fra Italia e Francia  al Quirinale. Che si era sviluppato a tal punto da incrinare davvero il tradizionale, lungo asse preferenziale fra Parigi e Berlino nell’Unione Europea. 

All’improvviso, uscito Draghi da Palazzo Chigi e subentratagli Giorgia Meloni pur con ostentata cordialità, è bastata una nave di soccorso battente bandiera norvegese con 234 migranti, la Ocean Viking, a rimettere in crisi i rapporti italo-francesi con scambio di accuse pesanti. Da Parigi hanno definito “disumano” il rifiuto di Roma di fare approdare in un porto italiano, allungandone  il percorso, la nave che ieri ha potuto attraccare a Tolone. Hanno inoltre disposto per ritorsione, sempre a Parigi, un rafforzamento dei controlli  ai confini terrestri già vigilatissimi fra Italia e Francia, hanno revocato l’accoglienza promessa di 3500 migranti raccolti nei mesi scorsi dall’Italia ed hanno invitato i governi degli altri paesi dell’Unione a imitarli. Da Roma ha risposto personalmente la presidente del Consiglio definendo “sproporzionata” e “aggressiva” la reazione francese all’incidente, equivoco e quant’altro verificatosi fra lei e Macron nella gestione dell’affare Ocean Viking. 

L’incidente è consistito, in particolare, nel rappresentare come un successo italiano la disponibilità strappata dalla Meloni in persona a Macron a fare approdare in Francia la nave volontaria di soccorso di naufraghi nel Mediterraneo, mettendolo in difficoltà nei rapporti con le opposizioni interne e con gli altri paesi dell’Unione. 

“Meloni vittima dell’ansia dimostrativa”, ha titolato La Stampa in una felice sintesi del commento del professore Giovanni Orsina. Un’ansia dimostrativa provocata anche dalla concorrenza che si fanno la stessa Meloni e il leader della Lega Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, nel contrasto all’immigrazione clandestina, o nella difesa dei confini che purtroppo per l’Italia sono più d’acqua che di terra, e perciò esposti ad una gestione, diciamo così, più complicata e rischiosa. Su cui peraltro speculano con rivoltante cinismo i cosiddetti scafisti, cioè i trafficanti di carne umana. Che, ben remunerati, fanno partire le loro vittime dalle coste africane su mezzi del tutto inadeguati, contando appunto sui soccorsi delle navi del volontariato. 

Non a torto, sotto questo aspetto, Giorgia Meloni ha accusato Macron, col suo tipo di reazione, di tendere all’”isolamento” più dell’Italia che degli scafisti. E se questa è stata la replica della presidente del Consiglio, ancora più dura è stata quella dei giornali che ne condividono la linea. “Ipocrisia all’Eliseo” ha titolato il Giornale di famiglia di Silvio Berlusconi. “Sono pazzi questi francesi”, ha gridato Libero. 

Più sofisticato, diciamo così, è stato un pur analogo titolo della Verità di Maurizio Belpietro con quel Macron che “fa il pazzo”, più di esserlo davvero. Se, come e quando sarà possibile comporre anche questa crisi con i cugini d’oltr’Alpe non si sa. A Mattarella e a Draghi, ragionevolmente immaginati in un’azione di ricucitura dietro le quinte, si è aggiunto il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che ha preannunciato al Messaggero un incontro con l’omologo francese. “Le liti, vere o costruite, avvengono più spesso proprio tra affini”, ha detto. Ed ha aggiunto, traducendo da un motto latino: “ l’ira degli amanti è l’integrazione dell’amore”. 

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Il lavoro, dietro le quinte, di Mattarella e Draghi per ricucire i rapporti con Parigi

Più ancora del ministro degli Esteri Antonio Tajani davanti alle quinte, al Consiglio europeo di lunedì con i suoi omologhi dei paesi dell’Unione, chissà quanto dovranno lavorare dietro le quinte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, suoi amici ormai anche personali, oltre che politici, per calmare Emmanuel Macron. E fargli abbassare quel braccio ad ombrello che gli ha attribuito sulla prima pagina del Corriere della Sera il vignettista Emilio Giannelli all’indirizzo dell’Italia, con la fraternitè della rivoluzione francese tradotta in fraterni…tiè!!!.

Più che “isterici”, come ha titolato la Verità di Maurizio Belpietro, o “vigliacchi”, secondo Libero di Alessandro Sallusti, o “bulli” secondo il Giornale, che ha usato anzi il singolare prendendosela solo o direttamente con Macron, i nostri cugini d’oltr’Alpe sono permalosi. Ed hanno reagito, magari esagerando un pò, ad una oggettiva imprudenza esibizionistica compiuta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal vice presidente Matteo Salvini cantando vittoria per il porto di Marsiglia, diventato poi il porto di Tolone, aperto alla nave del volontariato battente bandiera norvegese Oceanic Viking, carica di più di 230 migranti soccorsi in mare al largo delle coste africane e probabilmente destinati, nelle intenzioni dell’equipaggio, a qualche porto italiano. 

Un pò perché obiettivamente e giustamente  sorpreso dalla mancanza di tatto della Meloni e di Salvini, un pò perché scavalcato nel suo malumore dalle reazioni comunitarie di Bruxelles alla condotta italiana, un pò perché messo in difficoltà dall’opposizione della destra di casa, che in materia di sovranismo, chiamiamolo così, è concorrente della destra italiana, Macron ha rialzato con le parole e gli atteggiamenti “il muro delle Alpi” su cui ha titolato Avvenire. E si è persino prestato alla lettura personalistica di Repubblica con l’annuncio “Macron rompe con Meloni”.

Alla nave battente bandiera norvegese è stato ugualmente permesso di sbarcare i migranti in Francia, dopo una certa tentazione di dirottarla  di fatto verso qualche porto sardo. Ma in compenso sono stati rafforzati i già vessatori controlli del confine terrestre italo-francese, a Ventimiglia e dintorni, e annullata -o sospesa, si spera- la già programmata attribuzione al governo di Parigi di più di tremila migranti approdati nei mesi scorsi, o ancor prima, in Italia. 

Questa vicenda, oggettivamente incresciosa, è stata paragonata dal Foglio anche nella titolazione a quella dei “gilet gialli” anti-Macron che, per quanto avessero messo a ferro e a fuoco Parigi e altre parti del territorio francese, furono omaggiati come eroi, con tanto di visita, dall’allora vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, accompagnato o forse più al seguito dell’allora amico personale e collega di partito Alessandro Di Battista. Era in carica il primo governo di Giuseppe Conte. 

Al richiamo in patria, per protesta, dell’ambasciatore francese in Italia  il presidente Sergio Mattarella al Quirinale dovette sudare le proverbiali sette camicie per una ricucitura dei rapporti cui non bastava, a quel punto, l’allora presidente del Consiglio Conte. Che si trovava come, se non peggio delle condizioni attribuite oggi dal Fatto Quotidiano, suo estimatore nostalgico, a Giorgia Meloni. Che il vignettista Riccardo Mannelli ha rappresentato truce e romanesca come una “faccetta nera” borbottante mor “tacci tua”. Sono, per carità, i diritti della satira, o -da quelle parti- i doveri della lotta politica.

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