Politica, acqua, fango e giochi di un’Italia sempre più sorprendente e paradossale

Dei giornali, almeno di quelli che le hanno con lodevole abitudine in prima pagina, vedo le vignette prima ancora dei titoli, degli editoriali, degli articoli o dei richiami.  A torto o a ragione, considero quell’angolo di ironia, o sarcasmo, la più spontanea espressione dell’umore, delle attese e persino della linea di una testata.

Dubito tuttavia che il pur bravo Emilio Giannelli abbia espresso le attese dei lettori del Corriere della Sera esprimendo come sua principale curiosità, a dir poco, con una felice coincidenza col giro ciclistico d’Italia appena concluso festosamente a Roma alla presenza del Capo dello Stato, quella di vedere se questa sera, a conclusione dei ballottaggi comunali e di altre elezioni locali Gorgia Meloni risulterà distante di nove punti col suo partito dichiaratamente e orgogliosamente di destra da Elly Schlein col Pd che vorrebbe essere o almeno apparire più di sinistra di quello guidato sino a poco tempo fa da Enrico Letta. Ma sono risultati elettorali pur sempre locali, per quanto importanti o significativi possano sembrare agli interessati o addetti ai lavori. E lo sono nel contesto di un carattere paradossale della situazione politica, e, più in particolare, dei rapporti fra le due donne che il caso ha voluto guidassero in questo momento il principale partito di governo, e lo stesso governo nel suo insieme, e il principale partito di opposizione.

         Il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha colto bene secondo me questo  carattere alquanto paradossale della congiuntura politica indicando il problema a suo avviso principale che ha il Pd  da lui tradotto negli “amici della sinistra non così ostili a Meloni”. “Gli abbracci con il Papa. La mano di Biden. L’apprezzamento di alcuni dirigenti del Pd. Le continue tresche del Movimento 5 Stelle. Più Schlein accusa il governo di essere irresponsabile -ha scritto Cerasa nel titolo- più le icone della sinistra dicono l’opposto. Indagine su un cortocircuito”.

         Prendete il caso del piano di ripresa, resilienza e quant’altro oggetto di esame e di contoversie a livello nazionale ed europeo per svariate ragioni. Proprio oggi il Corriere della Sera può titolare sulla “lite sul Pnrr” e Il Giornale più ottimisticamente, in base alle stesse notizie o agli stessi elementi di giudizio, sul “caso chiuso”, e con la evidenza del colore rosso.

         Se non vi convince o non vi basta, prendete il caso del commissario straordinario da nominare per la ricostruzione nelle zone alluvionate. I partiti della maggioranza sono riusciti a incartarsi così tanto da fare retrocedere la politica e inseguire ora il solito generale, magari il bravo Francesco Paolo Figliuolo sperimentato dal governo di Mario Draghi con il Covid.

                  Può infine accadere nel nostro Bel Paese in buona parte alluvionato che dei bontemponi decidano e possano divertirsi con l’acqua colorando di un verde fosforescente quella della laguna di Venezia, come di nero le acque delle fontane di Roma.

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Dietro i tempi scelti da Sergio Mattarella per andare nelle terre alluvionate

         Chi conosce bene Sergio Mattarella, e ha potuto continuare a frequentarlo anche dopo la sua elezione e conferma al Quirinale, mi assicura che l’istinto del presidente della Repubblica è stato quello di correre subito nell’Emilia Romagna devastata dall’acqua e dal fango, come ogni volta e in ogni parte d’Italia si vivano sciagure. Ma a trattenerlo, e fargli fissare per martedì prossimo il viaggio nelle terre alluvionate, fra le popolazioni così duramente colpite, è stata la delusione procuratagli dalla disinvoltura degli avversari politici del governo di usare la sua corsa a Cutro, nello scorso mese di febbraio, tra le vittime e gli scampati al naufragio di 180 migranti, di cui oltre 90 morti, per contrapporre la sua  tempestività alla presunta insensibilità, disumanità ed altro della presidente del Consiglio, trattenuta dalla partenza per impegni internazionali. Non per  una gita di piacere.

         Vista anche la coincidenza, pure questa volta, fra una sciagura interna e un impegno internazionale della premier, trattenuta dalla partecipazione al G7 prolungatasi oltre la pretesa di certi avversari di un rientro immediato, ancora più veloce di quello deciso e attuato dall’interessata, il Capo dello Stato ha evitato di prestarsi ad un’altra occasione di sciacallaggio politico. Ed ha voluto recarsi sul posto dopo non solo la presidente del Consiglio, ma anche la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen.

         Quando la lotta politica scende a livelli tali da porre al presidente della Repubblica, alla sua agenda, ai suoi stessi sentimenti di solidarietà e di protezione della comunità che rappresenta al più alto dei livelli e delle garanzie costituzionali, c’è davvero da preoccuparsi. Ben più di quanto quotidianamente non accada con processi alle intenzioni del governo, a dir poco, sulla strada dell’eterno e presunto pericolo di ritorno del fascismo in Italia.

         Nessun invito, avvertimento, monito e quant’altro del presidente della Repubblica in carica si è rivelato così sempre attuale come questo passaggio del primo dei due messaggi di insediamento da lui letti davanti al Parlamento, precisamente dopo il giuramento di martedì 3 febbraio 2015: “Nel linguaggio corrente si è soliti tradurre il compito del Capo dello Stato nel ruolo di un arbitro, di garante della Costituzione. E’ un’immagine efficace: all’arbitro compete la puntuale applicazione delle regole. L’arbitro deve essere e sarà imparziale”. E dopo che si erano levati “generali applausi” registrati nel resoconto della seduta e “i parlamentari levati in piedi”, sempre da resoconto, il presidente Mattarella aggiunse con preveggenza, procurandosi altri applausi non so francamente quanto sinceri, o quanto poi traditi o semplicemente disattesi: “I giocatori lo aiutino con la loro correttezza”. Sono trascorsi più di otto anni da quel giorno.

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Messaggi poco o per niente cifrati di Berlusconi ai naviganti della politica

         Parlare e scrivere di Silvio Berlusconi come di una Sibilla Cumana fuori sede sarebbe esagerato. Ma di certo il Cavaliere sta mandando messaggi ai naviganti della politica lasciandosi intervistare dopo l’ultima e lunga degenza in ospedale.

         Va bene, per esempio, tutto ciò che sul piano affettivo si è guadagnata appunto in ospedale la giovane “moglie” Marta Fascina, come l‘ha chiamata Antonella Coppari del Quotidiano Nazionale, ma non si insinui più ch’egli ne dipenda politicamente. E che nasca appunto da questo rapporto anche la svolta impressa a ForzaItalia a favore di una maggiore sintonia, o di una minore diffidenza, nei riguardi dell’ormai più forte alleata Giorgia Meloni.

         “Marta -ha confermato il quasi marito- è stata davvero il mio angelo custode. Del resto, con i suoi lunghi capelli biondi ha davvero le sembianze di un angelo. Se avessi avuto bisogno di una prova del suo amore incondizionato -ma non ne avevo alcun bisogno- l’avrei avuto in queste settimane. Ed è un amore totalmente ricambiato”. “Questo però -ha voluto precisare Berlusconi- non ha nulla a che fare con la sua passione politica”, che di solito porta chi la possiede a farne sentire peso, effetti e quant’altro su chi le sta accanto. “Marta e io -ha spiegato Berlusconi- parliamo ovviamente spesso di politica, ma sono due piani davvero distinti”. Berlusconi insomma è Berlusconi, il fondatore e leader indiscusso del suo partito, e Marta Fascina, per quanto “moglie” indicata –ripeto- dalla Coppari e deputata di seconda legislatura, eletta la prima volta in Campania e la seconda in Sicilia, è appunto Marta Fascina. La smettano dunque i malevoli a immaginarla e rappresentarla come la vera capa ormai di Forza Italia, capace di troncare o favorire ruoli e carriere altrui. Se qualcuno in Transatlantico, per esempio, la scorta per dimensione e devozione al pari di un  corazziere, come mi è capitato personalmente di vedere fare al mio amico Antonio Tajani all’inizio di questa legislatura, lo fa solo per galanteria.

         Anche nei rapporti con gli avversari Berlusconi ha lanciato qualche messaggio ai naviganti parlandone con la Coppari. Alla quale ha raccontato, per esempio, che fra i “tantissimi messaggi affettuosi” ricevuti fra ospedale e casa “il più inatteso”, e prevedibilmente apprezzato, è stato “quello di una figura storica molto nota della sinistra -di cui non faccio il nome per non metterlo in imbarazzo- che mi ha scritto queste parole”, nè poche né convenevoli. Eccole: “Io l’ho sempre combattuta e continuerò a combatterla. Ma la politica italiana non sarebbe la stessa se lei smettesse di occuparsene. Si aprirebbe un vuoto incolmabile per la democrazia. Per questo le auguro di tornare presto”. E lui infatti è tornato, “pronto a fare la mia parte”, ha detto. Provate ora a indovinare chi -penso fra D’Alema, Bersani, Veltroni, Prodi- sia quest’uomo di sinistra così interessato alla salute fisica e politica del Cavaliere all’interno del centrodestra, o destra-centro com’è diventato.

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Esaurite per l’alluvione, non ci sono lacrime da versare per la nuova lottizzazione della Rai

In un Paese sommerso in tanta parte dall’acqua e dal fango, con morti forse del tutto accertati ma con danni ancora parzialmente calcolabili, c’è abbastanza da piangere -e anche da indignarsi di tutto ciò che si poteva fare e non si è invece fatto sul piano della prevenzione- per risparmiarsi lacrime e parole di comprensione e solidarietà agli attori dell’ultima sceneggiata politica. Che Repubblica ha definito “TeleMeloni” e il manifesto “l’abbuffata”: quella che sarebbe stata appena compiuta dalla presidente del Consiglio, alleati e complici, chiamiamoli così riferendosi alle opposizioni riuscite ad occupare anch’esse poltrone, sedie e sgabelli, ma non per questo accontentatesi e perciò insorte anch’esse, ciascuna a suo modo, contro la rinnovata lottizzazione.  

         Nella corsa alla protesta o, peggio, al vittimismo chi si è distinto per astuzia, conquistando la maggior parte dei titoli sui giornali, è stata  la giornalista Lucia Annunziata. Della quale ho francamente perso il conto di quanta parte dei suoi quasi 73 anni abbia trascorso alla Rai con gli incarichi più diversi, compreso quello di presidente dell’azienda. Anni però che lei ora sostiene di avere vissuto da “prigioniera politica”, per quanto molto ben retribuita, suppongo. E di cui si sarebbe stancata solo adesso che il turno lottizzatorio è toccato alla destra meloniana, e non più al centrosinistra, e simili, o al centrodestra di epoca  berlusconiana.

                  Da tempo editorialista della Stampa, la collega ha avvertito la delicatezza -bisogna ammettere anche questo- di non mettersi a scrivere della propria vicenda televisiva sullo storico e autorevole giornale di Torino, che di suo le ha dedicato tuttavia un grosso titolo riconoscendole il merito di essersene andata dalla Rai “sbattendo la porta”. Ci ha pensato la consorella Repubblica, dello stesso gruppo editoriale, a rappresentare il dramma di Lucia facendo raccontare già in prima pagina da Giovanna Vitale, con tanto di virgolette nel titolo, che l’interessata “ci pensava da tempo” a smettere di “fare il prigioniero politico”, sia pure da alcuni anni  solo per “mezz’ora in più” ogni domenica su Rai 3. Che Libero perfidamente ha tradotto, ora che vi ha irrevocabilmente rinunciato,, in “mezz’ora in meno”

         L’Annunziata insomma non ha voluto neppure provare, per quanto appena assicurata dalla rinnovata dirigenza dell’azienda di potere disporre del suo spazio, a resistere alle pressioni e interferenze da lei previste ad opera del nuovo corso politico, e già subìte nei numerosi anni precedenti. Più che una tragedia mi sembra francamente, ripeto, una sceneggiata. Che auguro alla collega non si concluda alla maniera ipotizzata da un giornale come Il Foglio, che pure la stima tanto da essersi avvalso in passato -se non ricordo male- della sua collaborazione. “Un seggio col Pd?”, si è chiesto Il Foglio pensando al Parlamento europeo da eleggere fra un anno. D’altronde è una strada già percorsa da altre firme più o meno grandi della tv pubblica.  

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Le docce fredde della Commissione Europea sul governo italiano

         Nonostante o forse proprio a causa delle carinerie in programma oggi fra la presidente tedesca  della Commissione Europea Ursula von der Leyen e la presidente del Consiglio italiana Gorgia Meloni, datesi appuntamento nelle terre romagnole devastate dall’acqua  e dal fango non solo allo scopo -spero- di arricchire il già robusto archivio fotografico dei loro incontri, sono partite da Bruxelles le ennesime “raccomandazioni” a Roma tradottesi sui giornali più ostili al governo in bocciature e simili. C’è solo l’imbarazzo della scelta fra la bocciatura, appunto, “su tutti i fronti” gridata da Repubblica e l’elenco scelto dalla Stampa indicando, in particolare, i temi della flat tax, dell’autonomia, delle concessioni balneari e del catasto”.

         Fra tutti i giornali più o meno ostili al governo ce n’è uno però che non si schiaccia sulle raccomandazioni, critiche, censure e quant’altro giunto dalla Commissione di Bruxelles. E’ Il Fatto Quotidiano, che ha declassato a “pizzini”, quelli nei quali è specializzata la mafia, i messaggi dell’Unione.

         Ma la notizia, chiamiamola così, non è tanto la lettura del giornale diretto da Marco Travaglio quanto il sostanziale avallo datole dall’uomo  più esperto, più pratico, più affine agli umori di Bruxelles:  Mario Monti. Che proprio per questo si guadagnò in Italia due nomine, da parte dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, una propedeutica all’altra: senatore a vita e presidente del Consiglio.

Al nome di Monti si arrese  la stessa vittima dell’operazione: Silvio Berlusconi. Che si vantò di averlo mandato lui per la prima volta da Palazzo Chigi a Bruxelles, gli passò quasi allegramente la campanella d’argento del Consiglio dei Ministri e ordinò ai suoi parlamentari di appoggiarlo, salvo passare all’opposizione alla vigilia delle elezioni politiche del 2013, pensando di poterle vincere. Mancò pochissimo che il Cavaliere ci riuscisse. A impedirglielo fu proprio Monti allestendo all’ultimo momento liste di candidati destinati a togliere voti all’ex presidente del Consiglio.

In un lungo editoriale sul Corriere della Sera  Monti spiega oggi che i problemi della pur brava Giorgia Meloni a Bruxelles nascono dal permanente e “ambiguo” rifiuto della ratifica del Mes. Che non è una marca di sigarette ma quel trattato sulla riforma del fondo salva-Stati dell’Unione bloccato proprio dalle resistenze italiane. Monti pertanto consiglia alla premier, e alla sua maggioranza, di “fare anche 31 dopo avere fatto 30” per “non dilapidare la credibilità conquistata rapidamente, in Europa e nei mercati finanziari” aggiornando, diciamo così, le originarie ricette economiche, sovraniste eccetera della destra. Dai, Giorgia, fai anche questo passo, è il ragionamento di Monti. Se poi il governo di turno dell’Italia -di un turno questa volta destinato a durare molto più del solito- non ritiene conveniente, a torto o a ragione,  quel meccanismo speciale di ricorso a prestiti comunitari, può difendersene non ricorrendovi.

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Beppe Grillo fa la fine del marziano a Roma di Ennio Flaiano

Come al mitico marziano a Roma raccontato nel 1954 da Ennio Flaiano per la reciproca assuefazione fra l’alieno e la città, dove alla fine lui circolava nella indifferenza generale, senza stupire nessuno e stupirsi di niente, così è appena accaduto quasi 70 anni dopo a Beppe Grillo. Che è sceso nella Capitale dalla sua Genova -se non dalle cinque stelle con le quali ancora si chiama il movimento politico da lui fondato nel 2009- passando inosservato. Nessuno lo ha fermato per strada, nessun fotografo ha sprecato per lui uno scatto, neppure al ristorante dove Giuseppe Conte gli ha offerto -come al solito- il pranzo, o la cena, prima o dopo averlo fatto incontrare nella sede del movimento, a due passi da Montecitorio, coi “volenterosi” chiamati uno per uno all’appuntamento.

         La cronaca minuziosa di questa surreale giornata romana di un Grillo clandestino nella doppia veste di garante e di consulente retribuito della comunicazione del movimento è stata offerta ai lettori dell’Unità -appena rinata coll’editore Alfredo Romeo e il direttore Piero Sansonetti, e meritevole perciò di tutti gli auguri dovuti a chi nasce o rinasce nel mondo difficile dei giornali- da un informatissimo e impertinente Giulio Seminara. Che debbo naturalmente ringraziare di avermi così rivelato le condizioni, il clima e altro ancora in cui si trova quel quasi partito, ormai, con tanto di iscrizione all’omologa anagrafe necessaria per vivere anche di quel poco o tanto di finanziamento pubblico sopravvissuto alla sua formale abolizione.

Tutto notoriamente evolve e si trasforma, secondo gli antichi insegnamenti di Eraclito, e non necessariamente in peggio come ritengono i pessimisti. Fra i quali si distinse nel 1973 l’allora segretario uscente della Dc Arnaldo Forlani parlando al congresso del suo partito degli accordi appena presi fra tutte, o quasi, le correnti  negli uffici dell’allora presidente del Senato Amintore Fanfani per detronizzarlo, nonostante fosse arrivato al vertice dello scudo crociato  nel 1969 come suo delfino. “Il diavolo -disse allora Forlani, concludendo un raffinato ragionamento filosofico- è colui che si trasforma”. E girò la mano destra su se stessa.

         Ma torniamo alla cronaca di Seminara e ai giorni nostri. “Una fonte interna dice all’Unità- si legge ad un certo punto- che l’incontro di ieri serviva solo “per salutarci con Beppe, lasciarlo parlare un po’ di quello che gli pare per poi tornare a fare come sempre”, cioè senza di lui. Nessuna critica dell’Elevato per il deludente esito delle elezioni amministrative? “Ma cosa si deve dire? Le elezioni locali per il Movimento andavano spesso male anche quando c’era ancora lui”. Ma neanche un consiglio sulla comunicazione? “La nostra comunicazione funziona bene, con Conte siamo al 16%, la sua popolarità è in crescita e noi dobbiamo continuare così”.  Anche della consulenza di Grillo, quindi, potrebbe fare a meno in via Campo Marzio.

         Non so se continuando ad usare la stessa “fonte” o cambiandola, Seminara racconta poi di “un giovane parlamentare” che così “circoscrive con fare annoiato il ruolo di Beppe: “è il nostro garante e basta. Lo rivediamo con piacere ma la leadership politica è di Conte e tutti siamo con lui”. Forse soddisfatti anche che all’avvocato, professore, ex presidente del Consiglio e ora solo presidente del Movimento, con la maiuscola, manchino i problemi addirittura di Giorgia Meloni. Che “talvolta -riferisce il cronista dell’Unità, non so se in proprio o sempre riportando il pensiero e le parole di altri dell’uditorio di Grillo- si deve guardare dalle iniziative spontanee dei “vecchi” e fieri Fabio Rampelli e Ignazio La Russa”.

          Sono passati ormai i tempi in cui sotto le 5 stelle uno valeva uno. E poteva anche sostenere col rispetto obbligato di tutti gli altri, come al teatro in un qualsiasi spettacolo di Grillo, che la terra sia piatta e neppure giri attorno al sole, ma sia il sole a girare attorno ad essa. Questi sono tempi invece in cui anche ex generali, colonnelli, capitani, tenenti, brigadieri e marescialli impossibilitati a tornare in Parlamento per ricandidatura negata o impedita o mancanza di voti, debbono pazientemente attendere o sperare che Conte procuri loro qualche incarico salva-vita retribuibile da quel che resta dei gruppi parlamentari pentastellati. Dove peraltro, anche per fronteggiare questa specie di soccorso agli ex  però  meritevoli di attenzione, le trattenute ai deputati e ai senatori sono salite da 1000 a 2000 euro mensili.

         Del passaggio dei grillini nella stanza dei bottoni rimarranno ormai solo i sogni di sconfitta della povertà, i residui decrescenti del cosiddetto reddito di cittadinanza e la riduzione dei seggi parlamentari non tradottasi, curiosamente, in quella tanto promessa delle spese per il funzionamento delle Camere. Che sono soltanto meno rappresentative di prima, non meno care. Camere, infine, dove i ranghi ridotti sia della maggioranza sia delle opposizioni hanno aumentato, anziché ridurre, le difficoltà dei percorsi parlamentari delle leggi, sempre più prevalentemente costituite peraltro da conversioni dei decreti legge d’immediata applicazione adottati dal governo in un sistema infine diventato di fatto monocamerale. Generalmente ad una Camera è infatti impedito per ragioni sia di tempo sia di opportunità politica avvertita dalla maggioranza, e tollerata dalle opposizioni, di cambiare ciò che ha votato l’altra.

Questo è l’effetto o il bilancio, come preferite, dell’alluvione pentastellata della scorsa legislatura, per stare alle immagini dell’attualità romagnola, senza però la consolazione di ciò di cui si stanno dimostrando capaci la popolazione di quella terra generosa e ottimista e i volontari accorsi da vicino e da lontano.

Pubblicato sul Dubbio

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La benemerita coppia dell’emergenza costituita da Meloni e Bonaccini

            Quelle foto che ritraggono insieme la presidente del Consiglio e il “governatore” piddino dell’Emilia Romagna devastata dall’acqua e dal fango, prima all’arrivo della premier nella terra alluvionata e poi a Roma, dove il governo ha stanziato i primi due miliardi di euro governo per le più urgenti misure d’intervento, sono immagini consolanti, Quanto, se non ancor più di quei meravigliosi volontari accorsi sul posto per aiutare una popolazione che se lo merita davvero per la capacità di ricambiare e per la forza che ha nel cuore e nelle viscere.

            Siamo d’altronde nella terra del Polesine che ci inteneriva già da bambini, sempre per l’acqua che la devastava, e di quel geniaccio di Giovannino Guareschi. Il quale riuscì ad ambientarvi la simpatica umanizzazione, con Peppone e don Camillo, di uno scontro fra comunisti e anticomunisti che avrebbe potuto tramutarsi in una terribile coda della guerra civile, cui gli uni e gli altri si erano trovati insieme, per liberare l’Italia dal nazifascismo.

            Non voglio dire che Stefano Bonaccini con i suoi occhiali a goccia stia al pur tanto diverso, fisicamente, Peppone e Giorgia Meloni a don Camillo per quella fede religiosa così bene espressa in ogni occasione le capiti, tanto da meritarsi gli applausi, i sorrisi e altre carinerie meno visibili di Papa Francesco in persona. Si sono allarmati fior di analisti che vivono come un’ossessione la possibilità che tornino i tempi della Democrazia Cristiana, sostituita a sorpresa da quel “Partito della Nazione” che sarebbe coltivato dall’astutissima e dichiarata conservatrice leader della destra.

            Non voglio dire, ripeto, che Bonaccini stia a Peppone come la Meloni a don Camillo, ma consentitemi almeno di scrivere che mi è venuto il voltastomaco a leggere e sentire, fra giornali e salotti televisivi, delle resistenze opposte nella maggioranza di governo dai leghisti all’istinto appena avvertito dalla presidente del Consiglio di affidare al “governatore” della regione devastata dall’acqua e dal fango il ruolo di commissario straordinario anche per la ricostruzione.

            Lo stesso voltastomaco mi sarebbe venuto se, a parti politicamente rovesciate, in un governo di centrosinistra, o come diavolo vorreste chiamarlo nella confusione delle formule politiche cui ci hanno abituato gli ultimi trent’anni, avessi avuto sentore o notizia di resistenze nel Pd e dintorni, di fronte ad un Veneto alluvionato al posto dell’Emilia Romagna, contro la promozione a commissario straordinario di un “governatore” come Luca Zaia perché leghista.

            Politici tentati da simili reazioni meriterebbero secondo me solo il cosiddetto Tso, cioè il trattamento sanitario obbligatorio. Quasi come, a livello internazionale, Putin e quanti ne comprendono e giustificano senza vergogna la guerra all’Ucraina, addebitandone i morti agli aggrediti e non agli aggressori. 

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Ah, se ci fosse di nuovo Manzoni per raccontare i promessi sposi Berlusconi e Renzi

Ah, a riaverlo davvero Alessandro Manzoni, anziché limitarci a rileggerlo e celebrarlo con tutta la solennità e l’ammirazione del caso, come ha appena fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Milano a 150 anni dalla morte. Egli potrebbe riscrivere i suoi famosissimi Promessi Sposi non occupandosi più di Renzi e Lucia ai loro tempi ma scrutando i rapporti di questi anni fra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, o viceversa, come preferite. Che si cercano, si annusano, si inseguono non per sposarsi di certo, essendo entrambi orgogliosamente eterosessuali, ma per contendersi lo stesso elettorato. 

Diciamolo con tutta la schiettezza che meritano i due leader e lo stesso mestiere di chi racconta e commenta la complicatissima politica italiana. Questa è la verità sottesa a tutti i messaggi che l’uomo di Arcore e il senatore di Scandicci si scambiano direttamente o indirettamente. Una verità sottesa anche al turbolento matrimonio o fidanzamento politico fra lo stesso Renzi e Carlo Calenda: il primo sostanzialmente più attento agli elettori ancora berlusconiani e il secondo un pò per ripicca, un pò per esigenze di posizionamento, più attento al Pd pur essendovi passato per poco, diversamente da Renzi che ne fu a suo tempo anche il capo rottamatore. E vi ha lasciato dentro qualche amico anche dopo essersene andato per allestire un nuovo e tutto suo movimento chiamato Italia Viva, ironicamente scambiato una volta da Romano Prodi per il nome di uno yogurt a rischio di scadenza, come tutti i prodotti di quel genere. 

Renzi ha profittato anche dell’ultimo invito in un salotto televisivo per mandare a Berlusconi gli auguri di ben tornato a casa dall’ospedale, fra una frecciata e l’altra a un Calenda peraltro impietosamente colto in fallo ad attribuire al Riformista vignette ostili che il giornale di Renzi semplicemente non ha potuto riservargli perché non dispone di vignettisti, o ne ne dispone ancora. E, correndo appresso al suo direttore editoriale, quello responsabile del Riformista, l’ex parlamentare forzista Andrea Ruggieri, ancora dichiaratamente ammiratore del Cavaliere, ha così concluso oggi il suo editoriale: “Silvio Berlusconi torna a casa dopo 45 giorni di ricovero. Non posso non mandargli un caldo abbraccio. A nome mio, ovviamente, ma anche del Riformista”. 

Berlusconi invece che fa dalla sue ritrovate stanze di Arcore quando una giornalista del Corriere della Sera che lo segue abitualmente gli chiede dei rapporti con Renzi? Risponde che il suo ex “royal baby”, come lo ha chiamato a lungo il comune amico e ammiratore Giuliano Ferrara, “dice spesso cose giuste, ma fino a quando non ne trarrà le conseguenze politiche, scegliendo la nostra metà campo, non si potrà andare al di là di occasionali convergenze in Parlamento”. Occasionali come quelle praticate sulla riforma costituzionale fra il 2014 e il 2015 e naufragate col no decisivo di Berlusconi nel referendum conclusivo del 2016.  

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Casini inciampa sul fantasma di Scalfaro nel cantiere della riforma costituzionale

Anche a costo di esporsi al sospetto di aspirare a qualche ruolo nel cantiere delle riforme allestito da Giorgia Meloni e non alluvionato, o non ancora, l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, ospite ormai fisso del Pd per l’elezione al Senato dopo la sofferta partecipazione al centrodestra nel passaggio fra la prima e la seconda Repubblica, ha recentemente dato consigli alla prudenza per non mancare anche questa occasione di modificare finalmente la Costituzione. Ma di aggiornarla con giudizio, senza ricadere nella opinione giovanile di molti colleghi del suo passato politico che l’elezione diretta del presidente della Repubblica sia utile dopo tanti presidenti eletti dal Parlamento. Fra i quali peraltro mancò poco che ci fosse anche lui  quando Sergio Mattarella sembrò davvero irremovibile contro la propria conferma. 

      Peccato però che Casini si sia clamorosamente contraddetto in una versione sostanzialmente minimalista dei cambiamenti opportuni addossando proprio ad un predecessore di Mattarella, nell’esercizio delle sue funzioni presidenziali, la responsabilità della mancata approvazione della riforma costituzionale meglio preparata fra tutte. Essa fu, secondo lui, quella ponderatamente studiata dalla commissione bicamerale presieduta fra il 1992 e il 1993 prima dall’ex segretario della Dc Ciriaco De  Mita e poi dall’ex presidente comunista della Camera Nilde Jotti. Una commissione che, pur in una legislatura arroventata dalle esplosioni quotidiane di Tangentopoli e dal ruolo debordante del potere o ordine giudiziario, aveva saputo trovare o indicare un argine alla prospettiva della decapitazione della politica. 

Non a caso da quell’avamposto populista, quasi rivoluzionario, che era diventata la Procura della Repubblica di Milano si levarono messaggi e diffide contro quella commissione, sospettata addirittura di “ricatto” da uno di quei magistrati che sarebbe poi diventato tra i più moderati e un pò anche autocritici: Gherardo Colombo.

“Quel progetto -ha raccontato fedelmente Casini- conteneva un’ampia riforma del rapporto Stato-Regioni e la definizione di una forma di governo neoparlamentare, che contemplava l’investitura diretta, da parte del Parlamento, del primo ministro, attribuiva a quest’ultimo l’esclusiva responsabilità sulla nomina e la revoca dei ministri e introduceva l’istituto della cosiddetta sfiducia costruttiva”. Tutte cose di cui ancora si discute adesso in alternativa ad una riforma radicalmente presidenzialista caratterizzata dall’elezione diretta del capo dello Stato.

            Ebbene -ha ricordato Casini  praticamente inciampando il 13 maggio scorso in un lungo articolo sul Quotidiano Nazionale, dove confluiscono Il Giorno, La Nazione e il Resto del Carlino- quella riforma così potenzialmente risolutiva fu impedita dallo scioglimento anticipato delle Camere elette nel 1992. Cui si approdò quando il governo di Carlo Azeglio Ciampi, seguito nel 1993 a quello di Giuliano Amato, si dimise pur disponendo ancora di una maggioranza per continuare, anche dopo l’approvazione della nuova legge elettorale imposta dal referendum del 1993 antiproporzionalista. Una nuova legge elettorale grazie alla quale il Pds-ex Pci guidato da Achille Occhetto pensava di potere vincere a mani basse un immediato rinnovo delle Camere. Inutilmente l’allora capogruppo democristiano di Montecitorio, Gerardo Bianco, chiese udienza al Quirinale per scongiurare sia la rinuncia di Ciampi sia  lo scioglimento delle Camere.

Chi al Quirinale, eletto dal Parlamento,   si intromise nella lotta politica assecondan il disegno di Occhetto e della sua “giocosa macchina da guerra”, non trattenendo ma incoraggiando Ciampi sulla strada delle dimissioni, se non ordinandogliela, insofferente ormai delle Camere praticamente assediate dalle Procure? Fu il presidente democristiano Oscar Luigi Scalfaro, il primo poi sorpreso della vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e del suo improvvisato centrodestra. E infine prodigo di apprezzamenti e incoraggiamenti rivelati da Umberto Bossi nell’operazione di sganciamento della Lega dal  primo governo del Cavaliere. Uno Scalfaro -debbo dire- di cui ricordo bene ciò che una volta dichiarò proprio Casini a proposito dei continui screzi fra  lo stesso Scalfaro e Berlusconi, o viceversa: “non riuscirete mai -avvertì- a farmi pronunciare un giudizio contro il capo dello Stato”. 

Scalfaro d’altronde era stato collega di partito di Casini. E ancora lo era nella forma non già di un partito ma di un più generale, ideologico e caratteriale democristianesimo, chiamiamolo così. Cui è ascrivibile -senza offesa, per carità- anche l’ottimo Sergio Mattarella. Ma mi chiedo se questo filone potrà ancora generare altri presidenti del livello attuale. E se è più opportuno scommettervi o predisporre qualcosa di nuovo davvero nell’organizzazione dello Stato: altro che “il ferro vecchio del presidenzialismo” di cui hanno discorso ieri sulla Stampa Gustavo Zagrebelsky e Luciano Canfora.

Pubblicato sul Dubbio

La lotta continua del giornale Domani a Giorgia Meloni: dall’alluvione ai bambini per commissione

Vi è qualcosa di peggio del peggio quando madre Natura, con o senza la complicità degli uomini che ne abusano, si scatena e fa dire anche a un non credente, ora persino messianico, Achille Occhetto che “Il Signore ha mandato il diluvio” per punizione. 

Peggiore di una sciagura, come sicuramente è quella in corso in Emilia-Romagna, è l’uso che riesce a farne certa politica o certo giornalismo che se ne alimenta o, peggio ancora, la nutre. Chiamiamolo pure giornalismo politico. 

Faccio l’esempio di Domani, il quotidiano radical-elitario fondato da Carlo De Benedetti dopo avere visto trasformare dai figli e poi vendere La Repubblica, quella di carta, che egli aveva acquistato dalla buonanima del fondatore Eugenio  Scalfari.

Venerdì 19 maggio il giornale dell’ingegnere interrompe del tutto casualmente, per carità, la campagna avviata contro la premier e la sua famiglia allargata per lamentare su tutta la prima pagina “vittime e fango in Emilia Romagna ma Meloni non riunisce il governo”, né lo convoca dal Giappone, dov’è in missione non di piacere ma di Stato per il G7. Potrebbe lasciarlo presiedere a Palazzo Chigi da uno dei suoi due vice, o da un altro ancora, in caso di impedimento di entrambi. Come se il governo per il fatto stesso di riunirsi avesse potuto fermare acqua e fango. 

Sabato 20 maggio, perdurando il G7 ma anche il maltempo un pò dappertutto in Italia,  sull’Emilia Romagna in modo straordinario, Domani oppone, sempre su tutta la prima pagina, alla “emergenza infinita” la Meloni che “non torna dal Giappone”. E addirittura continua a prevedere nel programma di rientro “una tappa in Kazakistan”. Davvero sfacciata, insolente, disumana questa premier pur così solerte in Giappone a mostrare sul suo telefonino le immagini della propria terra devastata raccogliendo la comprensione, la solidarietà e la disponibilità ad ogni possibile aiuto dagli altri “Grandi”, con la maiuscola.

Domenica 21 maggio il giornale dell’ingegnere registra e riferisce, sempre su tutta la prima pagina, e con la puntualità degli orologi che si fabbricano nel Paese dove risiede e paga le tasse il suo editore, la Svizzera, che “Meloni si è accorta dell’alluvione e torna (finalmente) in Italia”. Ma -si affretta a spiegare in quello che tecnicamente si chiama sommario del titolo- “in realtà ha anticipato il rientro di qualche ora”, non di più, saltando la tappa del Kazakistan, evitando di passare per Roma e atterrando direttamente a Forlì, anzi “atterrita”, come da vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno.

Oggi, lunedì 22 maggio, Domani salva (finalmente) la faccia riferendo on line della Meloni fra gli alluvionati che “evita la passerella”, pur contestatale da alcuni dimostranti, “e promette risposte immediate”. Le viene perdonata persino la camicia di un verde leghista. Ma nella versione cartacea il giornale dell’ingegnere apre contro la Meloni un’altra offensiva, incolpandola di essere “contro i bambini” perché non ne vuole la gestazione per altri. 

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