La crisi di governo come il gioco dell’oca, più avanspettacolo che spettacolo

La vignetta di Repubblica

Sbollita rapidamente, com’era facile prevedere, la polemica su ritardi e mancanze del piano di ripresa e di resilienza, di cui la stessa Giorgia Meloni ha rinnegato la maternità che invece ha continuato ad attribuirle oggi su Repubblica Francesco Tullio Altan in una vignetta evocativa di un truce Alberto Sordi, la crisi di governo è tornata indietro come in un gioco dell’oca. La candidata a Palazzo Chigi, consumando ormai tutti gli abiti e i colori del suo guardaroba, si è rimessa in attesa dell’insediamento delle Camere e delle consultazioni al Quirinale propedeutiche al conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio. Senza il quale tutto quello che lei fa, progetta, propone, lascia intravvedere è appeso un pò per aria e potrebbe anche dare la sensazione di un troppo lungo avanspettacolo.  

La vignetta del Secolo XIX

Stefano Rolli sul Secolo XIX ha colto un pò nel segno con la vignetta nella quale fa dire a Giorgia Meloni in prima pagina, e in romanesco stretto: “Devo ancora sistema du’ cosette. ‘tanto divertitevi cor Piddì”. Dove in effetti accadono cose strane, a dir poco, tradotte in “10 ore di psicodramma” in direzione, come le ha definite la Repubblica riferendo della decisione a sorpresa di Enrico Letta di restituire tempi ordinari, cioè lunghi, al congresso che pure aveva prospettato annunciando le dimissioni da segretario e la indisponibilità a ricandidarsi, per cui si era scatenata una corsa alla successione funzionale solo al tentativo di Giuseppe Conte di improvvisarsi vincitore delle elezioni, almeno sul fronte dell’opposizione. E di mettersi in attesa di “un nuovo gruppo dirigente” al Nazareno con cui riprendere a tessere una qualche tela di sinistra per il futuro neppure di questa legislatura, ma forse della prossima. Già, perché Letta, pur tirandosi da parte, ha ieri escluso che il Pd del nuovo segretario potrà rinunciare all’opposizione e tornare al governo con una delle operazioni più o meno di palazzo avvenute negli ultimi anni, senza passare cioè per un altro turno elettorale. 

Titolo di Repubblica
Enrico Letta alla direzione del Pd

In questa prospettiva delineata dal segretario uscente di quel che rimane il secondo partito italiano dopo Fratelli d’Italia, anche se Conte ritiene che il suo 15 cento valga chissà perché più del 19 e rotti del Pd, c’è del chiaro, di certo. Ma anche dell’oscuro, perché non si è mai visto, francamente, un segretario dimissionario in grado di ipotecare la linea del successore. D’altronde anche il predecessore di Enrico Letta al Nazareno, Nicola Zingaretti, si era impegnato nel 2019, allo scoppio della crisi del primo governo Conte, quello gialloverde con i leghisti, a un passaggio elettorale prima di un eventuale accordo di governo con i grillini. E di quell’impegno, disatteso all’improvviso ad un cenno di Matteo Renzi con un piede ancora nel Pd e l’altro già  fuori, fece le spese lo sventurato -manzonianamemte parlando- altro Matteo: il Salvini del Papeete e dintorni, sbertucciato nell’aula del Senato da un Conte moltiplicato almeno per due -“Giuseppi”, ricordate?- dall’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Titolo del Foglio
Titolo del Dubbio

La rappresentazione politica cui Enrico Letta si è prestato riportando indietro anche la storia del congresso rigeneratore, rifondatore e chissà cos’altro del Pd è alquanto impietosa. Si va dal titolo del Dubbio su Letta che “cambia idea” e scopre che “non abbiamo perso” al più perfido del Foglio su un articolo di Giuliano Ferrara, che pure  lo ha personalmente e dichiaratamente votato il 25 settembre: “Gli umili saranno gli ultimi- Letta è una brava persona, ma in politica vince l’impudenza”. Tre volte bravo, anzi, ha precisato Ferrara con linguaggio torinese appreso durante la militanza giovanile comunista. 

Giuliano Ferrara sul Foglio

“Il Pd -ha diagnosticato il fondatore del Foglio- è un organismo malato, introverso nel senso di inespressivo, abulico. Chi lo ha votato lo  ha fatto in genere con grande tristezza, addirittura con un fondo di compassione”. Scritto da lui che appunto -ripeto- lo ha votato….

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Le prime stecche nei cori politici attorno a Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Nella sua lunga, paziente attesa dell’agibilità della nuova legislatura in cui permettere al presidente della Repubblica di appropriarsi davvero dell’agenda della crisi per la formazione del governo Giorgia Meloni è tornata un attimo al ruolo di opposizione svolto contro tutti gli esecutivi succedutisi nella precedente, compreso quello di Mario Draghi. Di cui però è stata anche, e paradossalmente, la sostenitrice maggiore sul terreno non certamente secondario della politica estera, specie nella contingenza bellica provocata da Putin con l’invasione dell’Ucraina e l’annessione referendaria di territori che neppure controlla davvero. 

Titolo del Foglio

La signora si è appena scontrata a distanza con Draghi sul piano nazionale di ripresa e resilienza concordato con l’Unione Europea lamentando “ritardi e mancanze” che il presidente del Consiglio nega con nettezza, levando gli occhi al cielo davanti alle telecamere. E indicando come prova delle sue valutazioni positive la tranche di 21 miliardi di euro appena disposta a Bruxelles, in aggiunta ai quasi 46  dei mesi scorsi. 

Mario Draghi

A occhio e croce, trattandosi di numeri e di rapporti con uffici comunitari con i quali egli ha più dimestichezza della candidata alla sua successione, si dovrebbe o potrebbe -come preferite- credere più a lui che a lei, peraltro trattata generalmente con i guanti dal presidente del Consiglio per ragioni non semplicemente di cavalleria. E tanto meno per guadagnarsene l’appoggio a chissà quale incarico internazionale- fra quelli di cui si scrive da tempo sui giornali, dalla Nato alla stessa Unione Europea- avendo più volte precisato lui stesso che sa cercarseli e trovarseli da solo, senza bisogno di taroccare il suo curriculum, come è capitato nella scorsa legislatura a Giuseppe Conte di sentirsi rimproverare da qualcuno attento ai dettagli. 

I problemi della Meloni sulla strada di Palazzo Chigi non sono tuttavia quelli dei presunti ritardi del piano di ripresa e resilienza. E forse neppure quelli di un alleato scomodo come Matteo Salvini, che prenota o fa prenotare posti un pò dappertutto agitando forse più i titolisti dei giornali che la stessa Meloni, convinta che alla fine il capo della Lega si adeguerà alle decisioni e valutazioni del presidente della Repubblica. Dal quale soltanto egli ha già detto di accettare di venire deluso.

I problemi della Meloni vengono forse sempre dal centrodestra ma più ancora da Forza Italia, dove Silvio Berlusconi si sarà pure assunto il ruolo di regista, padre di famiglia, nonno e quant’altro, ma non riesce a controllare umori, sospetti, risentimenti di chi lo circonda e magari pensa di farlo contento dicendo cose che a lui sono precluse dal profilo che ha voluto darsi in pubblico, a livello addirittura internazionale.  

Gianfranco Miccichè a Repubblica

Sentite che cosa ha detto non più tardi di ieri all’edizione palermitana di Repubblica il presidente uscente dell’assemblea regionale siciliana Giovanni Miccichè, Gianfranco per gli amici. Che è ancora indeciso, mentre scrivo, se rimanere in regione, dove è stato rieletto, o trasferirsi al Senato, dove ha conquistato un seggio  e potrebbe davvero sedersi alla sinistra di Berlusconi, dalla parte del cuore. Deluso dal sistema maggioritario, fatto per “Paesi maturi”, come il nostro evidentemente non sarebbe, Miccichè ha considerato “il ritorno al proporzionale quasi scontato”. E non in una prospettiva, diciamo così, di medio o lungo tempo, ma a breve. “Per il 2023 -ha detto- si potrebbe arrivare al cambio della legge elettorale e a un ritorno alle urne”, al quale -ha aggiunto- sarebbe “felice di partecipare andando a Roma”, anziché rimanere nella sua Sicilia, magari a creare problemi all’amico Renato Schifani eletto alla presidenza della regione dopo la guerra -più o meno- fatta dallo stesso Miccichè al meloniano Nello Musumeci, Che in qualche modo ha chiesto e ottenuto asilo anche lui al Senato. Dove il governo avrà forse gatte da pelare più nella maggioranza che nell’opposizione. 

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Sopralluogo nei due cantieri aperti della politica dopo le elezioni

Matteo Salvini

Due sono i cantieri politici aperti in attesa dell’insediamento delle Camere, dell’elezione dei loro presidenti, della composizione dei gruppi, delle consultazioni di rito del capo dello Stato e delle sue valutazioni e decisioni in ordine alla formazione del governo. Un cantiere è appunto quello del governo, dove la protagonista è stata già indicata dagli elettori ed è naturalmente Giorgia Meloni. Che si reca diligentemente ogni giorno al lavoro, riceve, ascolta, telefona, risponde, sfugge con battute laconiche a chi cerca di strapparle notizie, o solo sensazioni. Nel complesso si avverte tuttavia l’impressione che i giornali la rappresentino più avanti di quanto non sia davvero nella preparazione della squadra, senza voler dire con questo che le difficoltà siano maggiori di quelle che appaiono assistendo, in particolare, al braccio di ferro raccontato dalle cronache fra un Matteo Salvini smanioso di tornare al Viminale, spintovi anche da chi non lo sopporta più neppure come capo della Lega dopo tanta dissipazione di credito elettorale in così pochi anni, e una Giorgia Meloni renitente. Che è stata appena consigliata anche da Mario Monti di guardarsi da un alleato troppo poco interessato al successo di un governo da lui non presieduto. 

A parte tuttavia i consigli di Monti, che saranno magari uguali a quelli di Mario Draghi, la candidata a Palazzo Chigi sa di potersi trarre d’impaccio al momento opportuno con i limiti imposti alla sua discrezionalità dall’articolo 92 della Costituzione nel passaggio in cui dice che i ministri sono nominati dal capo dello Stato su proposta del presidente del Consiglio.

Titolo di Repubblica di oggi
Titolo di Repubblica di ieri

Se a Mattarella non sembrerà opportuno nominare Salvini, appunto, ministro dell’Interno perché ancora  sotto processo per il suo precedente passaggio in quel dicastero, vi sarà ben poco da fare. Escludo che la Meloni torni, come quasi cinque anni fa, a protestare e minacciare d’impeachment il presidente della Repubblica che aveva rifiutato a Giuseppe Conte la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. Non è proprio aria, diciamo così. Allora peraltro neppure Salvini, già vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in pectore, si dissociò dall’assalto a Mattarella compiuto sia dalla Meloni sia da Luigi Di Maio.  Insomma, non vedo, non avverto tragedie, per quanti sforzi stia facendo in questi giorni la Repubblica di carta di drammatizzare questo passaggio sparando titoli come pallettoni. 

L’altro cantiere aperto è quello non del governo, ma dell’opposizione al centrodestra uscito vincente dalle urne. Qui il lavoro procede più alla svelta, potendo prescindere dall’insediamento delle Camere e dal resto. Ma è un cantiere, a ben guardare, più di demolizione che di costruzione, riguardante in particolare un Pd curiosamente estratto vivo dalle macerie elettorali, per quanto ferito, ma dato più morto del MoVimento 5 Stelle che invece ha raccolto meno voti e seggi parlamentari. E questo solo perché -credo in un eccesso di masochismo- lo stesso Enrico Letta ha voluto drammatizzare la situazione offrendosi praticamente come capro espiatorio alla pretesa di Giuseppe Conte di guidare lui l’opposizione da sinistra. 

Massimo D’Alema al Fatto Quotidiano
Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Il buon Pier Luigi Bersani, sempre prodigo di immagini paradossali, come le bambole da pettinare, i giaguari da smacchiare, le mucche da allontanare dai corridoi e via scherzando, se n’è appena uscito con una intervista al Corriere della Sera in cui chiede, disperato, a compagni e amici di “non lasciare ai 5 Stelle la storia della sinistra”. Che dovrebbe significare non inseguirli, non mettersi al loro servizio,  non farsi commissariare. Ma ciò è proprio quello che anche Bersani chiede, in coincidenza peraltro con una intervista di Massimo D’Alema al Fatto Quotidiano, sostenendo il  recupero del rapporto con un Conte indisponibile a trattare con l’attuale gruppo dirigente del Nazareno. 

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Un’occhiata nel guardaroba multicolore di Giorgia Meloni

Titolo del Dubbio

Fedele alla favola del diavolo che fa la pentola e si scorda il coperchio, Giorgia Meloni a poco più di una settimana trascorsa dalla vittoria elettorale del 25 settembre ha spiazzato un bel pò di avversari, e  persino amici. Chi la immaginava, anzi desiderava vestita di nero per combatterla meglio, come una caricatura femminile del fascismo che che fu, se l’è trovata vestita di tutti i colori possibili: a cominciare dal rosso dipinto sulle labbra agli indumenti, per finire al celeste, al rosa, al verde. Come quello, misto al giallo, dei coltivatori diretti che l’hanno accolta a Milano con l’entusiasmo rivolto sino a pochi giorni prima dai leghisti e, ancor prima, dai democristiani della lontana, cosiddetta prima Repubblica, quando quel pubblico lì era il principale serbatoio elettorale e persino valoriale dello scudo crociato. Si è tornata a respirare, in quell’incontro davanti al Castello sforzesco, la cultura popolare sostituita troppo a lungo da quella assai diversa, direi opposta del populismo. 

Maurizio Landini, il capo della Cgil assaltata non più tardi di un anno fa nella sua sede centrale dal pubblico “parafascista” dirottato da una manifestazione in Piazza del Popolo, a Roma, col tono conciliante che ha assunto da qualche tempo come se una dieta lo avesse liberato anche dall’estremismo parolaio che faceva impazzire Sergio Marchionne, ha mostrato di morire dalla voglia di confrontarsi col governo che “Giorgia” sta allestendo ben prima dell’insediamento delle Camere, delle consultazioni del capo dello Stato e del conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio. 

Mario Draghi -cui “la signora”, come la chiama prudentemente Silvio Berlusconi, ha praticato una lunga e costante opposizione salvo che in politica estera, dove è stata più atlantista e antiputiniana di tanta parte della maggioranza- la sommerge direttamente e indirettamente di informazioni e -credo- anche consigli. E deve sudare le proverbiali sette camicie per smentire o ridimensionare la rappresentazione che se ne fa come di un lord protettore di chi è destinata a succedergli. 

Statene certi, la prima parola per la promozione di Draghi a segretario generale della Nato, quando ne matureranno le condizioni, non più tardi dell’anno prossimo, si alzerà alta e forte proprio dalla Meloni a Palazzo Chigi.  La seconda forse dal campo avverso, cioè da Mosca, dove Putin si è ormai così infognato nella guerra all’Ucraina che spera forse di sopravviverle politicamente e umanamente con l’aiuto più di uno come Draghi che  di uno come quel Medvdev che al Cremlino sogna solo di succedergli. 

Sergio Mattarella, il traghettatore

La politica è una bestiaccia in tutte le latitudini. Più la si prende sul serio e più ti delude. Più la corteggi e più ti spiazza. Più la studi e meno la capisci. Più presto sali in alto e più presto cadi in basso. Più cerchi di staccartene e più ne rimani coinvolto, come ha imparato l’anno scorso anche Sergio Mattarella sprecando -temo-  un sacco di soldi in un trasloco interrotto, che in tanti -a dire il vero- gli avevamo francamente e giustamente  sconsigliato. Ora tocca a lui, per fortuna, gestire questa sorprendente e inesplorata transizione repubblicana, anche di genere. 

Pubblicato sul Dubbio

Anche Mario Monti mette la sua buona parola per Giorgia Meloni

A sentire e a vedere Mario Monti, più rosso del solito in viso, strizzare l’occhio, pure lui, a Giorgia Meloni e pronosticarne praticamente il successo a Palazzo Chigi, anche per non far tornare indietro “di dieci anni” -ha detto- la condizione femminile in Italia, si stentava francamente a credergli. E quando un giornalista ospite di Lilli Gruber nello studio televisivo di Otto e mezzo, su la 7, scherzando sui propri rapporti  personali con la candidata alla guida del governo, che stanno forse impensierendo i collaboratori più stretti e ufficiali dell’interessata, ha buttato lì l’idea di Monti “consigliere” o “consulente” di Palazzo Chigi, mi son chiesto se ci fosse o ci facesse. 

Elsa Fornero

Ma non solo. Mi è tornata subito in mente l’immagine di quella prima conferenza stampa dell’allora presidente del Consiglio Monti nella quale un’altra donna della quale egli era estimatore, avendola fatta ministra del Lavoro, si scusò in lacrime della stretta previdenziale cui aveva dovuto prestarsi. Mi riferisco naturalmente alla professoressa Elsa Fornero, miracolosamente sopravvissuta sul piano fisico a quell’esperienza, e alle ritorsioni propagandistiche e politiche di Matteo Salvini. 

Par di capire che Monti veda la Meloni ormai sulla buona strada di un sostanziale, progressivo ripensamento del programma elettorale del centrodestra, troppo dispendioso per le condizioni italiane. Rassegnata, quindi, a mettere nel conto una certa impopolarità che potrebbe procurarle l’avventura a Palazzo Chigi. Dove un consiglio -completamente gratuito, da senatore a vita- glielo ha dato in diretta: quello di “non imbarcare al governo persone il cui scopo, pur essendo alleati, è il suo fallimento”. 

Vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Di chi si tratterrebbe è facilissimo immaginare: naturalmente, il già citato Salvini, che smania -secondo cronache, retroscena e quant’altro- di tornare al Viminale come ai tempi del primo governo di Giuseppe Conte, o di ripiegare su qualche altro dicastero meno pesante in cambio dell’abbinamento ad una vice presidenza del Consiglio. Ad anticipare la risposta o reazione della Meloni ha provveduto Stefano Rolli con la sua solita urticante vignetta per Il Secolo XIX, in cui “Matté” viene derubricato in romanesco stretto dalla vincitrice delle elezioni. 

Dal blog di Beppe Grillo

Vi debbo dire con franchezza che, fra tutte le crisi di apertura o di intermezzo di legislatura che mi è capitato di seguire tra le varie edizioni della Repubblica offerteci dalla politologia, questa ancora in attesa delle consultazioni di rito al Quirinale mi sembra la meno affannata. Non riuscirà certo ad agitarla il guerriero Beppe Grillo con le “brigate di cittadinanza” che ha appena proposto sul suo blog per fiancheggiare Conte nella marcia a sinistra. Nè vi riusciranno le solite notizie di fureria sulle troppe ambizioni -come al solito- esistenti rispetto ai posti disponibili, per tecnici e non tecnici, in un pò tutti i partiti interessati alla formazione del governo. Meloni farà almeno il suo primo governo, senza doversi rimproverare “inciuci” di cui ha sempre avvertito la puzza in passato e non si sente minacciata, ora che tocca a lei barcamenarsi in Parlamento e dintorni. Il suo aereo insomma decollerà. E Monti non le negherà l’applauso di incoraggiamento cavalleresco nella bomboniera di Palazzo Madama. 

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La Pasqua fuori stagione di Giorgia Meloni sulla strada di Palazzo Chigi

Maria Sole Ferrari Caputi

    Manca solo che si metta a fischiare trasformandosi da giocatrice in arbitra e soppiantando pure la livornese Maria Sole Ferrari Caputi, che le ha  appena conteso qualche prima pagina di giornale con un nome lungo quanto quello della presidente uscente del Senato, piegata un pò -sia detto con tutto il rispetto- dal suo peso. Giorgia Meloni è ormai una sorpresa continua, una Pasqua fuori stagione, quando dobbiamo ancora prepararci a celebrare il Natale, anche del suo governo. 

Dalla prima pagina di Repubblica

  Ezio Mauro, che si era preparato all’evento scommettendo sulla coincidenza fatale del secolo trascorso fra la marcia fascista su Roma e quella elettorale della Meloni, appunto, mi sembra che cominci a vacillare. Stordito, spiazzato e quant’altro pure lui dagli eventi, vedendo la giovane leader della destra italiana arringare coltivatori diretti e nonni anziché energumeni in camicia nera e bastoni nodosi, l’ex direttore di Repubblica si chiede oggi in una corposa analisi politica se il primo governo a guida femminile in Italia sarà “reazionario o conservatore”. Precisando naturalmente che “non è una differenza da poco” e “mancano ancora gli elementi decisivi per capire”. “Sappiamo -ha scritto, e me lo immagino al computer col dito pulsante- che ha vinto la destra, ma non sappiano che destra sarà”. Dal che, al limite, si potrebbe addirittura sperare che ne esista una buona, accettabile, dopo tanto pessimismo sparso a piene mani contro di essa.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Quanto è più umano, il mio amico Ezio, di quel sempre sicuro di sé, con tutti gli indizi che diventano prove per incanto solo a metterli in fila, che è naturalmente Marco Travaglio. Il quale, pizzicando il collega del Corriere della Sera  Marco Cremonesi troppo solerte, secondo lui, a registrare gli applausi che la Meloni raccoglie sui palchi, si è affacciato a suo modo al balcone di Palazzo Venezia per scrivere che “torna finalmente a splendere il sole sui colli fatali di Roma”. Anche se mancano, almeno per ora, i generali alle sue spalle, al massimo qualche tecnico da prelevare in banche e simili, e si intravvede fra gli uomini o le donne del suo governo un ministro – pensate un pò- per “l’attuazione del programma”, sprovvisto -spero- di un suo servizio segreto per scoprire chi lo dovesse boicottare. 

La giornata particolare di Giorgia Meloni a Milano, fra Berlusconi e Coldiretti

Titolo del Fatto Quotidiano

Vi raccomando quel’”anche” che Il Fatto Quotidiano ha voluto aggiungere nel titolo di prima pagina ai “Coldiretti” che ieri a Milano hanno “acclamato” Giorgia Meloni al suo arrivo, da Arcore, dove era stata ricevuta da Silvio Berlusconi, alla manifestazione della potente organizzazione di categoria sopravvissuta intatta, nei suoi valori e capacità organizzative, a tutti i cambiamenti intervenuti nella politica nazionale con la numerazione delle Repubbliche. 

Dalla prima pagina della Stampa

Chissà perché la cronaca politica di un giornale importante e radicato come La Stampa ha definito “insolita platea” quel “villaggio Coldiretti di Milano” dove la candidata a Palazzo Chigi ha deciso di fare “la sua prima apparizione post elettorale”. Perché insolita, dopo che lo stesso presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, aveva spiegato personalmente alla platea la ragione di tanto interesse e consenso per la giovane leader della destra italiana che sta per prendere il posto di Mario Draghi? Per avere sempre incontrato in lei e nel suo partito -ha detto Prandini- un ascolto attento  e utile ai loro problemi. Come nella Dc di un tempo, dove il padre di Ettore Prandini, Gianni, aveva fatto la gavetta politica diventando un leader nazionale, più volte ministro, braccio destro e sinistro del più volte segretario del partito Arnaldo Forlani, sino a rompere col mito della sua giovinezza politica, Amintore Fanfani, quando le strade dei due si separarono con la nettezza e persino la brutalità di cui era capace un partito di “amici”, Così i democristiani si chiamavano sempre fra loro, anche quando cessavano di esserlo e diventavano concorrenti, avversari e quant’altro. 

Gianni Prandini

Gianni Prandini, passato per le forche caudine di “Mani pulite” con l’assoluzione finale, fra l’altro fu il ministro della Marina Mercantile che, sorprendendo uno dei gusti e temperamento difficili come Giorgio Bocca, domò i famosi “Camalli” del porto di Genova. Ne ricevette il capo a casa sua, nel Bresciano, mentre migliaia di manifestanti giunti dalla Liguria l’assediavano minacciosi. 

Da Repubblica
Dall’interno di Repubblica

Pur tra la sorpresa del Fatto, ripeto, e della Stampa, pur lontano nel tempo, con una generazione seguita dall’altra, quel mondo di valori, di uomini, di famiglie, di tradizioni, di sentimenti non è morto. Proprio oggi all’interno di Repubblica si può leggere un articolo di Tommaso Ciriaco così titolato: “Da Casini a Rotondi, gli eterni Dc. Se resistere in Parlamento è un’arte”.  E ancora: “Con Tabacci sono gli ultimi rimasti che hanno militato nella Balena bianca”, come la chiamava il compianto Giampaolo Pansa. “Ora sono in Parlamento stimati e corteggiati a tutti”. Tabacci, poi. è stato appena rieletto nel suo Nord, mentre l’adottato -chiamiamolo così- Luigi Di Maio nella sua Napoli ha fatto naufragio ed ora sta pensando -come ho letto da qualche parte- di investire in attività promozionali l’esperienza, le conoscenze, i rapporti maturati in una decina d’anni come capo e poi ex capo del Movimento 5 Stelle fra Montecitorio e vari Ministeri, compreso quello degli Esteri dove sta raccogliendo carte ed oggetti, in attesa di chi gli dovrà succedere. Forse Antonio Tajani, se davvero Berlusconi lo ha chiesto ieri a Giorgia Meloni. 

Giacomo Salvini sul Fatto Quotidiano

Era proprio Tajani, ieri mattina, a Milano a parlare ai coldiretti all’arrivo della Meloni. Sentite, anzi leggete qui con me la cronaca di Giacomo Salvini sul Fatto Quotidiano: “La scena è ai limiti del situazionismo: il coordinatore di Forza Italia, non certo un volto ostile tra gli agricoltori, è appena salito sul palco. A quel punto però arriva  Meloni. Accolta dalla platea con una standing ovation, richieste di selfie e baci e abbracci con gli organizzatori. Tajani resta lì, impassibile, nessuno è interessato alla sua presenza. Anche le telecamere dell’evento, perfide, inquadrano più volte Meloni seduta in prima fila mentre parla il coordinatore di Forza Italia”. Una giornata particolare anche quella di ieri a Milano, come la più celebre del 6 maggio 1938, con Hilter a Roma, raccontata da Ettore Scola nello storico film del 1977.  

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Berlusconi a tutto campo nel suo ruolo di regista, ma altro ancora……

Dalla prima pagina della Stampa

La scelta di certo non è stata casuale. Silvio Berlusconi ha voluto lasciare i suoi messaggi sul nuovo governo proprio alla Stampa che gli aveva attribuito ieri un intervento a gamba tesa su Giorgia Meloni, peraltro attesa proprio oggi a Milano, perché gli lasciasse l’ultima parola -diciamo così- almeno su Forza Italia, ma anche su altro, nelle trattative sui nuovi ministri. Che dovranno essere -ha confermato in una intervista appunto alla storica testata torinese- il più possibile politici, pur con tutto il rispetto che meritano i tecnici. 

Di ambizioni personali l’ex presidente del Consiglio ha mostrato di coltivarne una sola “al di là di qualsiasi incarico formale, specialmente nello scenario internazionale”. “Quando le circostanze lo consentiranno -ha detto parlando del conflitto in Ucraina appena aggravato da Putin con l’annessione pseudoreferendaria delle zone occupate militarmente- sarò il primo a insistere per una soluzione diplomatica, perché considero la guerra intollerabile, la follia delle follie”. 

Par di capire che Berlusconi, forte di un vecchio rapporto di amicizia personale con Putin, per quanto affievolito negli ultimi tempi dalle sorprese riservate da Mosca anche a lui, voglia davvero riparare all’ultima, enorme gaffe commessa alla vigilia delle elezioni, quando disse che al Cremlino all’inizio volevano solo sostituire Zelensky e amici a Kiev con un pò di “persone per bene”. “Una soluzione diplomatica -ha tenuto a precisare questa volta, dichiarandosi in sintonia col governo uscente di Mario Draghi- implica l’assoluta unità dell’Occidente e non può contemplare in nessun caso il sacrificio della liberà e dei diritti del popolo ucraino”. Se sono rose fioriranno. Certo, sarebbe un gran bel colpo se il Cavaliere riuscisse da Arcore a rianimare uno scenario di pace in quest’Inferno che è diventata l’Europa. 

Mario Draghi

Non sono mancate curiosità anche nei dettagli, chiamiamoli così, della politica interna italiana, dove Berlusconi si è addentrato per riconoscere, per esempio, “il poderoso recupero dei 5 Stelle” compiuto da Giuseppe Conte e sottolineare la “modesta crescita” di Caro Calenda e di Matteo Renzi, avvenuta secondo lui senza “rubare” un solo voto alla sua Forza Italia. Che starebbe molto meglio di come la dipingono quanti l’hanno abbandonata. L’uomo, si sa, è coriaceo. E chissà che non gli riesca di contribuire, da quell’angolo della Brianza dove vive in una dimensione tutta sua, anche a tutelare Draghi come “patrimonio del Paese, al quale non possiamo rinunciare”. “Ovviamente avrebbe tutte le carte in regola per occupare un ruolo apicale nelle istituzioni internazionali”, ha detto Berlusconi pensando forse alla segreteria generale della Nato, dove aveva già tentato a suo tempo di fare arrivare il suo ministro della Difesa Antonio Martino. Che -benedett’uomo- non ne aveva tanta voglia perché l’incarico avrebbe troppo compromesso le sue abitudini di vita, a cominciare dal pisolino dopo pranzo rigorosamente in pigiama. Grandissimo Martino, andatosene via quest’anno all’improvviso e in punta di piedi.

E di Giorgia Meloni, la sua ex ministra, quasi una mascotte, ormai lanciata verso Palazzo Chigi ? “Prudente ed equilibrata”.

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Per inseguire Conte il Pd perde anche il vecchio arco costituzionale

Titolo del Dubbio

Carlo Calenda mostra di non crederci molto. Rimane convinto che sia più probabile un suo sbarco su Marte che una riforma costituzionale come quella proposta o immaginata da Giorgia Meloni. Al cui governo  egli assegna pochi mesi di vita: il tempo forse della prima e unica conferenza stampa di fine anno. Matteo Renzi dal lontanissimo Giappone, pur con tutta la specializzazione che ha maturato costruendo e demolendo maggioranze, si è mostrato invece più cauto, una volta tanto meno sbrigativo. E anche dall’opposizione ha annunciato che col centrodestra “schiererà un tavolo per fare insieme le riforme costituzionali” perché “siamo sempre pronti a riscrivere insieme le regole”. 

Peraltro è svanito il pericolo di un’autosufficienza di Giorgia Meloni e alleati su questa strada, cioè di una maggioranza così larga da poter chiudere la partita direttamente in Parlamento con la procedura della doppia lettura prevista dall’articolo 138 della Costituzione, senza la verifica referendaria risultata fatale a precedenti tentativi riformisti di Silvio Berlusconi e dello stesso Renzi.

La disponibilità di quest’ultimo a partecipare ad un’organica, profonda modifica del sistema costituzionale invecchiato di oltre settant’anni -si vedrà di che tipo particolare di presidenzialismo, fra i vari esistenti altrove o da inventare appositamente per l’Italia, magari chiamandolo in latinorum come si è disgraziatamente fatto con le leggi elettorali- trova il Pd nella solita posizione scomoda di distrazione. 

La strada che il partito erede delle sinistre comunista e democristiana, più cespugli verdi e radicali, ha imboccato con l’annuncio delle dimissioni del segretario Enrico Letta e la prospettiva di un congresso straordinario è quella dell’inseguimento di Giuseppe Conte. Che riconosce, bontà sua, alla destra di avere vinto le elezioni, ma non la rappresentatività necessaria per fare certe cose.

Il compianto Ciriaco De Mita

Meno male che Ciriaco De Mita riposa in pace da maggio. E’ morto in tempo per risparmiarsi il funerale del suo “arco costituzionale” di sinistra e il concepimento, quanto meno, di uno di segno opposto.

Pubblicato sul Dubbio

Il compleanno di Berlusconi disturbato da notizie forse più di cortile che di corte

Dalla prima pagina della Stampa

 Anche se scritta e firmata a quattro mani da giornalisti solitamente ben informati come Ilario Lombardo e Francesco Oliva, con tanto di richiamo premiale in prima pagina sulla Stampa, mi sembra francamente più da cortile che da corte la notizia della “grana” scoppiata in Forza Italia. Dove Silvio Berlusconi, tra i festeggiamenti del suo ottantaseiesimo compleanno, avrebbe deciso di “gelare” il suo vice Antonio Tajani sulla strada delle trattative con Giorgia Meloni per la formazione del nuovo governo. 

Antonio Tajani

“Adesso tratto io”, sarebbe sbottato l’ex presidente del Consiglio raccogliendo proteste, malumori e altro di amici e collaboratori per il troppo spazio che l’ex presidente del Parlamento europeo si sarebbe preso, essendo peraltro direttamente interessato alla partecipazione al governo, pur se si è scritto di lui sui giornali anche come presidente della nuova Camera per i suoi trascorsi fortunati a Strasburgo. Sempre che la candidata a Palazzo Chigi non si imponga nel centrodestra con la tentazione di destinare per ragioni di galateo istituzionale e opportunità politica il vertice di Montecitorio all’opposizione: più in particolare al Pd, dove da una vita -si fa per dire- smania di arrivare Dario Franceschini, arrivatovi ad un palmo nel 2013, quando all’ultimo momento l’allora segretario del partito Pier Luigi Bersani gli preferì l’alleata di sinistra Laura Boldrini. 

I malumori, sospetti, sgambetti e simili non  mancano mai attorno ai leader, specie quando si è in un partito in difficoltà. E Forza Italia lo è, al di là delle smentite, perché perché è diventata elettoralmente l’ultima delle tre formazioni che più visibilmente la compongono. Solo centomila voti ormai la separano, all’esterno del centrodestra, dalla concorrenza del cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi, dove sono state appena rielette le ministre ex berlusconiane Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini: le “traditrici”, “ingrate” e quant’altro, come gridato ad Arcore e dintorni all’annuncio del loro abbandono per protesta contro la fiducia appena negata al Senato al governo di Mario Draghi, insieme con i leghisti e i grillini di Giuseppe Conte. 

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

La rappresentazione d’un Tajani allargato anche sul piano politico, oltre che ingrassato, stride obiettivamente col racconto da lui stesso appena fatto al Corriere della Sera degli incontri e colloqui telefonici con Giorgia Meloni. Di sé e delle sue ambizioni egli ha testualmente detto, anche a costo di un pò troppa retorica:. “Posso fare qualsiasi cosa. Ho fatto tutto nella vita. Farò quello che è utile, nell’interesse del Paese. E con la Meloni volutamente non ho fatto nomi. I nomi li farà Berlusconi alla fine”. 

Tajani al Corriere della Sera

”Di sicuro questo governo”, ha concluso  Tajani, come se davvero lo stesse vedendo nascere, “non cambierà politica estera. Resteranno strategiche le relazioni con Washington, Bruxelles e la Nato”. E sarà Berlusconi a concordare evidentemente con la Meloni i nomi da proporre al presidente della Repubblica per i Ministeri soprattutto degli Esteri e della Difesa. 

Rpreso da http://www.policymakermag.it

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