Piccoli Trump crescono anche sotto le stelle senza strisce

            Col permesso della buonanima addirittura di Virgilio- che nelle Georgiche paragonava il lavorìo delle api e dei Ciclopi, “si parva licet componere magnis”- lasciatemi abbinare il Luigi Di Maio rinfrancato in Italia dall’esito dei ballottaggi comunali, a cominciare dalla  sua Pomigliano d’Arco con l’elezione del proprio candidato a sindaco appoggiato dal Pd locale, al presidente americano Donald Trump. Che, a leggere il buon Federico Rampini su Repubblica, si sente “rinato” nella campagna elettorale per la Casa Bianca dal contagio virale subìto e al tempo stesso sfidato. In verità, i sondaggi danno ancora in testa lo sfidante democratico Joe Biden. Ma i sondaggi, si sa, fanno a Trump i baffi che non ha.

            Una certa sintonia, sotto sotto, tra il “piccolo” pentastellato Di Maio e il “grande” a stelle e strisce  Trump, per dimensioni fisiche proprie e dei Paesi di appartenenza, è sfuggita al nostro stesso ministro degli Esteri nel passaggio conclusivo di una sua recente intervista alla Stampa inneggiante al presunto successo nel ballottaggi municipali di domenica e lunedì scorsi, secondo lui compensativi del fiasco grillino, l’ennesimo, nelle elezioni regionali del 20 e 21 settembre.

            Ministro, Trump o Biden?, gli ha chiesto l’intervistatore. E lui: “Gli Stati Uniti innanzitutto. Poi per esperienza personale posso dirle che con l’amministrazione Trump si lavora molto bene e con Mike Pompeo”, il Segretario di Stato americano venuto recentemente a Roma e accolto anche alla Farnesina, “si è instaurato un legame di amicizia”.

            Pensate un po’ come sarebbe uscito meglio dalla risposta in veste di pur sempre ministro degli Esteri della Repubblica d’Italia se Di Maio si fosse fermato agli iniziali “Stati Uniti innanzitutto”, risparmiandosi il resto. Che espone non solo lui personalmente ma l’intero governo di cui fa parte al rischio di dovere o potere avere a che fare fra qualche mese con l’ex vice presidente di Obama alla Casa Bianca. Ma così vanno le cose anche nella nostra diplomazia sotto le…cinque stelle italiane, immagino con quali riflessioni e grattamenti di viso e di capelli di Sergio Mattarella al Quirinale. Ormai Di Maio contende a Conte, pur mandato e poi inchiodato a Palazzo Chigi dal suo movimento, anche la cordialità e i sottintesi di quel “Giuseppi” lanciato l’anno scorso come un salvagente dalla Casa Bianca al presidente del Consiglio italiano che rischiava di essere travolto dalla crisi di governo aperta da Matteo Salvini.

            Non so se Di Maio sia astemio o no, pur se in qualche foto l’ho visto con amici a tavola tra bicchieri e bottiglie anche di vino. Ma temo che un po’ di ebbrezza gliel’abbiano procurata i ballottaggi di cui si è inorgoglito  se a “quella manciata di piccoli Comuni” impietosamente ricordatagli dall’intervistatore egli ha risposto: “Mi basta che in tutti i Comuni dove ci siamo presentati in coalizione abbiamo vinto: da Pomigliano d’Arco a Matera, passando per Giugliano e Caivano”, dove -si è vantato- “sono andato a sostenere i nostri candidati perché sono persone in carne ed ossa, pulite, con la schiena dritta, con dei valori, a dimostrazione del fatto che il movimento 5 Stelle non rinuncia affatto ai suoi”.

          Peccato, per il nostro ministro degli Esteri alle prese con l’atlante italiano fra la Basilicata e la Campania, che quei Comuni conquistati dai suoi uomini “in carne e ossa”, non fantasmi, abbiano una popolazione complessiva di soli 261 mila abitanti su più di 60 milioni di italiani.  

 

 

 

 

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Quell’intimazione di sfratto a mezzo stampa alla seconda carica dello Stato

            Oddio, che ha combinato la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, oltre ad avere quel nome troppo lungo per certi gusti e ad avere indetto una gara d’appalto “da casta” sulla distribuzione della posta del Senato con “pony express in giacca e cravatta”, per guadagnarsi un’intimazione di sfratto addirittura dal mio amico Antonio Padellaro? Che nella redazione del giornale da lui stesso fondato può ben ritenersi un mite rispetto agli altri.

            La signora in una intervista al Corriere della Sera ha soltanto osato, e non per la prima volta, dolersi delle condizioni costrittive, diciamo così, in cui si trova il Parlamento per i tantissimi decreti legge e decreti presidenziali del governo e per lo stato di incertezza e di confusione che grava sul Paese. Che è così stato tanto avvertito nella stessa maggioranza governativa che si sprecano inviti e proposte di “nuova fase”, “verifica”, “rimpasto”, “tavolo” negoziale, “contratto” e via discorrendo. E ciò per non parlare della crisi del maggiore movimento della coalizione governativa, sull’orlo di una scissione da possibili percorsi giudiziari, addirittura. O per non parlare, ancora, dei moniti alla concretezza e pacificazione che si levano continuamente dal Quirinale. Dove Padellaro teme che una come la Casellati possa arrivare un giorno o solo recarvisi come supplente in caso di impedimento momentaneo del presidente della Repubblica.               

              Via, Antonio, calmati.

 

 

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Se a soffiare l’antiparlamentarismo sono anche gli anti-grillini

            Vittorio Feltri ha confermato su Libero, di cui è direttore editoriale lasciando al direttore responsabile la scomodità delle querele e accessori, ha dimostrato che un moderato -se lo si può considerare tale sia nella versione originale sia nella imitazione che ne fa Maurizio Crozza- quando s’infuria riesce a fare e a farsi più danni di un pazzo, nel senso iperbolico della parola.

            Di fronte alla mancanza del cosiddetto numero legale verificatosi per due volte consecutive alla Camera, votando su un documento proposto dalla maggioranza giallorossa e propedeutico alla nuova proroga dello stato di emergenza virale in arrivo dal governo col solito decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, il giornalista principe di una testata libera naturalmente anche di sbagliare ha liquidato all’ingrosso i circa 100 assenti, di cui una quarantina giustificati tra missioni e preavvisi motivati, come “codardi indegni”, “disertori”, “incapaci di essere all’altezza del ruolo ricoperto” ed altro ancora. E li ha contrapposti ai medici, infermieri e altri dipendenti ospedalieri che, anche a costo di morire, come purtroppo è accaduto davvero, hanno fatto il loro mestiere in questi tempi pericolosi di epidemia virale. Che si è affacciata pure in Parlamento, nonostante le misure cautelative adottate e la destinazione, per esempio, dello storico “transatlantico” di Montecitorio ad appendice dell’aula, per cui giornalisti e deputati interessati a interloquire, diciamo così, debbono distribuirsi fra i corridoi del palazzo e il cortile, solitamente associato per immagine agli animali domestici.

            Non è minimamente saltata in mente ad un giornalista pur dell’esperienza di Vittorio Feltri che a motivare le assenze, quanto meno quelle ingiustificate, possano essere state legittime, ordinarissime, conosciutissime e antichissime ragioni politiche, per dissenso o protesta contro la gestione dei lavori d’aula, troppo spesso condizionata dalle pressioni, dagli errori, dalle imprudenze del governo. Che in questa occasione, per esempio, avrebbe dovuto risparmiarsi la fretta che mi risulta essere stata “suggerita” a ripetere dopo un’ora, nell’applicazione letterale del regolamento, la votazione fallita in condizioni difficilmente rimediabili in poco tempo, anche se nella seconda votazione -va detto pure questo- sono mancati solo otto deputati per garantire le presenze necessarie alla legittimità del risultato. Tanto strumentali possono essere state le assenze quanto strumentali gli applausi delle opposizioni all’accaduto.

            E’ curioso, maledettamente curioso che proprio mentre matura la crisi del movimento più demagogico e anti-parlamentarista del mercato politico, il cui fondatore, garante e quant’altro ha appena rilanciato l’idea di sorteggiare e non più eleggere deputati e senatori, peraltro già ridotti da 945 a 600 dalla prossima legislatura in poi; proprio nel momento, dicevo, in cui questo quasi partito perde carrettate di voti e rischia la scissione per scongiurare la quale anticipa al prossimo mese l’apertura a Roma del complesso percorso congressuale dei cosiddetti Stati Generali, e “fisici”, come ha precisato il “reggente” Vito Crimi, comunque destinati a sfociare nella solita soluzione digitale gestita dalla sempre più controversa “piattaforma” privata di Davide Casaleggio, venga rilanciato l’anti-parlamentarismo da un dichiarato avversario o comunque contestatore del grillismo.

            Almeno a messa si dice ad un certo punto “mistero della fede”. Qui non so proprio di che mistero si tratti.

 

 

 

 

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Assalto alla Casellati per avere osato criticare Sua Maestà il governo Conte

            “Ora deve andarsene”, ha scritto e titolato sul Fatto Quotidiano il fondatore Antonio Padellaro della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, indicata ironicamente anche con l’acronimo MEAC, per avere rilasciato al Corriere della Sera un’intervista molto preoccupata sulla situazione del Paese e sulle insufficienze, quanto meno, di un governo che alimenta la confusione e l’incertezza anziché ridurle in una crisi, anzi in un’emergenza che è insieme sanitaria, sociale, economica e politica.

             “Non vi sono precedenti nella storia dei rapporti fra le istituzioni e la politica”, ha scritto ancora Padellaro sorvolando sui presidenti delle Camere ormai abitualmente partecipi del dibattito e della lotta politica, come il Gianfranco Fini che dal vertice di Montecitorio cercò nel 2010 di rovesciare il governo in carica di Silvio Berlusconi, e dimenticando il clamoroso Cesare Merzagora del 1960. Che dalla presidenza del Senato, alla quale fu confermato dopo le dimissioni seguite alle polemiche che aveva suscitato, insorse contro il disordine persino sanguinoso provocato dal governo di Fernando Tambroni sostenuto dall’estrema destra.

            Pur senza spingersi sino alle dimissioni reclamate dal giornale più vicino, diciamo cosi, al partito o movimento di maggioranza relativa e al presidente del Consiglio, il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ha accusato la presidente dell’assembla di avere “abbandonato il suo ruolo di garanzia”. Ma già nei mesi scorsi l’aveva attaccata per avere ostacolato la tattica dilatoria della maggioranza di governo nella procedura di autorizzazione a precedere per sequestro di immigrati  sulla nave Gregoretti contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che peraltro è difeso in questa paradossale vicenda giudiziaria dalla pubblica accusa. “Fuori luogo”, si è limitato a dire contro la presidente Casellati il capogruppo dei senatori pentastellati Gianluca Perilli, forse consapevole che fra i suoi colleghi ce ne sono non pochi tanto insoddisfatti del governo Conte da morire dalla voglia di votargli contro.

            Visto che c’erano, al Fatto Quotidiano hanno contestato alla Casellati, diventata ironicamente “Sua Presidenza”, anche il mezzo scandalo da “Casta” di una gara d’appalto indetta per il servizio di distribuzione della posta del Senato con tanto di pony express, pensate un po’,”in giacca e cravatta”. Ah, benedetta signora Presidente.

            Chissà se potrà bastare alla povera Casellati farsi perdonare la franchezza usata nel parlare del governo -e dello stato un po’ sofferente, diciamo così, in cu esso ha ridotto il Parlamento con la frequenza dei suoi decreti legge e decreti presidenziali-  una partecipazione alle feste in corso di Luigi Di Maio e amici, a cominciare da quelli del Fatto, per la strepitosa vittoria -a sentirli- conseguita nei ballottaggi comunali appena conclusi. Che hanno consentito al candidato grillino, con l’appoggio del Pd, di diventare sindaco di Matera, dove Marco Travaglio ha subito proposto di fare svolgere gli Stati Generali, cioè congressuali, delle 5 Stelle, se non saranno preceduti da una scissione. Ma la gemma dei ballottaggi è l’elezione, sempre con l’appoggio del Pd, del grillino Gianluca Del Mastro, insegnante universitario di papirologia, a sindaco di Pomigliano d’Arco, 39 mila e rotti abitanti, alle porte di Napoli, paese di adozione di Luigi Di Maio, nato nella non troppo lontana Avellino. Il governo Conte 2 può tirare un sospiro di sollievo, togliendosi magari la mascherina.

Al tavolo di Matteo Renzi, l’eterno boy scout della politica italiana

Da eterno boy scoutcome John Elkann, presente il compianto Sergio Marchionne, lo definì  parlandone con un giornalista importante che aveva in animo di assumere fra Torino e Detroit-  Matteo Renzi ha allestito nel campeggio della maggioranza giallorossa un tavolo a quattro gambe. Non gliene ha tolta nessuna, diversamente da Goffredo Bettini. Che qualche tempo fa ridusse a tre le gambe del tavolo del governo, parlandone al Foglio, forse perché dava ormai per scontato l’assorbimento da parte del suo Pd dei liberi e uguali, o almeno di quelli che vi erano arrivati abbandonando il Nazareno nel 2017.

Pur con l’aria soltanto di proporlo, in una intervista a Repubblica uscita domenica, Renzi ha posto sul tavolo i temi di quella che, tirato per i capelli dalla interlocutrice, ha ammesso di poter chiamare “verifica”, alla vecchia maniera. E anche di poterla vedere sfociare in quello che, sempre alla vecchia maniera, potrebbe essere chiamato “rimpasto” di governo, per quanto la parola faccia inorridire, o piùsemplicemente impaurisca, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che ancora attribuisce un simile passaggio  all’”agenda” dei giornalisti, non sua, già troppo fitta di appuntamenti ed eventi.

Definiti i punti del programma oscuri, o accantonati o superati dagli avvenimenti, o dai contrasti successivi all’accordo un po’ troppo improvvisato l’anno scorso, nell’”emergenza” derivata dalla paura che Matteo Salvini vincesse le elezioni anticipate reclamate provocando la crisi del governo gialloverde, la nuova intesa di maggioranza potrebbe tradursi secondo Renzi anche in un “contratto”, come era stato definito nel 2018 quello stipulato fra grillini e leghisti. Potrebbero risultare utili, a questo proposto, le segnalazioni delle urgenze appena giunte da un’intervista allarmata, di vera e propria denuncia dei rischi di paralisi e confusione anche istituzionale in cui viviamo, della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati al Corriere della Sera.

Sarebbe un contratto di fine legislatura, destinato cioè a portare davvero a termine regolarmente, e in un clima finalmente pacificato nella maggioranza, il mandato delle Camere elette più di due anni e mezzo fa. E dovrebbe naturalmente includere anche un accordo, per quanto di massima, forse per un pò di riguardo verso il presidente della Repubblica in carica, sull’elezione del nuovo capo dello Stato nel 2022: un europeista, naturalmente, di sicura fede.

Messa così la questione quirinalizia, par di capire che Renzi non creda molto all’”auspicio” recentemente espresso da Conte di una rielezione di Mattarella, magari silenziosamente, implicitamente a termine, con riserva di rinuncia dopo l’elezione delle nuove Camere nel 2023, per lasciare scegliere a loro, ridotte di 345 seggi, il presidente destinato a durare sino al 2030.

Per dare al contratto,  o in qualsiasi altro modo si vorrà chiamarlo, una solidità maggiore Renzi ha proposto di fare entrare nel governo a rappresentare il Pd il segretario Nicola Zingaretti o il suo vice Andrea Orlando, lasciando a Dario Franceschini, attuale capo della delegazione, solo il Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, o assegnandogliene uno più importante: tuttavia non il Viminale, che sarebbe appannaggio quasi naturale dell’ancora riluttante Zingaretti, se questi accettasse di entrare nel Consiglio dei Ministri, anziché farsene raccontare le riunioni da altri. A meno che Renzi, magari in un corso accelerato di storia della cosiddetta prima Repubblica, non abbia riscoperto il fascino della vecchia, e sostanzialmente inevasa, proposta di Ugo La Malfa di rafforzare i governi di seconda generazione del centrosinistra, dopo quelli presieduti da Aldo Moro, istituendo un “direttorio” di ministri senza portafoglio nelle persone dei segretari dei partiti della coalizione.

Mi sembra tuttavia difficile praticare una soluzione del genere nel marasma esistente fra i grillini, che costituiscono pur sempre il maggiore partito del governo giallorosso e sono addirittura sull’orlo della scissione, dopo che Alessandro Di Battista, appoggiato ormai da Davide Casaleggio, si è proposto alla guida del movimento per rivitalizzarlo e sottrarlo alla “morte nera” della collaborazione col Pd.

Evidentemente Renzi esorcizza la crisi del MoVimento 5 Stelle minimizzandola, e comunque scommettendo personalmente sul pur ex capo e ora “soltanto” ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che lui considera il parigrado del segretario del Pd nella coalizione essendosi intestata la vittoria del sì referendario alle Camere sforbiciate dai grillini, così come a Zingaretti, nonostante le proteste del solitario e solito guastafeste Massimo Cacciari, è stata attribuita la vittoria nelle elezioni regionali del 20 e 21 settembre avendo perduto solo le Marche, e non pure le Puglie ma soprattutto la Toscana.

Renzi nella sua intervista a Repubblica, letta da Conte non so se con più sorpresa o timore, viste anche le ricorrenti voci di patti più o meno segreti fra lo stesso Renzi e Zingaretti sugli sviluppi di questa obiettivamente accidentata legislatura, ha liquidato da par suo -cioè con la solita baldanza, gonfiando il petto per l’ennesima volta nella stessa giornata- l’obbiezione della intervistatrice Annalisa Cuzzocrea  su una certa sproporzione che potrebbe apparire agli occhi del pubblico tra le ambizioni, l’attivismo e quant’altro del suo partito Italia Viva e i voti raccolti nelle prime elezioni nelle quali ha voluto o potuto misurarsi.

“Abbiamo preso -ha detto Renzi, incurante dei calcoli di Alessandra Ghisleri, fermatisi attorno al 3 per cento- il doppio di quello che davano i sondaggi: il 5% anziché il 2,5. Un buon inizio. Ma già dalle amministrative del 2021 vogliamo fare meglio dei 5 Stelle e diventare il secondo partito della coalizione”, dopo il Pd, bontà sua. Il solito boy scout, avrà commentato il nuovo editore di Repubblica, chissà se anche a proposito della ipotesi, ritenuta da Renzi soltanto poco attuale, di una sua nomina a segretario generale della Nato “nel novembre 2022”, con un presidente degli Stati Uniti diverso naturalmente da Donald Trump.

 

 

 

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Il bastone e la carota del Foglio al sempre “truce” Matteo Salvini

            Ancora due parole, quasi due, su Matteo Salvini, stavolta dopo la sua “missione” a Catania, dove con l’aiuto di Giulia Bongiorno è riuscito a strappare al giudice dell’udienza preliminare, senza neppure chiederglielo, e a dispetto della “merda” gridatagli in piazza dagli avversari, la significativa convocazione di Giuseppe Conte e di un bel po’ di ministri come testi, per ora, sulla controversa vicenda della nave Gregoretti. Dove da ministro dell’Interno egli avrebbe addirittura “sequestrato” cento e più migranti in attesa di destinazione verso più paesi europei.

            Le due parole, o quasi, sono dedicate stavolta al bastone e alla carota del Foglio al leader leghista, più in generale, per la sua linea politica e le prospettive della Lega. Il direttore in persona del giornale fondato da Giuliano Ferrara ha bastonato Salvini in prima pagina con questo titolo di “aperturina” assegnato al suo editoriale: “Fuori dall’aula di giustizia c’è un altro processo che vede Salvini imputato- Non solo Catania. Le ambiguità sull’Europa, l’euro, la Nato e i punti di riferimento internazionali mettono in discussione la leadership del Capitano. Una resa dei conti tutta all’interno del centrodestra”, dietro naturalmente la facciata unitaria in piazza della coalizione.

            In fondo alla stessa prima pagina del Foglio si trova il richiamo di una lunghissima e un po’ ammiccante intervista di Annalisa Chirico, che il fondatore del giornale, Giuliano Ferrara, suole chiamare spiritosamente “Chirichessa”, allo stesso Salvini per dargli la possibilità di esporre la sua “verità” su Europa, euro, governo e immigrazione. All’interno, nel sommario del titolo, si fa a dire al leader leghista, a dispetto delle cose contestategli dal direttore Claudio Cerasa: “Questa Europa non ci convince, mi dispiace, ma se l’Europa dovesse aiutare gli italiani ben venga l’Europa. Le mie idee sull’euro? Abbiamo chiarito: stiamo in Europa, stiamo nell’euro”.

            Il bastone in prima pagina, la carota a fondo pagina e all’interno. Non foss’altro per dovere o cortesia d’ospitalità, non doveva accadere il contrario? Ai lettori l’ardua sentenza.

La Via Crucis, e forse persino giudiziaria, del MoVimento 5 Stelle

            Non è per tigna, come dicono a Roma, ma è solo per l’attenzione dovuta a quella che gli elettori due anni e mezzo fa hanno voluto far diventare la principale forza politica del Paese, attorno alla quale ruotano gli equilibri, o squilibri, di questa assai curiosa legislatura, che si è costretti a parlare e a scrivere ogni giorno dei grillini. E di quella che è ormai diventata la loro Via Crucis, decisamente fuori stagione liturgica, verso una meta ancora indefinita. Che non vorrei diventasse, come d’altronde è d’uso in Italia da qualche tempo a questa parte, una meta giudiziaria: fra carte bollate, denunce, diffide, cause e via litigando.

            L’ultima notizia sotto le 5 Stelle, con le maiuscole dovute all’anagrafe politica, è quella della diffida a Davide Casaleggio, per ora solo mediatica, da parte dei “vertici” del MoVimento, come Il Fatto Quotidiano chiama i garanti, a cominciare naturalmente dall’”Elevato” Beppe Grillo dietro le quinte,  a non usare più il blog ufficiale pentastellato per sortite “personali” e “arbitrarie” come quella ancora visibile agli internauti. E’ la protesta del figlio del mitico cofondatore del MoVimento Gianroberto Casaleggio, proprietario e gestore della “piattaforma Rousseau” che ne è un po’ il sistema venoso, contro il tentativo che si starebbe compiendo di trasformare quella creatura magica, quasi cosmica, voluta dal padre in un banale, anzi banalissimo partito. Che è stato a lungo sinonimo per Grillo, amici e seguaci di poltronificio immondo, costruito sul trasformismo. E’ una prospettiva che fa inorridire Davide Casaleggio, tanto poco interessato alle poltrone -ha rivelato nella sua sortita sul blog- da avere rifiutato un posto di ministro offertogli dal MoVimento, sempre con le dovute maiuscole anagrafiche, quando gli è capitato, forse per disgrazia, visto come stanno andando le cose, di arrivare al potere.

            La protesta di Davide Casaleggio è forte, diciamo pure fortissima, anche se francamente un po’ contraddittoria perché al partito si arriverebbe ancora più dritti e velocemente se prevalesse la causa per la quale egli si sta spendendo in questi giorni. Che è la corsa di Alessandro Di Battista alla guida del MoVimento, in alternativa alla gestione o direzione collegiale, inevitabilmente movimentista appunto e confusa, preferita dai “vertici” indicati dal giornale di Marco Travaglio. Che naturalmente è contro la coppia Casaleggio-Di Battista, accusata di volere “fuggire col pallone”, facendo una scissione, perché contraria alla stabilizzazione, chiamiamola così, dei rapporti di collaborazione e alleanza col Pd, “la morte nera” dei grillini secondo le previsioni, le paure, le convinzioni e quant’altro di “Dibba”: il cosiddetto Che Guevara non dei popolari Noantri -i romani di Trastevere- ma della borghesissima e benestante Vigna Clara.

            In questo bailamme grillino, e conseguente scontro tra i sostenitori “puri” del limite dei due mandati consentiti e quelli “impuri” del terzo mandato e anche più, si perde per aria come coriandoli tutto il resto della politica: persino l’allarme istituzionale appena lanciato dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati sulle colonne del Corriere della Sera contro la paralisi della politica, appunto, lo svilimento delle Camere, la mancanza di un Progetto, con la maiuscola, per l’Italia, lo stato di incertezza generale nella perdurante pandemia virale e l’incapacità, se non peggio, del governo di avere in circostanze così gravi un rapporto doveroso e degno di questo nome con le opposizioni.

 

 

 

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Spettacolo osceno, e autolesionistico, a Catania contro il leader della Lega

            Due parole, quasi due, sui contorni mediatici e politici, chiamiamoli così, dell’udienza preliminare svoltasi a Catania per il processo proposto dal tribunale dei ministri contro Matteo Salvini. Il quale ordinò da ministro dell’Interno l’anno scorso di trattenere a bordo per quattro giorni  a bordo della nave Gregoretti cento e più migranti, in attesa che venisse concordata la loro distribuzione fra più paesi europei.

            Saranno stati pure “4 gatti” i simpatizzanti di Salvini raccoltisi nella città siciliana, come ha titolato in prima pagina irridendoli Il Fatto Quotidiano, impegnatosi allo spasmo sul fronte giornalistico perché il Senato autorizzasse nei mesi scorsi questo passaggio giudiziario. Ma, a prescindere dal giudizio politico che si può avere del leader leghista, meglio quei “4 gatti” degli altri quattro, o due, che hanno opposto ai manifestanti leghisti e, più in generale, del centrodestra quel cartello che dava a Salvini della “merda”. Che tanto merda, poi, non deve essere apparso non solo al pubblico ministero, che ha proposto l’archiviazione del caso non vedendovi l’ombra del “sequestro”o altro reato ravvisato invece dal tribunale dei ministri, ma anche al giudice. Che ha prudentemente convocato a testimoniare, per ora, mezzo governo di cui Salvini faceva parte, a cominciare dal presidente del Consiglio, più la ministra attuale dell’Interno Luciana Lamorgese, prima di decidere il rinvio a giudizio o no.

            Chi di sterco ferisce, di sterco può anche perire, o almeno restare schizzato.

La coda velenosa della campagna elettorale d’autunno sotto le 5 stelle

            Luigi Di Maio vi aveva molto scommesso con un impegno “pancia a terra” in questa coda elettorale d’autunno, ma non credo che i 54 ballottaggi comunali in corso gli consentiranno di opporre al suo collega di partito Alessandro Di Battista una rappresentazione più consolante, o meno “disfattista”, come lamenta Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, delle condizioni del Movimento 5 Stelle. Che si sono d’altronde aggravate in questi  giorni proprio per l’offensiva interna di Di Battista.

            Anche se i pochi candidati comuni del Pd e dei grillini giunti al secondo tempo della partita elettorale dei municipi, specie nei territori campani o, più in generale, meridionali più cari o vicini a Di Maio, dovessero farcela o perdere dignitosamente, con pochi punti di distacco dai rivali, la situazione dei pentastellati rimarrebbe quella che è: ai limiti di una scissione. Ora essi non possono neppure contare più di tanto sull’appuntamento congressuale dei cosiddetti Stati Generali per comporre le loro diatribe perché il contestato Davide Casaleggio ha un po’ chiuso i rubinetti, per ragioni forse ritorsive di cassa, della sua piattaforma digitale Rousseau. Che è necessaria per queste evenienze: un’altra complicazione nel movimento che in due anni e mezzo di legislatura si è persa per strada una buona metà del proprio elettorato governando prima con i leghisti e poi con il loro opposto: il Pd.

            A questa realtà, che ha indotto Di Battista a proporsi alla guida del movimento per una svolta, il grande suggeritore, protettore e non so cos’altro dei grillini ortodossi Marco Travaglio ha opposto oggi, nell’editoriale del giornale che dirige, questa domanda che voleva essere forse retorica, dalla risposta cioè scontata nel senso da lui voluto: “sono più importanti la Spazzacorrotti, la Bloccaprescrizione, le manette agli evasori, il reddito di cittadinanza, il decreto legge Dignità, il blocco delle trivelle, il taglio dei parlamentari e dei vitalizi, o qualche punto percentuale?”. Beh, comunque si vogliano giudicare le leggi elencate da Travaglio come medaglie al petto dei grillini per la guerra condotta nella presunta fogna politica e sociale strappata in eredità ai predecessori sconfitti nel 2018, mi sembra francamente esagerato, diciamo pure risibile, liquidare come “qualche punto percentuale” la perdita, all’ingrosso, di metà di quel 32 per cento e rotti di voti conquistato due anni e mezzo fa. Sarebbe come dire e scrivere che è “un po’” sprofondata quella casa travolta dalle acque la cui foto molti giornali hanno oggi pubblicato in prima pagina, in alternativa a quelle dei pronti crollati, come emblematica degli effetti del maltempo abbattutosi nelle ultime ventiquattro ore sull’Italia del Nord Ovest.

            Né mi sembra funzionare a favore dello stesso obbiettivo postosi da Travaglio a favore della prosecuzione, anzi del consolidamento dei rapporti col Pd “rispettoso” dei grillini la rappresentazione al passato che egli ne ha proposto per dimostrare quanto esso sia cambiato forse proprio grazie a loro: un Pd -ha raccontato Travaglio- che “prendeva ordini da Re Giorgio o dal Giglio magico, governava con Monti, Berlusconi, Alfano e Verdini, copiava le ricette di Confindustria e delle banche d’affari, tentava di scassare un terzo della Costituzione e affogava negli scandali”, non so se al netto o al lordo delle assoluzioni giudiziarie spesso sopraggiunte alle condanne mediatiche. Non credo che Nicola Zingaretti possa riconoscersi nell’ affresco di Travaglio, che in fondo lo coinvolge con buona parte del gruppo dirigente del Pd pur affrancato, diciamo così, dalla scissione di Matteo Renzi.

 

 

 

 

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La sveglia cordiale del Foglio al segretario del Pd Nicola Zingaretti

            Ora al Foglio di Giuliano Ferrara fondatore e Claudio Cerasa direttore è il turno di Nicola Zingaretti. Sul cui risveglio, dopo un lungo insonnolimento, il quotidiano di quello che Alessandro Di Battista chiama “estabilishment” ha scommesso per l’evoluzione degli equilibri politici. Che sarebbero migliorati rispetto all’anno scorso grazie al ritorno del “truce” Matteo Salvini all’opposizione, ma non per questo del tutto encomiabili o accettabili a causa della natura ancora troppo indefinita e liquida del movimento grillino. Di cui Silvio Berlusconi, considerato sempre “l’amor nostro” dai foglianti di maggiore anzianità di scrittura o lettura, avrà pur esagerato a parlare come di una propaggine nazista ma non si può neppure dire che sia una propaggine liberale. Non a caso Giuliano Ferrara scrive di “grillozzi”, piuttosto che di grillini.

            A svegliare un po’ Zingaretti e/o a dargli qualche carta o occasione in più da giocare all’interno della maggioranza nella quotidiana partita con i grillini -lasciatemi chiamarli ancora così- sono stati secondo Il Foglio i risultati delle elezioni regionali del 20 e 21 settembre. Che avendo limitato alle sole Marche le perdite del Pd, scongiurando quelle delle Puglie ma soprattutto della Toscana, avrebbero salvato il fratello del commissario Montalbano. E dato maggiore spessore a quella che Il Foglio ha definito “la leadership-non leadership” di Zingaretti, capace adesso ancor più di prima di “sapersi adattare alle situazioni che si presentano -ha scritto ieri, in particolare, Cerasa- e trarre il massimo anche dalle condizioni più avverse”. Il Tempo si è spinto ancora più in là facendo di Zingaretti un ragno in prima pagina.

            Ora che i grillini sono ulteriormente dimagrati elettoralmente dopo un anno di governo col Pd, per quanto aiutati a sopravvivere grazie anche all’aiuto di buona parte dei piddini con quel sì referendario alle Camere  sforbiciate, “il dinamismo del poco dinamico Zingaretti” potrebbe o dovrebbe “fare squadra con Renzi”, già cullato a suo tempo dal Foglio come il “royal baby” di Berlusconi, “per allontanare la rotta del governo dalla palude del grillismo”, ha scritto Cerasa. “Caro Renzi, torna nel Pd”, ha pungolato oggi Ferrara in persona, concorrente di Goffredo Bettini alle orecchie piddine e renziane.

            Al Foglio immaginano già il momento in cui sarà possibile “valutare, a un certo punto della storia, se la maggioranza più adatta a guidare la stagione del Recovery fund -ha scritto Cerasa- sia quella che non ha la forza di attivare il Mes, ovvero quella attuale, o sia invece quella che avrebbe la forza di attivare il Mes, ovvero parte di quella attuale con l’aggiunta di Forza Italia, come sognano Gianni Letta e anche Zinga”.

            Vasto programma, direbbe la buonanima di Charles De Gaulle: un programma che mette nel conto, oltre al recupero del Cavaliere ”amor nostro” sottraendolo a Matteo Salvini e a Giorgio Meloni , una scissione dei grillini. Alla quale potrebbe portare un altro “dinamismo”, come lo chiama Cerasa: quello di Alessandro Di Battista. Che ieri sera, sulla rete televisiva 9, per quanto contrastato da Andrea Scanzi, del Fatto Quotidiano, è tornato a prevedere per il movimento 5 Stelle, proseguendo col Pd, la fine dell’Udeur “poltronara” di Clemente Mastella: “estinta in una retata”, secondo la perfida rievocazione sfuggita in prima pagina al giornale di Marco Travaglio, anche a costo di dare in fondo ragione al ribelle Di Battista. Che in ogni caso -ha riferito sempre Il Fatto virgolettandolo- è “pronto all’uscita dal M5S”.   

 

 

 

 

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