Salvini si astiene sui fondi della ripresa e annuncia un tour europeo

            Anche se è tornato a dire davanti ai deputati della Lega eletti a Strasburgo, chiamati a Roma non certamente in gita turistica, che è l’Europa a “cambiare come volevamo noi”, cioè in senso solidaristico e più rispettoso delle diversità dei paesi che compongono l’Unione, Matteo Salvini si è mosso pure lui annunciando un tour nelle capitali del vecchio continente, neppure quello per turismo. E non si può dire che dopo quel giro, e tutti gli incontri che avrà, rimarrà dell’idea che non è ancora il momento di schierare diversamente nel Parlamento Europeo i suoi deputati. Alcuni dei quali non nascondono il disagio dell’isolamento e/o dell’irrilevanza cui sono condannati dalla permanenza nel gruppo dell’estrema destra. Dove non ha fatto confluire i suoi deputati neppure Giorgia Meloni, appena eletta al vertice dei conservatori e riformisti.

            D’altronde, proprio oggi sul Corriere della Sera, intervistato da Antonio Polito, l’ex presidente del Senato Marcello Pera nel confermare la sua scommessa sulla Lega, appena votata nelle elezioni regionali nella sua Toscana, ha avvertito che “non si può chiedere a Salvini una inversione a U in pochi mesi”. Ed ha assicurato che come “allievo”, secondo l’ironica definizione dell’intervistatore, il leader leghista “sa ascoltare, è intelligente, consapevole del problema che ha davanti il centrodestra”.

            Quasi a conferma della fiducia di Pera, al di là e al di fuori dell’incontro con gli eurodeputati del Carroccio, Salvini ha smentito come più visibilmente non  poteva un dossier uscito dal loro gruppo il 7 ottobre scorso contro i fondi europei per la ripresa. Che sarebbero una mezza trappola per l’Italia condizionandone questo e i governi futuri, fossero pure di centrodestra. Egli ha fatto astenere i leghisti del Parlamento italiano, insieme con le altre componenti del centrodestra, sulla risoluzione d’indirizzo per l’uso dei fondi europei della ripresa destinati al nostro Paese, “completamente diversi” secondo lui dalla “logica del fondo salva-Stati” noto con l’acronimo del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes). Di cui il leader diffida, al pari di quasi tutti i grillini, pur consentendoci di accedere subito a più di 35 miliardi di euro ad un tasso d’interesse vicino allo zero per il potenziamento del servizio sanitario e del suo indotto, messi a dura prova dalla pandemia virale. Ma anche su questo l’ex ministro dell’Interno potrebbe cambiare idea se qualcuno -magari Giancarlo Giorgetti e lo stesso Pera-  riuscisse a spiegargli meglio che il Mes  è cambiato rispetto a quello applicato ai tempi sciagurati della crisi del debito greco.

            Nell’annunciare e motivare al Senato l’astensione, a nome non solo dei leghisti ma dell’intero centrodestra, sulla risoluzione della maggioranza per l’utilizzo dei fondi europei della ripresa destinati all’Italia Salvini  ha detto, rivolto direttamente al presidente del Consiglio, che “tutti gli italiani ci chiedono di lavorare insieme”. E ha augurato a Conte “buon lavoro” dichiarandosi “in attesa di una telefonata”. Sottraendosi alla quale il presidente del Consiglio, già gravato dei problemi da pandemia, e costretto a garantire che non manderà la polizia a controllare le nostre feste e simili a casa, si darebbe la zappa sui piedi, con tutti i guai che i grillini gli procurano nella maggioranza. E manderebbe su tutte le furie il presidente della Repubblica, da troppo tempo in attesa di un rapporto davvero più costruttivo del governo con le opposizioni, non solo a parole.

 

 

 

 

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Dopo un cinguettio con Conte il forzista Brunetta lascia …il trespolo

            Ha quanto meno del curioso, se non del clamoroso, la generosa e compiaciuta ospitalità concessa al presidente del Consiglio Giuseppe Conte dal deputato  e responsabile della politica economica di Forza Italia Renato Brunetta in qualità di direttore della edizione del lunedì del Riformista: incarico che però ha lasciato subito dopo chiudendo per lamentato ingorgo di lavoro, diciamo così, una “bellissima ancorchè breve, avventura”, durata in effetti quattro numeri soltanto, “costati tanta fatica e tanta intelligenza”, ha scritto l’interessato definendo orgogliosamente “piccolo gioiello” la sua creatura.

            Conte aveva “onorato” Brunetta -parola dello stesso Brunetta- mostrando di raccogliere in qualche modo le sue sollecitazioni a una svolta. “Le forze politiche -aveva scritto, difendendo però tutte le decisioni adottate dal suo governo, recentemente contestate in una intervista al Corriere della Sera dalla presidente del Senato- non dovrebbero oggi indugiare a lavorare insieme, con spirito costruttivo, favorendo un franco e sincero dialogo. E’ fondamentale il contributo di tutti, maggioranza e opposizione, così come è centrale il ruolo del Parlamento per disegnare le grandi riforme e i grandi cambiamenti che l’Italia non può rimandare”. Ma con o senza il permesso dei grillini ?, viene voglia di chiedere al presidente del Consiglio, che si trova a Palazzo Chigi grazie a loro e deve subirne ogni giorno, direi anzi ogni ora, i condizionamenti derivanti dalle loro divisioni, a dir poco. Il MoVimento 5 Stelle, tra governisti e antigovernisti, tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio, tutti comunque d’accordo nel rifiuto dei crediti europei per il potenziamento del servizio sanitario e indotto, è arrivato sull’orlo della scissione.

            Ancora nell’articolo scritto per il Riformista Economia Conte aveva concesso ai grillini, ritrovandosi anche con la parte più sovranista della Lega, il rifiuto di un “europeismo fideistico”, preferendogli “un approccio critico”.

            In questa oggettiva confusione di parole e di idee a convergere erano apparse solo manovre trasversali all’interno degli schieramenti di maggioranza e di opposizione, forse non estranee all’improvvisa rinuncia di Brunetta alla direzione.

             Conte ha chiaramente voglia di un aiuto forzista, visti anche i numeri assai traballanti al Senato. E una parte almeno dei forzisti ha voglia di darglielo anche a costo di spiazzare l’alleato Salvini. Al quale Brunetta, sostituendosi un po’ a Mattarella, aveva scritto esplicitamente che in caso di crisi non si andrà alle elezioni anticipate reclamate dall’ex ministro dell’Interno ma ad un governo “del Presidente”, tecnico o simil tecnico, destinato a portare comunque al termine ordinario la legislatura.

            Consapevole dei carboni ardenti del dialogo aperto con Conte -ardenti anche dentro il suo partito- Brunetta aveva cercato di cautelarsi aprendo il suo “editoriale”  con una “piena” condivisione dell’intervista ipercritica verso lo stesso Conte  della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, notoriamente forzista: un’intervista sgarbatamente liquidata dal presidente del Consiglio dicendo ai giornalisti di non averla letta.

           Vorrei essere una mosca per sentire la presidente del Senato commentare tutta questa vicenda quanto meno curiosa, ripeto.

Toti chiede a Salvini di replicare il predellino di Berlusconi

Non so, vista l’impazienza che traspare dalla sua sortita, se più’ incoraggiato o deluso, al contrario, dall’incontro conviviale a Roma con Mara Carfagna ed altri amici forzisti e dal tempo che si è preso Matteo Salvini per tentare la “rivoluzione liberale” mancata a Silvio Berlusconi negli anni dei suoi governi, il governatore ligure Giovanni Toti ha chiesto al capo leghista di raccogliere dal Cavaliere anche la staffetta, diciamo così, del predellino. Su cui Berlusconi saltò la sera del 18 novembre 2007 nella piazza milanese di San Babila  per lanciare il progetto della confluenza delle componenti più affini del centrodestra in un solo partito: il Popolo delle Libertà. Il cui acronimo -Pdl- divenne l’alternativa al Partito Democratico -Pd- allestito nello schieramento opposto da Piero Fassino e Francesco Rutelli, d’accordo con Romano Prodi, per unificare i resti del Pci e della sinistra democristiana, più cespugli di provenienza liberale, ambientalista e radicale.

Il Pd, condotto per primo da Walter Veltroni sventolando la bandiera della “vocazione maggioritaria” poi compromessa dall’imprevista irruzione dei grillini nel mercato elettorale, è bene o male sopravvissuto a tutte le crisi e persino scissioni in qualche vaticinate dall’”amalgama mal riuscito” lamentato in qualche modo da Massimo D’Alema. In tredici anni si sono succeduti sei fra segretari e reggenti, ma il Pd è ancora in campo pur zigzagando, fra l’altro, tra opposizione ai grillini e alleanza, prima di carattere quasi occasionale ed emergenziale, in funzione anti-sovranista, e poi di tendenza addirittura strutturale, estesa in periferia. Che, fallita alquanto miseramente a livello regionale, viene ora tentata a livello comunale, votandosi l’anno prossimo nelle maggiori città. Vi si sono impegnati direttamente il segretario del Pd Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio, l’ex capo forse rientrante del MoVimento 5 Stelle, o di quel che ne rimarrà in caso di scissione.

Il Pdl invece, già nato zoppicante per il rifiuto di aderirvi da parte della Lega ancora bossiana e di alcune frange della destra, è bello che finito, diranno ormai gli storici per colpa esclusiva o maggiore di chi. Di Berlusconi, insofferente al dissenso oltre un certo, minimo livello, e refrattario ai delfini, o di Gianfranco Fini, erede impaziente sino al suicidio politico.  L’ex pupillo di Giorgio Almirante, secondo la ricostruzione mai smentita di un suo incontro con un emissario di Berlusconi, arrivò a paragonarsi minacciosamente a un terrorista imbottito di esplosivo alla cintura, capace quindi di saltare in aria e far morire chiunque avesse cercato di fermarlo.

L’esperienza si concluse come era inevitabile, cioè nel peggiore dei modi. Alla rottura con o di Fini seguì quella con o di Angelino Alfano, e via via scendendo di grado o livello, sino al ritorno non so se più orgoglioso o obbligato di Berlusconi alla sua Forza Italia, ma di dimensioni e prospettive ben diverse da quelle originarie del 1994: quando fior di professori e intellettuali incoraggiarono il Cavaliere di Arcore a coltivare il sogno addirittura di un partito liberale di massa, come lo chiamò, in particolare, Giuliano Urbani. E ciò pur in un’epoca di de-ideologizzazione derivata dal crollo del comunismo, che si era portato appresso il pur incolpevole socialismo: la prima vittima del comunismo al potere, liquidata come una componente “traditrice” della sinistra necessariamente rivoluzionaria, non riformatrice.

Ora, tornando al Pdl, con tutta quella storia ormai non alle ma sulle spalle, avendovi personalmente partecipato prima come giornalista simpatizzante e poi come attore, promosso sul campo da Berlusconi in persona, Toti ha avuto il coraggio o l’imprudenza, secondo i gusti, le speranze o le paure dei suoi veri o potenziali interlocutori, di proporre a Salvini un nuovo “predellino”, essendo il suo partito diventato il maggiore della coalizione di centrodestra. Che però – va precisato anche questo- è da qualche tempo in fase discendente, e non più ascendente, inseguito dalla destra di Giorgia Meloni.

Mi chiedo se sia ancora il predellino, con quell’inconveniente dell’annessione che esso si porta dentro per esperienza, il percorso, lo strumento, il metodo migliore per concretizzare l’aspirazione di Salvini alla “rivoluzione liberale” fallita nelle mani o redini di Berlusconi. E soprattutto prima di avere ben chiarito e concretamente avviato il riposizionamento in Europa. Che dopo la svolta o il ritorno all’originario spirito solidaristico imposto da quel surrogato di una guerra mondiale che può ben essere considerata la pandemia virale, non può essere più scambiata per quella specie di imboscata o prigione ancòra descritta in un recentissimo dossier del gruppo leghista del Parlamento di Strasburgo, poco in sintonia, quanto meno, col nuovo corso che sta maturando Salvini frequentando i professori stanchi o delusi da Berlusconi.

Forse proprio dopo o a causa di quel dossier di vecchio stampo sovranista  gli europarlamentari del Carroccio sono stati convocati per oggi, martedì, a Roma da Salvini e dal suo vice, nonché responsabile delle relazioni internazionali, Giancarlo Giorgetti. Che rischiano tuttavia di trovarsi spiazzati da un Giuseppe Conte che, ospite del Riformista economico del lunedì diretto dal forzista Renato Brunetta, pur di coprire in qualche modo ambiguità, ritardi e quant’altro dei grillini, fra Mes e dintorni, ha scritto di preferire “all’europeismo fideistico” di altre componenti della maggioranza giallorossa  di governo “un approccio critico che abbia a cuore le sorti del continente”.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

L’Italia purtroppo carente di tamponi sanitari, ma anche politici…

            E’ imperdibile quel Mattarella immaginato da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera a fare il tampone all’Italia in questi giorni di giustificata apprensione per l’andamento della pandemia virale.

            Mi chiedo tuttavia, senza volere minimizzare l’emergenza sanitaria, chi potrà o vorrà fare un altro tampone -quello politico- di cui si ha bisogno in Italia. E del quale il presidente della Repubblica non può farsi carico prima che la situazione esploda in una crisi di governo, nonostante gli appelli alla concretezza, concordia e quant’altro lanciati dal capo dello Stato quasi ogni giorno in ogni direzione, sfruttando tutte le occasioni che gli offrono i suoi appuntamenti istituzionali o cerimoniali.

            Precarietà e confusione degli equilibri politici realizzatisi nella scorsa estate con la formazione del secondo governo di Giuseppe Conte nascono notoriamente dalla crisi d’identità, ma anche d’altro, che attanaglia il principale movimento della maggioranza: quello “algoritmico” delle 5 Stelle, come lo ha felicemente definito in un editoriale su Repubblica l’ex direttore Ezio Mauro.

             Le vicende interne grilline, con la divisione -all’ingrosso- fra i governisti di Luigi Di Maio e gli antigovernisti di Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio, per fortuna hanno inciso poco, o per niente, almeno sinora, sulla pur controversa gestione dell’emergenza virale da parte del governo, in un intreccio di competenze nazionali e locali pasticciato dal testo riformato del titolo quinto della Costituzione. Ma cominciano quanto meno  a lambirla, dopo tutti i guasti procurati ad altri aspetti della politica e dell’azione governativa, con quel persistente rifiuto di ricorrere ai crediti europei disponibili con l’acronimo del Mes per il potenziamento del servizio sanitario e derivati, messi a dura prova dalla pandemia.

            L’ultimo pasticcio grillino, in ordine cronologico, è esploso all’interno della maggioranza giallorossa sulle prospettive dell’alleanza in sede locale, e conseguenti, inevitabili riflessi nazionali, in previsione delle elezioni comunali dell’anno prossimo, riguardanti città importanti come Roma e Milano. Dove si vorrebbe rimediare ai fallimenti regionali del  20 e 21 settembre scorso.

            Una disponibilità annunciata da Di Maio a “non fossilizzarsi” sulla ricandidatura, indigesta al Pd, di Virginia Raggi al Campidoglio ha fatto tirare un sospiro di sollievo al pur silente Zingaretti, ma anche a Paolo Mieli in un editoriale sul Corriere della Sera, per lo spazio temporale di poche ore. E’ infatti scoppiato fra i grillini, dietro e sotto le quinte, un putiferio tale che Di Maio ha dovuto precisare, sostanzialmente smentendosi, di non voler fare mancare il suo sostegno alla sindaca uscente e decisa a tentare la conferma, a dispetto di tutto e di tutti, anche dei colleghi o compagni di movimento consapevoli dei suoi limiti, o almeno della improbabilità di un suo successo.

            Che i problemi della Raggi stiano dentro, e non solo fuori casa l’ha confermato il non sospettabile Fatto Quotidiano riferendo di una riunione promossa per il 17 ottobre da alcuni consiglieri comunali uscenti del movimento 5 Stelle “ribelli”, presidenti ed ex presidenti di commissione, contrari alla “estrema personalizzazione della contesa elettorale”, insita nella ricandidatura della Raggi, e favorevoli invece ad un “percorso allargato e diffuso”, da imboccare e portare avanti naturalmente col Pd anche o soprattutto per consolidare l’alleanza di governo a livello nazionale. 

 

 

 

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Conte e Scalfari alla ricerca del successore di Mattarella al Quirinale

            Encomiabilmente irriducibile anche a 96 anni di età nella voglia o abitudine di scommettere sul futuro, Eugenio Scalfari ci ha appena informati dalle colonne di Repubblica di avere “puntato le mie fishes sulla presidenza politica di Conte e su quella religiosa di Francesco”.

            Del Papa il fondatore di Repubblica è notoriamente ammiratore e amico da tempo, forse anche raccogliendo direttamente o indirettamente da lui le notizie di prima mano che il suo giornale pubblica spesso sulle scosse vaticane in corso, di natura per fortuna non fisiche ma solo cardinalizie, finanziarie e giudiziarie. Di Conte -Giuseppe Conte, presidente del Consiglio- il veterano del giornalismo politico italiano ha appena cominciato una frequentazione diretta con un lungo incontro sui massimi sistemi, anche quello solare, prenotandone un altro in cui parlare pure del Pontefice.

            Dobbiamo all’incontro con Conte e al rapporto fattone ai lettori da Scalfari la conferma dell’impressione personalmente, e modestamente, ricavata di una sponsorizzazione a termine, non piena, della rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale recentemente auspicata dal presidente del Consiglio. “Conte vorrebbe -ha riferito testualmente Scalfari- che Mattarella prolungasse di almeno un anno la sua funzione, come fece a suo tempo Giorgio Napolitano”. Non sarebbe una cattiva soluzione della corsa al Quirinale già cominciata dietro le quinte col solito, largo anticipo rispetto alla scadenza dei primi mesi del 2022, quanto terminerà il mandato del presidente in carica. A Camere invariate ma destinate dopo un anno ad essere rinnovate a ranghi ridotti di un terzo dei seggi, sarebbe logico e persino onesto che alle nuove, con piena e nuova legittimazione, fosse lasciato il compito di una soluzione organica della successione al vertice dello Stato, proiettata verso il 2030.

            Ma se Mattarella non ne volesse sapere, come Scalfari ha anticipato o confermato per informazioni -credo- dirette, considerando i buoni rapporti che ha con l’interessato, che cosa si potrà fare o potrà accadere? Ne parleranno lo stesso Scalfari e Conte, si presume: alla faccia, alle spalle e quant’altro di tanti altri che si ritengono protagonisti, azionisti e chissà cos’altro del mercato politico e istituzionale italiano, a cominciare naturalmente dai poveri, sprovveduti elettori. Che, d’altronde, nella scelta del capo dello Stato non possono mettere bocca, come si dice, perché l’elezione non è diretta, come molti vorrebbero che finalmente e giustamente diventasse, visto il ruolo crescente dell’inquilino del Quirinale nella fluidità, a dir poco, degli equilibri politici prodotti da partiti, movimenti e schieramenti di sempre più incerto indirizzo.

 

 

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Colpo basso a Salvini dal Foglio, e dagli eurodeputati della Lega

            In attesa ancora fiduciosa di una smentita, precisazione o quant’altro del ministro degli affari europei Vincenzo Amendola, che già con quel cognome mi mette un po’ di simpatica soggezione per l’omonimia con lo storico esponente liberale ucciso a bastonate dai fascisti, mi ha colpito il modo in cui al Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa hanno contrapposto alcune sue parole alla svolta annunciata, adombrata, propostasi -come preferite- da Matteo Salvini. Che, forte dei consigli già ricevuti da Marcello Pera, tentato dalla scommessa sull’evoluzione della Lega dopo le delusioni procurategli da Forza Italia, ha condiviso “la necessità di una rivoluzione liberale”.

            Le parole di Vincenzo Amendola sono queste: “Noi vogliamo che il Parlamento si esprima sulle linee guida per il piano nazionale di ripresa. E certo speriamo che anche le opposizioni partecipino costruttivamente, fin dalla prossima settimana”, anche perché il forzista Renato Brunetta -ha riferito Il Foglio forse sentendolo direttamente- ha riconosciuto che “si è oggettivamente lavorato bene” nelle commissioni competenti. Tanto bene -ha aggiunto il giornale riportando tra virgolette le parole del responsabile economico del partito di Silvio Berlusconi- che “stiamo ragionando coi colleghi” sulla possibilità di una convergenza in aula, quando il documento sarà discusso e votato, prima alla Camera e poi al Senato, in vista del Consiglio Europeo del 15 e 16 ottobre.

            Le “linee guida per il piano nazionale di ripresa” sono propedeutiche all’uso dei 209 miliardi dei fondi europei destinati all’Italia se questa saprà presentare progetti credibili per lo sviluppo di fronte alla crisi aggravata dalla pandemia virale. Ebbene, anche se nell’articolo non si trovano parole di Amendola specificamente riferite alle posizioni neo-liberali di Salvini e del suo partito, l’auspicio del ministro per ampie convergenze parlamentari sul documento predisposto dal governo è stato contrapposto dal Foglio ad “una nota critica sul Revocery fund” diffusa il 7 ottobre dal gruppo leghista del Parlamento Europeo. Nelle cui “conclusioni” si sostiene che “ci sarà grazie al Recovery un vincolo esterno smile alla Troika per modalità ricattatorie (ti concedo di spendere i tuoi soldi e forse una mancia se fai quello che ti dico io)”.

            “Il governo giallorosso -continua la nota leghista virgolettata dal Foglio- ha quindi vincolato ulteriormente il nostro paese alle decisioni prese in sede Ue e ora cercano di vendere questo ennesimo tradimento della patria come un grande successo e come se l’Ue ci regalerà un sacco di soldi”.

            Certo, su posizioni come queste, non so se destinate ad essere discusse nell’incontro che Salvini e Giancarlo Giorgetti hanno promosso a Roma nei prossimi giorni con gli europarlamentari del Carroccio, di “rivoluzione liberale” e di nuovo approccio leghista all’Europa sarà difficile continuare a parlare con una certa credibilità. Più che a Pera, o al governatore della Banca d’Italia appena espostosi sul Corriere della Sera con un invito a tutti a “cambiare passo”, Salvini rischia di apparire sensibile alla filosofia dell’amico sovranista Paolo Del Debbio. Che sulla Verità ha dato del “matto” a chi “spera nei soldi europei”.

 

 

 

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Ma quanta fretta di radiare Luca Palamara dalla magistratura

            Non so se davvero, e dove, Carlo Nordio abbia definito “stalinista”, come molte cronache gli hanno attribuito, il processo che la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha fatto a Luca Palamara in una decina di udienze, radiandolo alla fine dall’ordine giudiziario per il traffico di nomine, chiamiamolo così, fatto in veste di sindacalista e di consigliere dello stesso Csm. O, più figurativamente, denudandolo della toga, come lo ha rappresentato Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera.

          Nell’editoriale dedicato alla vicenda sui giornali di cui è autorevole collaboratore combinando dottrina giuridica, esperienza di magistrato e conoscenza della storia Nordio ha scritto che di stalinista il processo avrebbe avuto lo stampo se l’imputato, come appunto avveniva nell’Unione Sovietica ai tempi dello spietato dittatore, si fosse dichiarato colpevole assumendosi per intero le responsabilità e facendo quindi il gioco dell’accusa, nella speranza della clemenza per sé, familiari, compagni e quant’altri. E’ ciò che si è rifiutato di fare Palamara, propostosi anzi di ricorrere contro la radiazione in ogni sede, italiana ed europea, e di svolgere azione politica, e moralizzatrice della magistratura, nelle file del Partito Radicale. Dove -ha subito gridato e deplorato  Il Fatto Quotidiano in prima pagina- “s’è visto pure di peggio”. Non a caso, del resto, hanno cercato di tacitarne la radio i grillini, così cari al giornale di Marco Travaglio, sia pure distinguendoli da qualche giorno fra “governisti” buoni e antigovernisti cattivi, o dementi, tipo l’Alessandro Di Battista scoperto e compensato come reporter dallo stesso Fatto Quotidiano.

            Nordio, che stimo moltissimo anche grazie agli insulti che gli riservano proprio sul Fatto ogni volta che hanno l’occasione di contestarne le opinioni, ha scritto di più e di peggio dello “stalinista” a proposito dei sei consiglieri superiori della magistratura che hanno processato Palamara e deciso la sua radiazione in due ore e mezza di camera di consiglio. Li ha paragonati alla Corte Marziale nazista convocata in tutta fretta nel 1944 dal generale Friedrich Fromm per far condannare e fucilare i due ufficiali autori del fallito attentato ad Hitler. Dei cui preparativi lo stesso Fromm era quanto meno al corrente, cioè complice. E ne pagò le conseguenze venendo poi fucilato pure lui, come a quel punto era giusto, e non solo naturale, che accadesse. 

            Certo, una prospettiva del genere per i sei consiglieri del Palazzo dei Marescialli – cinque più il presidente del collegio, o sezione- che hanno appena “denudato” Palamara, stando all’immagine di Giannelli, è giustamente, sacrosantamente irrealistica. Non muoio dalla voglia di vedere messo al muro nessuno per essere crivellato di colpi, o farlo salire su una botola per vederlo appeso a una forca, o ghilgliottinato come capitò a Robespierre, anche lui evocato da Nordio. Mi basterebbe e avanzerebbe, nonostante la poca fiducia che questo strumento si è meritato per l’uso fattone in precedenza, quella commissione parlamentare d’inchiesta reclamata anche dal partito radicale, compreso Palamara che vi si è appena iscritto e potrebbe fornirle notizie utili, sul verminaio giudiziario e politico che non è certamente cominciato con o solo per colpa dell’ormai ex magistrato, salvo sorprese delle sezioni unite della Corte di Cassazione. Che si occuperanno comunque della radiazione.

 

 

 

 

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Di Maio scavalca Conte e strizza l’occhio al presidente di Confindustria

            Con la complicità -credo involontaria- del Sole 24 Ore, il giornale ancòra della Confindustria, Luigi Di Maio ha compiuto un altro salto nella scalata, o riscalata, che sta tentando al vertice politico del MoVimento 5 Stelle. O almeno di quella parte “governista” se non dovesse spegnersi la miccia della scissione accesa, volente o nolente, dalla coppia Davide Casaleggio-Alessandro Di Battista. Che si è formata, tra interviste e messaggi elettronici, contro la trasformazione poltronistica, diciamo così, dei grillini intenzionati a continuare ad ogni costo l’alleanza col Pd, estendendola a livello locale. E smaniosi di liberarsi dal limite statutario dei due mandati parlamentari, dopo i quali essi dovrebbero tornare a casa per lasciare il posto ad altri, in un continuo ricambio che sarebbe la garanzia contro il professionismo politico alimentato dai partiti tradizionali.

            Ospite, sia pure da remoto, come si conviene in tempi di epidemia virale, del convegno organizzato dal giornale della Confindustria e dall’ancor più autorevole Financial Times su “Made in Italy: The Restart”, il ministro degli Esteri ha auspicato un patto tra imprese e istituzioni per “camminare insieme” fronteggiando l’epidemia e costruendo il futuro della ripresa e dell’innovazione.

            Tutta roba banale e un po’ trumpista, dirà qualcuno ricordando la recente intervista nella quale il titolare della Farnesina ha tenuto a sottolineare, in piena campagna elettorale oltre Oceano, quanto lui si sia trovato bene con l’amministrazione uscente, sensibilissima agli interessi, cioè agli utili delle imprese. Ma Di Maio si è spinto ancora più avanti infilandosi nelle polemiche interne alla maggioranza di governo, oltre che al suo movimento, per riconoscere al nuovo presidente della Confindustria Carlo Bonomi ciò che gli contesta invece sotto voce il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e a voce altissima il giornale che più raccoglie e spesso addirittura anticipa gli umori di Palazzo Chigi: Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

             In particolare, come ha tenuto a sottolineare il giornale della Confindustria nel richiamo di prima pagina del suo intervento, Di Maio “ha spiegato che nel discorso del presidente di Confindustria durante l’assemblea” recente degli imprenditori, cui il ministro degli Esteri ha voluto essere presente insieme a Giuseppe Conte e ad altri esponenti del governo, “ha visto tutti gli ingredienti e la road map per evitare tensioni tra mondo produttivo e mondo istituzionale”. Eppure Bonomi aveva pizzicato, diciamo così, il presidente del Consiglio sulla tentazione, secondo lui, di gestire solitariamente, o quasi, la partita dei fondi europei per la ripresa, o la nuova generazione. Di cui sarebbe un peccato se si facesse uso più per fare assistenza, o “debito cattivo”, come lo chiama l’ex presidente della Banca Europea Mario Draghi, che per promuovere sviluppo e ammodernamento.

            A Di Maio, forse anche a causa di questa sortita in campo confindustriale, un esponente autorevole del Pd come Luigi Zanda ha riconosciuto, in una intervista al Foglio, che “sta lavorando per conquistare una maturità politica, mentre mi sembra -ha detto- che Di Battista vada veloce verso forme maggiori di infantilismo politico”. Tuttavia Zanda ha anche avvertito che, dopo avere “aspettato troppo per le modifiche dei decreti Salvini” su immigrazione e sicurezza, “ora il Pd sta aspettando troppo per Mes, Ilva, Autostrade, e per capire che cosa fanno i navigator” della mancata gestione produttiva, e non solo assistenziale, del cosiddetto reddito di cittadinanza.

 

 

 

 

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La staffetta liberale di massa con Berlusconi che sogna Salvini

In verità, non lo ha mai chiamato per nome in un’intervista appena concessa al Corriere della Sera, ma penso che Matteo Salvini abbia in testa anche lui per il futuro del suo movimento quel “partito liberale di massa” immaginato da Silvio Berlusconi per la sua Forza Italia, ed esplicitato per primo dal professore Giuliano Urbani. Dal quale il Cavaliere di Arcore si lasciò consigliare con altri professori come Antonio Martino e Carlo Scognamiglio Pasini, cui altri poi si sarebbero aggiunti, da Marcello Pera a Lucio Colletti, da Saverio Vertone a Piero Melograni, preparando la sua “discesa in campo” politico, mentre la cosiddetta prima Repubblica tirava le cuoia nelle astanterie giudiziarie.

Richiesto se l’ex presidente del Senato Marcello Pera, da tempo staccatosi da Forza Italia, sia pure con quel misto di garbo e franchezza che lo distingue, sia già diventato suo “consigliere”, il leader leghista ha risposto: “L’ho incontrato più volte insieme ad altre teste pensanti. Abbiamo bisogno di cervelli per ragionare sul futuro, come fece a suo tempo Berlusconi. Le idee di Pera sono stimolanti”.

Una delle idee di Pera -lo posso testimoniare per averne raccolto qualche volta gli sfoghi- è che Berlusconi abbia mancato l’obiettivo della “rivoluzione liberale” che si era proposto. E che Salvini, nonostante le delusioni procurategli dall’ultimo turno delle elezioni regionali e soprattutto comunali, non solo al Sud ma anche nella “sua” Lombardia, o proprio a causa di queste delusioni, sembra deciso a proporsi. Il Corriere glielo ha messo in bocca con tanto di virgolette giuste nei titoli dell’intervista seguita ad una “bella chiacchierata” avuta nel suo ufficio al Senato con l’ex sottosegretario alla Presidenza e attuale responsabile dell’ufficio esteri del partito Giancarlo Giorgetti. Di questo incontro è stato riferito da molti giornali con diverse interpretazioni, fra il chiarimento, la tregua e una persistente divergenza di vedute anche o soprattutto sui rapporti della Lega con gli altri partiti europei.

“Condivido -ha detto testualmente Salvini- l’idea della necessità di una rivoluzione liberale. Abbiamo bisogno di liberare energie, di sfruttare le potenzialità degli italiani. Sto lavorando anche con Forza Italia”, dove tuttavia molti più che amarlo lo temono. E non gli perdonano di avere elettoralmente sorpassato il partito del Cavaliere strappandogli la “trazione” del centrodestra. Essi non riescono neppure a consolarsi per la concorrenza che, sempre all’interno della coalizione gli sta facendo Giorgia Meloni con i suoi Fratelli d’Italia.  Nemmeno la Meloni gode di molta popolarità fra i berlusconiani, che non più tardi di quattro anni fa nelle elezioni comunali di Roma ne contrastarono la candidatura a sindaco, preferendole Alfio Marchini eliminato al primo turno. Nel ballottaggio, per ritorsione sospettando che Berlusconi sotto sotto sperasse nel successo del radicale e piddino Roberto Giachetti, meloniani e un po’ anche leghisti votarono per la grillina Virginia Raggi, aiutandola a conquistare il Campidoglio. Sembra fantascienza, è invece cronaca un po’ stagionata.

Ma torniamo a Salvini e alla staffetta della rivoluzione liberale ch’egli vorrebbe un po’ raccogliere e un po’ strappare al politicamente esangue Berlusconi, riconoscendogli il merito di averla comunque progettata prima di lui. A completamento dell’impressione che in fondo alle riflessioni di Salvini ci sia quel partito liberale di massa anch’esso mancato a Forza Italia c’è il proposito da lui dichiarato, come “punto di partenza” del suo aggiornamento politico, di “allargare i confini del nostro perimetro coinvolgendo imprenditori e professionisti”, come  “il capitano” ritiene di essere riuscito a fare nelle Marche diventando il primo partito e strappando la regione al Pd, ma con un candidato dei Fratelli d’Italia -va ricordato- alla presidenza.

Bel progetto, bel proposito quello di un partito liberale di massa, non c’è che dire. Nella storia della Repubblica, lasciando quindi perdere i lontanissimi e irripetibili tempi di Giovanni Giolitti, non riuscì neppure a sfiorare le masse quel mastino di Giovanni Malagodi. Che al massimo, cavalcando la paura della destra liberale per la scelta democristiana del centro-sinistra sotto la guida di Aldo Moro, riuscì nelle elezioni politiche del 1963 a portare il Pli dal 3,82 per cento conquistato nel 1948 da Luigi Einaudi, prima di diventare presidente della Repubblica, al 6,97 per cento alla Camera e 7,52 al Senato.

Cinque anni dopo, nel 1968, con Moro che aveva saputo abituare gli italiani al centro-sinistra, o rasserenarli, il Pli malagodiano scese al 5,82 per cento e nel 1972 al 3,89, come nel 1948. Qualche anno dopo, quando Indro Montanelli invitò a votare Dc “turandosi il naso”, pur di  non farla sorpassare dal Pci di Enrico Berlinguer, i liberali arrivarono a percentuali da prefisso telefonico, o quasi.

Curiosamemente più è cresciuta la sensazione di essere liberali, per la forza evidentemente del seme liberale, appunto, più si è spento il partito che ne portava il nome. E’ un po’ quello che è accaduto ai socialisti a sinistra, dove tutti si sentono e si dichiarano socialisti, appunto, ma ricorrono ad ogni nome fuorché al socialismo per chiamare i partiti succedutisi alla caduta del comunismo, che ne fu il tradimento e la disgrazia.

I vedovi politici, diciamo così, del liberalismo e del socialismo possono consolarsi vedendo, anzi ammirando l’abbondanza che si fa sul piano culturale del liberalsocialismo predicato nel secolo scorso da Carlo Rosselli, fatto ammazzare dai fascisti in Francia nel 1937.

Vorrei tuttavia passare dal piano culturale e politico a quello più pratico per osservare, a proposito della strada scelta o indicata da Salvini per cercare di trasformare la sua Lega in un partito liberale di massa con l’aiuto dei professori, che i politici di solito su questo terreno toppano rovinosamente. E finiscono per far diventare la creatura che immaginano, o cui contano di approdare,  quell’araba fenice di Metastasio: “che ci sia, ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Lo si può dire anche del fantomatico partito di centro, attorno al quale sono in tanti a lavorare e giocare in ogni stagione politica, soprattutto quando non hanno i numeri elettorali e parlamentari per essere  davvero e stabilmente al centro, e non solo di centro.

Purtroppo politici riescono difficilmente a stare al passo con i professori. A volte persino il professore che diventa o fa il politico – e  ce ne sono stati di importantissimi, già prima di Giuseppe Conte-  finisce per dissociarsi, rinunciando o all’una o all’altra delle sue vocazioni. Pure il politico più disponibile, pronto -come ha più volte detto, per esempio, Berlusconi- a farsi convesso o concavo secondo le circostanze e le opportunità, abbandona o è abbandonato dal professore adottato come ispiratore.

Temo che il professore Pera sia destinato a rimanere deluso da Salvini non meno di quanto lo sia stato da Berlusconi. E propendo personalmente a dare in questi tipi di delusione o sconfitta più colpa al politico che al professore.

So di certo – l’interessato può smentirlo, se vuole o lo ritiene opportuno- che il buon Giuliano Urbani con la sua idea del partito liberale di massa, dell’associazione del buon governo ed altro ancora, fu indirizzato a Berlusconi negli anni Novanta da Gianni Agnelli. Che rimase affascinato dalle sue idee ma non aveva alcuna intenzione di cambiare mestiere e di scendere o salire in politica, forse contento di condizionarla standone a distanza.

Per quanto portato anche al governo dal Cavaliere, il professore Urbani alla fine ha buttato la spugna. Non migliore è stata la convivenza politica di altri professori con Berlusconi, come i già citati ma compianti Colletti, Vertone e Melograni: tutti, in verità, staccatisi senza fare scenate.

Ho particolare ammirazione personale e culturale per il professore Antonio Martino, un liberale a 24 carati come il padre Gaetano. Oltre che co-fondatore di Forza Italia, egli è stato ministro degli Esteri e della Difesa nei governi di Berlusconi, ma pure lui, senza mai profferire critiche e tanto meno attacchi, è andato via via appartandosi, sino a rinunciare volontariamente ad una rielezione alla Camera, non so se più pago o stanco dei 24 anni di deputato, dal 1994 al 2018. Una volta, con la confidenza e la franchezza che solo lui poteva permettersi, scrisse un biglietto al Cavaliere per lamentarsi del fatto ch’egli frequentasse “donne con molto seno e poco senno”.

Eh, i professori sono spesso molto più esigenti e tosti di quanto non pensino i politici che se ne lasciano affiancare, o li cercano. Ricordo ancora le delusioni procurate dall’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini al professore Domenico Fisichella, che pure gli aveva dato una mano -e che mano- nella evoluzione della destra missina: importante sul piano culturale quanto il cosiddetto e conseguente sdoganamento politico effettuato da Berlusconi.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da www.startmag.it l’11-10-2020

Lo “scandalo” sgonfiato della Camera assenteista, vigliacca e quant’altro…

            Due parole, quasi due, sullo “scandalo” della Camera assenteista, codarda e quant’altro  denunciato con particolare spreco di invettive e insulti su Libero da Vittorio Feltri dopo le due votazioni a vuoto, per mancanza del cosiddetto numero legale, sulla proroga dello stato di emergenza virale sino al 31 gennaio. Che era stata preannunciata e motivata a nome del governo dal ministro della Salute Roberto Speranza.

            La terza votazione, svoltasi ieri mattina, si è risolta con 253 sì, 3 no e 17 astensioni, nuovamente assenti le opposizioni per protesta. A numeri sostanzialmente invariati rispetto alle precedenti, e disertata per protesta dalle opposizioni come nelle precedenti, la votazione è stata considerata valida perché, grazie ad un parere appositamente espresso dalla giunta del regolamento, sono stati considerati in missione, comunque giustificati, gli assenti della maggioranza per ragioni sanitarie, essendo in quarantena per contagio o relativi accertamenti. Tutto insomma si è risolto nella classica bolla di sapone. Di cui Libero non ha ritenuto di riferire in prima pagina ai lettori neppure con un rigo, dopo la indignata denuncia, sempre in prima pagina, del giorno prima. E’ come aprire il giornale con l’arresto di qualcuno e ignorarne poi la scarcerazione o l’assoluzione.

            Non scrivo altro per carità professionale, a dir poco. Lasciatemi comunque deplorare l’antiparlamentarismo, politico come quello grillino o d’accatto che sia.

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