Al netto della solita esuberanza, e senza tornare a scomodare John Elkann, che ne parlava come di un eterno “boy scout” commentandone la scalata quasi contemporanea alla segreteria del Pd e alla guida
del governo, Matteo Renzi ha ragioni da vendere nella Enewws 683 del 20 ottobre attribuendosi il merito di avere proposto per primo, e di avere infine ottenuto da Conte e Zingaretti, “il tavolo politico per fare chiarezza sulle tante partite aperte e condividere il percorso per arrivare con una visione al 2023”, cioè alla fine ordinaria di questa diciottesima legislatura.
Il “tavolo” reclamato dal senatore di Scandicci ora “soltanto” leader di Italia Viva, il partito improvvisato uscendo un anno fa dal Pd per partecipare in proprio alla maggioranza giallorossa dopo averla promossa, è quello della “verifica”. Che è una parola largamente in uso durante la cosiddetta prima Repubblica e perciò non gradita, anzi contestata, nella seconda e ancor più in questa terza Repubblica segnata dai governi di Giuseppe Conte. Ugualmente contestata è la parola del “rimpasto”, che di solito seguiva, sempre nella prima Repubblica, alla “verifica” per spostare ministri o nominarne di nuovi, quando e se le trattative fra i partiti non finivano addirittura con la formazione di un altro governo, con o senza lo stesso presidente del Consiglio.
Snobbata per un po’, pur essendo stata formulata con la disponibilità a tradurre l’aggiornamento del programma in un “contratto”, come i grillini avevano voluto chiamare quello stipulato dopo le elezioni generali del 2018 con i leghisti, la proposta renziana del “tavolo” -rigorosamente a
quattro gambe, contro le tre ipotizzate
precedentemente da Goffredo Bettini dando probabilmente per scontato il ritorno nel Pd dei vari Bersani, D’Alema. Grasso, Speranza rifugiatisi nella sinistra dei liberi e uguali- si è imposta per un’autorete compiuta da Conte. Che nella conferenza stampa di presentazione del suo undicesimo decreto antivirale ha contestato più esplicitamente del solito la convenienza del credito europeo noto come Mes e destinato al potenziamento del servizio sanitario e indotto compromessi dalla pandemia. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha protestato per “la battuta” sino a condividere in pieno il chiarimento attorno al “tavolo” reclamato da Renzi, strappando a Conte la disponibilità a promuoverlo, o a subirlo, come preferite.
Renzi non poteva non compiacersene, accettando la condizione posta dal presidente del Consiglio di provvedere alla verifica, o comunque la vorrà chiamare, dopo gli Stati Generali del tormentatissimo MoVimento 5 Stelle già annunciati per il 7 novembre. Ma -guarda caso- qualche ora dopo essi sono stati spostati di una settimana, con
modalità elettroniche anziché fisiche, viste anche le misure anti-virus appena adottate dal governo, e per niente chiarificatori o conclusivi. Seguiranno le decisioni digitali gestite da Davide Casaleggio su tutti i temi divisivi degli Stati Generali.
Campa cavallo, verrebbe da dire. Ma Renzi non lo ha detto un po’ perché il nuovo rinvio del quasi congresso pentastellato è sopraggiunto alla sua proclamata vittoria e un po’ perché forse neppure lui -a parte il sì “provincialotto” al Mes,
come lo definiscono al Fatto Quotidiano- non ha ancora ben chiare le idee su quella che chiama “l’Italia di domani”. E che ha ammesso di non potersi tradurre solo in un Paese senza Salvini a Palazzo Chigi. Dove peraltro il leader leghista si è messo adesso a studiare con Marcello Pera come arrivare attenuando sovranismo e quant’altro ne ha fatto sinora un appestato.
Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it
che nel Palazzo dei Marescialli, a cominciare dai “vertici” della magistratura partecipi di diritto, hanno “cacciato” uno che, a sentire i suoi sostenitori, per essere stato eletto al Csm da 2552 magistrati su 8010, avrebbe dovuto e dovrebbe essere ritenuto libero da ogni vincolo di legge. Che è una logica contestata anche con insulti ai politici quando rivendicano, a difesa delle loro azioni cadute sotto le lenti delle Procure e dintorni, il consenso che li ha portati in Parlamento, sia pure da qualche tempo con l’obbrobrio delle liste bloccate dai partiti che li impongono quindi ai loro elettori.
oto dall’esterno, o lo hanno sollecitato, degli “invidiosi della sua popolarità, della sua credibilità e del suo rigore morale”. Che brillarono particolarmente nella Procura di Milano, quando lui lavorava con
Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e altri alle indagini note come “Mani pulite”, costate la vita alla cosiddetta Prima Repubblica, oltre a qualche imputato fisico, diciamo così. E pensare che, personalmente, molto personalmente, oltre a dubitare di molti aspetti e metodi di quella stagione per altri epica, ho pensato che Davigo si fosse messo da solo fuori dall’ordine giudiziario quando in televisione divise gli italiani o, più in particolare gli indagati e imputati, non fra innocenti e colpevoli ma fra chi riesce a farla franca e chi no, essendo quindi tutti colpevoli.
che comincia a subire il presidente del Consiglio
Giuseppe Conte, al quale -sempre sul Corriere- il buon Massimo Gramellini servendoci il suo caffè quotidiano ha attribuito la “vena democristiana” di “dare sempre ragione un po’ a tutti, ma mai
del tutto a nessuno”. Lo ha appena fatto col problema del Mes, cioè del credito europeo per il rafforzamento del sistema sanitario, prima snobbato e poi ripreso in considerazione per le
proteste del Pd, sino a procurarsi una vignetta urticante del solitamente benevolo Foglio
e a subire, non a promuovere come sfida, come attribuitogli dal solito Fatto Quotidiano, la tanto odiata o bistrattata “verifica” della maggioranza. Che sarà tuttavia successiva a quella specie di congresso improbabilmete chiarificatore dei grillini.
di non avere “mai proposto” il cosiddetto “terzo mandato”. Pertanto dovrebbe ritenersi conclusa la sua esperienza politica, almeno ad un certo livello, fra poco meno di due anni e mezzo, salvo anticipi da conclusione prematura della legislatura.
richiude l’Italia”, ha annunciato con sollievo il Fatto Quotidiano pur dalla sponda opposta, visa la carta vetrata che il direttore Marco Travaglio usa abitualmente
quando tratta della Confindustria e del suo nuovo presidente Carlo Bonomi. Che si permette -temerario- di criticare ogni tanto il governo
giallorosso, o giallorosa, come lo vedono al Fatto, e reclamare investimenti e non sussidi, misure produttive e non “aiuti a pioggia”: peraltro non a torto, visto che Conte in persona ha appena promesso di non ricorrervi più, scordandosi di avvisare prima il povero Travaglio.
86 anni ben portati Carlo De Benedetti da più di un mese manda nelle edicole
si può permettere di confondere la prudenza con l’attendismo”, ha scritto Claudio Tito. Il quale ha aggiunto, dopo avere ricordato la “serie infinita di riunioni, vertici, incontri, colloqui” di Conte e ministri, che “non è stata assunta sostanzialmente nessuna decisione”. “Tutto rinviato, tutto procrastinato ad un prossimo bilancio di contagiati e di vittime, di terapie intensive e di guarigioni”, in attesa di “alcune”, non tutte, “valutazioni finali tra una settimana”, ha concluso in prima pagina l’articolista di Repubblica facendo miracolosamente contento -penserà qualcuno con la solita malizia- sia il vecchio che il nuovo editore del giornale fondato da Eugenio Scalfari.
ottimismo e calma, diversamente
diviso, ma per fortuna guidato da un Conte, con la maiuscola pure lui, molto stimato
un modo per ridurre le occasioni di contagio virale per strada ma ancor più nei locali dove si sta più vicini che fuori, il Fatto Quotidiano grida su quasi tutta la prima pagina: “BASTA PANICO”. E spiega, sempre nel titolo, che i dati sono “seri ma non come a marzo”, quando fummo costretti a vivere in confinamento, come si traduce in italiano il lockdown di lingua inglese. Che ci siamo abituati a pronunciare anche bene, a furia di sentirlo in televisione.
a partiti, governi, maggioranze e opposizioni, Travaglio documenta, diciamo così, anche le differenze tra i numeri epidemiologici di questi giorni e del fatidico, orrido marzo scorso. E ciò alla faccia dei virologi e simili “da tastiera o divano che non avendo
le difese della ministra grillina Lucia Azzolina nelle polemiche sulle scuole da chiudere o dimezzare con lezioni a distanza. Piuttosto, per supplire ai trasporti urbani insufficienti a trasportare gli studenti
in condizioni di sicurezza, pur a orari differenziati, egli propone di ricorrere ai camion militari, che per fortuna hanno ora meno bare da trasportare che a marzo. Davvero imprevedibile, spiazzante e altro ancora questo Renzi, ormai inviso a Travaglio solo per l’insistenza con la quale chiede di usare i fondi europei del cosiddetto e famoso Mes per potenziare il sistema sanitario e indotto provati dall’epidemia di vecchio e rinnovato corso.
invece sia sotto il rasserenante controllo del governo presieduto dall’inattaccabile, inaffondabile, sapientissimo Giuseppe Conte. Che anche secondo Il Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa, in curiosa e
ormai frequente sintonia con quel giornale, è fastidiosamente “circondato dal Pd”. Dove si lamentano le “indecisioni” del presidente del Consiglio e si lanciano, secondo Marco Travaglio, “gridolini isterici su nuovi vertici di governo per nuovi giri di vite assortiti”, a dir poco prematuri perché -dati alla mano- “stiamo meno peggio di marzo”.
meritassero un rigo, e tanto meno una foto, i funerali della presidente della Calabria Jole Santelli. La cui prematura scomparsa, a 52 anni neppure compiuti, aveva emozionato il giorno prima tutta la stampa, e tutta la politica, in un insolito sussulto di umanità e civiltà.
grillino, a cominciare dal presidente del Consiglio, accorso ai funerali a Cosenza lasciando in anticipo il Consiglio Europeo- che ha digitato della scomparsa presidente della Calabria come di “una mafiosa in meno”. Strana mafiosa, direi, con quella nomina ad assessore regionale, fra le sue prime decisioni, di Sergio De Caprio, che tutti, a cominciare dagli esperti dell’antimafia, conoscono come “il capitano Ultimo”.
dovuto partecipare fisicamente ai funerali della sua fedele, fedelissima militante politica e dirigente. Che lui peraltro spinse personalmente, pur nelle difficili condizioni di salute in cui si trovava, a quel faticoso turno di elezioni regionali del 26 gennaio scorso, risolvendo col prestigio e la simpatia che Jole aveva saputo guadagnarsi le solite questioni o tensioni interne al centrodestra e al suo stesso partito.
scuole e la ministra grillina del settore, Lucia Azzolina, sostenuta da tutto intero -una volta tanto- il suo movimento, protesta reclamando riunioni, sconfessioni e quant’altro. E ancora di più si dimena quando la informano che il segretario del Pd Nicola Zingaretti non critica ma “comprende” la scelta del suo collega di partito e omologo della Campania, essendo lo stesso Zingaretti anche governatore della regione Lazio, peraltro limitrofa. Ebbene, c’è voluto un vignettista -Stefano Rolli sul Secolo XIX- per spiegare alla signora ministra inviperita che se “il virus non si prende a scuola”, come lei grida appendendosi a dati e quant’altro, “non è un buon motivo per portarcelo”.
Camera la riforma sul voto ai 18enni per il Senato. Il Pd a Conte: ora un chiarimento di maggioranza ai massimi livelli. Palazzo Chigi teme l’implosione M5S”. Che non è l’acronimo sbagliato dell’estinto Movimento Sociale Italiano ma quello vero del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo fondatore, garante, “elevato” e non so cos’altro ancora, nato per essere liquidamente di protesta e refrattario a diventare solido come un partito normale, e per giunta di governo.
del Meccanismo europeo di stabilità, o fondo-salva Stati. Da cui potremmo prendere in prestito decennale più di 35 miliardi di euro a tasso vicino allo zero per potenziare il sistema sanitario e indotto messi a durissima prova da un’epidemia che sta per farci importare dalla Francia il coprifuoco, e ci obbligherà forse a chiuderci a chiave in casa a Natale: davvero, non per qualche scherzo del vignettista Sergio Staino sulla Stampa.
Travaglio nel dispositivo, diciamo così, della sua sentenza: “Il Mes, oltre a non servire a una mazza, non ha più neppure alcuna convenienza”. Questo Travaglio rischiamo di trovarcelo governatore della Banca d’Italia, cacciando a calci nel sedere quello in carica che ha recentemente sollecitato pure lui l’uso di quella linea europea di credito.
incontro conviviale al Quirinale con un rinfrancato -pure lui- presidente della Repubblica
in vista del Consiglio Europeo. Cui il presidente del Consiglio è in grado di partecipare senza l’inconveniente, diciamo così, di una sconfitta parlamentare dimostrativa della crisi latente in cui da tempo vive una maggioranza assai composita. Il cui principale partito o movimento, quello delle 5 Stelle, è diviso tra governisti e antigovernisti, sull’orlo di una scissione.
supplire alle assenze di colleghi della maggioranza impediti dal virus. E per i quali bisognerebbe decidersi a ricorrere al “voto a distanza”, cioè telematico, ha detto il senatore, peraltro costretto a votare ieri “in uno sgabuzzino” collegato al sistema elettronico per le condizioni in cui si lavora a Palazzo Madama, rispettando le distanze imposte dal rischio di contagio.
e “un ritardo pazzesco”, perché “il problema non è soltanto quello di fare la caccia al miliardo, ma avere progetti concreti e credibili”. Senza i quali -ha avvertito il senatore e professore- rischiamo di “perdere soldi o farli arrivare in ritardo” dall’Europa.
intervista al Corriere della Sera, aveva raccontato di essersi sentito indicare e raccomandare come obiettivo dal professore Marcello Pera: l’ex presidente del Senato tra i fondatori e/o ispiratori di Forza Italia, da tempo deluso dai risultati dell’azione politica di Silvio Berlusconi. Cui, pur continuando a stimarlo e volergli anche bene, e concedendogli tutte le attenuanti del caso, a capo di una coalizione composita e in un sistema istituzionale ingessato da decenni di abusi, ritardi e quant’altro, rimprovera di essersi fatto prendere anche lui la mano da pratiche non proprio o non interamente liberali.
finissimo, “assai ambigua, un po’ leninista, come ambiguo era il pensiero di Gobetti”. “La mia formula -ha detto- è partito liberale di massa”, al minuscolo, almeno come glielo ha attribuito l’intervistatore. E’ una formula uguale a “vent’anni fa”, quando “noi avevamo un’agenda per il governo dell’Italia” – ha detto Pera alludendo anche agli altri professori dei quali Berlusconi si circondò per “scendere in politica”. Così annunciò con linguaggio sportivo mentre i vecchi partiti di governo della cosiddetta prima Repubblica venivano decimati dalle Procure e il principale dell’opposizione usciva solo con qualche ammaccatura dalla tempesta giudiziaria chiamata “Mani pulite”.
ad un Berlusconi tentato ma non ancora deciso a sposare la politica, trattenuto da familiari, amici e dipendenti che temevano contraccolpi sulle sue aziende, a cominciare da quelle televisive. E ciò per via dei suoi notissimi rapporti con la preda maggiormente inseguita dalle Procure e dai loro coristi: Bettino Craxi. Di cui addirittura si favoleggiava che si fosse fatto portare una fontana di Milano, strappata al panorama del Castello Sforzesco, nella sua villa di Hammamet, in Tunisia. Erano gli anni terribili in cui sfilavano cortei a Milano e altrove inneggianti ad Antonio Di Pietro e ad altri magistrati. Ai quali si chiedeva di realizzare “il sogno” di arrestare tanti politici da doverli portare in qualche stadio, non bastando le patrie galere.
elettorali per un bel po’ sembrarono dargli anche ragione, se solo si pensa ai quasi dieci punti che il movimento del Cavaliere guadagnò nelle urne in pochi mesi nel 1994, passando dal 21 per cento dei voti nelle elezioni politiche italiane al 30,6 nelle elezioni, sempre italiane, per il rinnovo del Parlamento Europeo, tra marzo e giugno.
annunciate in un tour di riassetto
o ricollocazione, diciamo così, della Lega. E con i tempi di cui ha bisogno perché -ha spiegato ancora Pera a un Polito un po’ insofferente o scettico- non si può chiedere a Salvini una inversione a U in pochi mesi”, ridefinendo peraltro il cosiddetto sovranismo. Che -gli ha insegnato il professore- “non è autarchia o, peggio ancora, nazionalismo, non deve basarsi sul rifiuto di cedere sovranità all’Europa (anche la Costituzione lo prevede), ma deve accettare di cederla solo a istituzioni democratiche”, per cui “l’Europa di oggi va cambiata”.