Toti chiede a Salvini di replicare il predellino di Berlusconi

Non so, vista l’impazienza che traspare dalla sua sortita, se più’ incoraggiato o deluso, al contrario, dall’incontro conviviale a Roma con Mara Carfagna ed altri amici forzisti e dal tempo che si è preso Matteo Salvini per tentare la “rivoluzione liberale” mancata a Silvio Berlusconi negli anni dei suoi governi, il governatore ligure Giovanni Toti ha chiesto al capo leghista di raccogliere dal Cavaliere anche la staffetta, diciamo così, del predellino. Su cui Berlusconi saltò la sera del 18 novembre 2007 nella piazza milanese di San Babila  per lanciare il progetto della confluenza delle componenti più affini del centrodestra in un solo partito: il Popolo delle Libertà. Il cui acronimo -Pdl- divenne l’alternativa al Partito Democratico -Pd- allestito nello schieramento opposto da Piero Fassino e Francesco Rutelli, d’accordo con Romano Prodi, per unificare i resti del Pci e della sinistra democristiana, più cespugli di provenienza liberale, ambientalista e radicale.

Il Pd, condotto per primo da Walter Veltroni sventolando la bandiera della “vocazione maggioritaria” poi compromessa dall’imprevista irruzione dei grillini nel mercato elettorale, è bene o male sopravvissuto a tutte le crisi e persino scissioni in qualche vaticinate dall’”amalgama mal riuscito” lamentato in qualche modo da Massimo D’Alema. In tredici anni si sono succeduti sei fra segretari e reggenti, ma il Pd è ancora in campo pur zigzagando, fra l’altro, tra opposizione ai grillini e alleanza, prima di carattere quasi occasionale ed emergenziale, in funzione anti-sovranista, e poi di tendenza addirittura strutturale, estesa in periferia. Che, fallita alquanto miseramente a livello regionale, viene ora tentata a livello comunale, votandosi l’anno prossimo nelle maggiori città. Vi si sono impegnati direttamente il segretario del Pd Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio, l’ex capo forse rientrante del MoVimento 5 Stelle, o di quel che ne rimarrà in caso di scissione.

Il Pdl invece, già nato zoppicante per il rifiuto di aderirvi da parte della Lega ancora bossiana e di alcune frange della destra, è bello che finito, diranno ormai gli storici per colpa esclusiva o maggiore di chi. Di Berlusconi, insofferente al dissenso oltre un certo, minimo livello, e refrattario ai delfini, o di Gianfranco Fini, erede impaziente sino al suicidio politico.  L’ex pupillo di Giorgio Almirante, secondo la ricostruzione mai smentita di un suo incontro con un emissario di Berlusconi, arrivò a paragonarsi minacciosamente a un terrorista imbottito di esplosivo alla cintura, capace quindi di saltare in aria e far morire chiunque avesse cercato di fermarlo.

L’esperienza si concluse come era inevitabile, cioè nel peggiore dei modi. Alla rottura con o di Fini seguì quella con o di Angelino Alfano, e via via scendendo di grado o livello, sino al ritorno non so se più orgoglioso o obbligato di Berlusconi alla sua Forza Italia, ma di dimensioni e prospettive ben diverse da quelle originarie del 1994: quando fior di professori e intellettuali incoraggiarono il Cavaliere di Arcore a coltivare il sogno addirittura di un partito liberale di massa, come lo chiamò, in particolare, Giuliano Urbani. E ciò pur in un’epoca di de-ideologizzazione derivata dal crollo del comunismo, che si era portato appresso il pur incolpevole socialismo: la prima vittima del comunismo al potere, liquidata come una componente “traditrice” della sinistra necessariamente rivoluzionaria, non riformatrice.

Ora, tornando al Pdl, con tutta quella storia ormai non alle ma sulle spalle, avendovi personalmente partecipato prima come giornalista simpatizzante e poi come attore, promosso sul campo da Berlusconi in persona, Toti ha avuto il coraggio o l’imprudenza, secondo i gusti, le speranze o le paure dei suoi veri o potenziali interlocutori, di proporre a Salvini un nuovo “predellino”, essendo il suo partito diventato il maggiore della coalizione di centrodestra. Che però – va precisato anche questo- è da qualche tempo in fase discendente, e non più ascendente, inseguito dalla destra di Giorgia Meloni.

Mi chiedo se sia ancora il predellino, con quell’inconveniente dell’annessione che esso si porta dentro per esperienza, il percorso, lo strumento, il metodo migliore per concretizzare l’aspirazione di Salvini alla “rivoluzione liberale” fallita nelle mani o redini di Berlusconi. E soprattutto prima di avere ben chiarito e concretamente avviato il riposizionamento in Europa. Che dopo la svolta o il ritorno all’originario spirito solidaristico imposto da quel surrogato di una guerra mondiale che può ben essere considerata la pandemia virale, non può essere più scambiata per quella specie di imboscata o prigione ancòra descritta in un recentissimo dossier del gruppo leghista del Parlamento di Strasburgo, poco in sintonia, quanto meno, col nuovo corso che sta maturando Salvini frequentando i professori stanchi o delusi da Berlusconi.

Forse proprio dopo o a causa di quel dossier di vecchio stampo sovranista  gli europarlamentari del Carroccio sono stati convocati per oggi, martedì, a Roma da Salvini e dal suo vice, nonché responsabile delle relazioni internazionali, Giancarlo Giorgetti. Che rischiano tuttavia di trovarsi spiazzati da un Giuseppe Conte che, ospite del Riformista economico del lunedì diretto dal forzista Renato Brunetta, pur di coprire in qualche modo ambiguità, ritardi e quant’altro dei grillini, fra Mes e dintorni, ha scritto di preferire “all’europeismo fideistico” di altre componenti della maggioranza giallorossa  di governo “un approccio critico che abbia a cuore le sorti del continente”.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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