Al tavolo di Matteo Renzi, l’eterno boy scout della politica italiana

Da eterno boy scoutcome John Elkann, presente il compianto Sergio Marchionne, lo definì  parlandone con un giornalista importante che aveva in animo di assumere fra Torino e Detroit-  Matteo Renzi ha allestito nel campeggio della maggioranza giallorossa un tavolo a quattro gambe. Non gliene ha tolta nessuna, diversamente da Goffredo Bettini. Che qualche tempo fa ridusse a tre le gambe del tavolo del governo, parlandone al Foglio, forse perché dava ormai per scontato l’assorbimento da parte del suo Pd dei liberi e uguali, o almeno di quelli che vi erano arrivati abbandonando il Nazareno nel 2017.

Pur con l’aria soltanto di proporlo, in una intervista a Repubblica uscita domenica, Renzi ha posto sul tavolo i temi di quella che, tirato per i capelli dalla interlocutrice, ha ammesso di poter chiamare “verifica”, alla vecchia maniera. E anche di poterla vedere sfociare in quello che, sempre alla vecchia maniera, potrebbe essere chiamato “rimpasto” di governo, per quanto la parola faccia inorridire, o piùsemplicemente impaurisca, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che ancora attribuisce un simile passaggio  all’”agenda” dei giornalisti, non sua, già troppo fitta di appuntamenti ed eventi.

Definiti i punti del programma oscuri, o accantonati o superati dagli avvenimenti, o dai contrasti successivi all’accordo un po’ troppo improvvisato l’anno scorso, nell’”emergenza” derivata dalla paura che Matteo Salvini vincesse le elezioni anticipate reclamate provocando la crisi del governo gialloverde, la nuova intesa di maggioranza potrebbe tradursi secondo Renzi anche in un “contratto”, come era stato definito nel 2018 quello stipulato fra grillini e leghisti. Potrebbero risultare utili, a questo proposto, le segnalazioni delle urgenze appena giunte da un’intervista allarmata, di vera e propria denuncia dei rischi di paralisi e confusione anche istituzionale in cui viviamo, della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati al Corriere della Sera.

Sarebbe un contratto di fine legislatura, destinato cioè a portare davvero a termine regolarmente, e in un clima finalmente pacificato nella maggioranza, il mandato delle Camere elette più di due anni e mezzo fa. E dovrebbe naturalmente includere anche un accordo, per quanto di massima, forse per un pò di riguardo verso il presidente della Repubblica in carica, sull’elezione del nuovo capo dello Stato nel 2022: un europeista, naturalmente, di sicura fede.

Messa così la questione quirinalizia, par di capire che Renzi non creda molto all’”auspicio” recentemente espresso da Conte di una rielezione di Mattarella, magari silenziosamente, implicitamente a termine, con riserva di rinuncia dopo l’elezione delle nuove Camere nel 2023, per lasciare scegliere a loro, ridotte di 345 seggi, il presidente destinato a durare sino al 2030.

Per dare al contratto,  o in qualsiasi altro modo si vorrà chiamarlo, una solidità maggiore Renzi ha proposto di fare entrare nel governo a rappresentare il Pd il segretario Nicola Zingaretti o il suo vice Andrea Orlando, lasciando a Dario Franceschini, attuale capo della delegazione, solo il Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, o assegnandogliene uno più importante: tuttavia non il Viminale, che sarebbe appannaggio quasi naturale dell’ancora riluttante Zingaretti, se questi accettasse di entrare nel Consiglio dei Ministri, anziché farsene raccontare le riunioni da altri. A meno che Renzi, magari in un corso accelerato di storia della cosiddetta prima Repubblica, non abbia riscoperto il fascino della vecchia, e sostanzialmente inevasa, proposta di Ugo La Malfa di rafforzare i governi di seconda generazione del centrosinistra, dopo quelli presieduti da Aldo Moro, istituendo un “direttorio” di ministri senza portafoglio nelle persone dei segretari dei partiti della coalizione.

Mi sembra tuttavia difficile praticare una soluzione del genere nel marasma esistente fra i grillini, che costituiscono pur sempre il maggiore partito del governo giallorosso e sono addirittura sull’orlo della scissione, dopo che Alessandro Di Battista, appoggiato ormai da Davide Casaleggio, si è proposto alla guida del movimento per rivitalizzarlo e sottrarlo alla “morte nera” della collaborazione col Pd.

Evidentemente Renzi esorcizza la crisi del MoVimento 5 Stelle minimizzandola, e comunque scommettendo personalmente sul pur ex capo e ora “soltanto” ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che lui considera il parigrado del segretario del Pd nella coalizione essendosi intestata la vittoria del sì referendario alle Camere sforbiciate dai grillini, così come a Zingaretti, nonostante le proteste del solitario e solito guastafeste Massimo Cacciari, è stata attribuita la vittoria nelle elezioni regionali del 20 e 21 settembre avendo perduto solo le Marche, e non pure le Puglie ma soprattutto la Toscana.

Renzi nella sua intervista a Repubblica, letta da Conte non so se con più sorpresa o timore, viste anche le ricorrenti voci di patti più o meno segreti fra lo stesso Renzi e Zingaretti sugli sviluppi di questa obiettivamente accidentata legislatura, ha liquidato da par suo -cioè con la solita baldanza, gonfiando il petto per l’ennesima volta nella stessa giornata- l’obbiezione della intervistatrice Annalisa Cuzzocrea  su una certa sproporzione che potrebbe apparire agli occhi del pubblico tra le ambizioni, l’attivismo e quant’altro del suo partito Italia Viva e i voti raccolti nelle prime elezioni nelle quali ha voluto o potuto misurarsi.

“Abbiamo preso -ha detto Renzi, incurante dei calcoli di Alessandra Ghisleri, fermatisi attorno al 3 per cento- il doppio di quello che davano i sondaggi: il 5% anziché il 2,5. Un buon inizio. Ma già dalle amministrative del 2021 vogliamo fare meglio dei 5 Stelle e diventare il secondo partito della coalizione”, dopo il Pd, bontà sua. Il solito boy scout, avrà commentato il nuovo editore di Repubblica, chissà se anche a proposito della ipotesi, ritenuta da Renzi soltanto poco attuale, di una sua nomina a segretario generale della Nato “nel novembre 2022”, con un presidente degli Stati Uniti diverso naturalmente da Donald Trump.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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