Secchiata d’acqua gelata di Bettini sul governo di Mario Draghi

            E’ tornato Goffredo Bettini, se mai si fosse davvero allontanato dalla sua passione per la politica il noto esponente del Pd, consigliere di più segretari, scopritore di talenti capitolini veri o presunti, l’uomo ponte più solido, anche per la sua stazza fisica, col MoVimento 5 Stelle presieduto ora dal suo amico Giuseppe Conte. Per  il quale egli era pronto a “morire” pur di conservarlo a Palazzo Chigi nell’ultima crisi facendogli fare il terzo governo di questa legislatura. Ma toccò invece a Mario Draghi, imposto più che scelto al Parlamento dal Quirinale  per le tre crisi che ormai si erano intrecciate fra loro per la sostanziale pratica dei rinvii e delle indecisioni del precedente inquilino di Palazzo Chigi. Che si era ridotto a spendere i suoi ultimi giorni a ricevere personalmente senatori dall’ormai incerta identità e collocazione per cercare di arruolarli in una maggioranza finalizzata solo a rompere le reni a Matteo Renzi, come Mussolini diceva della Grecia non riuscendovi neppure lui, almeno da solo come si era prefisso di fare.

Bettini su Draghi

            Nel suo ritorno sulla scena, naturalmente alla festa annuale del Fatto Quotidiano, in un confronto diretto o a distanza con Pier Luigi Bersani, il ministro e capo della delegazione pentastellata al governo Stefano Patuanelli e la sindaca di Torino Chiara Appendino, moderati -si fa per dire, cioè per ossimoro- da Andra Scanzi, lo scamiciato Bettini ha detto, testualmente: “Io sono contrario alla formula secondo cui “il mio governo” e il suo programma è il nostro programma, perché nell’esecutivo le forze di maggioranza sono divise su tutto, dall’economia ai vaccini, alla politica internazionale”.

            Ma con chi ce l’aveva, in particolare, Bettini non riconoscendosi praticamente nel governo Draghi, o pronto solo a considerarlo, nella migliore delle ipotesi, “il governo amico” che da segretario della Dc Amintore Fanfani definì nel 1953 quello che aveva appena nominato l’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi? Che si era stufato di aspettare, peraltro in pieno agosto, che le correnti democristiane si accordassero ben bene sul dopo-De Gasperi, avendo già impallinato sulla strada del Viminale, dove allora lavorava anche il presidente del Consiglio, e non solo il ministro dell’Interno, il fedele e buon Attilio Piccioni, più maturo dell’ancor troppo giovane Giulio Andreotti.

Titolo del Fatto
Titolo del Fatto Quotidiano

Con chi ce l’aveva Bettini? Chiedevo. Ma col segretario del Pd Enrico Letta, che considera tanto “suo” o “nostro” il governo Draghi da reclamare l’uscita dal governo e dalla maggioranza di Matteo Salvini ad ogni starnuto di dissenso o di distinguo. Che Bettini mostra invece di considerare più realisticamente qualcosa di prevedibile e quasi ordinario, data la natura particolare dell’attuale maggioranza. Alla quale egli sogna, scommettendo non so se più sulla bravura degli amici e compagni o sugli errori o la dabbenaggine del centrodestra, che dopo l’elezione di Draghi al Quirinale potrà finalmente realizzarsi “il fronte M5S-sinistra”, si vedrà se con o senza un preventivo passaggio elettorale. Parole di Bettini, condivise “al 95 per cento” da  Patuanelli, secondo la precisazione dell’interessato, e titolo promozionale in prima pagina del giornale di Travaglio.  

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Miracolo antivaccinale: scendono in trincea Salvini e Travaglio

Ormai impallidisce la storia, o leggenda, dei due Mattei -Salvini e Renzi- che se le sono dette e date di tutti i colori con la riserva di ritrovarsi insieme alla prima occasione utile per costruire qualcosa su cui magari potere poi rompere.

            Sarebbero ora i giochi quirinalizi nei retroscena giornalistici a raccostare i due Mattei per coltivare candidature di segno moderato nella successione a Sergio Mattarella, tipo l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, già affrettatosi a bussare alla porta di Silvio Berlusconi fra un controllo sanitario e all’altro all’ospedale San Raffaele di Milano, o l’ex presidente del Senato Marcello Pera. Che però ostenta indifferenza limitandosi a sostenere l’evoluzione dei leghisti o a proporre il ricorso ad un’Assemblea Costituente perché convinto che senza riformare davvero le regole del gioco anche i migliori avvicendamenti al Quirinale, compreso il suo evidentemente, sarebbero sprecati.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Ora si sta sviluppando un più clamoroso accostamento: tanto clamoroso, e anche imbarazzante, che gli interessati non si nominano. Il “cazzaro verde” Salvini, così definito abitualmente sul Fatto Quotidiano, sta cominciando a interessare, incuriosire e forse persino piacere a Marco Travaglio per la mano che gli sta curiosamente dando nella campagna contro Mario Draghi per quelli che lo stesso Travaglio ha appena definito i “vaccini forzati”. Sui quali i leghisti della competente commissione della Camera hanno appena votato no, sia pure trovandosi in minoranza ma incrociando simpatie fra i grillini che potrebbero maturare. Non si sa mai. Del resto, sono pur stati al governo insieme per più di un anno.

Travaglio sul Fatto

            Pur senza tornare a ricorrere alla infelice e falsa qualifica di “figlio di papà”, avendo scoperto che era morto quando il ragazzo aveva quindici anni, perdendo poco dopo anche la madre, Travaglio ha usato la propria competenza -si presume- sui vaccini, acquisita frequentando magari con Salvini corsi notturni di specializzazione in qualche locale attiguo alla tipografia o redazione, per sostenere che il presidente del Consiglio è “competente in materia finanziaria ma incompetente e maldestro in materia sanitaria e non solo”.

            Non si accorgerebbe il povero Draghi, sempre secondo Travaglio, che “annunciando l’obbligo vaccinale smentisce i trionfalismi sulla campagna vaccinale” affidata al generale Francesco Figliuolo, perché “se davvero siamo i migliori d’Europa, come ripetono il suo governo e i suoi corifei, che motivo c’è di imboccare una scorciatoia esclusa da tutti i suoi colleghi (a cominciare dalla Merkel, che ha molti più no vax di noi”. Che ora -scommette Travaglio- aumenteranno per reazione a Draghi deciso a imporci una specie di gemellaggio col Turkmenistan, la Micronesia e l’Indonesia: gli unici paesi della obbligatorietà dei vaccini.

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Il centrodestra unito e vincente solo nel sogno di Berlusconi

Titolo del Dubbio
Giorgia Meloni

Accecata, a mio avviso, dalla concorrenza elettorale con la Lega di Matteo Salvini, ogni tanto sorpassata nei sondaggi dai quali, in verità, non si lascia condizionare solo lei nel marasma politico di questa anomala legislatura, la giovane Giorgia Meloni non si rende forse conto delle picconate che sta dando alle prospettive del centrodestra col suo sostanziale antivaccinismo, pur da vaccinata. E ora anche con una certa contestazione del progetto di un esercito comune europeo in mancanza -dice- di una politica estera unitaria. Non una parola, poi, sulla più realistica forza comune di pronto ntervento, la cui necessità è stata avvertita da molti nel vecchio continente di fronte alla stanchezza o incapacità degli Stati Uniti di reggere praticamente da soli, o in misura assai prevalente, la difesa dell’Occidente. Non parliamo poi delle eterne debolezze dell’Onu.

            E’ di pochi giorni fa un intervento dell’ex presidente del Consiglio e della Commissione Europea Romano Prodi sul modesto concorso dei paesi dell’Unione al costo dell’Alleanza Atlantica, valutato attorno ad un venti per cento, che autorizza il segretario generale della Nato, l’ex premier norvegese Jens Stoltenberg, a giustificare e condividere il sostanziale solipismo praticato dagli Stati Uniti nella trattativa con i talebani sullo sgombero, poi rivelatosi drammatico, dell’Afghanistan dopo vent’anni di occupazione.

            Ma torniamo al sostanziale antivaccinismo della Meloni pur vaccinata supportato ogni tanto da Salvini, pure lui personalmente vaccinato, sino a permettere a Claudio Borghi e agli altri leghisti della competente commissione della Camera a votare, per quanto inutilmente, contro il green pass istituito e disciplinato da un decreto legge pur approvato a Palazzo Chigi dai ministri del Carroccio.

            Data la rilevanza che ancora ha e, temo, continuerà ad avere questa maledetta pandemia, il centrodestra è destinato a subire contraccolpi negativi sul piano della credibilità e dell’unità dove è insieme al governo, cioè in sede amministrativa, visto che a livello nazionale esso è già diviso fra il partito della Meloni all’opposizione e quelli di Salvini e di Berlusconi nell’esecutivo.

            Pensare di raccattare all’ultimo momento, per elezioni politiche ordinarie o, peggio ancora, per elezioni anticipate quando sarà finito il cosiddetto semestre bianco, l’unità della coalizione e portarla alla vittoria, mi sembra francamente una illusione. Già potremmo avere sorprese -o, meglio, potranno averne gli interessati- nel turno di elezioni amministrative e politicamente suppletive del 3 e 4 ottobre, vista anche la non felicissima scelta dei candidati a sindaco che il centrodestra ha compiuto fra Milano, Roma e Napoli. Dove addirittura esso è ricorso ad un magistrato dopo tutto quello che da quelle parti si è scritto e detto per anni contro la commistione fra giustizia e politica.

            Si deve probabilmente proprio alla consapevolezza dei danni derivanti al centrodestra dalle divisioni e dall’ambiguità dei loro due maggiori partiti la scelta appena fatta da Mario Draghi di non dare molta importanza alla insubordinazione dei leghisti in commissione alla Camera, o comunque di non dargliene quanta gliene ha dato Enrico Letta sperando nel suicidio politico del Carroccio. E di scommettere piuttosto sulla volontà e capacità del “capo” Salvini, come il presidente del Consiglio ha tenuto rispettosamente e amichevolmente a riconoscergli, di fermare il Carroccio sull’orlo del burrone.

            Da uomo di mondo, diciamo così, come ha imparato rapidamente ad essere anche nel campo pasticciatissimo della politica italiana, frequentato meno di altri nella sua lunga carriera internazionale,  l’ex presidente della Banca Centrale Europea e ora, per fortuna, capo del governo si è forse fidato più del racconto della Lega fattogli dal ministro e amico Giancarlo Giorgetti che dalle cronache giornalistiche e dalle interviste dei Claudio Borghi di turno. Che di certo rappresentano la Lega, e soprattutto il suo elettorato, più dei governatori, per esempio, del Veneto, della Lombardia e del Friuli-Venezia Giulia.

            Persino un giornale come Il Fatto Quotidiano, che raccogliendo o rappresentando, come preferite, certi umori no vax sotto le cinque stelle conformi alla cultura non proprio scientifica dell’omonimo MoVimento ora presieduto da Giuseppe Conte sotto l’eterna “garanzia” di Beppe Grillo, ha liquidato in prima pagina il leghista Borghi -chiaramente riconoscibile nella vignetta di Riccardo Mannelli- come lo “scemo di guerra” al Covid. Lo stesso vignettista due giorni prima aveva preso in giro il manifestante no vax davanti al Ministero della Pubblica Istruzione che aveva ritenuto di stendere con il “gancio destro” anche il virus, oltre al malcapitato videogiornalista presente sul posto per conto di una testata –la Repubblica- schierata nettamente a favore delle vaccinazioni e del lasciapassare sanitario.

Pubblicato sul Dubbio

Mario Draghi tira dritto a Palazzo Chigi su vaccini e green pass

            Quel “no passaran” attribuito dal manifesto nel titolo di apertura a un Draghi sicuro di sé nella conferenza stampa tenuta alla ripresa dell’attività politica, se mai questa si fosse davvero fermata in agosto tra azioni del governo e polemiche fra e nei partiti, è una rappresentazione appropriata della situazione.

Titolo del Fatto Quotidiano

Altro che la “forzatura” stampata in rosso e gridata dal Fatto Quotidiano strizzando l’occhio agli oppositori del vaccino e del green pass antipandemico, pur dipingendo come “scemo da guerra” il deputato leghista Claudio Borghi. Che è chiaramente riconoscibile nella vignetta di Riccardo Mannelli ispirata al voto contrario dello stesso Borghi e dei suoi compagni di partito a vaccini e green pass nella competente commissione della Camera, dove si discute il relativo decreto legge.

Titolo del Fatto Quotidiano
Vignetta del Fatto Quotidiano

            Più che “spaccare il governo”, come sostiene sempre il Fatto Quotidiano, Draghi con la fermezza confermata in conferenza stampa annunciando che continuerà sulla strada degli obblighi antipandemici spacca al massimo qualche partito tipo la Lega e il MoVimento 5 Stelle, sfidandoli nella sostanza a sfiduciarlo davvero in Parlamento: cosa alla quale lui convintamente non crede. E fa bene, perché alla stretta, se davvero si dovesse arrivare sulla soglia di una rottura, il ricorso alla fiducia in Parlamento si risolverebbe in un fiasco per i residui dissidenti. Costoro sono sì esentati nel cosiddetto semestre bianco dalla paura delle elezioni, non potendo il presidente in scadenza della Repubblica sciogliere anticipatamente le Camere, ma non dall’inconveniente di ritrovarsi davanti allo stesso o ad un altro governo Draghi fatto allestire in fretta da Sergio Mattarella.

Vignetta del Corriere della Sera

            Il governo quindi va avanti. Il treno di Draghi tira dritto, senza neppure l’espediente della deviazione, immaginata da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, per schivare il Matteo Salvini steso di traverso sui binari come un no vax qualsiasi, pur essendosi vaccinato e disponendo del gran pass a titolo, diciamo personale, come lui stesso ha dichiarato esponendo la linea quanto meno ambigua assunta su questa materia per difendersi dalla concorrenza antivaccinale di Giorgia Meloni. Che nei sondaggi ha sorpassato la Lega, sia pure di poco, per rivendicare il primato e la presidenza del Consiglio in un centrodestra che però, con quella posizione su vaccini e green pass, difficilmente andrebbe unito alle elezioni e ancor più difficilmente ne uscirebbe vincente. Siamo insomma al gioco di Monopoli.

Vignetta del Secolo XIX

            La deviazione immaginata nella vignetta di Giannelli, come la rassegnazione o la minaccia di un Salvini che ritorna alla Padania evocata da Stefano Rolli sul Secolo XIX, è improbabile perché Draghi -lasciatemelo scrivere- è bene informato della situazione interna della Lega dal ministro e amico personale Giancarlo Giorgetti. Senza quella deviazione, anche a costo di cogliere di sorpresa Enrico Letta che scommette sul suo suicidio, Salvini troverebbe il tempo di cambiare posizione e stendersi dritto, anzichè di traverso, fra i binari per sopravvivere al passaggio del treno, come una controfigura di uno spericolatissimo James Bond. E Draghi potrebbe ancora parlarne, ironico e soddisfatto, come del vero, sicuro, unico “capo” della Lega. Lo ha appena fatto nella conferenza stampa, sdrammatizzando anche in questo modo la rivolta in commissione, alla Camera, del già ricordato “scemo di guerra”.

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Il gioco a perdere di Matteo Salvini sul fronte della lotta alla pandemia

            Matteo Salvini tanto ha ragione nel reclamare il tampone gratuito di controllo antipandemico perché -ha detto con riuscita ironia- non tutti hanno la fortuna di trovare nella cuccia del loro cane 24 mila euro, com’è accaduto alla coppia piddina Esterino Montino e Monica Cirinnà, quanto ha torto a votare o lasciare votare i suoi parlamentari contro il lasciapassare sanitario, com’è accaduto nella competente commissione alla Camera. E non può sottrarsi alle polemiche, per quanto strumentali di un segretario del Pd che cavalca ogni occasione per spingere la Lega fuori dal governo e dalla maggioranza, vantandosi di essersi vaccinato e di possedere il green pass.

Titolo del Foglio

            Adesso poi Salvini, peraltro contestato per questo anche nel “suo” centrodestra dai forzisti di Silvio Berlusconi, per non parlare dei problemi che ha anche all’interno del suo movimento, non può neppure usare il pur debole argomento di volere inseguire chissà quale elettorato dopo il flop delle manifestazioni annunciate tra piazze e stazioni ferroviarie contro le vaccinazioni. “Le chat sono piene, ma le stazioni vuote”, ha felicemente titolato Il Foglio.

Giorgia Meloni

            Se il problema di Salvini fosse solo o soprattutto quello della competizione, all’interno del centrodestra, con i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che ha scelto di rimanere all’opposizione del governo Draghi e ha appena sorpassato di poco i leghisti nei sondaggi, l’esito della linea ambivalente ch’egli sta seguendo sul problema della lotta alla pandemia sarebbe per lui semplicemente disastroso. Perderebbe sia il governo sia le elezioni, anticipate o ordinarie che fossero. Gli rimarrebbero solo gli incoraggiamenti rivoltigli, forse proprio per danneggiarlo e non aiutarlo davvero, dall’imprevedibile ma furbo  governatore piddino della Puglia Michele Emiliano.

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Piercamillo Davigo non perde il pelo negli attacchi agli avvocati

Titolo del Dubbio
Richiamo dell’articolo di Davigo sulla prima pagina del Fatto Quotidiano

Più leggevo sul Fatto Quotidiano -e dove, sennò?- Piercamillo Davigo sull’”orda inutile degli avvocati” italiani, come in redazione hanno titolato l’articolo del collaboratore ora privo delle ultime remore che potevano forse avvertire la dirigenza di quel giornale quando egli era ancora magistrato e in più anche consigliere superiore della Magistratura, più provavo a immaginare le reazioni, sempre a leggerlo, di due altri ex magistrati che hanno per un certo tempo condiviso con lui le prime pagine.

Si chiamano entrambi Antonio di nome. Uno è Di Pietro, Tonino per gli amici, legato a Davigo anche dalla comune partecipazione, negli anni della storica inchiesta “Mani pulite”, alla Procura di Milano guidata da Francesco Saverio Borrelli. L’altro è Ingroia, guadagnatosi nella Procura di Palermo la fama di un cacciatore spietato non solo dei mafiosi, come la buonanima di Giovanni Falcone, ma anche dei loro veri o presunti complici o persino referenti politici. Che Falcone fu invece accusato non da un passante ma dal già allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando di avere in qualche coperto nelle sue indagini, tenendo fermi o nascosti nei suoi “cassetti” i sospetti, se non addirittura le prove sulle loro responsabilità.

I nomi, anzi i cognomi di Di Pietro e di Ingroia mi sono venuti, leggendo Davigo a proposito  -ripeto- dell’”orda inutile” degli avvocati suggerita dal suo articolo al titolista del giornale diretto da Marco Travaglio, perché entrambi scelsero a suo tempo di fare gli avvocati lasciando la magistratura: l’uno di sua spontanea volontà, dopo avere fatto anche un po’ di politica, l’altro per protesta contro la destinazione valdostana assegnatagli dal Consiglio Superiore della Magistratura nel 2013, dopo il successo mancato da magistrato in aspettativa nelle elezioni politiche, cui aveva partecipato da candidato addirittura a presidente del Consiglio. E dico “addirittura” per l’oggettiva improbabilità di raggiungere un simile obiettivo con una lista cui tutti i sondaggi attribuivano dimensioni, o livelli, da prefisso telefonico.

L’unico effetto al quale Ingroia finì per contribuire fu la sconfitta o nell’ammessa “non vittoria”, nella corsa a Palazzo Chigi, del candidato e segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Al quale i grillini -ma anche l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano- impedirono anche di tentare la formazione di un governo dichiaratamente “di minoranza e combattimento

Titolo del Fatto Quotidiano

Mi permetto di dubitare, salvo smentite di cui prenderei atto volentieri scusandomi con gli interessati, che Di Pietro e Ingroia si sentano partecipi di “un’orda di avvocati inutili”. O, per attenermi solo al testo del finale dell’articolo di Davigo, di fare il loro mestiere ritenendo che “il servizio della giustizia funzioni come ammortizzatore sociale”, cioè “come una sorte di reddito di cittadinanza” invidiabile rispetto a quello introdotto dai grillini, visto che gli avvocati meno fortunati riescono a guadagnare sui ventimila euro l’anno. Ma ne potrebbero guadagnare anche meno se dovessero aumentare di numero, superando il primato già conquistato essendovene in Italia 368 ogni centomila abitanti rispetto ai 147 della Francia.

In mancanza di uno sfoltimento volontario, da legge di mercato, o dell’introduzione di un numero chiuso all’Università o alla professione, di che altro dovrebbero vivere i nostri avvocati se non di troppi e di troppo lunghi processi? Questa è la domanda implicita del lungo e franco ragionamento di Davigo, tutto sommato coerente con l’idea già espressa dall’interessato quando era ancora magistrato, con uguale franchezza e altrettanto uguale sconcerto da parte di chi scrive, che gli imputati assolti e i loro avvocati difensori fossero riusciti soprattutto, se non soltanto, a “farla franca” con i loro espedienti.

Pubblicato sul Dubbio

Se i no vax e simili ci scambiano addirittura per talebani…

Manifestanti no vax

            Nella insensata lotta alle vaccinazioni dal Covid 19 e varianti si è riusciti in Italia a scomodare, diciamo così, persino i talebani appena tornati al governo, ma non so se anche al controllo vero, di un’Afghanistan dove questi barbuti armati di kalanshnikov e di sharia se la devono vedere anche con chi li considera non abbastanza estremisti. E li accusa di avere trattato il ritiro delle truppe americane, anziché cercare di decimarne gli uomini, e le donne, a gruppi di dieci o cento ogni volta,  e di impedire di potersi portare via sino al 31 agosto il maggior numero possibile di afghani consenzienti, in fuga dalla paura di perdere i diritti scoperti e acquisiti in vent’anni di occupazione occidentale.

Titolo della Verità

            Come un partito in cerca di voti, anche un giornale in cerca evidentemente di lettori ha voluto oggi lisciare il pelo ai dimostranti mobilitati contro le vaccinazioni, i green pass e contorni antipandemici minacciando blocchi ferroviari e quant’altro. Si tratta della Verità, che ha sparato su tutta la sua prima pagina ciò che neppure Matteo Salvini e Giorgia Meloni si sono spinti a dire nelle loro azioni, rispettivamente, di contenimento e di contrasto alle vaccinazioni. Eccone il titolo: “Fanno i talebani del vaccino per coprire bugie ed errori”. Io, quindi, che mi sono vaccinato con convinzione e vorrei che tutti lo facessero per mettersi e metterci in sicurezza, risparmiandosi e risparmiandoci la morte da virus o da complicanze, sarei un talebano, “ipocrita” come “media e politica” indicati in rosso dal giornale diretto dal mio amico Maurizio Belpietro. Al quale dico con franchezza che stavolta si è fatto prendere troppo la mano dalla vis polemica, o  da quello che il nostro comune amico Giuliano Ferrara ha definito sul Foglio “bisogno dell’antagonismo ideologico” cercando di spiegarsi e spiegare ciò che sta accadendo sulle piazze, peraltro mentre sono ripresi i contagi.

Sergio Staino sulla Stampa

            Con la solita graffiante ironia il vecchio Sergio Staino sulla Stampa fa dire a un manifestante no vax, accanto ad uno che strilla contro i “fascisti”, che “neanche i talebani si permettono di obbligare gli afgani al green pass!!!”, da oggi invece obbligatorio in Italia sui mezzi di comunicazione a lunga distanza e nelle scuole.

ElleKappa su Repubblica

            Trovo efficace anche la vignetta di Ellekappa, sulla prima pagina di Repubblica, in cui si attribuisce alla “Bibbia no vax” il comandamento di contagiare “il prossimo tuo come te stesso”.

            Ma, fra tutte, preferisco e segnalo, se mi permettete, la vignetta, sempre di prima pagina, del Fatto Quotidiano, che qualche volta -lo ammetto- riesce anche a sorprendere e a farsi dare ragione persino da me, non certo sospettabile di simpatie per le sue preferenze politiche e il suo modo di attaccare chi ne dissente. Riccardo Mannelli, ispirato dall’aggressione subìta da un giornalista durante una manifestazione davanti al Ministero della Pubblica Istruzione, identifica folle, movimento e quant’altro no vax in uno sprovveduto e bolso “combattente per la libertà mentre tenta di stendere il virus con un gancio destro”.

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Il martedì nero di Giuseppe Conte riscattato da …La 7 di Cairo

Dalla Stampa
Sempre dalla Stampa

            Non deve essere stato piacevole per Giuseppe Conte sfogliare oggi i giornali e scoprirsi incompreso, quanto meno. Sulla Stampa, tra prima pagina e interno, Massimiliano Panarari gli ha dato dell’”equilibrista” e del “CamaleConte”, variante di Camaleonte, passando in rassegna tutte le sue più recenti sortite e concludendo che “da quando è divenuto presidente del Movimento Cinque Stelle il tanto invocato rilancio non si è ancora visto”.

Titolo di Domani

            Il Domani di Carlo De Benedetti gli ha gridato in faccia sulla prima pagina che “è sempre stato soltanto un equivoco”. E con la firma del direttore Stefano Feltri ha spiegato: “Per qualche tempo è circolata una certa nostalgia per Giuseppe Conte, la cui popolarità dipendeva soprattutto dalla tendenza molto italiana di omaggiare il potente di turno e dall’essersi trovato a guidare il paese durante la pandemia. Ora è tornato come leader dei Cinque stelle, parla, scrive, fa interviste. E a ogni uscita conferma quanto immotivata fosse la stima di cui ha goduto”.

Titolo del Foglio
Titolo sempre del Foglio

            Sul Foglio gli hanno dato dello “spudorato” in un titolo -per “aver fatto da manichino per Salvini sui “decreti sicurezza” e averne ora denunciato errori e fallimento- e del “fantasma” in un altro per avere fatto “sparire il M5S dalle elezioni”, persino rinunciando a candidare un pentastellato alle suppletive di Roma del 3 ottobre  per sostituire la deputata grillina Emanuela Del Re, dimessasi per un incarico internazionale. A Siena, dove pure si voterà per sostituire un parlamentare dimissionario, i grillini sostengono il segretario del Pd coperto da un mezzo anonimato politico, senza una sigla di partito o di coalizione, col suo solo nome in un cerchio rosso scuro. D’altronde, lo stesso Conte ha precisato che il rapporto privilegiato instaurato con Enrico Letta non significa un’”alleanza strategica” col suo partito, alla faccia del “centrosinistra largo” che auspica ogni tanto.

Titolo del Fatto on line

            Ma per fortuna di Conte c’è la 7 di Urbano Cairo con i sondaggi elettorali affidati a Swg, nel cui ultimo si è buttato come un pesce il sito on line del Fatto Quotidiano -e chi sennò?- per annunciare la grande, grandissima notizia che vendica subito Conte dai suoi detrattori. Fra il 2 e il 30 agosto da presidente digitalizzato del MoVimento 5 Stelle Conte gli ha procurato “quasi un punto” in più di voti: esattamente lo 0,8 per cento, dal 15,5 al 16,3.  E pazienza se si tratta pur sempre di più della metà in meno dei voti grillini nelle elezioni politiche del 2018.

            Questo 0,8 per cento in più di voti in meno di un mese è stato sbattuto in faccia dai nostalgici di Conte al solo 0,1 per cento guadagnato dal Pd e allo 0,2 di Forza Italia. Non parliamo poi dello 0,5 per cento in meno della Lega, che non ha fatto in tempo evidentemente a beneficiare dell’apprezzamento espresso dal governatore pugliese e piddino Michele Emiliano per Matteo Salvini, e dello 0,2 per cento in meno di Calenda. E pazienza -di nuovo-  per quella “sinistra italiana” stabile al 2.7 e per i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni stabili, in testa alla classifica generale, col loro 20,6 per cento. Si fa presto, come si vede, ad accontentarsi. Anzi, a cantare vittoria. Meno male -ripeto- che la 7 c’è, anche se c’entra fino ad un certo punto, non potendosi dubitare della Swg.

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Siamo proprio sicuri che Draghi preferisca il Quirinale a Palazzo Chigi?

C’è modo e modo di spingere, anzi di strattonare, Mario Draghi sulla strada del Quirinale da parte di giornali d’opinione o, se preferite, di pressione.

Titolo del Dubbio

C’è il modo trasparente, per esempio, del Foglio di Giuliano Ferrara fondatore e Claudio Cerasa direttore. Che all’unisono hanno lanciato di loro iniziativa la candidatura del presidente del Consiglio alla successione a Sergio Mattarella spiegando di preferire la gallina oggi all’uovo di domani. E’ meglio, secondo loro, garantirsi sette anni al Quirinale, dal 2022 al 2029, un uomo della competenza e del prestigio internazionale come Draghi appunto -capace di garantire o proteggere da ogni forma di estremismo sia un governo di centrodestra sia un governo di centrosinistra, entrambi peraltro obbligati a portare avanti il piano della ripresa da lui personalmente negoziato con l’Unione Europea, e condizionato nei finanziamenti alla realizzazione di un ben calendarizzato programma di riforme- che tenerselo ancora a Palazzo Chigi per poco più di un anno, sino alle elezioni ordinarie del 2023, e trovarsi poi di fronte a chissà che cosa.

Giorgio Napolitano e Matteo Renzi

L’incognita riguarderebbe peraltro sia Palazzo Chigi, non potendosi dare per scontata la conferma di Draghi alla guida del governo anche nella nuova legislatura, sia al Quirinale. Dove chissà chi di diverso da lui potrebbe succedere a Mattarella  l’anno prossimo o l’anno ancora dopo, o ancora più avanti, se il presidente uscente della Repubblica smettesse di cercare una casa in affitto a Roma dove trasferirsi alla fine del suo settennato e accettasse una rielezione surrettiziamente a termine, come fu nel 2013 quella di Giorgio Napolitano, dimessosi nel 2015 per dichiarata stanchezza. Cui però sospetto avesse un po’ contribuito l’irruenza dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che, pur avendolo fortemente voluto al Quirinale, anche a costo di rompere con Silvio Berlusconi sulla strada delle riforme istituzionale ed elettorale intrapresa insieme, impensierì Napolitano caricando di ben altri significati e obiettivi, anche personali, il referendum confermativo sulla riforma costituzionale nel frattempo approvata in Parlamento senza -ripeto- il concorso berlusconiano. Napolitano vide messo così in pericolo il progetto riformatore, che pure aveva personalmente stimolato con un discorso di reinvestitura presidenziale molto forte, e si tirò prudentemente indietro, stanco ma forse ancor più preoccupato.

Sospetto per sospetto, ho l’impressione che lo stesso Draghi sia stato non dico infastidito ma un po’ sorpreso dalla foga con la quale Il Foglio ne ha proposto l’elezione al Quirinale. Dove magari lui ha poco interesse a trasferirsi per lunghi sette anni, preferendo forse altri tipi di competizione politica in cui mettere meglio a profitto la sua esperienza. Penso, per esempio, all’esaurimento della leadership di Angela Merkel, alla costruzione del nuovo corso dell’integrazione europea derivante dalle modifiche di abitudini, esigenze e obiettivi imposte dalla pandemia e infine agli sviluppi di un quadro internazionale così drammatici e al tempo stesso innovativi cui stiamo assistendo con la tragedia afghana.

In modo meno trasparente o, se preferite, più tortuoso, dettato forse più dalla manovra politica di giornata, o di stagione, che da un’analisi distaccata dei problemi e delle persone, è la iscrizione di Draghi alla corsa al Quirinale appena annunciata dal Fatto Quotidiano non interpretando notizie ma in qualche modo costruendole.

Sentite un po’ voi stessi le presunte notizie, appunto, sulle quali il giornale di Marco Travaglio ha rivelato ieri in prima pagina che “Draghi punta al Quirinale” consultando “partiti e peones” e, all’interno, che “Draghi tesse la tela del Colle”, forse dimenticando che “gli servono i giallorosa” più degli uomini o settori del centrodestra affrettatisi sul Foglio, o altrove, a partecipare al tifo di Ferrara e Cerasa. Le notizie, chiamiamole così,  di un interesse di Draghi per il Quirinale “percepite dai sismografi dei partiti” consisterebbero nel fatto che “qualche voce anonima quanto di peso, raccolta da Pd e M5S, arriva a dire che l’ex presidente della Bce “ci crede”. Insomma ci punta”, ha scritto testualmente Luca de Carolis. Che onestamente, francamente e così via ha tuttavia aggiunto: “Forse è un po’ troppo”. Abbastanza però per fare attribuire dal titolista al presidente del Consiglio una tessitura diretta, addirittura, della “tela del Colle”, forse pari se non superiore a quella di Palazzo Chigi a suo tempo attribuita in altri titoli, commenti, retroscena dal giornale di Travaglio all’allora semplice ex presidente della Banca Centrale Europea, mentre si consumavano gli ultimi tentativi di Giuseppe Conte di formare il suo terzo governo.  Se non partecipe, Draghi avrebbe alla fine tratto il beneficio del “Conticidio”, secondo il titolo del giallo scritto dal direttore del Fatto Quotidiano sulla fine del secondo governo del professore pugliese, ora più o meno felicemente alla guida non più di un esecutivo ma del MoVimento grillino che lo aveva portato a Palazzo Chigi con l’appoggio della Lega nel 2018 e confermato nel 2019 con quello sostitutivo del Pd.

Giuseppe Conte

E pensare che il povero Conte, vantando in una intervista un rapporto personale e diretto con l’interessato, prima di scoprirne e subirne una pretesa concorrenza alla guida del governo aveva tratto l’impressione che Draghi fosse troppo stanco del lavoro di salvataggio dell’euro svolto a Francoforte per lasciarsi solo tentare da una foto di Palazzo Chigi. Ma forse il professore aveva capito bene, non immaginando la capacità di persuasione di Mattarella su Draghi, una volta scoppiata la crisi dopo tanti tentativi di evitarla o solo ritardarla.

Pubblicato sul Dubbio

Draghi come un fantasma al Quirinale nella rappresentazione di Travaglio

            La notizia, in verità, non ci sarebbe. Anzi, non c’è proprio. Ma al Fatto Quotidiano, dove le regole del giornalismo hanno le loro varianti, come col Covid, hanno deciso di fare finta che ci sia. E l’hanno sparata con due titoli, giusto per non farla passare inosservata. Uno, in prima pagina, annuncia, rivela e quant’altro: “Draghi punta al Quirinale e consulta partiti e peones”. Per rafforzare il concetto, nel cosiddetto occhiello si mette “in pista”, e in rosso, il presidente del Consiglio passato “dal silenzio ai primi colloqui”.  Ma con l’avvertenza -se mai Draghi si facesse illusioni di autosufficienza a destra- che “gli servono i voti dei giallorosa”, cioè del Pd e dei grillini agli ordini, rispettivamente, di Enrico Letta e di Giuseppe Conte. E’ un avviso, questo, rafforzato all’interno con un titolo sulla “tela del Colle” che il presidente del Consiglio starebbe tessendo davvero, non come quella finta che Penelope faceva e disfaceva.

Luca de Carolis sul Fatto Quotidiano

            Lo stesso autore dell’articolo, Luca de Carolis, su cui si è scatenata la fantasia politicamente manovriera del titolista, riferendo di un Draghi “zitto in pubblico ma cautamente attivo dietro le quinte” scrive di “qualche voce anonima quanto di peso, raccolta tra Pd e M5S” che “arriva a dire che l’ex presidente della Bce “ci crede”, insomma ci punta”. Ma “forse è un po’ troppo”, ammette l’articolista. Eppure, niente, il titolista ci è andato giù pesante lo stesso. Il corridore è “in pista”. Il tessitore è al telaio.

            Un aiuto alla fantasia, e alla manovra, è arrivato anche dal reparto grafico e dall’archivio del giornale di Marco Travaglio, evidentemente convinto di poter condizionare gli eventi sino ad anticiparli. Sia un corazziere d’ordinanza sia Draghi in persona sono proposti in foto tra gli ambienti del Quirinale tra nebbie che li fanno galleggiare un po’ come fantasmi e un po’ come persone vere. Il quadro insomma è a suo modo completo. L’importante è che il presidente del Consiglio, ripeto, si metta bene in testa di dover trattare la sua elezione non solo col centrodestra, dove c’è -tanto per dire- il ministro leghista e amico personale Giancarlo Giorgetti smanioso di vederlo davvero al Quirinale con la mano già pronta a firmare il decreto di scioglimento anticipato delle Camere, in modo da chiudere finalmente il capitolo della maggioranza relativa dei grillini, ma anche con i demo-pentastellati.  Che tanta fretta per un’operazione del genere non ce l’hanno, anche se ogni tanto qualcuno gliela attribuisce a Conte, nonostante l’ex presidente del Consiglio si limiti a dire, come ha appena ripetuto, che non intende neppure parlare di un’ipotesi di Draghi al Quirinale per non indebolirne il governo. Alla cui durata quindi pure Conte sembrerebbe interessato.

Berlusconi all’uscita dall’ospedale San Raffale

            In questo gioco degli specchi, delle nebbie ed altro Matteo Salvini continua ad andare, diciamo così, per conto suo. Diversamente da Giorgetti, che lo ignora, egli è appena tornato a riproporre Berlusconi al Quirinale dicendo che avrebbe tutti i titoli per ambirvi, se solo lo volesse. Ciò del resto potrebbe valere anche per Draghi, a proposito del quale il leader leghista si limita a lamentare che siano in tanti a tirarlo per la giacchetta. A questo punto solo Berlusconi in persona, peraltro fresco degli ultimi controlli medici all’ospedale milanese San Raffaele, dov’è ormai quasi di casa per i postumi anche del Covid, e non solo dei suoi interventi chirurgici, potrebbe aiutare Salvini, e non solo lui, a chiarirsi le idee. Lo potrà fare, fra una battuta e l’altra, con l’ospite di turno e nella sua ormai solita maglietta blu, al compimento degli 85 anni, il 29 settembre.

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