Siamo proprio sicuri che Draghi preferisca il Quirinale a Palazzo Chigi?

C’è modo e modo di spingere, anzi di strattonare, Mario Draghi sulla strada del Quirinale da parte di giornali d’opinione o, se preferite, di pressione.

Titolo del Dubbio

C’è il modo trasparente, per esempio, del Foglio di Giuliano Ferrara fondatore e Claudio Cerasa direttore. Che all’unisono hanno lanciato di loro iniziativa la candidatura del presidente del Consiglio alla successione a Sergio Mattarella spiegando di preferire la gallina oggi all’uovo di domani. E’ meglio, secondo loro, garantirsi sette anni al Quirinale, dal 2022 al 2029, un uomo della competenza e del prestigio internazionale come Draghi appunto -capace di garantire o proteggere da ogni forma di estremismo sia un governo di centrodestra sia un governo di centrosinistra, entrambi peraltro obbligati a portare avanti il piano della ripresa da lui personalmente negoziato con l’Unione Europea, e condizionato nei finanziamenti alla realizzazione di un ben calendarizzato programma di riforme- che tenerselo ancora a Palazzo Chigi per poco più di un anno, sino alle elezioni ordinarie del 2023, e trovarsi poi di fronte a chissà che cosa.

Giorgio Napolitano e Matteo Renzi

L’incognita riguarderebbe peraltro sia Palazzo Chigi, non potendosi dare per scontata la conferma di Draghi alla guida del governo anche nella nuova legislatura, sia al Quirinale. Dove chissà chi di diverso da lui potrebbe succedere a Mattarella  l’anno prossimo o l’anno ancora dopo, o ancora più avanti, se il presidente uscente della Repubblica smettesse di cercare una casa in affitto a Roma dove trasferirsi alla fine del suo settennato e accettasse una rielezione surrettiziamente a termine, come fu nel 2013 quella di Giorgio Napolitano, dimessosi nel 2015 per dichiarata stanchezza. Cui però sospetto avesse un po’ contribuito l’irruenza dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che, pur avendolo fortemente voluto al Quirinale, anche a costo di rompere con Silvio Berlusconi sulla strada delle riforme istituzionale ed elettorale intrapresa insieme, impensierì Napolitano caricando di ben altri significati e obiettivi, anche personali, il referendum confermativo sulla riforma costituzionale nel frattempo approvata in Parlamento senza -ripeto- il concorso berlusconiano. Napolitano vide messo così in pericolo il progetto riformatore, che pure aveva personalmente stimolato con un discorso di reinvestitura presidenziale molto forte, e si tirò prudentemente indietro, stanco ma forse ancor più preoccupato.

Sospetto per sospetto, ho l’impressione che lo stesso Draghi sia stato non dico infastidito ma un po’ sorpreso dalla foga con la quale Il Foglio ne ha proposto l’elezione al Quirinale. Dove magari lui ha poco interesse a trasferirsi per lunghi sette anni, preferendo forse altri tipi di competizione politica in cui mettere meglio a profitto la sua esperienza. Penso, per esempio, all’esaurimento della leadership di Angela Merkel, alla costruzione del nuovo corso dell’integrazione europea derivante dalle modifiche di abitudini, esigenze e obiettivi imposte dalla pandemia e infine agli sviluppi di un quadro internazionale così drammatici e al tempo stesso innovativi cui stiamo assistendo con la tragedia afghana.

In modo meno trasparente o, se preferite, più tortuoso, dettato forse più dalla manovra politica di giornata, o di stagione, che da un’analisi distaccata dei problemi e delle persone, è la iscrizione di Draghi alla corsa al Quirinale appena annunciata dal Fatto Quotidiano non interpretando notizie ma in qualche modo costruendole.

Sentite un po’ voi stessi le presunte notizie, appunto, sulle quali il giornale di Marco Travaglio ha rivelato ieri in prima pagina che “Draghi punta al Quirinale” consultando “partiti e peones” e, all’interno, che “Draghi tesse la tela del Colle”, forse dimenticando che “gli servono i giallorosa” più degli uomini o settori del centrodestra affrettatisi sul Foglio, o altrove, a partecipare al tifo di Ferrara e Cerasa. Le notizie, chiamiamole così,  di un interesse di Draghi per il Quirinale “percepite dai sismografi dei partiti” consisterebbero nel fatto che “qualche voce anonima quanto di peso, raccolta da Pd e M5S, arriva a dire che l’ex presidente della Bce “ci crede”. Insomma ci punta”, ha scritto testualmente Luca de Carolis. Che onestamente, francamente e così via ha tuttavia aggiunto: “Forse è un po’ troppo”. Abbastanza però per fare attribuire dal titolista al presidente del Consiglio una tessitura diretta, addirittura, della “tela del Colle”, forse pari se non superiore a quella di Palazzo Chigi a suo tempo attribuita in altri titoli, commenti, retroscena dal giornale di Travaglio all’allora semplice ex presidente della Banca Centrale Europea, mentre si consumavano gli ultimi tentativi di Giuseppe Conte di formare il suo terzo governo.  Se non partecipe, Draghi avrebbe alla fine tratto il beneficio del “Conticidio”, secondo il titolo del giallo scritto dal direttore del Fatto Quotidiano sulla fine del secondo governo del professore pugliese, ora più o meno felicemente alla guida non più di un esecutivo ma del MoVimento grillino che lo aveva portato a Palazzo Chigi con l’appoggio della Lega nel 2018 e confermato nel 2019 con quello sostitutivo del Pd.

Giuseppe Conte

E pensare che il povero Conte, vantando in una intervista un rapporto personale e diretto con l’interessato, prima di scoprirne e subirne una pretesa concorrenza alla guida del governo aveva tratto l’impressione che Draghi fosse troppo stanco del lavoro di salvataggio dell’euro svolto a Francoforte per lasciarsi solo tentare da una foto di Palazzo Chigi. Ma forse il professore aveva capito bene, non immaginando la capacità di persuasione di Mattarella su Draghi, una volta scoppiata la crisi dopo tanti tentativi di evitarla o solo ritardarla.

Pubblicato sul Dubbio

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