Il bilancio fallimentare di 28 anni vissuti col sistema maggioritario

Titolo del Dubbio

I 17 governi, 11 presidenti del Consiglio e 7 legislature susseguitesi nei 28 anni trascorsi dal 1994 -quando si votò per la prima volta in Italia col sistema non più proporzionale ma misto, prevalentemente maggioritario, poi addirittura con l’indicazione del candidato alla guida del governo nella scheda elettorale- sono o dovrebbero essere più che sufficienti per condividere il bilancio “fallimentare” appena lamentato da Paolo Delgado sul Dubbio a proposito della svolta voluta dai promotori del referendum elettorale del 1993. Che era stato preceduto nel 1991 da quello contro i voti plurimi di preferenza, ridotti a uno solo, sperimentato l’anno dopo nella campagna elettorale rivelatasi la più costosa della storia repubblicana per i candidati che vi avevano partecipato, e perciò soppresso anch’esso nelle elezioni successive. 

Marco Pannella e Mario Segni insieme

           Le meraviglie promesseci con i loro referendum dal compianto Marco Pannella e dal mio carissimo amico Mariotto Segni, che aveva letteralmente stregato Indro Montanelli con le sue visite nella redazione del Giornale, si sarebbero dovute tradurre in questi 28 anni -ripeto- trascorsi dal 1994 in sei legislature e altrettanti governi e presidenti del Consiglio, tutti nominati solo formalmente dal presidente della Repubblica, essendo ancora in vigore l’articolo 92 della Costituzione approvata nel 1947, ma in realtà scelti, indicati, designati, come preferite, dagli elettori, poveri illusi. 

Silvio Berlusconi e Romano Prodi insieme
Mario Draghi e Mario Monti insieme

            Degli 11 presidenti del Consiglio succedutisi a Palazzo Chigi nella stagione maggioritaria solo due hanno avuto la fortuna di passare per la loro indicazione sulla scheda elettorale: Silvio Berlusconi e Romano Prodi, il primo riuscendo a restare a Palazzo Chigi per una decina d’anni peraltro non continuativi, e il secondo per meno di quattro, neppure essi continuativi. Tutti gli altri presidenti del Consiglio sono stati selezionati, diciamo così, di seconda e terza mano dalle segreterie dei partiti o personalmente dal capo dello Stato, come Lamberto Dini da Oscar Luigi Scalfaro nel 1995, Mario Monti da Giorgio Napolitano  nel 2011 e Maro Draghi l’anno scorso da Sergio Mattarella. E – altra particolarità delle sorprese del quasi trentennio più o meno maggioritario- uno dei presidenti del Consiglio usciti dai giochi interni di partito non era neppure stato eletto al Parlamento: Giuseppe Conte, Giuseppi per l’amico Donald Trump. Egli fu nominato in modi dichiaratamente scettico da Mattarella, che avrebbe preferito gli fosse stato proposto dai grillini e dai leghisti qualcuno eletto precedentemente anche solo ad un Consiglio Comunale. Conte invece non solo gli fu proposto senza precedenti neppure amministrativi e fu ugualmente nominato, ma realizzò continuativamente, fra il 2018 e il 2019 due maggioranze politiche di segno opposto: una con la Lega e senza il Pd, l’altra col Pd e senza, anzi contro La Lega.

Giulio Andreotti
Giuseppe Conte

           Fu detto e scritto, a giustificazione di tanta disinvoltura, che anche a Giulio Andreotti era capitato nella cosiddetta prima Repubblica di realizzare maggioranze opposte di governo: senza, anzi contro, e col Pci. Ma fra l’una e l’altra erano passati almeno quattro anni: nel 1992 senza o contro il Pci, alla testa di un governo centrista con i liberali, e nel 1976, alla guida di un governo interamente democristiano, con l’appoggio esterni dei comunisti e la formula della ”solidarietà nazionale” inventata da Aldo Moro  E non del “compromesso storico” perseguito da Enrico Berlinguer, come invece  qualcuno ogni tanto scrive e dice a proposito di quel passaggio politico con un’assai presunta autorità di storico. Povera storia, e povero Moro, che tanto si industriò, sino alla vigilia della morte per mano dei brigatisi rossi, a tenere i comunisti fuori dal governo, anche dopo che Berlinguer si era spinto a dirsi più “garantito” dall’ alleanza atlantica che dai vecchi rapporti di amicizia e solidarietà con la Mosca dell’Unione Sovietica.

        Per tornare alle mancate meraviglie del sistema maggioritario miseramente “fallito”, secondo le giuste conclusioni tratte da Paolo Delgado, peccato che forse non avremo materialmente il tempo di tornare al vecchio e certamente preferibile sistema proporzionale. Col quale ho personalmente votato per una quarantina d’anni senza aver mai venduto un mio voto di preferenza, e senza essermi mai sorpreso delle alleanze politiche poi strette dal partito via via prescelto, essendomi sempre stato chiaro il suo orientamento per il dopo-elezioni.

La guerra in Ucraina

           La situazione politica, già difficile per la campagna elettorale praticamente in corso a vari livelli, anche nazionale, si sta aggravando per gli effetti della guerra in Ucraina e della linea adottata da Draghi, considerata troppo atlantista dalla coppia un po’ riformatasi fra Salvini e Conte. Se il rinnovo delle Camere fosse anticipato per il sopraggiungere di una crisi, dalla quale sono in tanti ad essere tentati pur smentendo a parole, non ci sarebbe il tempo né politico né materiale, ripeto, di modificare la legge elettorale in vigore. Di cui tutti pure parlano più o meno male.

Pubblicato sul Dubbio

Putin apre forse al Papa per l’Ucraina e Draghi comincia a scaricare Conte

Titolo del Corriere della Sera
Titolo del manifesto

Mentre sulla “linea del fuoco” in Ucraina, come la chiamano al  manifesto, si apre forse uno spiraglio con i segnali giunti al Vaticano dall’ambasciata russa sulla disponibilità di Putin, finalmente, all’incontro propostogli dal Papa una quarantina di giorni fa, si apre in Italia un’altra linea di fuoco tutto politico, per fortuna, senza bombe e sangue. 

Titolo della Stampa

Ad aprire questo fuoco virtuale è stato addirittura un uomo dai nervi abitualmente saldi come il presidente del Consiglio Mario Draghi. Che, stanco del comportamento del suo predecessore Giuseppe Conte, con un piede nella maggioranza e nel governo e l’altro fuori sui temi economici, sociali e di politica estera, nonostante la presenza d Luigi Di Maio alla Farnesina, ha deciso di accettare e rilanciare la sfida. Forse egli si è davvero convinto, come gli attribuisce un retroscena della Stampa, che a questo punto convenga accorciare la campagna elettorale in corso e la durata di questa tormentatissima legislatura anticipando all’autunno il rinnovo delle Camere. Così finalmente i pentastellati potranno regolare i conti al loro interno, senza scaricare le tensioni sul governo, e tornare in Parlamento a ranghi più ridotti, senza la “centralità” conquistata nelle elezioni del 2018. 

Il guaio -l’unico forse della partita- è che un anticipo delle elezioni politiche condannerà  assai probabilmente i partiti  a tenersi la legge elettorale in vigore, che consente o favorisce, come preferite, col sistema maggioritario la formazione di alleanze artificiali. Che poi, dopo le elezioni, si sfaldano e contribuiscono anche dall’opposizione ad aumentare la confusione e a rendere il Paese ingovernabile. 

Una prova è stata data in questa legislatura dal centrodestra, dove all’opposizione sono rimasti sempre i fratelli d’Italia di Gorgia Meloni, mentre forzisti di Silvio Berlusconi e di Matteo Salvini sono stati per un pò fuori e per un pò dentro il governo, ma su posizioni diverse, come nel caso della politica estera e, più in particolare, della guerra in Ucraina. Su cui Salvini fa concorrenza a Conte nel contestare la linea fortemente atlantica di Draghi. Che può contare in Parlamento, sempre su questi temi, più sull’opposizione di destra, o “conservatrice”, come adesso Meloni preferisce chiamarla, che sulla maggioranza. Un vero casino, scusate la parolaccia ormai entrata nel linguaggio ordinario anche dei più raffinati salotti, televisivi e non. 

Titolo del Mattino

Il teatro, diciamo così, scelto da Draghi per accettare e rilanciare la sfida, in particolare, dei grillini è stato addirittura il Parlamento Europeo. Dove il presidente del Consiglio -appena costretto a Roma a subire il no dei ministri pentastellati ad un decreto di aiuti per 14 miliardi  di euro ai più bisognosi- è andato a descrivere i danni che sta procurando all’economia nazionale il famoso bonus voluto dai grillini per il rifacimento delle facciate degli edifici. 

Sempre a Strasburgo ma su un altro tema, quello della guerra in Ucraina, scelto dai grillini per distinguersi da Draghi -sino a chiamarlo a rapporto a Montecitorio prima che vada il 9 maggio a Washington per incontrare il giorno dopo il presidente americano alla Casa Bianca- il presidente del Consiglio ha fortemente ribadito la scelta di aiutare militarmente gli ucraini a salvare la loro libertà , sovranità e democrazia minacciata dai russi. Ed ha ammonito a non mettere sullo stesso piano gli aggressori e gli aggrediti, Putin e Zelensky.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Salvini fa concorrenza al Papa per una missione di improbabile pace al Cremlino

Questa, poi, era veramente difficile metterla nel conto della guerra di Putin all’Ucraina e delle ripercussioni sulla politica italiana, per quanto si possa essere ormai abituati a registrarne le stranezze. Siamo addirittura arrivati alla concorrenza del leader leghista Matteo Salvini a Papa Francesco nella ricerca di un contatto, di un incontro o non so cos’altro con Putin per dissuaderlo da una guerra che dura da più di due mesi. 

L’intervista del Papa al Corriere della Sera

L’annuncio di Salvini, presumo provvisto delle solite medaglie, medagliette, rosari e immaginette della Madonna che a volte tira fuori dalle tasche nei comizi, è arrivato in coincidenza con l’intervista nella quale il Papa ha raccontato al direttore del Corriere della Sera di avere fatto chiedere dopo venti giorni di guerra dal cardinale Segretario di Stato a Putin di incontrarlo. In Vaticano stanno ancora aspettando una risposta, che il Pontefice si è ormai rassegnato a  non avere mai, non avendo Putin intenzione di farsi fermare o solo rallentare da nessuno sulla strada della guerra che ha intrapreso, per quanto numerose e forti siano state le sorprese riservategli da un nemico che riteneva di piegare in brevissimo tempo. 

Può anche darsi, per carità, che Putin preferisca al Papa il capo della Lega, per un certo tempo di casa a Mosca, diciamo così, dove anzi disse una volta di sentirsi meglio che in Italia. Ma mi sembra improbabile che a Salvini capiti di arrivare al Cremlino per sedersi a quel tavolo lungo come una piazza d’armi, dove già il presidente della Repubblica di Francia e il segretario generale delle Nazioni Unite hanno provato inutilmente a fare ragionare il capo del Cremlino. 

Matteo Salvini

Salvini peraltro è in crescenti difficoltà politiche in Italia, scavalcato al centro da Giorgia Meloni, che interloquisce ormai con Draghi più facilmente di lui, e a sinistra da Conte. Che, imitandone la condotta dei mesi scorsi, è riuscito a fare ubbidire i ministri grillini all’ordine di non votare il decreto predisposto dal governo per alleviare con interventi per 15 miliardi di euro le difficoltà dei più  bisognosi alle prese con gli effetti  anche della guerra in Ucraina. Eppure Conte aveva esordito politicamente come “avvocato del popolo”.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Maldestro tentativo di coinvolgere l’informazione nell’affaraccio politico della guerra di Putin

Giorgia Meloni

Spero che il prototipo della classe dirigente di cui Giorgia Meloni ha assicurato di disporre per guidare il governo del Paese -se il centrodestra dovesse vincere le elezioni, nonostante la confusione in cui si trova, e i fratelli d’Italia sorpassassero gli alleati- non sia il pur navigato Adolfo Urso. Che è stato deputato della destra nelle sue varie formulazioni per una ventina d’anni, due volte sottosegretario nei governi di Silvio Berlusconi, ed ora è senatore e presidente di una commissione fra le più delicate, se non la più delicata in assoluto delle Camere: il Copasir. Che sta per Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, come si chiama dal 2007, portando prima il nome di Comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti: controllo peraltro che esso continua ad esercitare, anche se non così esplicitamente. In Italia, si sa, le cose semplici e chiare non hanno diritto di cittadinanza. Debbono essere avvolte, prima o poi, in qualche involucro tanto altisonante quanto nebbioso. 

Non ho nulla di personale contro questo senatore che per salire così in alto ha fatto ingaggiare da Giorgia Meloni l’anno scorso una lotta durissima nel centrodestra, non volendo la Lega di Matteo Salvini mollare la presidenza del Copasir in questa legislatura anche dopo essere tornata al governo con Mario Draghi, e spettando invece per legge quella postazione istituzionale ad un gruppo parlamentare di opposizione, quale appunto è sempre stato dal 2018 quello della Meloni. E ciò anche se -a dire il vero, altra particolarità delle cose italiane- in tema di politica estera e ora di guerra in Ucraina la Meloni è schierata con Draghi più chiaramente di Salvini, oltre che dei pentastellati guidati dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. 

Non ho nulla di personale, dicevo, contro Urso anche perché è un giornalista iscritto all’albo dei professionisti, quindi un mio collega. Ma proprio in quanto giornalista trovo ancora più sorprendente che in veste di presidente del Copasir abbia deciso di partecipare alla campagna improvvisata purtroppo anche da Mario Draghi e politici di una certa esperienza come il segretario del Pd Enrico Letta, marito peraltro di una giornalista, contro l’intervista al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov realizzata da Giuseppe Brindisi e trasmessa domenica sera da Rete 4 nella sua trasmissione “Zona bianca”. 

Sarebbe stata, secondo questa campagna, una somma di false notizie,  utili alla propaganda del Cremlino. Ma -da che giornalismo è giornalismo- possono essere false le notizie che dà l’intervistato, non un’intervista. Il cui autore non è responsabile di quello che l’intervistato dice, anche se omette di contestargliele per evitare che l’intervista svanisca subito in un vaffanculo -scusate la schiettezza- dell’intervistato non comune. 

Il ministro degli Esteri russo

Se l’obiettivo del conduttore di “Zona bianca” era quello, doveroso per un giornalista, di far conoscere le opinioni del ministro degli Esteri russo, e presumibilmente dello stesso Putin, sulla guerra scatenata in Ucraina, e che ha preso -presumo- una piega e una dimensione assai diverse da quelle imprudentemente calcolate al Cremlino, esso è stato pienamente raggiunto. Lo dimostrano proprio le proteste anche internazionali, come quella di Israele, che ha provocato per le fesserie e persino oscenità dette dal ministro degli Esteri russo. Oscenità, a mio modesto avviso, che aggravano la già compromessa posizione e credibilità di Putin dopo una ventina d’anni di messinscena, esse sì.  

Gromyco con Gorbaciov
Molotov con Stalin

Da Urso giornalista, e politico, mi aspettavo che dicesse questo, non le parole di censura pronunciate contro le “modalità” dell’iniziativa e la diffusione dell’intervista del successore -non dimentichiamolo- dei sovietici Molotov e Gromyco. Che ne sarebbero orgogliosi se vivessero ancora. 

I magistrati incrociano le toghe per volontà di un’esigua minoranza

Titolo del Dubbio

Ciò che più mi sconcerta dello sciopero dei magistrati deliberato dall’assemblea generale del loro sindacato non è il solito dubbio di costituzionalità, sollevato in qualche sede anche in questa circostanza. E neppure la doppia circostanza scelta per deciderlo: alla vigilia della festa del lavoro, quasi per onorarla con uno sciopero sia pure differito, e in vista del passaggio della contestata riforma della giustizia al Senato, come per diffidarlo dall’approvarla nello stesso testo uscito dalla Camera, intromettendosi così gravemente nell’esercizio della sovranità parlamentare derivante da quella del popolo. “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, dice il primo articolo della Costituzione dopo avere definito l’Italia “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. 

La ministra della Giustizia Marta Cartabia

Neppure mi sconcerta maggiormente, dello sciopero nei tribunali, la bugia con la quale è stato motivato: il mancato “ascolto” dei magistrati da parte del governo proponente la riforma, prima nella versione del guardasigilli grillino Afonso Bonafede e poi in quella della ministra e già presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, e della Camera che l’ha approvata non certo in pochi giorni, cioè in fretta e furia. Il che ha permesso alla stessa Camera, in varie sedi e in vari modi, di sentire i rappresentanti dei magistrati sette volte. Che si aggiungono alle quattro ricordate dal Ministero della Giustizia a proposito degli incontri avuti dalla guardasigilli più o meno in contemporanea con i rappresentanti dei partiti della vasta maggioranza di governo. 

Armando Spataro
Nino Di Matteo

Neppure mi sconcerta, infine, l’indifferenza opposta dai dirigenti della rappresentanza sindacale, associativa o comunque vogliamo chiamarla delle toghe alla prudenza consigliata da esponenti assai autorevoli della categoria, in servizio o in pensione, come Nino Di Matteo e Armando Spataro. Che avevano sconsigliato il ricorso allo sciopero, pur dissentendo fortemente nel caso di Di Matteo dalla riforma, perché consapevoli del rischio di fare apparire la difesa di certe posizioni, o semplici abitudini, colpite dalle nuove norme come difesa di privilegi di “casta” avvolti nei principi costituzionali dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Cui è delegato un organo apposito di garanzia costituito dal Consiglio Superiore della Magistratura, per non parlare della Corte Costituzionale e dello stesso capo dello Stato, che presiede il già ricordato Consiglio Superiore. 

Ciò che mi sconcerta maggiormente di questo sciopero ancora da fissare per “almeno” una giornata, se non ho capito male, è la scarsa rappresentatività di chi lo ha deciso, autorizzato, proclamato, come preferite. E non dalla mattina alla sera, con una fretta che potrebbe giustificare o far comprendere certe cose, ma con tutta la calma sufficiente a organizzare le modalità dell’assemblea generale dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, con tutte le maiuscole dovute, svoltasi all’Angelicum. Almeno di nome.  

A quest’assemblea -che si è espressa a favore dello sciopero con 1.081 voti favorevoli, 169 contrari e 13 astenuti- hanno partecipato 1.400 dei 9.149 iscritti all’Associazione, sempre con la maiuscola, pari quindi al 15 per cento. E’ come se un Parlamento – l’assemblea generale appunto- fosse stato eletto con l’85 per cento di astensionismo. E a votare a favore dello sciopero è stata una maggioranza pari a meno del 9 per cento della categoria. 

Non mi sembra che siano numeri consolanti per i magistrati che dovrebbero sentirsi rappresentati nel loro luogo di lavoro, e comunque nell’esercizio delle loro funzioni, da chi parla, grida, batte i pugni e sciopera a nome loro. Se i magistrati sono una casta, come tante volte gli ultimi presidenti della Repubblica hanno ammonito a non sentirsi e tanto meno a essere, i loro rappresentanti sindacali o associativi sono una casta al quadrato, o al cubo. Una castissima, se si potesse dire. 

Pubblicato sul Dubbio

L’Ucraina europea a stelle e strisce divide sempre di più il centrodestra

Nancy Pelosi con Zelensky

    Nel giorno in cui l’Ucraina aggredita dalla Russia si è metaforicamente vestita a stelle e strisce e guadagnato i “ringraziamenti” della presidente della Camera americana Nancy Pelosi, in visita ufficiale a Kiev, per la resistenza opposta all’invasione, sino a rendere possibile “la vittoria” di Zelensky, il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, in una intervista ad una televisione italiana ha confermato la volontà del Cremlino di proseguire la guerra sino alla fine. Cioè, sino alla sconfitta di quei “radicali” e “nazisti” come meriterebbero di essere chiamati il presidente ucraino e i suoi sostenitori. 

Il ministro degli Esteri russo intervistato da Zona bianca

La televisione italiana scelta da Lavrov – scelta perché immagino che altre interviste gli saranno state proposte- è quella del vecchio ma forse ex amico di Putin, del quale dopo più di un mese di guerra l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è dichiarato “deluso”. Delusione ricambiata, direi, avendo Lavrov detto al conduttore di Zona bianca, la trasmissione di Rete 4 affidata a Giuseppe Brindisi, che l’Italia ancor più in generale ha “sorpreso” il Cremlino”. “Ma ormai ci siamo abituati”, ha aggiunto il successore dei sovietici Molotov e Gromyko.

Uno degli ospiti dello studio televisivo del povero Brindisi, il direttore della Verità Maurizio Belpietro, che ormai quasi abitualmente fa titoli sovrapponibili a quelli del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, ha cercato di attenuare la delusione del ministro degli Esteri russo attaccando quasi più di lui gli americani, che starebbero facendo la guerra a Putin sulla pelle degli ucraini.   I quali dalle parole e dalle rappresentazioni di Belpietro sembrano un pò imbottiti di armi americane, e anche italiane, come di droga. Del resto, Putin in apertura delle ostilità belliche aveva  dato del drogato, oltre che del nazista, a Zelensky e conterranei.

Augusto Minzolini
Maurizio Belpietro

Quando un altro  ospite dello studio di Rete 4, il direttore del Giornale della famiglia di Berlusconi, il buon Augusto Minzolini, ha cercato di contestare le tesi di Belpietro, quest’ultimo si è messo a gridare come un ossesso e minacciosamente alzato dalla sua poltrona dando l’impressione di voler passare dalle parole ai fatti contro il collega, rimasto tranquillamente al suo posto per godersi il non brillante spettacolo di uno, fra l’altro, dei suoi predecessori alla guida del quotidiano fondato nel 1974 da Indro Montanelli. 

Jacopo Iacoboni

Il conduttore, imbarazzatissimo, ha dovuto ricorrere ad una interruzione pubblicitaria per evitare al pubblico una scena di aggressione  anche fisica di Belpietro al collega. Ma va detto che anche in altre trasmissioni della televisione di Berlusconi troneggiano più o meno putiniani di complemento, chiamiamoli così, fermi cioè al capo del Cremlino che piaceva tanto all’editore e fondatore del centrodestra italiano. Sempre su Rete 4, e sempre ieri, prima che cominciasse la trasmissione di Brindisi, nello spazio tradizionale della pacata  Barbara Palombelli occupato il sabato e la domenica dalla giovane e ardimentosa Veronica Gentili, il giornalista della Stampa Jacobo Iacoboni si è trovato solo a sostenere Zelensky e i suoi soccorritori occidentali, non scambiandoli per i suoi padroni. 

Giorgia Meloni alla conclusione della Conferenza programmatica dei fratelli d’Italia

Accennavo al centrodestra fondato da Berlusconi, e ormai non più guidato davvero da lui, sorpassato elettoralmente prima dai leghisti di Matteo Salvini e poi dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che proprio ieri ha concluso la sua affollata conferenza programmatica, simile ai congressi di partito di una volta, sfidando i suoi ancora alleati in tante regioni e amministrazioni comunali, anch’esse però via via sempre più in affanno, a scegliere finalmente da che parte stare: a destra o a sinistra. E, più in particolare, a proposito della guerra in corso nel cuore dell’Europa, con Putin o con Zelenski e gli americani. Dei quali si può ben rifiutare di essere “gli animali da soma”, come ha detto l’ormai candidata della destra a Palazzo Chigi, senza diventare per questo i fiancheggiatori Putin, com’è francamente apparso un pò Salvini , sempre ieri, collegato a Massimo Giletti, guadagnandosi i sorrisi di Michele Santoro.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Questa festa del lavoro in tempo di guerra, onorata dai magistrati con lo sciopero

Immagini dall’Ucraina

In una Repubblica “fondata sul lavoro”, come dice il primo articolo della Costituzione in vigore dal 1948, la festa del lavoro, appunto, ha una sua valenza particolare, questa volta particolarissima perché si svolge in tempo di guerra. Che è quella condotta da più di 66 giorni dalla Russia di Putin contro l’Ucraina senza essere stata neppure dichiarata se non come “operazione speciale”, condotta per “denazificare” il Paese vicino, attratto dall’Occidente più che dal Cremlino.

Per porre fine a questa “operazione”, che a chiamare guerra si rischia ancora la galera in Russia, il presidente Putin sembra intenzionato non a cessarla ma a dichiararla per quella che è. E a proseguirla con ancora più forza, cercando di mangiarsi ancora più Ucraina e accreditando la vignetta per niente sarcastica, a questo punto, di Nico Pillinini sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno titolata “Primo mangio”, anziché Primo maggio. In essa lo squalo russo con tanto di zeta impressa addosso, come i carri armati di Putin, si accinge a divorare il pesce Zelensky. 

Ai sindacati, che si sono dati appuntamento ad Assisi per questa edizione della festa del lavoro,  la guerra naturalmente non piace perché rischia di ripercuotersi negativamente anche sull’Italia. E non tanto perché con altri paesi occidentali stiamo aiutando l’Ucrania a resistere non per arrendersi, come in tanti auspicano, ma per respingere l’assalto, sopravvivere e magari anche vincere. Questa guerra non piace ai sindacati  per gli effetti recessivi che provoca ben al di là dei confini entro i quali si svolge. 

Titolo di Repubblica

Le già difficili condizioni di lavoro, con tanta disoccupazione ancora e tanta occupazione sottopagata, sono destinate a peggiorare sino a quando non si ripristinerà in Europa la pace, e non si troverà un nuovo, più sicuro approvvigionamento energetico, visto che quello incautamente costruito sino a due mesi fa la fa dipendere dalla Russia. 

In questa situazione a dir poco drammatica, in cui tutti rischiamo una brutta fine, non solo l’Ucraina, è assai curioso -saltando da un argomento all’altro- il modo in cui il sindacato delle toghe italiane ha deciso di partecipare alla festa del lavoro: decidendo lo sciopero praticamente contro il Parlamento che sta esaminando, in particolare al Senato, dopo il sì della Camera, una riforma pur parziale, anzi parzialissima della giustizia. Neppure la guardasigilli Marta Cartabia, col suo passato prestigioso di giudice e poi presidente della Corte Costituzionale, si è sottratta alle contestazioni subite dai suoi predecessori del centrodestra e del centrosinistra. Uno dei quali, Clemente Mastella, avvertì come una ritorsione l’arresto della moglie, peraltro presidente del Consiglio regionale della Campania, si dimise dal secondo governo Prodi e ne provocò la crisi, conclusasi con le elezioni anticipate.

Dall’editoriale di Alessandro Sallusti su Libero

I magistrati si sono messi sulla strada dello sciopero -peraltro deliberandolo nella loro assemblea generale  con una maggioranza di 1081 voti contro 169 e tredici astensioni- per essere “ascoltati”, come dicono i loro sindacalisti: in realtà, essendo stati ben consultati, e quindi ascoltati, sia dal governo sia dalla Camera, per cercare ancora di imporre i loro ormai abituali veti, in difesa di certe prerogative e abitudini. Di cui alcuni dei loro più qualificati colleghi, come Nino Di Matteo, consigliere superiore della Magistratura, hanno avvertito il pericolo che possano essere scambiati  per privilegi castali proprio per il modo col quale  vengono difesi. Lor signori, li chiamerebbe la buonanima di Fortebraccio sulla buonanima dell’Unità, vogliono giudicare ma non essere giudicati, neppure fra di loro, soprattutto col metodo che chiamano spregiativamente “meritocratico”.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Tutti i miracoli, ma a rovescio, di Putin e dei suoi protettori anche in Italia

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Questo Putin da quando ha smesso di distrarsi con la pesca, la caccia, la palestra, le telefonate a o dall’amico italiano Silvio, riuscito dal canto suo a farlo giocare a casa col cane di famiglia, e si è messo a fare solo il capo del Cremlino, si sta rivelando l’uomo dei miracoli, invidiato anche dal Patriarca di Mosca. Ma dei miracoli a rovescio, contro se stesso e il popolo che lo ha eletto, è vero, come ha ricordato oggi Marco Travaglio sul suo giornale contestando a Mario Draghi di stare a Palazzo Chigi senza essere stato votato da nessuno. E questo nessuno, come l’omonimo dell’Odissea, sarebbe addrittura il Parlamento, che ha accordato a Draghi la fiducia ogni volta che gli è stata chiesta. E lo ha autorizzato “quasi all’unanimità”, come il presidente del Consiglio ricorda continuamente ai suoi critici, di aiutare anche militarmente l’Ucraina invasa e aggredita dalle truppe russe. 

In particolare, questo campione della democrazia -anch’essa però al rovescio perché chi dissente o usa solo parole diverse da quelle autorizzate da Putin in tema e in tempo di guerra finisce in galera- voleva allontanare i vicini dall’odiata Nato e li ha invece avvicinati, come dimostra la rapidità con la quale vi stanno aderendo, per esempio, i paesi baltici di una certa tradizione neutralistica. Voleva uccidere il presidente ucraino Zelensky o tradurlo in catene a Mosca come trofeo nella festa della vittoria sui nazisti il 9 maggio prossimo e ne ha fatto invece un leader mondiale, addirittura il campione della Resistenza, con la maiuscola riservata in Italia a quella dei partigiani del biennio 1943-45. Voleva impossessarsi, se non di tutto almeno di alcune parti importanti e preziose del Paese confinante e le sta distruggendo. Persino le Chiese vengono scoperchiate da quest’uomo dei miracoli a rovescio benedetto e invidiato, ripeto, dal Patriarca di Mosca. 

Eppure, di quest’uomo assai singolare, disponendo di un buon arsenale di armi  nucleari, comprese quelle cedutegli dagli ucraini dopo la fine dell’Unione Sovietica col consenso  di un Occidente sprovveduto; di quest’uomo assai singolare, dicevo, sono protettori paesi e partiti, anche in Italia, che hanno deciso di aiutare l’Ucraina a difendersi. A difendersi -dicono costoro, compreso il maggiore partito ancora della coalizione di governo da noi, cioè il MoVimento 5 Stelle presieduto da Conte- ma non a vincere sconfiggendo e ricacciando l’invasore. Bel modo di difendersi e di aiutare a difendersi, scommettendo solo sulla rinuncia di un avversario che non ha alcuna intenzione di fermarsi, anzi intensifica quotidianamente i suoi attacchi solo correggendo o aggiornando le traiettorie dei missili e i percorsi delle truppe. Ma che razza di modo di ragionare è questo? 

L’editoriale del Corriere della Sera

Sragionare, direi, cioè dare i numeri. E perdere la memoria, come oggi sul Corriere della Sera l’editorialista e storico Ernesto Galli della Loggia contesta alla sinistra italiana ricordandole, fra l’altro, che già nel 1976, quando ancora c’era l’Unione Sovietica e quello italiano era il partito comunista più forte dell’Occidente, lo storico segretario Enrico Berlinguer si sentiva  e dichiarava protetto più dalla Nato che dai rapporti di amicizia, affinità e quant’altro con Mosca. Sto scrivendo del famoso “strappo”che Armando Cossutta rimproverò al segretario del Pci cominciando a farsi finanziare dal Cremlino i suoi progetti di scissione. 

Titolo del Riformista
Titolo del Fatto Quotidiano

La memoria di certa sinistra storica  è  davvero corta. E produce anch’essa miracoli, come i titoli oggi politicamente sovrapponibili di due giornali che abitualmente se ne dicono e se ne danno di santa ragione. Sono Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e Il Riformista di Piero Sansonetti. Il primo ha gridato, con Conte scrupolosamente intervistato, su sfondo scuro: “No ai tank: sulle armi pesanti. Draghi parli alle Camere e si voti”. ll secondo, su sfondo chiaro: “C’era una volta il Parlamento. Ora c’è la guerra”. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Pera scarica Salvini e sponsorizza Meloni in un centrodestra conservatore

Giorgia Meloni all’apertura delle conferenza programmatica del suo partito
Titolo del Dubbio

Marcello Pera, il veterano ormai degli intellettuali a suo tempo arruolati da Silvio Berlusconi nel centrodestra, e salito più in alto di tutti arrivando con la Presidenza del Senato alla seconda carica dello Stato, fra il 2001 e il 2006, dev’essersi stancato di spingere inutilmente Matteo Salvini sulla strada di un’evoluzione europeistica e atlantica, percorsa invece più nitidamente nella Lega da Giancarlo Giorgetti. La stanchezza si avverte  nella decisione di sponsorizzare praticamente con la sua partecipazione la conferenza programmatica del partito di Giorgia Meloni apertasi a Milano, dopo avere accettato inviti  ad altri eventi dei fratelli d’Italia. 

Titolo del Quotidiano Nazionale
L’intervista dell’ex presidente del Senato

Nella bella intervista, al suo solito, rilasciata per Il Dubbio a Giacomo Puletti l’ex presidente del Senato ha apprezzato e accreditato la posizione politica di Giorgia Meloni, appunto, nel momento in cui l’ex ministra è vista e vissuta con sospetto nel centrodestra per avere superato tutti elettoralmente, anche il Pd fuori della combinazione berlusconiana, continuiamo a chiamarla così per essere stata fondata dal Cavaliere di Arcore sulle ceneri giudiziarie e politiche della cosiddetta prima Repubblica. Il sorpasso elettorale nel centrodestra ha messo praticamente in gara  la Meloni per la guida del governo dopo che Berlusconi aveva accettato, in vista delle elezioni del 2018, il principio che la candidatura a Palazzo Chigi spetta al partito più votato. 

Ora per aggirare quella concessione, preferita al ricorso, suggerito invece da altri, alle primarie adottate nello schieramento opposto comunemente chiamato centrosinistra, Berlusconi e Salvini sono tentati da una federazione, che sorpasserebbe la Meloni. E risparmierebbe al centrodestra la trasformazione, indesiderata da Forza Italia e dalla Lega, di destra-centro o “destra-destra”, come l’ha chiamata Pera nella sua intervista precisando di non condividere per niente una simile evenienza.

Piuttosto -ha sostenuto praticamente l’ex presidente del Senato- tutto il centrodestra, profittando proprio della strada imboccata dalla Meloni a livello anche internazionale, con le sue scelte a cominciare dal Parlamento europeo, dovrebbe decidersi ad assumere la fisionomia e forse anche il nome di partito conservatore. Che a Pera non dispiace affatto, pur essendo lui di provenienza socialista, ma sapendo di vivere in un contesto assai cambiato rispetto a quella sua vecchia simpatia. 

D’altronde, buona parte dell’elettorato ma anche della rappresentanza parlamentare  e dirigenziale di quello che fu il Psi di Bettino Craxi si trasferì subito nel 1994 e anni successivi in Forza Italia, e anche nell’allora Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini: per esempio, in quest’ultimo caso, il compianto e mio carissimo amico Massimo Pini. Che aveva rappresentato il partito di Craxi nella Rai e all’Iri. 

Pera ha parlato nella sua intervista di un “nuovo conservatorismo”. Che renderebbe il centrodestra italiano simile ai tory britannici e al Partito Repubblicano americano, dove per fortuna -vorrei aggiungere- è passato il ciclone di Donald Trump e della sua sostanziale politica isolazionistica praticata col motto degli Stati Uniti prima di tutti e di tutto. 

Pera con Papa Benedetto XVI

Abituato da filosofo a ragionare con la testa e non con i piedi, come spesso accade invece ai politici improvvisati, fra i quali a suo modo eccelle, a mio avviso, il Giuseppe Conte assurto alla presidenza del MoVimento 5 Stelle, Pera ha ricordato all’amico Berlusconi che le sue posizioni in politica estera e spesso anche interna sono vicine a quelle più della Meloni che di Salvini, col quale invece l’ex presidente del Consiglio mostra di sentirsi più in sintonia, specie da quando è capitato ad entrambi di partecipare al governo di Mario Draghi. Alla cui costituzione invece la Meloni si oppose, salvo poi avere con Draghi in persona, specie ultimamente con i problemi creati dalla guerra in Ucraina, rapporti migliori di Salvini. Ma non solo con Draghi, essendosi la giovane leader dei fratelli d’Italia abituata a confrontarsi anche con Enrico Letta.

Pubblicato sul Dubbio

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Chi è stato sottovalutato di più nella guerra in Ucraina: Putin o Biden ?

Biden alla Casa Bianca
Putin al Cremlino

Di fronte agli sviluppi della guerra in Ucraina -tra i missili russi caduti su Kiev durante la visita del segretario generale dell’Onu, peraltro reduce dall’incontro al Cremlino con Putin, e la richiesta di Biden al Congresso di stanziare altri 33 miliardi di dollari per aiutare “fino in fondo” il Paese aggredito nel cuore dell’Europa- dovremmo tutti chiederci chi è stato sottovalutato di più sino ad ora: il presidente che si presume erede addirittura di Pietro il Grande o il presidente americano? Le cui foto sono state spesso analizzate anche sotto il profilo sanitario da alcuni commentatori per valutare chi dei due sia più ammalato: Putin con quella faccia gonfia probabilmente di cortisone, e le mani pesantemente appoggiate su tavoli e tavolini come per impedirne o nasconderne un certo tremore, o Biden con quello sguardo spesso troppo assorto o l’andatura troppo artificialmente sicura. 

Il segretario generale dell’Onu a Kiev

Dei due, il secondo è forse quello che sta sorprendendo di più per la decisione con cui sta contrastando l’altro, con una formula verbale -“faremo tutto il possibile”- che assomiglia a quella adottata a suo tempo per salvare la moneta comunitaria dall’allora presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Che le circostanze vogliono sia ora il presidente del Consiglio italiano, in procinto di incontrare  proprio Biden alla Casa Bianca dopo avere firmato decreti per la spedizione di armi all’Ucraina, fra i crescenti malumori del principale partito della sua maggioranza. Che numericamente in Parlamento non è il Pd di Enrico Letta, come quest’ultimo cerca di far credere, ma ancora il MoVimento 5 Stelle presieduto da Giuseppe Conte. Ai cui dubbi, resistenze, minacce e quant’altro per la linea adottata a Palazzo Chigi nel conflitto ucraino era probabilmente diretto come risposta il monito del ministro della Difesa Lorenzo Guerini riferendo al Copasir -il comitato bicamerale di sicurezza e controllo dei servizi segreti – sulle armi già spedite a Kiev e su quelle che seguiranno: “La guerra scatenata da Putin determinerà un riassetto generale che va ben oltre il fianco orientale dell’Europa”. Pare che se ne sia convinto anche il ministro pentastellato degli Esteri Luigi Di Maio, i cui rapporti politici e forse anche personali con Conte debbono essere ulteriormente peggiorati negli ultimi tempi se il “garante” e ora anche consulente dell’’ex presidente del Consiglio, Beppe Grillo, ha sentito il bisogno di incontrarlo durante la sua ultima visita a Roma, un pò commerciale e un pò politica.

L’editoriale del Corriere della Sera

Di Biden, così diverso dal predecessore Trump, che dava affettuosamente del “Giuseppi” a Conte e ne otteneva insolite disponibilità ad autorizzare i servizi segreti italiani a dargli praticamente una mano nella preparazione della campagna elettorale poi perduta per la conferma alla Casa Bianca, ha giustamente scritto Giuseppe Sarcina nell’editoriale odierno del Corriere della Sera che sembra un pò la riedizione del suo lontano predecessore Franklin Delano Roosvelt. Di cui è rimasto celebre “lo slogan” del 1940, durante la  la seconda guerra mondiale: “L’America sarà l’arsenale della democrazia”. E lo fu realmente, liberando anche l’Italia dall’occupazione nazifascista a costo di perdite umane americane ben superiori a quelle dei partigiani. In nome dei quali i pochi reduci e l’associazione che ne porta il nome hanno contestato, nella ricorrenza della festa della liberazione, l’accostamento della resistenza italiana fra il 1943 e il 1945 e la resistenza di questi tempi in Ucraina: una contestazione che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha a sua volta contestato cantando metaforicamente la famosa e bellissima “Bella Ciao” con Liliana Segre. Che proprio lui nominò senatrice a vita nel 2018 portando ancora sulla pelle -credo- il marchio della prigionia nei campi nazisti di concentramento e di sterminio degli ebrei. 

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