Questo strano Paese in cui si deve avere paura anche delle buone notizie

In questo nostro carissimo ma curiosissimo Paese, col povero Dante a destra, a sinistra o al centro si voglia collocare a sua insaputa, siamo purtroppo condannati a subire ogni giorno una quantità più o meno enorme di cattive notizie, all’ingrosso e al minuto, ma anche a temere le buone, poche o pochissime che siano. Persino quella della cattura a Palermo del super capo mafioso Matteo Messina Denaro, avvenuta non in una sparatoria per strada o in qualche covo ma in una clinica privata, senza lo spargimento di una sola goccia non dico di sangue ma di sudore, o di ansiolitico per gli spettatori colti di sorpresa dall’evento.. Magnifica notizia, che si è trasformata all’istante nell’ennesima occasione di inscenare sospetti, accuse, processi per ora solo alle intenzioni, ma -vedrete- pronti a diventare indagini e processi veri, naturalmente sui giornali prima ancora che nei tribunali. 

Se fossi nel prefetto e ministro dell’Interno Matteo -pure lui, guarda caso- Piantedosi, già danneggiato a suo modo dalla quasi omonimia con Salvini, Matteo anche lui, accenderei ceri e simili davanti ad ogni immagine  della Madonna per strada per scongiurare di finire in galera per favoreggiamento, avendo in qualche modo segnalato a distanza all’ancora latitante il rischio della cattura. Ch’egli avvertiva come  una medaglia da apporre sul proprio petto, oltre a quella che starebbe cercando di guadagnarsi boicottando -dicono le opposizioni- le navi di soccorso ai migranti. Il cui traffico è notoriamente gestito dagli scafisti spendendo il meno possibile e guadagnando il massimo anche impossibile.

Voi riderete, o sorriderete, ma questa è l’Italia dell’informazione, della politica e della giustizia in cui viviamo da non poco tempo. E anche l’Italia della sociologia da strapazzo che ha già fatto dire e scrivere a fior di persone dotate anche di incarichi importanti che la lunga latitanza di Messina Denaro si deve pure o soprattutto al favore di cui il criminale avrebbe goduto -letteralmente- nei “salotti della borghesia”, e chissà se solo siciliana. Lo si diceva e scriveva -fra gli improperi cui una volta si abbandonò in mia presenza l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini buttando s terra la pipa- negli anni di piombo dei terroristi, che lavoravano a loro modo sette giorni su sette, senza sosta o ferie, sparando di spalle e qualche volta ance d faccia. E sparando in orgasmo.

Mi è venuto un colpo -ve lo confesso- a leggere di questa “borghesia mafiosa” anche in una intervista del Procuratore di Palermo Maurizio De Lucia che non conosco, ma per il quale avevo avvertito subito una certa simpatia sapendolo partecipe dell’operazione per la cattura dello stragista più feroce ed elegante, con un orologio al polso del valore di oltre trentamila euro, abiti tutti firmati nel guardaroba, montoni di prima scelta addosso e tutto il resto. Ma mi sono consolato leggendo, sempre del procuratore di Palermo, della “cosa”- ha detto- che lo “ha colpito positivamente”, nonostante le preoccupazioni per “la borghesia mafiosa”. E qual è questa cosa? “Gli applausi -ha risposto- della gente che era all’esterno della clinica”, ma anche all’interno, signor procuratore. Gente che, frequentando una clinica privata, ad occhio e croce può ben considerarsi borghese. E disporre a casa di un salotto, o essere accolta in altri, senza aver letto necessariamente qualcosa del compianto Leo Longanesi. 

Pubblicato sul Dubbio

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