Miracoli politici a Roma e a Palermo, fra pompe di benzina e tribunali

Miracoli politici a Roma, tra Palazzo Chigi  e dintorni, e a Palermo, nell’aula bunker dell’Ucciardone. Dove si si svolge il processo al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini per sequestro di persona, contestatogli dalla magistratura, col beneplacito del Parlamento nella scorsa legislatura, per avere trattenuto nell’agosto del 2019 come ministro dell’Interno 147 migranti sulla nave spagnola Open Arms ostacolandone lo sbarco a Lampedusa.

A Roma Giorgia Meloni è riuscita a calmare i benzinai in rivolta contro “il fango” -hanno gridato annunciando uno sciopero di due giorni- che la presidente del Consiglio avrebbe rovesciato su di loro attribuendo a manovre speculative, e mobilitando la Guardia di Finanza, l’aumento dei prezzi dei carburanti provocato invece dal ripristino delle accise, cioè delle imposte, ridotte dal precedente governo. Lo sciopero dei benzinai del 25 e 26 gennaio  è stato congelato dopo un primo incontro fra le parti e sarà prevedibilmente annullato dopo il prossimo. 

A Palermo invece sono approdati per testimoniare contro Salvini, che rischia 15 anni di galera, gli ex alleati dell’era grigioverde Giuseppe Conte e Luigi Di Maio: il primo sospendendo per qualche ora le sue ostilità ormai abituali o prevalenti contro il Pd nella rincorsa a sinistra per concentrarle contro il leader leghista; il secondo interrompendo i preparativi per l’assunzione, da ex ministro, ex parlamentare, ex pentastellato, dell’incarico prospettatogli a Bruxelles di inviato europeo nel Golfo Persico. 

Entrambi i testimoni politici, pur ignorandosi a vicenda nelle nuove vesti di avversari  per la scissione consumatasi nell’estate scorsa, hanno praticamente portato fuoco o acqua -si vedrà nel prosieguo del processo- all’accusa sostenendo che  Salvini fece tutto da solo nell’estate del 2019, senza il consenso del governo. In particolare, egli ritardò lo sbarco dei migranti dalla nave spagnola di soccorso a scopo sostanzialmente elettorale, nell’ambito di una crisi  da lui stesso concepita e avviata con l’obiettivo di andare alle urne e fare il pieno di voti. Ma l’operazione, come si sa, fu sventata dal Pd di Nicola Zingaretti e ancora di Matteo Renzi sostituendo i leghisti nel secondo governo Conte. E poi votando contro Salvini per mandarlo a processo per sequestro di persona, ripeto, mentre alcuni magistrati peraltro si scambiavano messaggi per dubitare del reato contestato all’ormai ex ministro dell’Interno ma convenire al tempo stesso sulla opportunità giudiziaria, oltre che politica, di tenere  sotto tiro il leader leghista

Il Pd, una volta contribuito a mandare Salvini sotto processo, ma poi rotta l’alleanza politica con i grillini, pur lavorando molti al Nazareno per riprenderla al momento opportuno, se n’è uscito ieri in un salotto televisivo augurando al ministro di essere assolto, data la natura tutta politica della vicenda dei migranti,  ma sostenendo lo stesso l’opportunità del processo. Siamo forse al terzo miracolo politico.

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