Paghiamo da 30 anni i danni dell’infatuazione contro i voti di preferenza

Per fortuna quando leggerete questo articolo sarà scaduto il termine per la presentazione delle liste elettorali. Di cui nessuno ha chiesto una proroga – in questo Paese dove i rinvii sono facili come le onorificenze- perché a nessuno, proprio a nessuno dei protagonisti e degli attori conveniva allungare questa avventura, tanto è  costata di fatica, di imbarazzo e -penso- spesso anche di vergogna per le promesse non mantenute, le bugie dette e persino scritte agli esclusi o ai delusi, i torti inferti, le troppo vistose generosità cortigiane o familistiche e tante altre cose sulle quali il buon Sabino Cassese sul Corriere della Sera ha cercato di volare alto auspicando che la democrazia approdi, o torni, prima o dopo nei partiti. Ma perché, professore, se ciò dovesse e potesse davvero accadere, ci sarebbe un sistema davvero capace di fare rispettare le regole? Ci sarebbe una classe politica disponibile dopo trent’anni di sostanziale sospensione non dico della legge -perché tutto è stato fatto applicando quella via via di turno- ma, più semplicemente e scandalosamente, del buon senso. 

Pino Pisicchio sulla Gazzetta del Mezzogiorno di ieri

Trent’anni -quanti dalla dichiarazione congiunta di Eltsin e Bush sulla fine della minaccia nucleare russa agli Stati Uniti, pensate un pò- sono quelli trascorsi nei calcoli del mio amico Pino Pisicchio dall’ultima volta in cui gli italiani hanno potuto votare per il Parlamento col voto di preferenza: uno solo rispetto ai quattro e a volte anche cinque permessi alla Camera sino alle elezioni precedenti, del 1987. 

Sabino Cassese
Massimo Teodori oggi sul Riformista

Dopo le votazioni del 1992, le ultime col sistema proporzionale picconato con i referendum da una coppia politica inedita come fu quella di Marco Pannella e Mario Segni, ci sono state ben quattro leggi elettorali, tante da “far girare la testa”, senza mai riuscire -ha scritto Pisicchio sulla Gazzetta del Mezzogiorno- a “ridare al popolo la possibilità di scegliere”. Anzi, stando bene attenti a non ridargliela. “Eppure, vivaddio, al Comune -ha giustamente osservato Pisicchio, già parlamentare di lungo corso, di provenienza democristiana in un certo senso sopravvissuta a tutte le ospitalità successive, una addirittura di Antonio Di Pietro -si vota con la preferenza, alla Regione pure e persino al Parlamento Europeo. Al parlamento nazionale però no. Perché?”, si è chiesto Pino invocando la celebre canzone di Jannacci ma non accorgendosi di avere risposto lui stesso con quelle minuscole applicate al Parlamento una volta con la maiuscola. Esso ha progressivamente perduto la propria rappresentatività proprio per il voto di preferenza sepolto dai partiti decisi a nominarselo di fatto da sé il Parlamento, col meccanismo doppio delle liste bloccate e dei collegi uninominali. Sono gli stessi partiti dei quali Sabino Cassese alla sua venerabile età-  quasi 87anni- aspetta ancora la democratizzazione. 

Eccovi spiegate, amici miei, le ragioni del poco edificante spettacolo dato da un pò tutte le formazioni politiche nella formazione e persino nel deposito delle liste, trasferite  vignettisticamente da un ufficio all’altro di notte per evitare incidenti dolosi, diciamo così. E pensare che i dirigenti della tanto disprezzata prima Repubblica- dal disciplinatissimo Pci di Palmiro Togliatti alla meno disciplinata Democrazia Cristiana di Mariano Rumor- quando si trovavano in imbarazzo fra troppe ambizioni se la cavavano, o potevano cavarsela, mettendole alla prova con i voti di preferenza. Bei tempi davvero, purtroppo scambiati anche dal mio amico Mariotto (Segni) per anni di scontata corruzione.

L’ex presidente del Senato Marcello Pera

Adesso mi è capitato di vedere non l’ultimo arrivato ma persone degnissime, di provata sapienza e capacità, come l’ex presidente del Senato Marcello Pera,  tanto per fare un nome, attraversare le cronache politiche come birilli, pedine spostate sullo scacchiere, opportunisti dell’ultima ora fra e all’interno degli schieramenti contrapposti o concorrenti, non so se più costretti o usati per via della legge elettorale, l’ultima di turno. Mi è toccato vedere proprio Pera, accomunato peraltro a Giulio Tremonti, trattato con ruvidezza immeritata dal Foglio: un giornale -mi permetto di ricordare- che deve sostanzialmente all’ex presidente del Senato una buona fonte di sostentamento più ancora di quello originario e cessato di Berlusconi. 

Giuliano Ferrara ieri sul Foglio a proposito di Marcello Pera e Giulio Tremonti
Titolo del Foglio di ieri

Fu per Pera, e Marco Boato, promotori di un movimento ad hoc sulla giustizia, che Il Foglio fu ammesso ad un finanziamento pubblico che gli ha garantito nell’ultimo esercizio 933.228,29 euro. Grazie ai quali il pur prestigioso quotidiano con la sigla dell’elefantino rosso del suo fondatore Ferrara ha potuto attribuire all’ex presidente del Senato e a Tremonti, candidati ora dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni anziché dalla Forza Italia di una volta, una “funzione turiferaria”, e lamentare “la loro tempestività esornativa sospetta“. E il tutto sotto un titolo contro gli “insospettabili parvenu del fascismo liberale”. Dio mio, Giuliano, anche con quel finale da dichiarato “sconcerto”, che hai lasciato fuori dal titolo per ragioni di spazio, contro “la loro incapacità di essere felici restando solo nella propria stanza: scelta che ad una certa età dovrebbe essere predisposta ex lege”. 

Pubblicato sul Dubbio

2 risposte a "Paghiamo da 30 anni i danni dell’infatuazione contro i voti di preferenza"

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  1. MarcoTravaglio e Giuliano Ferrara.Diversità di campo,stesso stile.Si ritengono esseri superiori,capaci di cogliere, spiattellare il lato debole, ridicolo del loro avversario.Non riescono perchè danno l’impressione di avere per motivi personali,il dente avvelenato.

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