La “rivoluzionaria” nomina di Marcello Viola alla Procura della Repubblica di Milano

Titolo del Riformista
La guerra in Ucraina

Scherzi a parte, ma fino ad un certo punto, ci voleva dunque una guerra, nella quale siamo in qualche modo coinvolti aiutando in armi e soccorsi l’Ucraina aggredita dalla Russia, senza per questo doverci sentire fuori dalla Costituzione, come ci ha appena assicurato il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato; ci voleva dunque una guerra, dicevo, perché il Consiglio Superiore di turno della Magistratura trovasse il coraggio, o scoprisse l’emergenza, come preferite, di scegliere al di fuori del perimetro locale il nuovo capo della Procura della Repubblica di Milano. Che è il siciliano Marcello Viola, proveniente dalla Procura Generale della Corte d’Appello di Firenze, e si è guadagnato subito sui giornali titoli come “conquista Milano”, sul Dubbio, o “espugna il fortino di Milano”, sul Riformista: entrambi giornali particolarmente sensibili ai temi della giustizia. 

Nino Di Matteo

Viola, che ha già il vantaggio di non chiamarsi Rosso, il colore a lungo usato, a torto o a ragione, per rappresentare l’orientamento prevalente nella Procura ambrosiana dai tempi di “Mani pulite”, è stato nominato nella prospettiva dichiarata, in particolare, dal consigliere superiore e magistrato famosissimo Nino Di Matteo, di una “discontinuità” nella conduzione di quegli uffici giudiziari. Che sono stati considerati o scambiati, sempre come preferite, come l’avamposto nella lotta alla corruzione e ai partiti della cosiddetta prima Repubblica, praticamente ghigliottinati per le loro pratiche illecite di finanziamento. 

Ma poi sono caduti nelle grinfie di quegli uffici, sia pure in modo meno rovinoso, anche i partiti delle successive edizioni mediatiche o politiche della Repubblica, pur a Costituzione sostanzialmente invariata, se non nel forte ridimensionato dell’immunità parlamentare e in un pasticciato aumento delle autonomie regionali: tanto pasticciato che nessuno si riconosce nel nuovo titolo quinto, relativo appunto alla materia, neppure quelli che una ventina d’anni fa l’approvarono a tamburo battente, sulle sponde del cosiddetto centrosinistra, nella inutile speranza che ciò servisse ad evitare la ripresa dell’alleanza interrottasi fra Silvio Berlusconi e Umberto Rossi nel cosiddetto centrodestra.

Oscar Luigi Scalfaro
Francesco Saverio Borrelli

E’ troppo presto naturalmente per formulare previsioni sulla gestione viola della Procura milanese, chiamiamola così traducendo in colore il nome del nuovo titolare di quegli uffici che hanno davvero scritto anche la storia politica degli ultimi trent’anni dell’Italia provocando, anticipando, intercettando e via dicendo crisi di governo e persino di sistema istituzionale. Nel 1992, per esempio, l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro estese la pratica delle consultazioni per la formazione del governo proprio al capo della Procura di Milano. Che era Francesco Saverio Borelli, delle cui valutazioni, anticipazioni o solo umori Scalfaro si avvalse per rinunciare alla nomina di Bettino Craxi a presidente del Consiglio di fatto già proposta dalla Dc guidata da Arnaldo Forlani. A Palazzo Chigi vi andò, o vi tornò Giuliano Amato, compagno di partito di Craxi e suo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio fra il 1983 e il 1987. 

Giulio Catelani

La “discontinuità” di cui ha parlato Nino Di Matteo commentando la nomina del nuovo capo della Procura di Milano dovrebbe significare o concretizzarsi anche nel ristabilimento della normalità nella tratta giudiziaria Firenze- Milano, chiamiamola così. Da Firenze fu mandato nel 1991 a Milano, a guidare quella volta la Procura Generale della Corte d’Appello, il povero Giulio Catelani: povero perché lo stesso Borrelli, che da capo della Procura di primo grado si era candidato alla promozione,  e altri magistrati gli resero la vita tanto difficile da farlo andare in pensione anticipatamente quattro anni dopo, in un clima a dir poco tossico. 

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Meno male che c’è Draghi a Palazzo Chigi mentre si allunga la guerra di Putin

Non so se inorridire di più all’idea, sfortunatamente realistica per valutazione quasi unanime delle fonti internazionali, a cominciare dalla Nato, di una guerra lunga nell’Ucraina che Putin ha trasformato in un mattatoio, o crematorio, o alla domanda, fortunatamente solo teorica, su cosa ci sarebbe toccato di vivere, oltre che di vedere se a guidare il governo in Italia non ci fosse Mario Draghi ma ancora Giuseppe Conte con la sua terza edizione, tentata poco più di un anno fa e soffocata nella culla, secondo chi lo rimpiange, da quel cattivone di Sergio Mattarella. Che, fra l’altro, con quella decisione si guadagnò senza neppure immaginarlo, anzi suo malgrado, a trasloco già cominciato nella casa appena presa in affitto a Roma  con l’assistenza della figlia, la rielezione alla Presidenza della Repubblica. E non per qualche anno, come era avvenuto con Giorgio Napolitano nel 2013, ma per un altro, intero mandato settennale, se non sarà lo stesso Mattarella a stancarsi o comunque a preferire un anticipo della scadenza per sopraggiunte evenienze o valutazioni politiche. 

Titolo di Repubblica

Non è che Draghi, a dire la verità, se la stia passando granché bene, fra chi lo strattona a destra e a sinistra nella larga maggioranza pur allargatasi di fatto persino a Giorgia Meloni sui temi legati proprio alla guerra in Ucraina, ma l’uomo è tosto.  E, non avendoli frequentati più di tanto, è immunizzato da quella certa tossicità dei palazzi della politica. Se si pone un obiettivo lo persegue con decisione. Se qualcuno esagera in esibizioni muscolari, come ha fatto di recente il predecessore opponendosi all’aumento delle spese militari, non fa finta di niente. Ribatte e va non a lamentarsi  dal capo dello Stato -come gli ha rimproverato il solito Marco Travaglio- ma a riferire inducendo il presidente a richiamare l’interessato con tale efficacia da strappargli la pubblica assicurazione che in ogni caso egli non reciterà la sua parte di scontento sino alla rottura, cioè alla crisi.

Titolo del Fatto Quotidiano

Ora, pur -ripeto- fra le bizze di destra e di sinistra sui vari provvedimenti all’esame del Parlamento con le urgenze poste dal loro collegamento col finanziamento europeo del piano di ripresa, Draghi ha fatto approvare dal Consiglio dei Ministri all’unanimità il cosiddetto documento di economia e finanza, propedeutico al bilancio. E senza per niente scherzare, come gli ha rimproverato invece in un titolo il solito Fatto Quotidiano, ha avvertito che potremmo vivere un’estate torrida, senza i condizionatori d’aria alimentati dall’energia che comperiamo dalla Russia. Alla quale vanno tagliate le unghie, ma anche i soldi destinati al finanziamento delle sue guerre. 

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Il Draghi che continua ad ossessionare Travaglio, Conte, Di Battista e simili è quello già “fotomontato” dal Fatto Quotidiano in tuta militare affiancato al presidente americano Biden, o infilato la prossima volta dentro il carro armato oggi offerto all’indignazione dei lettori con tutti quei soldi  “insanguinati” e buttati al vento, come solo “i pazzi” saprebbero fare secondo una recente sortita di Papa Francesco. Che tuttavia ha un pò corretto il tiro, diciamo così, anche se il giornale di Travaglio ha finto di non accorgersene nella prima pagina di oggi. 

Titolo del Giornale

“Il Papa in trincea”, ha titolato  un altro  quotidiano pubblicando, come altri, la foto del Pontefice che bacia una bandiera non della Russia ma dell’Ucraina, E poi la espone all’ammirazione e al culto dei suoi fedeli in questa Quaresima ormai agli sgoccioli, in attesa della resurrezione della vittima di turno della violenza e dell’odio altrui.

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Fra i meriti di Zelensky c’ anche lo specchio rotto a Beppe Grillo

Titolo del Dubbio
Il presidente dell’Ucraina

Di fronte a ciò che Putin sta dimostrando di sapere o voler fare in Ucraina, magari in vista di chissà quali altre imprese, ci si può chiedere se sia più assordante il silenzio di Silvio Berlusconi o di Giuseppe Grillo, in ordine rigorosamente alfabetico, accomunati una volta tanto da una certa ammirazione, diciamo così, nutrita e manifestata per il capo del Cremlino dell’era post-sovietica: il primo sino a sperare di poterlo associare prima o poi alla Nato. Dove invece Grillo non si è mai spinto ad immaginarlo non avendo un buon giudizio, diciamo così, dell’alleanza atlantica. 

            L’imbarazzo di entrambi è evidente, ed anche comprensibile, per carità. Ma quello di Grillo è doppio perché abbinato al silenzio non meno imbarazzante su quello che potremmo chiamare l’antagonista di Putin. Che è il presidente dell’Ucraina Zelensky, anche se è convinzione diffusa, specie fra gli anti-atlantisti, che sia invece il presidente americano Biden, sostenitore, maggiore finanziatore, suggeritore, fomentatore e quant’altro dell’uomo di Kiev, chiamiamolo così. 

               Per dirla con franchezza, Zelensky ha creato a Grillo più problemi di Putin costringendolo a guardarsi nello specchio e a valutarsi come comico -pure lui- prestato o approdato alla politica. Il casino -scusate la parolaccia, pur diventata  corrente e quasi innocua- creato da Grillo alla e nella politica italiana con quel bizzarro tentativo compiuto nel 2007 di infilarsi nel Pd e poi con la decisione di mettersi  in proprio col Movimento 5 Stelle, portandolo solo 11 anni dopo in testa alla classifica delle forze rappresentate in Parlamento, è stato ed è niente, o quasi, di fronte a ciò che ha saputo provocare e produrre Zelensky non solo nel suo Paese, ma anche o forse ancor più nel mondo.

Putin

            Per raggiungere un simile risultato, facendo saltare i nervi persino ad uno come Putin, che sembrava la quintessenza del ghiaccio, refrattario ad ogni emozione, l’attore comico ucraino non ha dovuto nascondersi dietro nessuna cortina fumogena. Non ha dovuto inventarsi garante di niente e di nessuno. Non ha dovuto cercare controfigure o simili, a meno che non si voglia sostenere che ne abbia trovata una persino in Biden. Non ha dovuto corteggiare, scaricare e ricaricare nessun avvocato e nessun conte, con la maiuscola o la minuscola del caso. Ha fatto tutto e direttamente da solo, smascherando un bel pò di gente, scoperchiando un bel pò di sepolcri imbiancati, gridando in faccia al Consiglio di Sicurezza dell’Onu quello che è, o che è diventato specie dopo il superamento degli equilibri e delle spartizioni politiche concordate a Yalta dopo quella carneficina che era stata la seconda guerra mondiale, non essendo stata evidentemente sufficiente la prima. 

            Ciò che è diventato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite  e tutto intero l’Onu è semplicemente un monumento alle buone intenzioni, o -peggio- all’ipocrisia, in cui uno Stato come la Russia e pochi altri possono bloccare qualsiasi intervento provocato dalle più sconsiderate iniziative loro o dei loro amici. 

            Anche Zelensky, come l’improvvisatore Grillo, ha compiuto i suoi errori, a cominciare da quello di avere irrealisticamente puntato, nelle condizioni geopolitiche in cui si trova il suo Paese, all’adesione alla Nato, fornendo pretesti a Putin, ma non vi ha insistito più di tanto. E si è tolto dall’angolo rapidamente ficcandovi il nemico con la disponibilità gridata a trattare su una neutralità garantita. 

Ciò che resta della comicità di Grillo sul suo blog personale

            A questo nemico, in maniche di camicia come un Alessandro Di Battista qualunque, Conte di fatto offre, volente o nolente, sponde protette, sempre volente o nolente, da Grillo. Che ha impiegato due settimane per rimuovere dal suo blog personale una vignetta sfottente contro i sostenitori dell’Ucraina e sostituirla con un’altra non meno sfottente, e più triviale, contro chi, puntando all’autonomia energetica dalla Russia, accumula gas scoreggiando sotto le coperte di casa. Comicità di bassa lega, direi, anche a proposito della posizione dell’altra Lega, quella di Matteo Salvini, sui problemi aperti dalla guerra di Putin.

Pubblicato sul Dubbio

Fra le vittime della guerra di Putin all’Ucraina c’è anche il centrodestra in Italia

Senza offesa, a questo punto, per chi è morto davvero sul posto, in quell’orrido spettacolo che qualcuno, a Mosca ma anche dai noi, nei nostri salotti televisivi o dintorni, ha avuto la sfacciataggine di scambiare per “fiction”, tra le vittime della guerra che da più di un mese Putin conduce contro l’Ucraina c’ il centrodestra italiano. Lo è ancor più del “campo largo” del cosiddetto centrosinistra allargato ai grillini, diventato un pantano specie dopo che Giuseppe Conte, dismessa la pochette con cui già lo sfottevano al Nazareno chiamandolo appunto così, si è messo in maniche di camicia a rincorrere il “generoso” -parola sua-  Alessandro Di Battista  sulla strada del sostanziale puntinismo antiatlantista. Che è -ahimè- l’ultima tappa di quel viaggio che Silvio Berlusconi si era illuso a Palazzo Chigi di avere fatto cominciare dal capo del Cremlino portandolo a Pratica di Mare. Ricordate? Ah, come passa il tempo, purtroppo inutilmente, o addirittura rovinosamente. 

Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Specie dopo l’ultima sortita di Matteo Salvini -“l’unico, vero leader italiano”, secondo l’elogio o l’incoronazione ricevuta da Berlusconi nel recente ricevimento paranuziale a Villa Gernetto- contro l’espulsione dei trenta diplomatici russi dall’Italia, disposta dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio in sintonia con altri paesi europei per protesta contro la guerra di Putin, il centrodestra italiano ha semplicemente cessato di esistere. Mi sembra diventato come quel piccolo pezzo di parete rimasto appeso nel vuoto in una delle immagini pur meno cruente alle quali ci ha abituato il conflitto in Ucraina: meno cruente certamente di quelle fosse o di quei cadaveri proiettati ieri anche nella sala del Palazzo delle Nazioni Unite dove era riunito il Consiglio di Sicurezza per ascoltare il presidente aggredito Zelensky. 

Augusto Minzolini sul Gioornale

La spiegazione, anzi la giustificazione che ha voluto dare del dissenso, protesta e quant’altro di Salvini il giornale della famiglia Berlusconi in un editoriale firmato dal direttore Augusto Minzolini parla da sola: “Le carte, quelle vere, continuano a giocarle i generali o gli 007. Solo che, se di depotenzia la diplomazia, si corre un pericolo reale: quello di credere solo nelle armi e di perdere la speranza che alla fine una pace ci sia”. Teniamoci quindi strette più o meno tranquillamente -tra una visita e l’altra dell’ambasciatore russo alla Procura di Roma per denunciare i giornali italiani che raccontano la guerra in Ucraina senza attenersi alle notizie del Cremlino- tutte le spie mandateci da Mosca travestite da diplomatici. E voltiamo lo sguardo dall’altra parte, in attesa che Putin si stanchi della sua guerra, o qualcuno -magari- si stanchi di lui a Mosca: cosa, quest’’ultima, che difficilmente però avverrebbe se l’Occidente se ne stesse con le mani in mano, come si dice. 

Dalla prima pagina di Libero

La logica di Salvini, e di chi ha deciso di assumerselo davvero come leader, è in fondo quella dello spietatamente franco Vittorio Feltri. Che proprio oggi se n’è uscito così su Libero: “Ma io insisto: per l’Ucraina è meglio la resa”. E così sembra finita, nonostante la sua recente elezione a consigliere comunale di Milano nelle liste dei “fratelli d’Italia”, anche la fase meloniana, diciamo così, dell’esperienza politica e giornalistica di Vittorio. Che, poveretto, non si darà pace del 20 per cento e più dei voti che Giorgia Meloni, su posizioni politiche opposte alle sue in questa materia, è riuscita a raggiungere nei sondaggi, sorpassando anche il Pd di Enrico Letta. Non parliamo poi delle altre due componenti dell’ormai ex centrodestra di spirito o invenzione berlusconiana. 

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Putin è forte non tanto di suo quanto delle debolezze degli altri

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Repubblica

Non so francamente chi e cosa contribuisca di più alla forza ostentata da Putin nella sua guerra all’Ucraina, che non si fermerà di certo neppure in vista della Pasqua. Alla quale anzi è già stata titolata una “nuova offensiva”, come l’ha chiamata qualche giornale con aria neppure scandalizzata, tanto ordinario è ormai diventato l’orrido spettacolo ordinato dal Cremlino. “Mattatoio Putin”, l’hanno definito sulla prima pagina di Repubblica in stile Biden, diciamo così, avendo fatto ricorso per primo il presidente americano all’immagine del macellaio  parlando di Putin, fra lo sgomento e persino la dissociazione del presidente francese Emmanuel Macron, del cancelliere tedesco Olaf Scholz e ora anche del direttore della Civiltà Cattolica, il gesuita padre Antonio Spadaro, così tradotto -credo non a torto- dal Fatto Quotidiano: “Il Papa lavora alla pace: niente attacchi ai capi”, a cominciare da Putin naturalmente.

L’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa

D’altronde, se veramente Biden e chi la pensa come lui dovessero davvero riuscire a fare spiccare un mandato di cattura da qualche tribunale internazionale per crimini di guerra contro il “capo” appunto del Cremlino, “con chi si potrebbe mai firmare la pace per chiudere la guerra in Ucraina?, si è chiesto ieri sera, collegato con un salotto televisivo in Italia, l’inviato del Giornale Fausto Biloslavo raccogliendo il consenso  persino dell’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa all’insegna del “realismo”. Le guerre sono tutte sporche. Di che cosa dunque ci lamentiamo? Sono sporchi gli eccidi e anche i tentativi di una parte di addebitarli tutti e sempre, o i maggiori, all’altra. Si è appena cercato di farlo anche con la strage di Bucha. E così, cari miei amici, pur di preservarci prima o dopo il sollievo di vedere Putin firmare una pace, qualunque essa sia, anche per resa incondizionata degli ucraini, lasciamogli fare quello che vuole. Diamogli tutto il tempo di cui ha bisogno per arrivare dove e come vuole. 

Ma chi e cosa -mi chiedevo all’inizio- dà tanta forza a Putin? La sua vera solidità, chiamiamola così, o l’altrettanto vera debolezza degli altri? Compresa quella degli europei che inorridiscono alla sola idea di rimanere al freddo nel prossimo inverno, senza il gas vendutoci dal Cremlino, o di vedere chiudere subito qualche fabbrica, non potendoci evidentemente permettere di sperare in quel poco di incoraggiante solidarietà che siamo riusciti a dimostrare e praticare in questi ultimi due anni in Europa alle prese con l’epidemia. E’ già finito lo spirito delle “origini” che avevamo avvertito, inseguiti, aggrediti e quant’altro dal Covid e dalle sue varianti? 

Anche Hitler, anche Stalin, uniti nello spartirsi la Polonia prima di scontrarsi sul resto, sembrarono ai loro tempi invincibili, fino a quando qualcuno non chiese ed altri accettarono di preferire le lacrime e sangue promesse da Churchill pur di venire a capo della guerra, persino soccorrendo uno dei due aggressori per responsabilità dei quali tutto era cominciato. 

Dalla prima pagina di Repubblica

Sì, lo so. Sono discorsi duri da fare e da sentire, peraltro a due settimane scarse dalla Pasqua. Eppure sono discorsi ai quali le persone serie non possono sottrarsi. Possono turarsi le orecchie e chiudere gli occhi  solo i pagliacci o i vigliacchi travestiti, come sempre, da realisti. Che fanno solo rima -nient’altro- con gli statisti. Forse Ignazio La Russa storcerà il muso, ma sono sicuro che, a ben rifletterci, anche lui converrà di essersi fatto prendere troppo la mano in quel salotto televisivo di ieri sera. Può capitare di sbagliare anche ai migliori. Come accade anche in Russia, con la i, dove Putin ha visto crescere, non so bene con quanta attendibilità di sondaggi e simili, il suo consenso all’83 per cento. D’altronde, neppure ad Hitler, come a Mussolini, mancarono i voti per andare al potere e restarvi poi un bel pò. 

La palude in cui Conte in maniche di camicia ha trasformato il “campo largo”

Titolo del Dubbio

Potrebbe tradursi, se non si è già tradotta, nella classica vittoria di Pirro quella conseguita mediaticamente da Giuseppe Conte nella contestazione improvvisata dell’aumento progressivo delle spese militari per portarne il livello al 2 per cento concordato nel 2014 fra i paesi dell’alleanza atlantica. 

Confrontatosi duramente e direttamente col presidente del Consiglio Mario Draghi in persona, sorprendendolo non poco per vivacità e disinvoltura, opposte alle cifre elencategli dall’interlocutore per ricordare gli aumenti effettuati dai due governi da lui presieduti fra il 2018 e il 2020; esibitosi in diretta internettiana come un Alessandro Di Battista qualunque, in  maniche di camicia, contro volontà dei suoi avversari, interni ed esterni al partito, di trattarlo come un subordinato al Pd di Enrico Letta; rassegnatosi ad una spiegazione minimalista strappatagli dal presidente della Repubblica per dissipare le nubi addensatesi sulla maggioranza in un passaggio così difficile anche della situazione internazionale, con una guerra in casa europea scatenata da Putin con l’aggressione all’Ucraina, l’ex presidente del Consiglio ha cercato di passare per vincitore con i sei anni messi nel conto dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini per raggiungere anche in Italia l’obiettivo delle spese militari  pari al 2 per cento del pil, 

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini

Per quieto vivere, diciamo così, comprensivi anche delle difficoltà derivategli da una conferma non proprio esaltante alla presidenza del Movimento 5 Stelle, con meno votanti e anche meno voti della consultazione digitale di sette mesi prima vanificata dai ricorsi giudiziari, Draghi per primo e gli alleati poi hanno consentito a Conte di farsi un giro metaforico al Circo Massimo come trionfatore sul percorso “graduale” delle maggiori spese militari. Lo stesso Guerini si è lasciato benevolmente esporre come l’autore dell’espediente del successo di Conte, lasciando che il 2018 fosse presentato come una sua concessione, o un suo cedimento, rispetto, e non come il traguardo prevedibile dell’intera operazione in base alla media degli aumenti intervenuti dall’ormai lontano accordo del 2014, senza accelerazioni dunque.

Il post della corrente di Guerini, “Base riformista”, contro Conte

L’unica soddisfazione ritorsiva, chiamiamola così, presasi dal ministro Guerini è consistita nel post della sua corrente nel Pd -“Base riformista”, composta praticamente dai renziani rimasti al Nazareno- in cui, su fondo rosso scuro, è stato  gridato: “Per la credibilità dell’Italia servono lealtà e verità, no bugie da cialtroni”. Ma Conte ha finto di non accorgersene ed ha continuato a vantarsi del successo, rincorso dai suoi sostenitori: a cominciare da Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano, fra titoli e fotomontaggi contro il presidente del Consiglio agli ordini sostanziali di Joe Biden, per finire alla vice presidente del Senato Paola Taverna, orgogliosa ancora sabato scorso di poter gridare su quel giornale, in prima pagina, che “Draghi sulla Difesa ha fatto retromarcia”. 

Ora, passate le ore e le giornate dell’autoesaltazione -paragonabili alla “sconfitta della povertà” annunciata col cosiddetto reddito di cittadinanza nel 2018- il presidente dei 5 Stelle è chiamato nei fatti a raccogliere i frutti di ciò che ha incautamente seminato con la sua esibizione muscolare. 

Il segretario del Pd Enrico Letta

Nel Pd il clima nei riguardi dell’alleato non si può proprio dire entusiasmante. Lo stesso fatto che il segretario Enrico Letta per chiudere rapidamente una partita imbarazzante abbia dovuto rivolgersi o aggrapparsi anche lui alla presunta “concessione” di Guerini non ha aiutato e non aiuta Conte. La già ricordata corrente di Guerini ha recuperato in un soffio al Nazareno il terreno che aveva dovuto cedere a Letta l’anno scorso col cambio ai vertici dei gruppi parlamentari, soprattutto al Senato. Dove il “deposto” Andrea Marcucci non si è lasciato scappare l’occasione per avvertire, a commento proprio della vicenda delle spese  militari, che i rapporti con le 5 Stelle vanno ridimensionati. Da “largo” il campo dell’alleanza con le 5 Stelle si è fatto “minato”, com’è stato detto a destra e a sinistra.  E’ più un pantano che un campo, ormai.

Gli sviluppi della guerra in Ucraina promettono ben poco di buono per come Conte ha preferito impostare il problema con una visione sostanzialmente pacifista, e un sottinteso -neppure tanto- polemico verso chi attribuisce tutte o le maggiori responsabilità della crisi a Putin. 

Mario Draghi

        Ma soprattutto, guardando ai dannati aspetti concreti della politica, sono curioso di vedere se e come Conte riuscirà a toccare palla -stretto fra un Draghi a dir poco indispettito e un Luigi Di Maio spiazzato anche lui dall’offensiva “domestica” – nella partita appena avviata di oltre 600 nomine nel cosiddetto sottogoverno, fra consiglieri di amministrazione, amministratori delegati e presidenti di enti e società pubbliche.

Pubblicato sul Dubbio

Putin ormai in corsa per l’inedito Oscar del criminale: parola anche di Occhetto

Titolo di Repubblica

No, questa volta non ci casco. Nel processo mediatico internazionale che si è aperto contro Putin dopo le immagini di Bucha e delle altre località ucraine dove sono stati trovati, per strada e al chiuso, senza neppure bisogno di andare a scavare le fosse comuni, i resti di uomini uccisi con le mani legate dietro alla schiena, non me la sento di condividere le posizioni garantiste di amici come Piero Sansonetti e Walter Veltroni, o di inviati di guerra come Fausto Biloslavo, del Giornale. Che nei salotti televisivi hanno ieri sera lanciato o condiviso, secondo le circostanze, il sospetto delle solite operazioni di propaganda, certo non nuove in una guerra, per rovesciare o solo annebbiare le responsabilità dei crimini che  vengono via via scoperti. 

Draghi di recente alla Stampa Estera

Non cado nella trappola di attribuire quelle atrocità fosse “anche” al presidente ucraino Zelensky e a tutti quelli che ne tirerebbero da lontano le fila come di un pupazzo: da Joe Biden, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, al nostro presidente del Consiglio Mario Draghi. Che non si lascia scappare occasione per ribadire, nonostante il dissenso palese del suo predecessore Giuseppe Conte, che la libertà, ma direi anche l’umanità  compromessa nel centro dell’Europa dipende dalla “resistenza” ucraina alla quale giustamente abbiamo deciso, pur tra i contorcimenti grillini, di prestare aiuti “anche militari”, necessariamente crescenti, visti gli sviluppi degli eventi. 

Dalla prima pagina del Fatto Quotidiano

Non è di Zelensky che parla un uomo di sinitra come Achille Occhetto -l’ultimo segretario del Pci e il primo del Pds-ex Pci, che nel 1994 tentò di sopravvivere alle macerie del muro di Berlino scalando addirittura Palazzo Chigi con una “gioiosa macchina da guerra”- quando dichiara all’insospettabile Fatto Quotidiano, sulla prima pagina di oggi, che bisogna “costringere Putin a fermarsi”: Putin, ripeto, l’aggressore, non Zelensky, l’aggredito. E bisognerebbe fermarlo davvero, un pò prima che cerchi inutilmente di farlo Papa Francesco con la visita a Kiev, o dintoni, che in volo per Malta ha dichiarato di avere “sul tavolo”, a Santa Marta. 

Dalla prima pagina della Stampa

Ma Putin, anche a costo di sembrarvi agli ordini del Biden, espostosi recentemente a Varsavia con l’auspicio, cbiamiamolo così, che qualcuno decida o trovi il modo di togliergli il potere che ha, va fermato appunto a  partire dal Cremlino. Da dove, avvolto pur in abiti civili, pur disponendo ancora -penso- di qualche buona divisa militare, ha talmente obnubilato  la popolazione che “in Russia, sugli adesivi e sui quaderni scolastici, sulle fiancate dei missili e sugli striscioni delle manifestazioni si scrive: possiamo replicare”. Lo ha appena scritto, anzi raccontato sulla Stampa, in prima pagina, non una italiana visionaria di ritorno da quelle parti, ma Anna Zafesova. Il cui solo nome, diciamo così, è una garanzia di conoscenza, anche se la signora ha il torto per i putiniani di lavorare per un importante giornale scelto non a caso dall’ambasciatore russo in Italia, nei giorni scorsi, per la sua clamorosa denuncia alla Procura di Roma per istigazione a delinquere e non so quali e quanti altri reati. 

Achille Occhetto

A proposito di reati, vorrei segnalare che nella sua intervista già citata al Fatto Quotidiano Occhetto ha anche chiesto al governo Draghi, spiazzando forse sia il giornale ospitante sia il rimpianto già presidente del Consiglio Conte, che “adisca al tribunale internazionale contro i crimini di guerra” per portare Putin dove merita di finire, con le buone o le cattive. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Si accumulano un pò troppo i problemi “sul tavolo” di Papa Francesco

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

    Cinico o “macellaio”, secondo Biden, come si è rivelato con le stragi compiute sia negli attacchi all’Ucraina sia nei ritiri ai quali è obbligato da una resistenza che aveva sottovalutato, non credo proprio che Putin si sia impressionato più di tanto apprendendo che il Papa ha “sul tavolo” un viaggio a Kiev, immagino con tanto di blindato giustamente raccomandato da Stefano Rolli nella sua vignetta sul Secolo XIX.  

Intervista di Violante alla Gazzetta del Mezzogiorno
Il titolo della Stampa

Il Papa contro lo zar, disposto a mediare”, ha titolato aulicamente La Stampa. Ma su quel “contro” permettetemi di esprimere qualche riserva, anche a costo di sembrarvi blasfemo, vista anche la popolarità di Papa Francesco cresciuta tra i cosiddetti pacifisti -sino a far perdere la testa in Italia anche a Giuseppe Conte- da quando ha liquidato come “pazzi” quelli che hanno giù aumentato le spese militari o si accingono a farlo, pur se le armi servono stavolta a difendersi dall’aggressione. Anche un uomo di sinistra dichiarata come Luciano Violante, già diventato eretico fra i suoi sul terreno della riforma della giustizia, ha ammonito in una intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno che quello innescato da Putin con l’invasione dell’Ucraina è uno “scontro di civiltà”, come una volta si diceva delle guerre dirette o indirette fra i due blocchi politici e militari usciti dagli accordi di Yalta.  

Titolo del Fatto Quotidiano

Non perché sia fissato o ossessionato da ciò che scrive e titola Il Fatto Quotidiano, quasi una nuova Lotta Continua, ma solo perché gli riconosco una natura tutta politica, il Papa dovrebbe riflettere -sant’uomo- sulla capacità che le sue parole pronunciate nella missione a Malta hanno avuto di  essere tradotte così  dal giornale di Marco Travaglio, a proposito del conflitto in Ucraina: “Guerra preparata da tempo vendendo le armi”. 

Titolo della Verità

Detto o raccontato da destra, con una sintonia non nuova, questo commercio o traffico di armi  che avrebbe  preparato e alimenterebbe ancora il conflitto nel cuore della vecchia Europa è quello degli americani e degli altri paesi occidentali che , come l’Italia governata da Mario Draghi, sostengono la causa ucraina. “Anche i tank Usa a Zelensky. Vogliono la guerra infinita”, ha titolato La Verità di Maurizio Belpietro, rapida anche nel cogliere, denunciare e quant’altro ciò che è “scappato” a Hillary Clinton a proposito di ciò che gli atlantisti, chiamiamoli così, vorrebbero fare della terra messa a ferro e a fuoco da Putin, fra macerie e cadaveri abbandonati per strada: “Un Afghanistan in Ucraina”. Ma stavolta a tirare le fila non sarebbe Breznev dal Cremlino, fortunatamente morto e sepolto da tempo, né quello che nel frattempo ne ha ha preso il posto, cioè Putin, ma Joe Biden dalla Casa Bianca. 

Titolo impietoso del manifesto
La rubrica quotidiana del Fafto

Sentite  “la cattiveria” di giornata del Fatto Quotidiano, naturalmente, diretta e senza intermediari per una lettura appropriata anche degli sviluppi della situazione politica in Italia, e più in particolare dei rapporti fra il Conte contrario all’aumento delle spese militari e i suoi alleati di governo: “Mario Draghi: “Ho sento il presidente Putin, ma non ho capito niente”. Non ti preoccupare, ora ti spiega tutto Biden”. Invece Draghi dovrebbe farselo spiegare -par di capire- da Papa Francesco. Di cui il presidente del Consiglio- cattiveria per cattiveria- è in qualche modo collaboratore, oltre che amico e devoto, come membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. 

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Anche la Russia in fiamme. E Conte si scopre avvolto un pò nel fumo…

Mentre Putin, malato o sano che sia, secondo le varie voci che girano sulla sua salute, comincia a doversi occupare delle fiamme che la guerra scatenata contro l’Ucraina hanno raggiunto anche il territorio della sua Russia, dove serbatoi di combustibili sono stati colpiti non si è ben capito se  da elicotteri ucraini o da sabotatori interni, a Roma Giuseppe Conte è costretto a rendersi conto del carattere effimero della vittoria che -sempre ai margini del conflitto in Europa- gli era sembrato di avere ottenuto nel braccio di ferro improvvisato con Mario Draghi contro l’aumento delle spese militari.

Fotomontaggio del Fatto
Titolo del Fatto Quotidiano

“Draghi sulla Difesa ha fatto retromarcia”, ha continuato a vantarsi oggi sul Fatto Quotidiano la vice presidente grillina del Senato Paola Taverna, una specie ormai di “pasionaria” politica dell’ex presidente del Consiglio, ma lo stesso giornale diretto da Marco Travaglio, pure lui convinto che Conte sia stato il migliore presidente del Consiglio italiano dopo Cavour, ha proposto come coppia vincente e sfidante del governo, in un fotomontaggio di prima pagina, lo stesso Draghi e il suo ministro della Difesa Lorenzo Guerini, entrambi  in sella a un missile affiancato da altri. 

La vignetta del Corriere della Sera

Questa del Fatto è una versione più spaziale, diciamo così, della rappresentazione della coppia fatta da Emilio Giannelli in una vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera. Dove Draghi spinge sicuro il carrello della spesa del governo presidiato in armi da Guerini. Che è solo il ministro della Difesa e, nel partito il capo della corrente chiamata “Base riformista”, composta dai renziani rimasti nel Pd, ma di fatto è diventato con l’offensiva condotta o tentata da Conte il vero capo della delegazione piddina al governo. Che formalmente continua invece ad essere il ministro del lavoro Andrea Orlando. 

Gli equilibri nel Pd nelle ultime 48-72 ore sono cambiati grazie proprio a Conte, che ne vedrà probabilmente gli effetti anche nella partita appena aperta delle 600 e più nomine da fare negli enti e aziende controllate dallo Stato. A proposito delle quali i candidati pentastellati dipenderanno, ad occhio e croce, dall’ultima parola più del ministro degli Esteri Luigi Di Maio che del presidente del MoVimento Conte, a favore della cui offensiva contro Draghi, con tanto di spiegazioni fornite al presidente della Repubblica, il giovane titolare della Farnesina non ha mai pronunciato una parola o fatto una smorfia. Ecco, Di Maio sta al governo, sotto le cinque stelle, come Guerini per il Pd. 

Giuseppe Conte

Di fronte a questo tipo di rapporti personali e politici, e in una legislatura ormai agli sgoccioli, cui ne seguirà non più tardi dell’anno prossimo un’altra nella quale il peso delle 5 Stelle e quello personale di Conte saranno sicuramente inferiori alla “centralità” conquistata nelle elezioni del 2018, tutto diventa aleatorio: anche i sei anni, anziché due, concessi a parole neppure direttamente da Draghi, ma solo da Guerini, per portare le spese militari al 2 per cento del pil. E chissà in quale contesto internazionale e, più in particolare, europeo  anche per gli effetti della guerra in corso adesso persino sul territorio russo. Non sembrano insomma profilarsi tempi incoraggianti per “Pochette”, come già Conte viene ironicamente soprannominato al Nazareno per la sua abitudine di infiocchettare il taschino della giacca. 

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La fiducia fra le macerie della maggioranza, come in Ucraina

La votazione al Senato sul decreto per l’Ucraina

Tutto è o sembra a posto -tra l’ennesima fiducia confermata dal Senato al governo, per giunta sul decreto legge riguardante la guerra della Russia all’Ucraina e gli aiuti anche militari a Kiev, e un incontro definito “sereno” fra il capo dello Stato Mattarella e il presidente pur nervosetto delle 5 Stelle Giuseppe Conte- ma nulla è in ordine né dietro né davanti, né sopra né sotto, né dentro la maggioranza. Se non sono macerie, come quelle tra le quali si muovono in Ucraina civili e militari, poco ci manca ad osservare quello che è accaduto nelle ultime 48 ore fra Camera, Senato, Palazzo Chigi, Quirinale e gli altri anfratti della politica: quelli dei partiti. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Per una volta va riconosciuto a Marco Travaglio, dichiaratamente nostalgico di Conte a Palazzo Chigi, che non ha esagerato rappresentando la situazione politica con questo titolo sul Fatto Quotidiano: “Draghi cede a Conte che si smarca dal Pd”. E spiegando nel cosiddetto occhiello sul riarmo scritto in rosso: “Niente 2024: 2% del Pil in 6 anni” per rispettare l’impegno assunto anche dall’Italia nell’Alleanza Atlantica di portare appunto a quel livello le spese militari in ciascuno dei paesi associati

L’editoriale di Travaglio

Sempre per una volta, il nostalgico di Conte è stato villano ma non arbitrario nel dare del “bugiardo” all’odiato Mario Draghi rinfacciandogli così nel suo editoriale trionfalistico di giornata la conversione alla scadenza del 2028 indicata dal ministro del Pd alla Difesa Lorenzo Guerini , nonostante il 2024 dell’intesa a suo tempo sottoscritta: “Perché, se la sua linea del Piave era sempre stata il 2028, aveva sempre detto 2024, scordandosi di avvertire Mieli, Polito, Merlo, Sallusti&C? Perché allora le sorprese? Per destabilizzare inutilmente il governo? Per far incazzare milioni di italiani distrutti dal caro-bollette? Per regalare un pò di voti a Conte? O solo perché è un bugiardo?”, appunto. 

Dove forse sbaglia Travaglio è a scommettere  su quel pur “pò di voti” in più che potrebbero derivare a Conte, fra elezioni amministrative di giugno ed elezioni politiche ordinarie del 2023, se non prima, per essersi saputo in qualche modo intruppare nell’area cosiddetta pacifista cavalcando il no al 2 per cento del pil in spese militari entro il 2024. Ma chi glielo ha detto -a Travaglio e a Conte- che questo casino, a dir poco, si tradurrà in guadagni elettorali per i grillini? Neppure Papa Francesco, che ha definito “pazzi” i sostenitori dell’aumento delle spese militari, pur in un contesto di guerra da noi non voluto ma semplicemente subìto, potrà votare a giugno e oltre. 

Marcello Veneziani contro Draghi su Panorama

Travaglio e Conte- sempre loro, in coppia, che è poi quella alla quale Beppe Grillo per ora ha affidato le sorti del suo movimento- hanno scambiato, fra l’altro, Draghi per una guardia svizzera onoraria, fermi forse alla sua nomina all’Accademia Pontificia  delle Scienze Sociali, effettuata da Francesco prima ch’egli diventasse presidente del Consiglio. Lo hanno preso per un contemplatore del non larghissimo Tevere, il fiume di Roma che separa in una delle sue curve l’Italia dal Vaticano, e non dell’Oceano Atlantico. Le cui sponde, fra l’Europa e gli Stati Uniti, non hanno mai impedito a Draghi di credere nella utilità, anzi necessità di un rapporto stretto fra loro. Chiamatelo pure “atlantismo di merda”, come -scusate la parolaccia- gridano i pacifisti non necessariamente rossi. Già, perché ce ne sono anche di destra, come dimostra ciò che ha appena scritto di Draghi su Panorama il mio amico Marcello Veneziani: “La sua mission è al fianco degli Stati Uniti e del progetto euro-atlantico a oltranza. Draghi continua a sfoderare la sua ricetta bellicosa: armi e perfino soldati a fianco della causa ucraina, e dunque guerra più che negoziato con la Russa, al fine di far cadere Putin. E magari poi processarlo come pazzo criminale di guerra”, mentre sarebbe un santo già impresso nel telefonino di qualche devoto. 

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