Dal Papa al presepe, dai no vax agli aspiranti al Quirinale…

Titolo del Corriere della Sera

A vedere in televisione il Papa baciare il Bambin Gesù che poi, al termine della messa di Natale, avrebbe personalmente portato nel presepe allestito nella Basilica di San Pietro, e a sentirlo parlare, durante l’omelia, dei pastori che governano le loro pecore in tutte le rappresentazioni dell’evento più dolce della Cristianità, mi sono ricordato della stupidità alla quale è arrivato il cosiddetto popolo dei no vax danneggiando nel Bresciano qualche giorno fa il gregge di un presepe. Che i vandali avevano deciso – salvando, bontà loro, la “sacra famiglia”, come da titolo del Corriere della Sera- di promuovere o degradare, come preferite, a simbolo di quanti si sono vaccinati o intendono vaccinarsi, o rivaccinarsi, rispondendo agli appelli degli scienziati e dei medici, e non solo del governo, per difendersi e difenderci dalla pandemia virale che ci ha un pò cambiato la vita, e ad alcuni -come quei vandali- il cervello. 

Sergio Mattarella

Verrebbe voglia di ringraziare Papa Francesco anche per quel gesto e per quelle parole con cui ha forse voluto anche rispondere a questi sostanziali sabotatori della lotta alla pandemia. Ai quali il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rimproverato noi giornalisti -o più in generale, operatori dell’informazione- di avere dato e di dare troppo spazio, facendoli magari apparire più numerosi e pericolosi di quanto o quanti non siano. E’ un rimprovero che sarà magari piaciuto al senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti, spintosi di recente ad evocare la comunicazione controllata nei tempi di guerra, ma dal quale mi permetto di dissentire. Come da qualche altra esternazione verbale e mimica del pur ottimo Mattarella in questi tempi di corsa al Quirinale, quando dal pubblico si levano nei suoi riguardi, inascoltati, applausi e appelli ad un “bis”, magari temporaneo, per permettere che ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica non sia questo vecchio e politicamente decaduto Parlamento ma il prossimo. Che uscirà dalle urne al più tardi fra poco più di un anno, mica fra due, tre o quattro. 

Giorgio Napolitano

Purtroppo il capo dello Stato col suo diniego, che di fatto ha sinora paralizzato o quanto meno messo in difficoltà i partiti desiderosi di chiedergli un supplemento di pazienza e di fatica, ha scelto una indisponibilità sorprendente per chi aveva preso sul serio qualche anno fa un suo appello a non confondere il “buon senso” di manzoniana memoria per  “il senso comune”. E comune, appunto, sembra essere il parere dei costituzionalisti in cattedra, condivisi pelosamente dai concorrenti palesi, semipalesi e ancora occulti alla corsa al Quirinale, contrario ad una replica dell’eccezionale rielezione a termine di Giorgio Napolitano nel 2013, nel bel mezzo di una crisi di governo e dopo il fallimento delle due candidature alla sua successione messe in campo dal Pd e di segno politico opposto: una, quella del presidente dello stesso partito Franco Marini, appoggiata anche dal centrodestra, e l’altra, di Romano Prodi, circoscritta all’area di centrosinistra. 

Mario Draghi

Secondo me Napolitano, anche lui già impegnato in quei giorni negli imballaggi per il trasloco dal Quirinale, fece benissimo ad accettare di rimanere ancora un pò al suo posto, anche a costo di prestarsi all’infamante campagna del Fatto Quotidiano contro le sue presunte “manovre” per restare. Altrettanto bene farebbe a ripensarci Mattarella, non foss’altro per sottrarre il presidente del Consiglio Mario Draghi al logoramento che gli sta derivando, per il malanimo dei già ricordati concorrenti, da quella disponibilità mostrata all’elezione, nella conferenza stampa di fine anno, in quanto “nonno al servizio delle istituzioni”. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Dal Natale in casa Cupiello al Natale in casa Berlusconi…

Per ragioni di calendario parlerei di Natale in casa Berlusconi. Che è diverso dallo storico Natale in casa Cupiello del grande Edoardo De Filippo perché il presepe stavolta non piace al figlio Tommasino, chiamato in famiglia Nennello, ma al  padrone di casa. Che è addirittura bisnonno, mentre il Luca tante volte recitato da Edoardo De Filippo non è neppure nonno, bensì solo padre di figli un pò problematici, i cui casini coniugali si attorcigliano con quelli di salute del protagonista della tragicommedia. 

Draghi alla conferenza stampa di fine anno

A Berlusconi non piace il presepe praticamente allestito nella conferenza stampa di fine anno dal “nonno al servizio delle istituzioni” Mario Draghi, pur da lui aiutato a diventare prima presidente della Banca Centrale Europea e poi presidente del Consiglio. Sembravano pappa e ciccia, come anche da foto del loro incontro a Montecitorio in occasione delle consultazioni per la formazione del governo oggi ancora in carica, ma i due hanno finito per trovarsi in conflitto, concorrenti entrambi al Quirinale. Ed entrambi in forma anomala, più allusiva che esplicita, più fra le righe che dentro di esse: l’uno -Draghi- minacciando di fatto la rinuncia anche a Palazzo Chigi se non dovesse ottenere il Quirinale e l’altro -Berlusconi- minacciando la fine del centrodestra se nella partita del Colle, quando comincerà davvero nell’aula di Montecitorio con le votazioni dei parlamentari e dei delegati regionali, le componenti dell’alleanza non rimarranno compatte come hanno tornato a impegnarsi nell’incontro di ieri a Villa Grande, sull’Appia antica. 

Il sondaggio per il Corriere

Se sarà crisi di governo per la rinuncia di Draghi a restare a Palazzo Chigi con un altro capo dello Stato, il Parlamento rischierà le elezioni anticipate di un anno, a beneficio forse di una campagna elettorale di poco più di due mesi. Se sarà crisi e rottura del centrodestra, né Matteo Salvini né Giorgia Meloni, che se la contendano inseguendosi e sorpassandosi a vicenda nei sondaggi elettorali, riusciranno ad aggiudicarsi la guida del governo per assenza appunto della coalizione e della vittoria ancora oggi assegnatale dall’ultimo sondaggio riferito da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera. 

Giuliano Ferrara sul Foglio

Giuliano Ferrara, sostenitore convinto di Draghi al Quirinale ma amico ed estimatore festoso di un Berlusconi al quale deve sia la sua breve esperienza di ministro nel 1994 sia la nascita poi del suo Foglio, ha appena scritto che “nessuno dei fantasisti vuole cedere le armi e arrendersi prima del tempo”. Ed ha indicato nella “candidatura esplicita e irrituale del grande Berlusconi, il bisnonno” ciò che “scompagina il gioco presidenziale soffuso, un pò obliquo, sottopelle ch’è tradizione e vanto di una Repubblica istituzionale con regole da club esoterico”, oltre il quale c’è”il chiacchiericcio su mille altre soluzioni possibili, almeno virtualmente”. Ben scritto, alla maniera di un Ferrara in forma. diversamente da quello che ogni tanto si lascia prendere la mano, anche lui, da ragionamenti di una voluta stravaganza o contorsione.

Ignazio La Russa al Corriere

Aiuta a capire la situazione anche un testimone del vertice del centrodestra svoltosi ieri  -ripeto- nella villa romana di Berlusconi: Ignazio La Russa, il più navigato dei “fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni. “Lui -ha detto parlando di Berlusconi- non ha avanzato la sua candidatura ma ne abbiamo parlato come se lo avesse fatto. Credo che stia facendo dei sondaggi per capire come ampliare una maggioranza attorno al suo nome: un allargamento trasparente dei numeri. Quando deciderà immagino farà un appello a tutti: Renzi, il Pd, i Cinquestelle”. Vasto programma, direbbe la buonanima di De Gaulle. 

Ignazio La Russa ancòra al Corriere

Su come potrà andare a finire l’ex ministro della Difesa ha detto: “Io non scommetto nemmeno al Superenalotto, dove si vincono miliardi. Figuriamoci se sommette dove non si vince nulla”. Ma forse in quel nulla c’è già tutto.

Ripreso da http://www.startmag.it

Giochi e giochini della politica lungo la strada del Quirinale

In quel panettone affettato da Mario Draghi con le facce degli aspiranti al Quirinale, tutti ora minacciati dalla sua disponibilità a trasferirvisi da Palazzo Chigi, Emilio Giannelli ha visto non a torto la rappresentazione più felice, in tempi natalizi, della conferenza stampa  del presidente del Consiglio conclusiva dell’anno e forse anche del suo governo. Cui potrebbe ben subentrarne un altro, con la stessa maggioranza di sostanziale unità nazionale, se allo stesso Draghi dovesse davvero accadere di sostituire Sergio Mattarella alla scadenza del mandato settennale, fra poco più di un mese. 

La vignetta di Staino sulla Stampa

Altrettanto realistica è la vignetta di Sergio Staino sulla Stampa con quell’ambulanza pronta a portare all’ospedale o Silvio Berlusconi, se afflitto dalla sconfitta nella corsa al Colle, o il suo amico e compagno di partito Renato Brunetta afflitto dalla sconfitta invece di Draghi. Che rimanendo a Palazzo Chigi non potrebbe passargli la staffetta di presidente del Consiglio, come ministro più anziano, neppure per un giorno, o un’ora.

Titolo del Giornale

Della prospettiva di una mancata promozione del presidente del Consiglio, nella presunzione che essa possa lasciare in corsa Berlusconi, si è gonfiato il petto, o il cervello, il Giornale di famiglia con quel titolone di prima pagina su “Tutti contro Draghi al Colle”, anche se non sembra che siano proprio tutti. Il Pd , per esempio, è quanto meno diviso, come al solito,  sulla questione, come pure nella valutazione del no sinora opposto da Mattarella all’ipotesi di una sua conferma praticamente a termine. Che pure consentirebbe di lasciare prudentemente le cose come stanno nell’anno residuo della legislatura e, soprattutto, anche se non si ha il coraggio di dirlo pubblicamente, di lasciare la successione a Mattarella alle nuove, più rappresentative e più legittimate Camere di seicento parlamentari, fra deputati e senatori, contro i 945 eletti nel 2018. 

Parlare di Camere delegittimate dopo una riforma così significativa della loro composizione voluta dalla forza politica maggiore, e centrale, che ne fa parte, e nella prospettiva certa di una mancata conferma degli equilibri politici usciti dalle urne quasi quattro anni fa, non è fine, diciamo così. E’ considerato farisaicamente quasi un rutto a tavola dai presidenti delle assemblee parlamentari e dagli altri vertici istituzionali, compreso il pur schietto presidente del Consiglio, praticamente sottrattosi a quell’impertinente giornalista che ha cercato di farlo parlare di questo problema con la penultima domanda della conferenza stampa di ieri. Tutto va bene sotto questo aspetto, madama la marchesa. 

Altrettanto irrilevante è considerata la questione della durata della campagna elettorale, che tutti fingono di non vedere e non sentire ma è praticamente già in corso, destinata quindi a trascinarsi per un anno e mezzo, contro i settanta giorni formalmente previsti dalla legge. La politica purtroppo ha le sue consolidate abitudini, che hanno contribuito a farle perdere credibilità o autorevolezza, come preferite, a vantaggio o di altri poteri, come quello giudiziario, o del qualunquismo. Non a caso i partiti maggiori galleggiano ormai attorno al 20 per cento dei voti. E la maggioranza relativa, a volte persino assoluta, come hanno dimostrato le elezioni amministrative e politicamente suppletive di ottobre, è stata ormai conquistata dall’assenteismo, cioè dal non voto.

Titolo del manifesto
Titolo di Libero

In questa situazione può risultare anche divertente che la figura del nonno felicemente riproposta da Draghi per stemperare la lotta politica, o contenere le ambizioni personali, e tradotta nella “guerra dei nonni” dal manifesto, sia servita ai tifosi di Berlusconi per vantarne la superiorità come “bisnonno”. Forza, visto che così si chiama con l’invocazione all’Italia il partito fondato e tuttora posseduto dallo stesso Berlusconi: andate avanti così e vediamo come andrà a finire. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Mario Draghi, il migliore dopo Alcide De Gasperi

Titolo del Dubbio

Se la memoria non mi tradisce, sono undici gli ex presidenti “superstiti” del Consiglio: Arnaldo Forlani, Silvio Berlusconi, Lamberto Dini, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Giuseppe Conte, nell’ordine in cui si sono succeduti a Palazzo Chigi fra prima, seconda, terza e non so quant’altre Repubbliche, visto che ogni tanto qualcuno se ne inventa una, tutte comunque a Costituzione invariata,  come solo nel nostro fantasioso Bel Paese può accadere.

Voglio sperare che gli undici ex abbiano avuto occasione di seguire televisivamente da casa la conferenza stampa di fine anno tenuta da Mario Draghi e ne abbiano invidiato la concisione. Che ne ha fatto non un tecnico, non un improvvisato ma il più professionale dei presidenti del Consiglio.

L’uomo, anzi “il nonno”, come lui ha preferito definirsi, non ha avuto bisogno di spendere molte parole per confermarsi “a disposizione delle istituzioni”, pronto a proseguire il suo lavoro di presidente del Consiglio anche con un altro presidente della Repubblica, a patto che disponga della stessa, larga maggioranza che lo ha sostenuto sinora. E della quale si è mostrato soddisfatto elogiandone i partiti, per quanto alcuni di essi abbiano ogni tanto mostrato disagio, sofferenza e quant’altro. 

Draghi non ha avuto bisogno di molte parole neppure quando, non escludendo praticamente di poter essere anche lui il successore del “saggio” ed “esemplare” Mattarella, ha liquidato come più chiaramente non si poteva l’ipotesi che lui al Quirinale possa praticare quel “sempiresidenzialismo” surrettizio indicato anche da alcuni suoi estimatori, come il ministro legista e amico Giancarlo Giorgetti. Nella laconica risposta ad un giornalista che gli aveva teso  questa trappola con una domanda sulla figura appunto del capo dello Stato egli ha detto che la nostra è e rimane una Repubblica parlamentare. Nella quale il capo dello Stato non può “accompagnare” e tanto meno “sostituire” il presidente del Consiglio. Che, per quanto nominato dal presidente della Repubblica con iniziativa autonoma, come a Draghi è capitato appunto con Mattarella, si affida poi al Parlamento e accetta di esserne praticamente dipendente.

Il Presidente della Repubblica -ha spiegato, sempre da professionista, l’ex presidente della Banca Centrale Europea parlando di quando e come fu chiamato da Mattarella alla guida del governo- più o prima ancora che “un notaio”, come spesso si dice, è costituzionalmente il “garante dell’unità nazionale”. In none della quale egli si sentì  appunto chiamato alla Presidenza del Consiglio, vi è rimasto e potrebbe ancora rimanervi. 

Complimenti, signor presidente.

Pubblicato sul Dubbio

Nonno Draghi a disposizione delle istituzioni, compreso il Quirinale

Nell’attesa conferenza stampa di fine anno, lodevolmente anticipata  almeno di una settimana a beneficio di una lettura e interpretazione appropriate della situazione politica, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha condizionato la sua permanenza a Palazzo Chigi con un altro presidente della Repubblica, scadendo il mandato del “saggio”, “esemplare” e quant’altro Sergio Mattarella, alla permanenza dell’attuale maggioranza.  Che egli ha definito “di unità nazionale”, coerentemente con la convinzione di Mattarella nel nominarlo dopo una lunga e tortuosa crisi di governo non rievocata per ragioni di gusto, o di stile, come preferite: una convinzione comunque condivisa dal Parlamento accordandogli la fiducia mai venuta meno lungo il percorso del nuovo esecutivo. 

Quanto poi alla possibilità, che Draghi praticamente non ha escluso omettendo di parlandone in modo esplicito, di una sua elezione al posto di Mattarella, il presidente del Consiglio ha tenuto a scrollarsi di dosso il semipresidenzialismo immaginato per lui dal ministro leghista ed amico Giancarlo Giorgetti. Non tocca al capo dello Stato -ha detto e spiegato Draghi rispondendo ad una domanda quasi trappola di un giornalista- “accompagnare” con chissà quali iniziative e suggerimenti il presidente del Consiglio. Che, una volta da lui nominato, dipende dal Parlamento, che gli accorda o nega la fiducia all’inizio e lungo il suo percorso di lavoro. Il capo del governo non poteva sminare meglio o di più il campo di una sua pur non cercata candidatura al Quirinale. Così come meglio Draghi, presentandosi come “un nonno al servizio delle istituzioni”, non poteva prendere le distanze dal “capriccio” contestatogli di recente dal Giornale della famiglia Berlusconi come possibile concorrente dello stesso Berlusconi nella corsa al Quirinale.

Ma la domanda forse più insidiosa l’ha  forse rivolta verso la fine della conferenza stampa Claudia Fusani, del Riformista, chiedendogli di pronunciarsi sulla sostanziale delegittimazione di un Parlamento chiamato, a poco più di un anno dalla scadenza, e in un quadro politico radicalmente cambiato rispetto alle elezioni politiche del 2018, a eleggere un nuovo Presidente della Repubblica da lasciare in carica sino al 2030. Ma anche a questo passaggio politicamente scabroso il presidente del Consiglio si è sottratto dicendo praticamente che la circostanza è quella che è. E non c’è verso che qualcuno possa cambiarla di propria iniziativa. A meno che – ma questo Draghi si è guardato dall’aggiungerlo per discrezione e quant’altro- non provvedano le forze politiche a proporre  a larghissima maggioranza al presidente della Repubblica uscente una conferma per il tempo necessario a consentire l’elezione del suo successore da parte delle nuove Camere, ridotte peraltro di un terzo dei seggi e con un ben diverso rapporto di forza tra i gruppi, e relativi partiti, che ne faranno parte. 

E’ stata, quella di Draghi, nel complesso una conferenza stampa di fine anno insolita anche per concisione, naturalmente lodevole. 

Ripreso da http://www.startmag.it

L’handicap di queste Camere alle prese con la scadenza del Quirinale

Finalmente. Era ora che qualcuno sui giornali si accorgesse, o finisse di fingere di non essersi accorto del grave handicap in cui si trova questo Parlamento -nato dalle urne del 2018- nell’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale: un handicap in parte involontario, essendo cambiati casualmente, diciamo così, i rapporti di forza iniziali fra i gruppi – con più di 250 trasmigrazioni, fra deputati e senatori-  e in parte voluto con imperdonabile leggerezza, quanto meno, dai grillini. I quali, ottenuta  fortunosamente più di quattro anni fa la maggioranza relativa dei voti, come i democristiani di una volta, vollero subito segare le gambe alle Camere tagliandone i seggi di un terzo, per cui il Parlamento ha subìto un invecchiamento precoce. 

Rispetto alle Camere dimagrite della prossima legislatura, non più tardi della primavera del 2023, queste che stanno per essere convocate per la successione al Quirinale sono vecchie, flaccide, decadenti, se si offendono -con i loro presidenti- ad essere considerate decadute. E in queste condizioni- ripeto- sono chiamate ad eleggere un nuovo presidente della Repubblica destinato a rimanere in carica sino al 2030, trasmettendogli -direi- un vizio di rappresentanza.

Giovanni Diamante sul Messaggero
Titolo del Messaggero

Eppure -ha osservato giustamente il professore Giovanni Diamante oggi sul Messaggero citando una recente rilevazione di Demos- “ben 63 italiani su 100 dichiarano di avere molta o abbastanza fiducia nel Presidente della Repubblica: un dato in crescita di cinque punti sull’anno scorso. Il parlamento -ha continuato con la minuscola il professore a contratto- non supera il 23 per cento, in linea col dato del 2020, mentre i partiti, seppure in crescita, sono sostenuti dal 13 per cento dei cittadini”. Sono  numeri che parlano da soli e portano a condividere il titolo di richiamo in prima pagina che Il Messaggero ha dato all’articolo del suo collaboratore: “Il Quirinale e il voto di un Parlamento distante dal Paese”.

Titolo interno del Messaggero

Ancora più chiaro e impietoso è il titolo interno del quotidiano romano: “Ma la scelta del Presidente sarà fatta da un Parlamento mai così distante dal Paese”. Ripeto: mai così distante dal Paese, che nel frattempo è stato investito da emergenze così gravi -sanitaria, economica e sociale- da avere salutato con un sospiro di sollievo il sostanziale commissariamento della politica avvenuto con la formazione del governo di Mario Draghi. Cui il Parlamento ha accordato la fiducia senza rendersi conto che, in realtà. a giocare di più è stata la fiducia accordatagli da Draghi, come ha scritto qualche costituzionalista disincantato. 

Mattarella ieri al teatro fiorentino del Maggio

In questa situazione, con i partiti o coalizioni divisi fra di loro e al loro interno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella continua a ricevere richieste e incoraggiamenti dal pubblico -ieri a Firenze, come il 7 dicembre a Milano, nel contesto di un evento musicale- ma anche a lanciare segnali, pur ogni tanto contraddetti da silenzi, di indisponibilità ad una soluzione di onorevole compromesso, o onorevole uscita dall’impasse di natura politica e istituzionale in cui ci troviamo. Mi riferisco ad una rielezione a termine del presidente uscente, per quanto ignorata -e perciò non impedita dalla Costituzione- per consentire alle Camere nuove, e più rappresentative del Paese, la scelta del suo successore. 

Per fortuna -l’unica per ora- il conto alla rovescia verso le votazioni parlamentari previste attorno al 24 gennaio per l’elezione del presidente della Repubblica è lunghetto, diciamo così. Spero che non venga sprecato. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Quel fazzoletto di Sergio Mattarella a uso intermittente di saluto

I quirinalisti sono rimasti così spiazzati dalla rinuncia del presidente della Repubblica a parlare dell’ormai solito congedo nel discorso di fine anno pronunciato davanti alle autorità raccoltesi per gli auguri di fine anno, che hanno preferito non scriverne nei loro resoconti. Come se non fosse stata una notizia il fazzoletto metaforicamente rimasto nelle tasche di Sergio Mattarella per non usarlo in un saluto di commiato dopo sette anni trascorsi al Quirinale. 

D’altronde, quel fazzoletto -sempre metaforico- era stato riadoperato da Mattarella poche ore prima, in mattinata, alla Farnesina per accomiatarsi dagli ambasciatori convocati dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Dai quali tuttavia il capo dello Stato si era già accomiatato qualche giorno prima, ricevendoli al Quirinale e inserendo nel suo discorso “un inciso di mezzo rigo”  di  sostanziale congedo registrato con la solita precisione sul Corriere della Sera da Marzio Breda. 

Mi risulta, magari a torto, che fra i presenti all’incontro con le autorità a rimarcare di più, e con soddisfazione, l’assenza del congedo, o simili, dal discorso del capo dello Stato sia stato ieri sera al Quirinale il presidente del Consiglio Mario Draghi. Che è rimasto evidentemente ad una cena di qualche settimana fa, pur smentita nei contenuti, in cui praticamente propose a Mattarella di farsi rieleggere per ottenerne a sua volta la conferma a Palazzo Chigi dopo le dimissioni abitualmente presentate dal governo al presidente della Repubblica eletto appena insediato, o reinsediato. 

Mi risulta anche, magari a torto pure questa volta, che fra tutti, dietro quella faccia da sfinge che oppone a chi gli accenna il problema,  Draghi sia il più imbarazzato per la volontà che gli viene attribuito -per ultimo dall’Economist- di trasferirsi al Quirinale per farsi sostituire a Palazzo Chigi dal fidato ministro attuale dell’Economia Daniele Franco, salvo essere costretto da qualche manovra politica avventata proveniente dall’interno dell’attuale maggioranza per una crisi senza altro sbocco che le elezioni anticipate. 

Titolo del Giornale

Se l’Economist ha recentemente fornito i chiodi, diciamo così, agli altri possibili concorrenti al Quirinale per crocifiggere Draghi a Palazzo Chigi, e risparmiare al Paese un governo sicuramente mento autorevole ed efficiente di quello da lui oggi guidato,  l’ancora più autorevole Financial Times li ha rimossi ieri sostenendo che da presidente della Repubblica egli potrebbe ugualmente -se non addirittura di più- garantire lo stato di grazia, o quasi, in cui ha messo il Paese in questi mesi, nonostante la perdurante pandemia virale e tutto il resto. Curiosamente a schiodare Draghi da Palazzo Chigi, diciamo così, sulle colonne del Financial Times è stato l’ex direttore dell’Economist Bill Elmott, che già sulla Stampa di qualche giorno fa, in verità, aveva provato a correggere il periodico che aveva guidato ai tempi di Berlusconi al governo in Italia, dandogli dell’inadatto e vincendo anche una causa intentatagli dal Cavaliere. 

Titolo del Foglio
Il blog di Grillo sulle elezioni in Cile

Particolarmente soddisfatti dei chiodi rimossi dal Financial Times, e forse anche dai famosi mercati che lo condizionato o riflettono, sono stati naturalmente al Foglio. Il cui direttore Claudio Cerasa -“il ragioniere” solitamente sfottuto da Marco Travaglio- si è abbandonato ad un sogno alimentato dalle notizie giuntegli di un tifo anche di Beppe Grillo per Draghi al Quirinale. “Un bacio tra Grillo e il Cav”, ha titolato Cerasa, per quanto Grillo in quel momento stesse confezionando il suo blog personale con la mente e il cuore rivolti molto più lontano: in particolare al Cile. Il cui esito delle elezioni a favore del giovane candidato della sinistra alla Presidenza  Grillo ha festeggiato nel modo più colorato e natalizio possibile, diavolo di un uomo. 

Che fatica, per il Cavaliere in corsa, guardarsi soprattutto alle spalle…

Titolo del Dubbio

In guerra lo chiamano fuoco amico. E’ quello che ti colpisce dalla tua parte. La corsa al Quirinale non è, o non dovrebbe essere una guerra, anche se i tempi bellici sono stati evocati in questa lunga pandemia virale, ma politicamente è qualcosa che le assomiglia un pò per la posta in gioco. Che non è solo la Presidenza della Repubblica ma anche ciò che potrebbe derivarne sugli equilibri di governo, già travolti una volta dall’elezione del Capo dello Stato con una maggioranza diversa da quella dell’esecutivo in carica. Accadde nel 1971 con l’elezione del democristiano Giovanni Leone senza i voti dei socialisti, che per reazione o ripicca- come preferite- uscirono dal centrosinistra. Proprio quella elezione è stata evocato qualche giorno fa dal segretario del Pd Enrico Letta con preoccupazione. 

Fra tutti i candidati al Quirinale non dico virtuali, perché sarebbero tutti gli italiani di 50 anni compiuti e titolari dei “diritti civili e politici”, come dice l’articolo 84 della Costituzione, ma più esposti -diciamo così- c’è Silvio Berlusconi. Al quale l’amico, anche se un pò meno di qualche anno fa, ed ex presidente del Senato Marcello Pera ha appena riconosciuto filosoficamente su Libero il merito di avere rotto la tradizione farisaica di candidarsi non candidandosi, tanto evidente sarebbe ormai la sua corsa al Colle, pur non ancora formalizzata o da lui esplicitamente ammessa.

Intervista a Libero

E’ una candidatura, quella di Berlusconi, insidiata anche da Pera, già evocato come un possibile esponente del centrodestra alternativo al Cavaliere e nascostosi -sempre su Libero- dietro l’ironica osservazione che certe cose vengono curiosamente confermate quando si smentiscono. Ma più ancora che da Pera con questa sostanziale disponibilità a non tirarsi indietro se dovesse avere l’occasione di entrare nella partita, la candidatura di Berlusconi è insidiata da quella potenziale -la più titolata dai giornali da un bel pò di settimane- da Mario Draghi. Di cui proprio Berlusconi si vanta di essere estimatore ed amico, prodigatosi a tal punto per facilitarne l’insediamento a Palazzo Chigi nello scorso mese di febbraio da essere oggi il più preoccupato di tutti a immaginarlo -rovinosamente per l’Italia- in un’altra postazione politica e istituzionale. Alla quale quasi quasi lo stesso Berlusconi si sarebbe accollato l’onere di candidarsi al Colle proprio per evitare vuoti pericolosi alla guida del governo con una elezione del presidente del Consiglio: così eccezionale, del resto, da non avere precedenti nella storia della Repubblica. 

Non dico che anche quello di Draghi, se dovesse uscire dall’ermetismo che molti gli rimproverano e confermare la volontà già attribuitagli dall’Econmiist di succedere a Sergio Mattarella, possa e debba essere definito “fuoco amico” contro Berlusconi, perché Draghi è fuori da ogni schieramento, ma è ben definibile fuoco amico, appunto, quello del ministro forzista Renato Brunetta. Che, pur sapendo quanto Berlusconi tenga al Colle e possa essere disturbato, diciamo così, da una candidatura come quella di Draghi, si è appena prodigato in una intervista al Corriere della Sera nella difesa di una destinazione quirinalizia del presidente del Consiglio. Che peraltro proprio lui come ministro più anziano sarebbe chiamato a sostituire temporaneamente: avverbio che non basta a tranquillizzare Marco Travaglio, già ossessionato dall’idea che le elezioni presidenziali possano trascinarsi così a lungo, oltre la scadenza del mandato di Mattarella, da assistere alla supplenza della presidente forzista del Senato Maria Elisabetta Alberto Casellati.  Uno scenario- tra Brunetta e la Casellati- da incubo per il direttore del Fatto Quotidiano, spesosi ieri con un titolo di allarme. 

Renato Brunetta

Come avrà preso Berlusconi la difesa dell’ipotesi di Draghi al Quirinale fatta da Brunetta, fiducioso che i partiti siano tanto responsabili da non farsi tentare dalle elezioni anticipate temutissime dai parlamentari che sono un pò dei tacchini alla vigilia di Natale; come avrà preso Berlusconi, dicevo, la sortita di Brunetta vi lascio immaginare. Lo stesso vale per l’incontro che Giorgia Meloni ha avuto con la vice presidente della regione Lombardia e forzista  onoraria Maria Letizia Moratti: un incontro che è bastato e avanzato a far sognare la prima donna al Quirinale nella redazione di Repubblica pur descalfarizzata ormai.Dove l’ostilità al Cavaliere è stata chiaramente espressa dal direttore Maurizio Molinari domenica, lamentando “gli scandali che lo hanno avuto protagonista”, e ribadita il giorno dopo dall’ex direttore Ezio Mauro. Il quale senza evocare -bontà sua- scandali veri o presunti, ha liquidato Berlusconi come una delle “tre destre” del Paese da tenere a bada: quella “conservatrice” della Meloni, quella “reazionaria” di Matteo Salvini e quella “liberal-cesarista”, da “ossimoro”, dell’ex presidente del Consiglio. Che, poveretto, per marcare la differenza dai suoi alleati ha pure ripristinato il trattino separando il centrodestra quando ne scrive. Tutto inutile, a quanto sembra. 

Altro “fuoco amico” è arrivato a Berlusconi da Vittorio Sgarbi. Che addirittura da uno dei canali televisivi del Biscione ha l’altra  sera rivolto all’amico il consiglio di sponsorizzare lui stesso la candidatura di Draghi. Che potrebbe disobbligarsi nominandolo poi, e meritatamente, senatore a vita, anche a costo -aggiungo- di procurare a Travaglio un travaso di bile. 

Pubblicato sul Dubbio

Mattarella sospende a sorpresa il rito del congedo al Quirinale

Per una volta, e che volta, nel Palazzo del Quirinale e davanti a tutte le autorità convenute per gli auguri di fine anno, il presidente della Repubblica al termine di un lungo discorso di ringraziamenti e di elogi a tutti, ma proprio tutti, nella lotta alla pandemia virale e nella ricostruzione del Paese su basi nuove, ha evitato di ricordare la conclusione del suo mandato. E tanto meno di ribadire la indisponibilità ad una conferma che non gli è stata chiesta ancora da uno schieramento necessariamente e naturalmente largo di forze politiche ma dalla popolazione sì. Basterà ricordare quel bis accompagnato ripetutamente da sei minuti di applausi la sera del 7 dicembre scorso alla prima della Scala, lo storico teatro dell’opera di Milano: applausi incredibilmente scambiati dal sindaco della città, Beppe Sala, per un indebito, inopportuno strattonamento del presidente della Repubblica. La cui giacca quella sera gli è rimasta comodamente e tranquillamente addosso. 

Non sembra proprio casuale l’omissione o l’interruzione del rito del “congedo” da qualche tempo adottato al Quirinale, e ribadito con comunicati e altro di fronte anche ad iniziative legislative al Senato di modifiche alla Costituzione. In attesa delle quali si era prospettata la possibilità di un temporaneo e sostanziale prolungamento del mandato di Sergio Mattarella, D’altronde, solo qualche giorno fa di congedo si è evitato di parlare anche nei comunicati del Quirinale e della Santa Sede sulla visita del presidente della Repubblica al Papa, preannunciata originariamente come commiato.  

Una rondine non fa primavera, dice un vecchio proverbio. E sarebbe, del resto, davvero fuori stagione. Ma sperare in un’apertura del presidente della Repubblica ad una rielezione, in attesa che a provvedere alla sua successione possa essere un Parlamento più legittimato di quello in scadenza, non è un delitto. Nè un’offesa al capo dello Stato, neppure se quest’ultimo dovesse tornare a congedarsi nel messaggio televisivo di Capodanno a reti unificate. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Brutte notizie per Berlusconi dalle cronache della corsa al Quirinale

Maurizio Molinari su Repubblica di ieri

L’ombra del Torrino del Quirinale si allunga sempre di più sulla politica. Non c’è notizia, dichiarazione, retroscena che non si presti an una lettura quirinalizia, appunto, a favore o contro questa o quella ipotesi di candidatura per la successione di fine gennaio a Sergio Mattarella. Già, perché siano sempre nel campo delle ipotesi, non essendosi nessuno ancora azzardato -almeno fra i politici in vista e più quirinabili- a proporsi esplicitamente: neppure Silvio Berlusconi. Che pure sovrasta tutti nella fantasia di chi lo vorrebbe al vertice dello Stato e di chi non vorrebbe neppure sentirne parlare, come ha sbrigativamente proposto di fare ieri su una Repubblica pur ormai descalfarizzata il direttore Maurizio Molinari. Il quale ha scritto, nell’editoriale sovrastante quello solito del “fondatore” ormai preso da argomenti prevalentemente filosofici: “La sola ipotesi dell’elezione al Colle dell’ex premier Silvio Berlusconi -figura altamente divisiva per gli scandali che lo hanno avuto protagonista-  descrive il rischio di un clamoroso passo indietro tanto sulla stabilità interna che sulla credibilità internazionale”. Ne sarà rimasto soddisfatto Marco Travaglio, che sul suo Fatto Quotidiano tratta spesso la Repubblica di carta come un giornale ormai semiberlusconiano. E che ancora è ossessionato di giorno dall’idea che Berlusconi ce la possa fare davvero a scalare il Colle -con una gigantesca “campagna acquisiti” di parlamentari inutilmente segnalata dallo stesso Fatto alle Procure della Repubblica- e di notte dall’idea che al Quirinale vada invece Draghi. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Di quest’ultimo al posto di Mattarella sentite quali sono gli effetti più immediati temuti dal giornale di Travaglio con un richiamo di prima pagina sistemato quasi in apertura: “Crisi gestita dai forzisti Brunetta&Casellati”. Brunetta da ministro più anziano diventerebbe presidente del Consiglio, in attesa che il nuovo venga nominato -chissà poi perché- dalla presidente supplente della Repubblica Casellati, appunto.  Evidentemente Travaglio teme anche un prolungamento delle elezioni presidenziali tale che Casellati sostituisca Mattarella scaduto il 2 febbraio e anche il capo dello Stato successivamente eletto per fare  lei le consultazioni e nominare un nuovo presidente del Consiglio, magari confermando l’amico di partito già insediatosi a Palazzo Chigi per ragioni di anzianità. 

Titolo del Corriere della Sera

Proprio a Brunetta il Corriere della Sera ha chiesto in un titolo di prima pagina, con una intervista di Monica Guerzoni, se Draghi potrà andare al Quirinale, dove peraltro non lo vuole Berlusconi. “Devono dirlo i partiti”, ha risposto il ministro forzista aggiungendo come elemento di valutazione o previsione rafforzativo di questa candidatura che non ci sarebbe pericolo alcuno di elezioni anticipate. Che i parlamentari naturalmente temono come i tacchini la vigilia di Natale. 

Titolo del Foglio
Titolo di Repubblica

Immagino la delusione, a dir poco, di Berlusconi nel leggere il “suo” Brunetta che di fatto spalleggia Draghi al Quirinale come i suoi amici del Foglio con due titoli sovrastanti gli articoli del direttore Claudio Cerasa e del fondatore Giuliano Ferrara. Non vi dico poi che cosa avrà procurato a Berlusconi la notizia dell’incontro di Giorgia Meloni con l’attuale vice presidente della regione Lombardia Letizia Moratti, subito proiettato da Repubblica sulla corsa al Quirinale: una  botta per il Cavaliere forse peggiore dell’invito del pur amico  e deputato Vittorio Sgarbi, formulatogli da uno dei suoi canali televisivi, a sponsorizzare Draghi, anzichè inchiodarlo a Palazzo Chigi come su una croce, aspettandosene  poi la gratitudine con una meritatissima nomina a senatore a vita.  Come fece Giuseppe Saragat -ricordo- con Giovani Leone dopo l’elezione a presidente della Repubblica, nel 1964, in una gara dalla quale lo stesso Leone, candidato dalla Dc, si era ritirato volontariamente. Ma Leone, eletto sette anni dopo, nel 1964 aveva 56 anni, contro gli 85 di Berlusconi oggi. 

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