L’aquila italiana ha volato bene nella missione in Afghanistan, sino all’ultimo

            Non so quale nome gli americani abbiano dato alla loro operazione di recupero e partenza da Kabul di quanti si sono affidati alle forze militari a stelle e strisce per abbandonare l’Afghanistan tornato nelle mani dei talebani. Noi italiani abbiamo scelto quello dell’aquila, che è poi il volatile adottato dagli statunitensi per il loro simbolo confederale.  

Lo stemma degli Stati Uniti d’America

            Agli americani sarà difficile, quanto meno, portare via in aereo dalle piste dell’aeroporto di Kabul tutti coloro ai quali hanno promesso il soccorso e l’espatrio. E ciò per i tempi troppo stretti che essi stessi si sono imprudentemente dati nelle trattative che  hanno condotto con i talebani per ritirare i propri contingenti armati dopo vent’anni di occupazione.

Un cargo americano in partenza da Kabul

            A noi italiani sarà invece più facile rispettare gli impegni entro venerdì 27 agosto, quando dovranno cessare i voli dei nostri apparecchi, essendo i giorni residui del mese di agosto destinati nell’aeroporto solo alla smobilitazione degli ultimi presidi militari occidentali preposti alla sorveglianza e alla sicurezza delle piste e degli impianti.

            I numeri dell’operazione italiana dell’Aquila sono stati forniti alle commissioni Esteri e Difesa congiunte della Camera e del Senato dal governo. E sono di 3741 afghani garantiti e protetti dai nostri militari e diplomatici, di cui 2659 già sbarcati in Italia e i rimanenti in partenza ma già al sicuro nell’aeroporto, ha detto ieri il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. L’inviato della Stampa racconta invece da Kwait City di un numero imprecisato di afghani destinati all’Italia ma non ancora in aeroporto a Kabul, almeno nel momento in cui lui trasmetteva il suo reportage.

            Significativo, per la prova di efficienza che l’Italia è riuscita a dare nella sua partecipazione, sino all’ultimo, alla spedizione occidentale in Afghanistan è anche il particolare riferito da Guerini che armi e mezzi italiani non sono finiti nelle mani dei talebani, diversamente da ciò che è accaduto a quelli americani lasciati in dotazione alle forze afghane che hanno opposto una “quasi nulla resistenza” ai talebani. Di quest’ultima, sconcertante circostanza -per quanto prevedibile, in verità, nel momento in cui  gli americani hanno trattato direttamente appunto con i talebani il ritiro delle truppe degli Stati Uniti e dei paesi alleati- il ministro della Difesa italiano ha detto che occorrerà “un’analisi in diverse sedi, a cominciare dalla Nato”.

            L’Italia, insomma, ha fatto ben bene le cose che le spettavano. E con Draghi a Palazzo Chigi credo che stia facendo bene anche le cose consentite alle sue forze, e al prestigio del presidente del Consiglio, per porre le basi di un controllo internazionale di quanto sta accadendo e ancora più accadrà in Afghanistan, a tutela dei  semi di libertà e diritti civili che gli occidentali -noi occidentali, pur con i nostri limiti e difetti- abbiano saputo spargere sulla società di quelle terre.  Neppure la paura dalla quale sono fuggiti in tanti, e tanti ancora vorrebbero ancora fuggire,  può giustificare il disfattismo alimentato -ahimè- in Occidente anche dalla cosiddetta intelligentja.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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