Quella sede galeotta dell’incontro fra Enrico Letta e Giuseppe Conte

             Senza volere scomodare Wlilliam Shakespeare col suo Amleto e quel metodo nella follia che induce a simulare ciò che non c’è e dissimulare ciò che c’è, l’incontro svoltosi fra il novo segretario del Pd Enrico Letta e quello in pectore, o non so dov’altro, del movimento grillino, che è l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha una curiosa dicotomia.

            Il contenuto dell’incontro è stato tradotto da Conte nell’immagine di “un cantiere” aperto, in cui i due partiti o movimenti si confrontano, dialogano e magari stringono accordi impegnativi di governo ad ogni livello, anche locali in questa lunga vigilia di elezioni amministrative, notoriamente rinviate all’autunno. Da Letta è stato tradotto addirittura in una “affascinante avventura”, che è stata definita “sorprendente” su Repubblica da Stefano Folli, in qualche modo in sintonia con Laura Pellegrini. Che nella sua vignetta firmata, al solito, Ellekappa fa capire sullo stesso giornale che avrebbe preferito morire prima di dovere sentir dire e vedere che il Pd è “l’interlocutore privilegiato dei 5Stelle”, come del resto pensava anche Nicola Zingaretti, il predecessore dell’attuale segretario chissà perché, a questo punto, dimessosi per la “vergogna” procuratagli dal poltronismo delle correnti. Alle quali poteva bastare e avanzare che egli cominciasse davvero a prescrivere e fare rispettare una certa dieta, senza fare tanto chiasso e aggravare con la sua protesta l’immagine del partito.

            Tuttavia il luogo che Letta ha scelto per incontrare Conte, di fronte alla storica Basilica romana di Sant’Andrea della Valle, fra l’altro famosa per essere stata immaginata da Giacomo Puccini nel primo atto della sua Tosca, è il più distante politicamente dal tipo di operazione che i due hanno indicato con le loro dichiarazioni. E questo non per la bella Chiesa barocca che troneggia sulla piazza, ma per il posto preciso che in un altro edificio di quella piazza Letta -presumo- ha scelto per incontrare Conte: la sede della sua Arel. Dico “sua” perché lì, nell’Agenzia di Ricerche e Legislazione, il segretario del Pd è in qualche modo cresciuto intellettualmente e politicamente al seguito dell’economista e più volte ministro Beniamino Andreatta. Il cui rigore intellettuale e la cui assonanza politica con Aldo Moro mi sembrano francamente di una distanza -ripeto- siderale dal movimento grillino: sia nella versione d’esordio, sia in quelle di segno diverso e contraddittorio emerso dalle alleanze di governo strette prima con la Lega di Matteo Salvini e poi col Pd di Zingaretti, sia infine in quella che Conte elabora faticosamente, a dir poco, maneggiando codici, contratti e quant’altro. E dividendosi fra la professione o l’esperienza forense e la vocazione politica scoperta governando, pur a suo modo, in questa così anomala legislatura.

            Anche Conte, sempre a suo modo, ha più volte fatto professione di moroteismo per affinità geografiche, essendo pugliese, e culturali col compianto statista democristiano così ferocemente sequestrato e poi assassinato dalle brigate rosse. Ma consentitemi di dire -io che l’ho davvero conosciuto e un po’ anche frequentato, diversamente sia da Letta sia da Conte, non foss’altro per ragioni anagrafiche- che Moro avrebbe scambiato i grillini per marziani: lui che pure sapeva scrutare il futuro più di tanti altri ai suoi tempi.

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