In aumento la polvere delle cinque stelle, e il timore di ricadute su Draghi

            In un MoVimento, con le maiuscole anagrafiche, spaccato ormai su tutto, e col suo “garante” ridotto al “solo che ride” nella tragedia generale, secondo la impietosa rappresentazione vignettistica sulla prima pagina del già amico Fatto Quotidiano, non poteva rimanere unito solo il collegio dei probiviri. Dove infatti Raffaella Andreola ha preso le distanze dagli altri due colleghi e ha denunciato la violazione delle regole commessa dal reggente peraltro scaduto Vito Crimi attivando le procedure di espulsione di quanti hanno negato la fiducia parlamentare al governo di Mario Draghi. I quali rischiano pertanto di essere aggiunti arbitrariamente alla novantina dei 338 parlamentari eletti nelle liste delle 5 Stelle e già usciti di loro o cacciati dal movimento nei meno dei tre anni trascorsi dalle elezioni politiche del 2018.

            Siamo a un un bilancio che dice da solo di quali dimensioni sia la crisi del pur ancora maggiore partito rappresentato in Parlamento. Che ha condizionato la vita dei primi due governi dell’accidentata legislatura in corso, ma ha perduto buona parte del suo potere contrattuale nel governo Draghi per l’ampiezza della maggioranza che il nuovo presidente del Consiglio ha voluto e saputo raccogliere attorno a sé grazie anche alla forte investitura d’emergenza ottenuta dal capo dello Stato.

            Alla crisi del MoVimento, sempre con le maiuscole anagrafiche, corrisponde il malessere, a dir poco, del giornale che è stato abitualmente il suo punto di riferimento, a volte persino di ispirazione, diretto da Marco Travaglio. Che, sempre più deluso dall’uscita repentina di scena di Giuseppe Conte, di cui ormai scrive al passato sulla sua Repubblica anche il buon Eugenio Scalfari, ha già messo una scopa nelle mani del successore Draghi nel solito fotomontaggio di prima pagina per accusarlo di nascondere i problemi sotto il tappeto e di praticare lo sport, chiamiamolo così, dei rinvii già contestato a Conte dagli avversari. E che ne hanno provocato alla fine la caduta: altro che i complotti dei “poteri forti”, e avidi dei fondi europei della ripresa, lamentati dai nostalgici dei precedenti governi. Nell’ultimo dei quali peraltro si è appena scoperto che l’ex deputato grillino Alessandro Di Battista, insorto in difesa degli amici ora sotto procedura di espulsione, contava di poter entrare se a Conte fosse riuscito il tentativo di una terza riedizione della sua esperienza a Palazzo Chigi.

            Nervoso più del solito per la piega presa dalla politica con l’arrivo di Draghi, il direttore del Fatto Quotidiano ha reagito con particolare fastidio al sospetto avanzato in una recente intervista dall’ex direttore e ora editorialista del Corriere della Sera Paolo Mieli che al nuovo presidente del Consiglio possano derivare noie giudiziarie per iniziativa dei soliti magistrati, in particolare pubblici ministeri, molto accreditati e sostenuti, appunto, dal Fatto. Ma nella polemica che ne è seguita Travaglio si è un po’ tradito, diciamo così, scrivendo che i precedenti delle nuove parti politiche della maggioranza, liquidate come “magna magna” o colluse la mafia, potrebbero giustificare le sorprese temute da Mieli. E concludendo, testualmente, che se lo stesso Mieli “sa qualcosa di indagini già aperte e tenta di screditarle o bloccarle preventivamente, lo dica e lasci perdere il Fatto”. Che evidentemente vuole gustarsi lo spettacolo pseudogiudiziario senza farselo guastare da nessuno.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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