I grillini promettono a Draghi di “rompergli le scatole”, parola del capogruppo al Senato

              Per competere a suo modo con i colleghi del  MoVimento che dopo di lui avrebbero parlato o votato come dissidenti contro Mario Draghi -15 su 92 eletti, secondo i calcoli del compiaciuto Fatto Quotidiano–  il capogruppo dei grillini al Senato Ettore Licheri ha definito “vigile”, “attento” e non ricordo come altro ancora l’appoggio della sua parte politica al nuovo governo, come se quella ai due governi precedenti di Giuseppe Conte fosse stata distratta o incauta. Ma, preso dalla foga del discorso, come un avvocato -quale lui è davvero- in un tribunale per difendere il cliente o un pubblico ministero per accusare l’imputato, Licheri ad un certo punto ha buttato il cuore e la parola oltre l’ostacolo e ammonito il presidente del Consiglio che tutto il gruppo 5 Stelle gli avrebbe “rotto le scatole”, testuale.

            Draghi dai banchi del governo, spesosi così bene nel discorso programmatico e nella replica di tono apparso degasperiano a qualche suo estimatore, ha sorriso ma non troppo, spero non cominciando a pentirsi di avere risposto all’appello drammatico del presidente della Repubblica accettando di formare il governo delle emergenze sanitaria, sociale ed economica, svincolato da ogni formula politica giù sperimentata in questa stranissima legislatura. Svincolato sì da ogni formula politica -avrà pensato l’ex presidente della Banca Centrale Europea- ma non dal buon senso. E obiettivamente, non essendosi svolta nell’aula di Palazzo Madama una festa goliardica, ha poco senso accogliere e fiduciare un governo promettendogli di rompergli le scatole. O votandogli una fiducia così sofferta da piangerci sopra, come la pentastellata Cinzia Leone.

            Un uomo come Draghi e un governo come quello così accoratamente chiestogli dal capo dello Stato al termine di una crisi fra le più attorcigliate della storia della Repubblica, che pure ne ha viste di serie e anche drammatiche, come quella dell’estate del 1964 che procurò un ictus all’allora presidente Antonio Segni e aveva indotto il capo dimissionario del governo Aldo Moro ed altri politici di primo piano a dormire per qualche notte fuori casa temendo un colpo di Stato; un uomo come Draghi, dicevo, e un governo come quello che gli è toccato di guidare meritavano un esordio parlamentare migliore. A dispetto delle distanze formali fra i 262 sì, i soli 40 no  e i 2 astenuti proclamati dalla presidente dell’assemblea, occorreva un esordio, diciamolo pure, più serio nel comportamento della forza politica che è la maggiore di quelle rappresentate in Parlamento.

            Con questa forza che perde continuamente pezzi per strada e che per non perderne ancora grida ai quattro venti di essere decisa a rendere dura la vita al governo, rompendogli appunto “le scatole”, il Pd di Nicola Zingaretti, orgogliosamente convinto di essere il vero perno del sistema, ingiustamente penalizzato nei numeri parlamentari, ha appena costituito un “coordinamento” o “intergruppo” a garanzia non si capisce bene, a questo punto, di che cosa.

            E’ vero, come si osservava già alla vigilia della presentazione del nuovo governo alle Camere, che siamo da ieri in Quaresima. E la Quaresima è tempo di penitenza dopo i bagordi del Carnevale, pur penalizzato anch’esso dalla pandemia. Ma la Quaresima è successiva, appunto, al Carnevale. E l’unica appendice, di qualche giorno, consentita dalla liturgia è quella di rito ambrosiano, non romano. Ed è Roma la Capitale d’Italia, coi suoi palazzi istituzionali, non Milano. Dove si può ancora ridere.

 

 

 

 

 

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