La lunga difesa -30 anni- di Calogero Mannino dalla Giustizia

            Già a statuto speciale di suo dal lontano 1948, la regione siciliana sul piano giudiziario è diventata a statuto specialissimo. Solo lì poteva francamente accadere che un galantuomo, evidentemente colpevole solo di essere stato un politico, più volte ministro, dalla Marina Mercantile all’Agricoltura, dai Trasporti al Mezzogiorno, potesse trascorrere una trentina dei suoi 81 anni compiuti il 20 agosto scorso difendendosi dall’amministrazione giudiziaria. Che alla fine lo ha assolto da tutte le accuse via via formulate contro di lui dagli uffici dell’accusa, che consentitemi di scrivere con la minuscola: dal concorso esterno in associazione mafiosa a violenza o minaccia ad un corpo politico o istituzionale dello Stato, in riferimento alle cosiddette trattative con la mafia nella stagione delle stragi. Ma lo ha assolto, senza risparmiargli il carcere “preventivo”, prendendosi quasi un terzo della sua vita. Scrivo naturalmente del democristianissimo, mai pentito, direi orgogliosamente irriducibile, Calogero Mannino.  

            Le ripetute assoluzioni di Mannino-  l’ultima delle quali appena sfornata dalla Cassazione per la vicenda della trattativa, su cui altri imputati condannati in primo grado, tra mafiosi incalliti, generali e uomini politici, sono ancora sotto giudizio in appello, avendo scelto il rito ordinario, e non quello abbreviato saggiamente consigliato all’ex ministro dal suo primo difensore, il compianto giurista Carlo Federico Grosso-  non sono francamente fiori all’occhiello della quanto meno ostinata -sarà pur consentito dirlo- Procura della Repubblica di Palermo.

            Quella o quelle di Mannino sono vicende giudiziarie tutte svoltesi nella regolarità formale, che potrebbe persino essere vantata come dimostrazione di un sistema perfettamente garantista, in cui alla fine vince il famoso tempo galantuomo. Ma se questo tempo è lungo quanto quello che ha dovuto aspettare Mannino, capite bene che le cose non stanno per niente come possono apparire agli ottimisti, o ingenui. Qui c’è qualcosa -scusatemi- che grida vendetta. E sarebbe ora che qualcuno si decidesse a cambiare o far cambiare registro nella gestione della Giustizia, per farle meritare davvero la maiuscola che per abitudine siamo ancora soliti conferirle. Ma le responsabilità non sono solo dei magistrati. Sono anche nostre, dei giornalisti, che riusciamo spesso a precederli e fare anche di peggio.

            Ricordo modestamente con orgoglio la mattina di quel lontano 1992 in cui da direttore del Giorno abbandonai per protesta la trasmissione in diretta di Mezzogiorno italiano, di una rete allora Fininvest, in cui il conduttore Gianfranco Funari, vantandosi poi di solidarietà che avrebbe ricevuto personalmente dall’editore nella vicenda, aveva cercato di imbastire un processo proprio contro Mannino per concorso esterno in associazione mafiosa, facendosi forte di una cronaca pseudo-giudiziaria dell’Unità. Lo mandai furiosamente a quel posto prendendomi del “picciotto” da un altro collega ospite.

            Vorrà pur dire qualcosa se, a parte le prime pagine di qualche giornale, chiamiamolo così, di nicchia garantista, oggi per trovare la notizia dell’assoluzione definitiva di Mannino bisogna spingersi a pagina 24 del Corriere, 13 del Messaggero, 9 della edizione palermitana di Repubblica, 10 del Tempo e Avvenire. Ditemi voi se questo è giornalismo.

 

 

 

 

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Quello sfogo galeotto ma vuoto di Conte a favore delle elezioni

            Se ha smentito le voci che gli attribuivano cedimenti all’ipotesi tanto disprezzata del “rimpasto” di governo pur di evitare una crisi destinata a sfociare nelle elezioni anticipate, minacciate dal Quirinale con ripetuti segnali mai smentiti, figuriamoci se adesso il presidente del Consiglio non smentirà “il caso” attribuitogli sulla Stampa e sul Secolo XIX da Carlo Bertini. Che ha riferito di uno “sfogo” sfuggito a Conte, appunto, parlando per mezz’ora con un ministro del Pd dopo il discorso nel quale al Senato Matteo Renzi gli aveva contestato il piano attribuitogli sull’uso dei fondi europei della ripresa e prenotato il passaggio all’opposizione, e quindi la crisi, nel caso in cui non lo avesse radicalmente cambiato.

            “Sarebbe meglio andare a votare”, si sarebbe sfogato a questo punto il presidente del Consiglio con un interlocutore peraltro consapevole, come spiega il vecchio Sergio Staino in una vignetta sul Riformista, che “ci deve essere qualcuno che suggerisce a Renzi cosa pensa la base del Pd”. Di cui del resto il senatore toscano, ora socio della maggioranza come leader di Italia Viva,  è stato segretario anche durante l’esperienza di presidente del Consiglio.

            “Certo, la risposta del premier -ha scritto lo stesso Bertini nel rivelarla- va contestualizzata, come la scarica di una tensione accumulata. Uno sfogo, appunto. Perché Conte, per pudore verso il ruolo del presidente della Repubblica e, per rispetto istituzionale, non lo chiederebbe mai e mai lo ripeterebbe in pubblico”.

            D’altronde, se mai ne fosse davvero tentato il presidente del Consiglio con una richiesta di elezioni anticipate, pur essendone lo spettro servito a ridurre la dissidenza dei grillini verso la riforma del Mes e ad evitare la crisi, metterebbe Sergio Mattarella nei guai. Ma in guai grossi perché, pur rientrando lo scioglimento anticipato delle Camere nelle sue insindacabili prerogative costituzionali, il capo dello Stato non potrebbe obiettivamente sottrarsi al dovere di tentare una soluzione diversa prima di ricorrervi. Glielo ha già chiesto senza mezzi termini proprio Renzi. Che in una intervista al Messaggero ha appena ripetuto come più chiaramente non poteva: “Se scoppia la crisi, si cerchi una maggioranza”  diversa dal’attuale, non per andare alle elezioni subito ma per evitarle.

            A quel punto credo onestamente che per sottrarsi ad un simile passaggio, che secondo la mia personalissima opinione non potrebbe prescindere dall’ipotesi di un cosiddetto governissimo presieduto dall’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, a Sergio Mattarella non potrebbe bastare l’opinione appena affidata al Corriere della Sera dall’ormai intervistatissimo, influentissimo, misteriosissimo e quant’altro Goffredo Bettini. Secondo il quale “si va alle elezioni se il governo implode”.

            Potrò sbagliare, nonostante lo “sfogo” attribuitogli dalla Stampa, ma a dissentire sarebbe alla fine lo stesso Conte, sapendo -a meno di ambizioni a dir poco smodate- che difficilmente potrebbe ricapitargli dopo le elezioni di tornare o restare presidente del Consiglio, o diventare chissà che altro, neppure se improvvisasse all’ultimo momento, fra le ceneri o le rovine dei grillini, un partito personale. Non gli andrebbe meglio che nelle elezioni del 2013 a Mario Monti, sopravvissuto politicamente come senatore non per i voti raccolti ma per il laticlavio concessogli precedentemente e generosamente dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

 

 

 

 

 

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Sotto il balcone di Matteo Renzi e le sue minacce “revocabili” di crisi

            Sapete ormai che, anche a costo di darmi la zappa sui piedi, dopo una vita spesa a scrivere cronache e commenti, preferisco le vignette agli editoriali. E ve le ripropongo spesso per darvi un’idea di ciò che bolle nel pentolone della politica italiana in questi tempi peraltro di confusione forse senza precedenti nella pur lunga ed accidentata storia più che settantennale della Repubblica. Lo faccio anche oggi privilegiando ancora una volta Emilio Giannelli. Che sul Corriere della Sera ha preso alla lettera la cronaca di Fabrizio Roncone dal Senato su quel Matteo Renzi che “si prende tutta la scena” prenotando, o quasi, la prossima crisi, dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è riuscito bene o male, col solito aiuto di Sergio Mattarella dietro le quinte, ad evitare quella che i  dissidenti grillini avevano minacciato di fargli esplodere tra i piedi sul sempre controverso tema del Mes. Su cui è inutile che stia a dirvi di più per non confondervi le idee, bastando e avanzando la confusione di chi se ne occupa nel governo.

            Ebbene, Giannelli ha messo sul balcone di Palazzo Venezia proprio Matteo Renzi e, manipolando un celebre e infausto discorso di Mussolini, visto forse che la M tira ancora forte nelle librerie, gli ha fatto dire: “L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni revocabili”. Delle quali in effetti l’ex presidente del Consiglio ha un po’ esagerato nei mesi scorsi preannunciando crisi cui poi ha rinunciato all’ultimo momento, come potrebbe accadere anche stavolta con la storia della regìa, competenze, posti e quant’altro per la gestione dei fondi europei miliardari della ripresa, o nuova generazione.

            Giustamente Stefano Cappellini su Repubblica, per niente distratto o influenzato dalla foto di un Conte un po’ giù d’umore ripreso al suo posto nell’aula di Palazzo Madama e molto piaciuta al polemicissimo Domani di Carlo De Benedetti, che ne ha fatto una mezza copertina, ha scritto che “il duello” in corso è “dall’esito imprevedibile” perché “Renzi può iniziare una campagna tattica senza essere certo dello sbocco strategico” e “ la furbizia di Conte non va sottovalutata”. Ciò anche se Bettino Craxi era convinto che tutte le volpi fossero destinate a finire, prima o poi, in pellicceria.

            La situazione politica quindi rimane precaria anche dopo la crisi scampata ieri sul Mes e le nuove, tantissime riunioni più o meno di vertice, con capidelegazione al governo, esperti e quant’altri che Conte riprenderà a convocare, presiedere, interrompere, rinviare e quant’altro, senza mai venire a capo di nulla, visto che poi i contenziosi rimangono aperti o addirittura aumentano.

            Il quadro è ben espresso da un’altra vignetta che vi propongo, anch’essa non certo per la prima volta. E’ quella di Sefano Rolli sul Secolo XIX, in cui il presidente del Consiglio ha una stampella che non lo sostiene ma lo scuote a voltaggio imprevedibile. E’ la stampella naturalmente di Renzi, sotto il cui balcone tuttavia Giannelli sul Corriere ha ottimisticamente immaginato solo un povero cane

 

 

 

 

 

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La spintarella del Senato a Ottaviano Del Turco verso la tomba

Tre anni e 11 mesi di detenzione inflittigli nel 2015 per una “induzione indebita” contestatagli nove anni prima ,insieme ad un ‘altra ventina di capi d’imputazione bocciati , peraltro senza che l’accusa avesse trovato una traccia concreta e incontrovertibile di utilità ricavata indebitamente nell’esercizio delle sue funzioni di presidente della giunta regionale d’Abruzzo, sono valsi la perdita del cosiddetto vitalizio parlamentare a Ottaviano Del Turco. Che a 76 anni di età compiuti il 7 novembre scorso è chiuso in casa a consumare quel che della vita gli hanno lasciato un tumore, un Parkinson e l’Alzehimer.

Mi scuso naturalmente con i familiari dell’ex parlamentare e sindacalista socialista per la rivelazione delle malattie di Ottaviano, che mi permetto di chiamare per nome per vecchi rapporti di amicizia di cui mi sento ancora onorato, nonostante il disonore che secondo la mentalità corrente in questi curiosi e drammatici anni di non ricordo più quale Repubblica, se terza o quarta, spetterebbe allo sventurato. Per il quale naturalmente non vale la irretroattività delle pene.

Il caso dell’ex onorevole Del Turco è così clamorosamente disumano che non hanno avuto il coraggio di renderlo noto neppure quelli che lo hanno voluto e deciso. Costoro hanno rinunciato allo scoop, tanto deve essere apparso orrido anche alle loro coscienze. Hanno generosamente, diciamo così, lasciato lo scoop agli avversari, che non hanno certamente fatto sconti nel raccoglierlo, definendo la decisione “una mascalzonata” e invocando la grazia presidenziale come sanatoria.

Non per fare un torto a Ottaviano, familiari ed amici ma vorrei sommessamente osservare che quel che più fa paura di questa vicenda è il clima politico in cui ciò è potuto accadere: un clima semplicemente da sciacalli e vigliacchi.

I 95 anni di Arnaldo Forlani, l’ultimo vero segretario della Dc

            In questo mondo politico che ormai si distingue anche per la sua maleducazione nessuno si è ricordato dei 95 anni compiuti ieri da Arnaldo Forlani. Che evidentemente per i trascorsi coinvolgimenti nel finanziamento irregolare dei partiti, pur avendo scontato la sua pena, ha perduto il diritto alla memoria.

            Solo navigando per internet si è trovato un ricordo riservatogli dall’ex ministro democristiano Calogero Mannino, più volte assolto sia dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa sia dall’accusa di avere addirittura preteso trattative con la mafia stragista che lo aveva minacciato di morte. “Sua fermezza e lucidità”, egli ha definito non a torto l’ultimo segretario della Dc, come io ritengo Forlani, avendo il compianto Mino Martinazzoli preferito invece chiudere il partito dopo averne ricevuto la guida. E lo chiuse addirittura “con un telegramma”, come gli rimproverò sarcasticamente un avversario dello scudocrociato che voleva raccoglierne l’eredità elettorale nel Nord: l’allora capo della Lega Umberto Bossi.

            Alla fine degli anni Sessanta, quando il giovanissimo Forlani divenne per la prima volta segretario della Dc mi colpirono più le differenze che le affinità tra lui e il capo della sua corrente. Che era Amintore Fanfani. E ne scrissi sostenendo che il cuore di Forlani poteva anche essere fanfaniano, ma il cervello no. Il cervello somigliava a quello dell’altro “cavallo di razza” della Dc, secondo una celebre definizione di Carlo Donat-Cattin. Mi riferisco naturalmente  ad Aldo Moro.  

            Ne ebbi conferma autorevolissima già il giorno dopo, quando accettai un invito a colazione proprio da Fanfani, presidente del Senato, che mi spiegò di non avere bisogno di un intermediario per mettersi d’accordo con Moro. E infatti quasi tre anni dopo, nel 1973, sempre da presidente del Senato, Fanfani convocò alla vigilia di un congresso nazionale del partito una riunione fra i capicorrente della Dc per decidere la rimozione di Forlani dalla segreteria del partito e di Giulio Andreotti da Palazzo Chigi. Così Forlani pagò anche il buon senso dimostrato nelle elezioni presidenziali della fine del 1971, quando dopo una lunga serie infruttuosa di votazioni su Fanfani candidato della Dc al Quirinale egli aveva contestato il veto che lo stesso Fanfani aveva praticamente posto contro una candidatura di Moro, già segretario del partito, più volte presidente del Consiglio e ministro degli Esteri allora in carica. Ma al Quirinale finì ugualmente un altro democristiano: Giovanni Leone. Cui peraltro non sarebbe stato concesso di portare a termine regolarmente il  mandato presidenziale per avere osato di cercare di salvare Moro nel 1978 dalle mani dei brigatisti rossi, che l’avevano rapito fra il sangue della scorta decimata reclamando lo scambio con 13 detenuti.

            Tanto Forlani era stato prudente nella ricerca di un accordo sulla legge istitutiva del divorzio che evitasse il referendum promosso dai cattolici più intransigenti, tanto Fanfani succedendogli spinse su quel referendum perdendolo, e segnando l’inizio di un lungo declino della Democrazia Cristiana. Che alcuni ritennero di evitare accordandosi col Pci, incapace però di reggere alla prova per più di un anno e mezzo, ritirandosene e tornando a sfidare la Dc dall’opposizione. Solo Forlani, tra le sofferenze di Ciriaco De Mita, seppe rispondere con la dovuta fermezza collaborando a Palazzo Chigi col socialista più temuto dal Pci: Bettino Craxi. Quelli, sì, erano uomini.

 

 

 

 

 

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I guai di Conte finalmente sfuggiti alla penna di Travaglio

            Non sono belle giornate per Giuseppe Conte, peraltro minacciato anche da vicino dal Covid, visto l’allarme scattato a Palazzo Chigi dopo il contagio della ministra dell’Interno e le misure cautelative scattate a protezione dei due ministri che le stavano seduti accanto: i grillini che guidano i dicasteri degli Esteri e della Giustizia.

            Ma più che dal Covid, da cui dovremmo sentirci minacciati tutti, anche quelli che fanno ancora i gradassi o negazionisti, Conte è minacciato dalla crescente debolezza e inadeguatezza del suo governo, all’interno del quale a condividerne metodi e scelte sono sempre in meno, e a dissentire sempre di più. Per una volta -ma forse non è neppure la prima- dissento dalla vignetta di prima pagina del Corriere della Sera in cui Emilio Giannelli fa indicare dallo stesso Conte e dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri come responsabile dell’aumentato rischio di crisi l’immancabile Matteo Renzi. Che anche Il Fatto Quotidiano definisce “il solito irresponsabile”, alludendo evidentemente a quella mezza sfiducia preannunciata per la gestione dei fondi europei in arrivo per la ripresa, ma contraddicendosi clamorosamente nell’analisi della situazione e delle responsabilità. Su cui è più preciso, o meno trattenuto stavolta dalla faziosità, il direttore Marco Travaglio paragonando le disavventure di Conte, pur da lui sempre considerato, assieme a Vauro, come il migliore attore politico del mercato, che “fibrilla ma non si spezza”,  a quelle passate di Romano Prodi, scalzato a suo tempo dagli errori e dalle smanie estremistiche di Fausto Bertinotti, delle sue 35 ore e simili.

            Poiché tutti mostrano di temere, o auspicare, la caduta del governo sulla questione del Mes, che sta arrivando al voto particolarmente insidioso del Senato col  “rischio di mandare in mille pezzi M5S e maggioranza”, Travaglio ha avvertito che “da giovedì se ne sbatteranno tutti allegramente” della riforma e dell’uso del cosiddetto fondo europeo salva-Stati. “Così come -ha aggiunto il direttore del Fatto Quotidiano, tornando alla storia di Prodi- delle 35 ore non è mai fregato nulla a nessuno. Ciò che resterà saranno i risultati nefasti della generale Operazione Morra, Lezzi & C, talmente puri e intransigenti da non vedere al di là del proprio naso”. Sono i grillini, insomma, con la loro famosa crisi d’identità tradottasi in un intreccio di rivalità politiche e personali, a insidiare Conte. Di cui molti anche sotto le 5 stelle si sono forse stufati, anche a livelli inimmaginabili, e non vedono l’ora di liberarsi, tutto sommato condividendo anche le insofferenze dell’”irresponsabile” ex presidente del Consiglio, ex segretario del Pd, ex sindaco di Firenze e ora “una slavina pericolosa per il governo”, secondo il Gualtieri di Giannini.

            Contro quest’analisi sfuggita, diciamo così, a Travaglio in un momento non so se più di sconforto o d’ira, sembra stagliarsi un’intervista del presidente grillino della Camera Roberto Fico al Corriere della Sera a sostegno di Conte. Ma, a parte il peso ormai imponderabile di Fico e degli altri esponenti più in vista o noti del movimento grillino, da qualche tempo si parla sempre più frequentemente di lui come stanco ormai di Montecitorio e dintorni, e tentato dall’avventura della candidatura a sindaco della sua Napoli nella primavera prossima.

 

 

 

 

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In quali mani è finito l’esimio professore Giuseppe Conte a Palazzo Chigi

            Come si fa, in questi tempi di pandemia virale e di confusione politica decisamente superiore alla media cui ci avevano abituato i vecchi partiti spazzati via dalla Befana giudiziaria, a non dare a ragione a Carlo Verdone? Che in una intervista ha confessato tutta la fatica che fa a ridere “in questa Italia da piangere”, dove persino al Fatto Quotidiano avvertono “aria di crisi” per il presunto benemerito governo giallorosso, o giallorosa, come preferiscono chiamarlo in quella redazione.

            Pensate un po’ nelle mani di chi è finito nelle ultime ore di cronache e retroscena l’esimio professore Giuseppe Conte, con tutti i consiglieri che ha a Palazzo Chigi e persino al Quirinale, se è vero quello che abbiamo appena letto sui giornali. A prendere le redini della situazione in vista delle votazioni parlamentari sul Mes, con tanti grillini tentati dalla voglia di bocciare la riforma del meccanismo di stabilità economica concordata a Bruxelles pur avendo avuto dallo stesso Conte l’assicurazione che ciò non significherà l’uso dei crediti europei per il potenziamento del servizio sanitario nazionale, per quanto un bel po’ di amici o ex amici di Silvio Berlusconi siano pronti a dare una mano, pur considerando anche il Cavaliere una schifezza inaccettabile la riforma, è intervenuto Vito Crimi. Che finalmente, pur essendo diventato capo reggente, o facente funzione, del Movimento 5 Stelle a gennaio scorso, dopo che Luigi Di Maio si era improvvisamente liberato dell’incarico  sciogliendosi la cravatta dal collo, si è ricordato del suo ruolo e si è proposto di sgomberare di tutti i pugnali possibili gli appuntamenti parlamentari del presidente del Consiglio con i grillini.

            Il curriculum politico di Crimi, un palermitano con esperienze di lavoro nel tribunale di Brescia, non ricordo se come assistente o cancelliere, non è obiettivamente dei più esaltanti. Gli è capitato, oltre che addormentarsi una volta nell’aula del Senato e raccogliere l’eredità di Di Maio al vertice del movimento dopo il dimezzamento elettorale subito nel rinnovo del Parlamento europeo del 2019, di fare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e il vice ministro dell’Interno. Il suo massimo contributo al tentativo di modernizzare il Paese e di liberarlo dalle pratiche dei regimi corrotti lo individuò e lo diede, come sottosegretario di Conte, ingaggiando una lotta senza quartiere a Radio Radicale. Della cui pericolosità non c’eravamo accorti nessuno di noi abituato ad ascoltarne le cronache, interviste, convegni, congressi e quant’altro, evidentemente tutti storditi, prima ancora che corrotti, da quel demonio ch’era Marco Pannella.

            Massimo Bordin, storico direttore e impareggiabile conduttore della rassegna stampa quotidiana di Radio Radicale chiamata “Stampa e Regime”, di cui era un vanto per tutti guadagnarsi una citazione, quasi come negli anni precedenti da Fortebraccio sull’Unità, si tolse il gusto di liquidare Crimi come “gerarca minore”. Ma non ebbe il tempo di godersi del tutto, stroncato da un male sottovalutato, la sua vittoria politica, essendo Radio Radicale sopravvissuta ai tentativi di sopprimerla.

 

 

 

 

 

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La medaglietta di Angela Merkel non basta a proteggere Conte

            Neppure la medaglietta di Angela Merkel appesasi metaforicamente al collo da Giuseppe Conte al termine dell’intervista di presunta blindatura politica di ieri a Repubblica, cessata appunto con l’annuncio di una telefonata indifferibile da Berlino, o dintorni, è riuscita a diradare le ombre della crisi. Che minacciano il governo in vista della votazione al Senato sulla riforma del meccanismo di stabilità economica europea, più noto al pubblico come Mes, quasi come una sigaretta ormai fuori produzione, nei cui pacchetti tuttavia ci sono i crediti agevolatissimi per il servizio sanitario italiano alle prove con la pandemia.

            La precarietà politica di Giuseppe Conte, per quanto la sua temperatura continui ad essere regolare nei controlli epidemici, si legge una volta tanto chiarissima sull’insospettabile prima pagina del Fatto Quotidiano, sistematicamente impegnato sino all’altro ieri a rappresentare il presidente del Consiglio come l’uomo della Provvidenza di turno, uno statista un po’ improvvisato, per il suo rocambolesco arrivo a Palazzo Chigi nel 2018 e l’ancora più rocambolesca conferma nel 2019 a capo di un’altra maggioranza, e tuttavia apprezzatissimo nel mondo. Addirittura l’allora e per fortuna non rieletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump ne parlava felicemente al plurale chiamandolo Giuseppi.

            Questa volta il familiarissimo giornale di Marco Travaglio, introdotto come pochissimi altri a Palazzo Chigi, è costretto a confermare, come va scrivendo già da qualche settimana, che il Pd di Nicola Zingaretti è “diviso sui 5Stelle”, non quindi su Conte, per quanto i quotidiani siano pieni di lamentele e proteste di piddini di ogni grado e colore contro i suoi metodi e ritardi, ma anche a precisare che a mettere il presidente del Consiglio “in pericolo sul Mes”, nella votazione in programma fra qualche giorno al Senato, sono “i ribelli 5S”, che “non mollano”. E ai quali probabilmente, in un sussulto di sovranità o sovranismo che li ricongiunge ai leghisti della prima maggioranza di questa legislatura, proprio quel rapporto quasi privilegiato con la Merkel ostentato da Conte ha fatto girare ulteriormente le scatole.

            Sì, è vero, l’anno scorso, abbandonati improvvisamente da un Salvini smanioso di ripetere a livello nazionale il raddoppio dei voti conseguito nell’elezione del Parlamento Europeo, i grillini scoprirono i vantaggi ricavabili dalla partecipazione, a Strasburgo, alla maggioranza per l’elezione della candidata della Merkel alla presidenza della nuova Commissione Europea Ursula von der Leyen. Ma molta acqua è passata da quei giorni sotto i ponti. Il gruppo grillino ha perso per strada, come quelli di Roma, alcuni esponenti. E quel diavolo imprevedibile di Berlusconi, in una improvvisa convergenza col difficile alleato Salvini nel centrodestra italiano, ha scoperto gli svantaggi per l’Italia della riforma del Mes ormai concordata a Bruxelles. Tanto è bastato e avanzato ai grillini “dissidenti” a rialzare le paratie contro l’uso dei crediti europei per il potenziamento del servizio sanitario nazionale, per quanto il Cavaliere disinvoltamente continui a raccomandarlo lo stesso.

            In questo pasticcio, che mi pare non faccia onore a nessuno, lo sventurato Conte è costretto tra le righe e le ombre dei suoi messaggi criptici a scommettere sugli Scilipoti di turno, come accadde a Berlusconi nel 2010 a Palazzo Chigi per sopravvivere qualche mese in più. Ma stavolta abbiamo anche la pandemia con cui fare i conti.

Il premier nella casamatta di Palazzo Chigi, al telefono con la Merkel

            Se mai il giovane e volitivo editore di Repubblica, John Elkann, più noto come il nipote selezionato dal compianto avvocato Gianni Agnelli, pendesse sul serio i retroscena dei suoi ed altri retroscenisti, e con tutta la gente che conosce bene per il mondo  si mettesse ad accreditare le voci di un governo italiano in bilico fra i malumori del vice segretario del Pd Alfredo Orlando, aspirante in un rimpasto chissà a quale carica ministeriale, i soliti tormenti dei grillini in crisi amletica d’identità, i sospetti del machiavellico Matteo Renzi di trovarsi all’improvviso di fronte al trasferimento di Conte da Palazzo Chigi al Quirinale e le tentazioni di Sergio Mattarella di perdere finalmente la pazienza e di chiudere una legislatura che si sta rivelando il pozzo di San Patrizio dalle imprevedibili sorprese, a costo di mandare gli italiani alle urne sotto tormente di neve, il presidente del Consiglio si è cautelato a suo modo. Egli ha trattenuto per buoni 60 minuti in un salotto di Palazzo Chigi il direttore in persona del giornale fondato da Eugenio Scalfari per mandare un messaggio che vi lascio giudicare se più di forza, di coraggio o di sfida.

            “Il governo non cadrà”, ha assicurato Conte  spiegando di avere praticamente tutto sotto controllo, a cominciare dalla pandemia, e a dispetto di quei malintenzonati o invidiosi di Libero che proprio oggi gli hanno ulteriormente allungato il naso e proposto ai lettori di centrodestra di ogni tendenza, sovranista o simil-liberale alla Berlusconi, come “il pemier delle 100 e una frottole”.

            Tutto francamente mi è sembrato studiato dell’incontro-intervista a Palazzo Chigi in funzione della rappresentazione di una realtà più forte delle tante meschinità delle cronache quotidiane, magari anche quelle finite addirittura in una Procura sulla protezione della scorta del presidente del Consiglio estesa alla sa compagna vittima del solito giornalismo invadente, sino ai limiti della cattiva educazione.

             Il segnale più significativo, per il messaggio finale di forza da trasmettere al pubblico, è stata la chiusura dell’intervista inposta dall’annuncio di una telefonata in arrivo a Conte non dal Quirinale, non da qualche bugigattolo del Nazareno lasciato a disposizione di Nicola Zingaretti dal guardiano di turno, non da qualcuna delle ville di Beppe Grillo, magari interessato a informare l’amico degli studi commissionati a qualche suo commercialista su una patrimoniale risolutiva dei nostri emormi problemi del debito, ma -udite,udite- dalla Cancelliera tedesca in persona Angela Merkel: una telefonata che da sola farebbe risuonare per la salita del Grillo, che il comico genovese conosce per raggiungere l’abituale albero dei suoi soggiorni romani, la famose frase dell’”io sono io e voi non siete un cazzo”.

            Si dà tuttavia il caso che in un giorno pur così fausto per i progetti e le ambizioni del presidente del Consiglio italiano il rappresentante temporaneo, ancora presidente della Conferenza Stato-Regioni, che non è un leghista ma un il presidente piddino dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, ha così commentato col Corriere della Sera lo stato di rapporti proprio con Conte nella gestione non dell’emergenza ma della tragedia pandemica: “Non abbiamo potuto né discutere né condividere misure che avranno un impatto rilevante sui cittadini”. Avrà avuto migliore fortuna con Conte  la cancelliera Merkel.

 

 

 

 

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Gli umori alquanto variabili fra Palazzo Chigi e il Quirinale

            Sembrava surreale ma era uno spettacolo vero che all’ora di cena è stato offerto da Palazzo Chigi e dintorni agi italiani ancora in grado di cenare insieme in più di sei. A dispetto dei 993 morti di giornata appena regisrati nella seconda ondata in corso del Covid, se non è già diventata la terza, il presidente del Consiglio ha illustrato e confermato con una fiducia apprezzata in diretta da Lilli Gruber la gestione di ferro delle feste di Natale e Capodanno.  studiata per limitarne i danni. In gabbia è finito direttamente Babbo Natale, e non solo in quella metaforica di Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX.

            A frenare fducia, ottimismo e quant’altro dei convinti che Conte stesse rispondendo “per le rime” -parola della già citata Lilli Gruber-a chi diffida ancora delle sue capacità di dominare gli eventi giungevano solo notizie, voci e quant’altro provenienti dal Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, già spintosi nei giorni scorsi a lasciarsi attribuire dal Corriere della Sera contrarietà ad un rimpasto di governo nel timore che l’operazione finisse per sfuggire alle mani e ai piedi della maggioranza, avvertirebbe adesso ancora più di prima i pericoli di una crisi. Che sarebbero aumentati per lo stato di confusione e fibrillazione avvertito  fra i grillini dopo l’insperato aiuto offerto da Silvio Berluscoi, dal fronte dell’oppposizione, alle loro ostilità al riformato meccanismo di stabilità europea e, conseguentemente, all’uso di crediti agevolati per il potenziamento dei sevizio sanitario nazionale, anche se il Cavaliere lo ritiene ugualmente possibile, anzi vantaggioso.

               “Avviso dal Quirinale: se cade il governo unica strada è il voto”, ha annunciato la Repubblica di carta, pur nella difficoltà di immaginare -credo- un Paese chiamato improvvisamente alle urne fra la seconda e la terza ondata di Covid. “La linea del Colle: se non passa il Mes si torna a votare”, ha quasi ripetuto La Stampa. “I venti di crisi sul Mes irritano il Quirinale”, ha annunciato il manifesto. “L’invito alla prudenza del Colle e i rischi di voto”, ha ammonito il giornale ancora della Confindusria  Il Sole-24 Ore.

               Penso alla festa delle malefiche brigate dei Covid per le scorrerie che potrebbero compiere nella stagione anticipata del voto, per cui temo che il capo dello Stato dovrà fare qualche altro sforzo di fantasia per puntellare questa pur maledetta legislatura d’inferno.

 

 

 

 

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