Se gli amici di Conte perdono tanto la testa contro Mario Draghi

            E’ una notiziola non di oggi, né di ieri, ma addirittura dell’altro ieri, quarta domenica d’Avvento nella liturgia cristiana: quella in cui si accende l’ultima candela degli angeli impegnati ad annunciarono la nascita di Gesù. E’ in questo contesto che ha voluto inserirsi con una vignetta a dir poco blasfema Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Il quale sostituendosi all’ormai laicissimo Papa Francesco – riverito su Repubblica in quasi tutti gli editoriali dal dichiaratissimo e compiaciuto “amico” Eugenio Scalfari- ha scontato tutte le tappe intermedie, a cominciare da quella iniziale della morte, per conferire la Santità a un ancor vivo e vegeto Mario Draghi.

            Non si tratta di un omonimo inconsapevole ma proprio di lui: l’ex presidente della Banca Centrale Europea, ex governatore della Banca d’Italia e tante altre cose ancora Mario Draghi. Che per sua somma sventura è entrato da qualche tempo, a torto o a ragione, nelle cronache politiche, tra retroscena, indiscrezioni, proposte, auspici e simili, come un possibile successore di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ciò  in caso di crisi naturalmente, non certamente di suicidio del presidente del Consiglio, e di formazione di un governo, anzi un “governassimo”, capace già col suo stesso nome di fronteggiare tutte le emergenze nate e cresciute fra le mani e i piedi del precedente, sino a risparmiare all’ultimo momento al capo dello Stato la scomodità e l’angoscia delle minacciate elezioni anticipate a metà soltanto della legislatura, o quasi. E con tantissimi dei parlamentari uscenti, anche di quelli a parole smaniosi di un ricorso veloce alle urne, ma in realtà terrorizzati dalla consapevolezza del combinato disposto, diciamo cosi, della riduzione dei seggi imposta dai grillini ai loro alleati di turno, e confermata dall’apposito referendum, e della dieta elettorale procuratasi con la loro azione in questi anni dai loro bizzarri partiti, a cominciare proprio dai grillini.

           Per chi non lo gradisce, e lo vive di giorno e di notte come un’ossessione, Draghi ha anche l’inconveniente di poter diventare da presidente del Consiglio un eccellente, quasi naturale candidato al Quirinale per succedere a Sergio Mattarella nelle elezioni presidenziali che si dovranno svolgere in Parlamento a febbraio del 2022. Egli potrebbe proprio dal Colle aiutare il successore a Palazzo Chigi  a portare a termine nel residuo anno della legislatura l’azione risanatrice ed emergenziale avviate dal suo governo, sempre senza compromettere il mandato dei deputati e senatori uscenti, specie di quelli a scarsissima possibilità di ricandidatura e rielezione.

              Di fronte a simili prospettive, temo avvertite da Travaglio e simili, notoriamente adoranti di Conte come i pastori davanti alla grotta, già spiazzati dalla recente nomina di Draghi alla Pontificia Accademia delle Scienze, l’ex presidente della Banca Centrale Europea è diventato sul Fatto Quotidiano, con tanto di immaginetta adeguata al tipo di venerazione, il Santo protettore dei “masturbatori”.

              Direi che si tratta di un preclaro esempio del livello dell’informazione e della formazione dell’opinione pubblica cui si può arrivare dietro il paravento alquanto ipocrita della satira o ironia, specie quando non si riesce ad agganciarla alla consultazione del casellario giudiziario per liquidare il nemico o mostro di turno. Ma il mondo è bello perché vario, come avverte la vignetta di oggi, sempre del Fatto Quotidiano. Infatti sul Foglio Paolo Mieli oggi stesso  ha decantato in una lunga intervista le prospettive di un governo Draghi.

 

 

 

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Tutti i partiti ormai sulla scivolosa scalinata del Campidoglio

            Com’era normale che accadesse, il “rafforzamento” della ricandidatura della sindaca uscente Virginia Raggi, come l’ha definito Il Messaggero dopo la sua seconda assoluzione dall’accusa di falso, ha determinato una maggiore attenzione sul Pd, privo ancora di un suo candidato al Campidoglio e perciò “scosso” -sempre secondo il principale quotidiano romano- dal ritorno in campo della vincitrice grillina delle passate elezioni, nel 2016.

            Anche i piddini più smaniosi di estendere in sede locale l’alleanza nazionale di governo con i pentastellati, peraltro già in difficoltà per la verifica di maggioranza imposta e condotta da Matteo Renzi col piglio almeno di chi vuole in ogni modo arrivare ad una crisi o resa di conti proprio per essere stato lui a volere e determinare l’intesa l’anno scorso vedendone poi effetti meno soddisfacenti o più negativi del previsto; anche i piddini, dicevo, più smaniosi di accordarsi con i pentastellati nelle prossime elezioni capitoline, e in altre analoghe dell’anno prossimo, sanno ormai che la Raggi si è troppo rafforzata nel suo Movimento perché qualcuno possa rimuoverla per facilitare un accordo col partito di Nicola Zingaretti. Che, dal canto suo, non può decentemente contraddire l’opposizione condotta contro l’amministrazione capitolina uscente dopo il clamoroso strappo, se non proprio l’autorete dell’anno scorso costituita dalla conferma di Conte a Palazzo Chigi, rinunciando alla “discontinuità” reclamata all’inizio per subentrare nel governo ai leghisti.

            Come la Raggi e i grillini sono ora obbligati a cercare aiuti solo di liste locali per tentare l’improbabile impresa di conservare il Campidoglio –“Tanti -ha detto la sindaca -sui territori, nelle periferie, vogliono impegnarsi con noi, al di fuori dei salotti e dei giochi di potere”-  così nel Pd la logica vuole, salvo scelte masochistiche, che si riducano le resistenze contro la oggettivamente forte candidatura di Carlo Calenda. Che ha appena annunciato di volere aspettare Zingaretti per qualche settimana ancora, massimo sino a febbraio, salvo un rinvio delle elezioni amministrative dalla primavera all’autunno, pronto diversamente a correre da solo contro una Raggi alla quale ha voluto elegantemente, ma anche furbescamente, fare i complimenti per l’assoluzione, felicissimo di misurarsi con lei nella competizione capitolina.

            Ma un candidato come Calenda da solo, col credito che è riuscito a conquistarsi in questi mesi, e i suoi trascorsi governativi di uomo pragmatico e competente, non certo di provenienza bolscevica, non dovrebbe preoccupare solo il Pd. Dovrebbe preoccupare anche il centrodestra, di cui Calenda ha finto di dare per sicura la scelta di Guido Bertolaso come candidato, pronto a confrontarsi anche con lui. Ma non dimentichiamo che il centrodestra romano è lo stesso delle elezioni del 2016, solo quattro anni fa, quando non riuscì ad esprimere una candidatura comune davvero condivisa, né con Bertolaso né con Alfio Marchini, e nel ballottaggio, pur di non votare il candidato del Pd Roberto Giachetti, neppure lui di certo un bolscevico, oggi non a caso schierato da renziano con Calenda, gli preferì la Raggi con dichiarazioni persino pubbliche di voto di leghisti, forzisti e fratelli d’Italia. Pensate un pò di cosa sono stati e sono capaci anche da quelle parti sulla scivolosa scalinata del Campidoglio, così poco lontana peraltro da Palazzo Chigi.

 

 

 

 

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Assolta anche in appello Virginia Raggi, che condanna il suo Movimento

            Ne ha impiegato di tempo -quattro dei cinque anni del suo mandato di sindaco a Roma, conquistato elettoralmente nel 2016 – ma Virginia Raggi ce l’ha fatta a rimediare ad almeno una parte dei suoi errori gridando in pubblico la verità, cioè prendendosela col suo partito: il Movimento 5 Stelle. Lo ha fatto commentando con una pungente denuncia politica la sentenza con la quale i giudici d’Appello a Roma hanno confermato l’assoluzione di primo grado per falso, impugnata dalla Procura, per la vicenda della promozione a capo del Dipartimento del Turismo del Comune il vice comandante dei Vigili Urbani e fratello del capo del personale e grande consigliere della sindaca, Raffaele Marra, poi arrestato per altri fatti risalenti alla precedente amministrazione.

            La sindaca si assunse per intero la responsabilità di quella nomina, decisa nell’ambito di un più vasto movimento nell’amministrazione capitolina, rammaricandosi poi con chi le aveva proposto la promozione di non essere stata informata dell’ingente aumento di stipendio che ne sarebbe derivato. Seguì, fra l’altro, un’indagine dell’Autorità anticorruzione rispondendo alla quale la sindaca avrebbe detto il falso da cui invece è stata assolta per due volte.

            Dal primo giorno di sindaca la Raggi -non se l’abbia a male- dimostrò i suoi limiti o inesperienza, nonostante la professione di avvocato e la precedente esperienza di consigliere comunale. Ma dal suo partito le vennero non aiuti per superare le difficoltà, bensì manovre destinate ad aggravarne i problemi. Persone e funzioni cambiavano continuamente su intervento dall’alto, sino a mandarle a Roma dalla Liguria un avvocato arrivato all’apice dell’Acea e arrestato. I giornali potettero titolare più volte, senza essere smentiti, dello stato di “commissariamento” politico in cui ormai operava la Raggi.

            Il logoramento derivatone fu tale che, quando la sindaca annunciò il proposito di ricandidarsi ben conoscendo la indisponibilità del Pd a sostenerla, Beppe Grillo in persona pubblicamente la invitò- fra il serio e il faceto- a lasciar perdere perché i romani non la meritavano. Poi l’attesa del giudizio d’appello aggravò le tensioni nel Movimento, spingendo alcuni cosiddetti “governisti” a scommettere sostanzialmente sulla condanna  per rimuovere dal campo la candidata diventata un impedimento insormontabile per un accordo col Pd.

            Con questa situazione a dir poco velenosa, e penosa, alle spalle la sindaca ha festeggiato l’assoluzione invitando “tutti, anche e soprattutto all’interno del Movimento 5Stelle, a riflettere. Ora -ha aggiunto- è troppo facile voler provare a saltare sul carro del vincitore con parole di circostanza”. Infatti -sarei tentato di aggiungere- Grillo si è affrettato ad esultare, contento della sconfitta dei “detrattori” della sindaca uscente.

            Compiaciuto della sua assoluzione dopo averla difesa ripetutamente, il direttore del Fatto Quotidiano ha liquidato genericamente come “fanatici” nel titolo di prima pagina gli avversari interni di partito denunciati dalla sindaca, spiegando solo nel sommario che possono trovarsi nel partito. E soprattutto riconoscendo che i pubblici ministeri possono sbagliare, eccome, sino a scrivere nel suo editoriale del “degrado di gran parte della magistratura, che nessuna persona sensata può ridurre al caso Palamara”. Meglio tardi che mai, verrebbe da chiosare.

 

 

 

 

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In soccorso di Conte e delle sue misure le cattive previsioni del tempo

            Più che dal presidente della Repubblica in versione Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera– in “rosso totale” come neppure il governo è riuscito ad ordinare a tutti gli italiani, dal pigiama, calzini e pantofole ai capelli- il presidente del Consiglio deve forse attendersi un aiutino per la riuscita delle misure antipandemiche appena disposte e illustrate a reti unificate col solito ritardo, e tra le altrettanto solite proteste, dalle condizioni meteorologiche. Che, per sua fortuna, non sono buone e dovrebbero contribuire a trattenere gli italiani a casa, tranquilli e fedeli d’altronde alle tradizioni racchiuse e per troppo tempo disattese dal proverbio del “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Ma va anche detto che l’ultima Pasqua è stata rovinata anch’essa dal Covid, col Papa costretto a quell’insolito spettacolo della Basilica e della piazza antistante di San Pietro desolatamente vuote.

            Oltre che dalle cattive previsioni del tempo, un aiuto è arrivato a Conte dai sondaggi dell’Istituto di Nando Pagnoncelli, per il Corriere, che gli hanno fatto recuperare rispetto a novembre tre punti di gradimento, nonostante tutti gli spintoni di Matteo Renzi verso la crisi e le ragioni o i pretesti, secondo i gusti, che lo stesso presidente del Consiglio gli ha fornito dando l’impressione di voler fare tutto da solo, e in modo alquanto pasticciato.     Piuttosto che con Conte, quasi ad assolverlo e a incoraggiarlo, come sul  Fatto Quotidiano stanno tentando da giorni, a mandare Renzi a quel Paese al Senato, come avvenne con l’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini nella seduta del 28 agosto 2019, il pubblico sondato da Pagnoncelli ha preferito prendersela col governo nel suo complesso, retrocesso di tre punti nel gradimento popolare: esattamente quanti ne avrebbe guadagnati il presidente del Consiglio.

            Sotto questo aspetto, se così stessero davvero le cose, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati sarebbe andata contro tendenza non facendo nessuna differenza fra governo e presidente del Consiglio e bocciandoli entrambi nell’incontro con i giornalisti per gli auguri di fine anno. E’ stato un attacco -e neppure il primo, a dire la verità- che il Giornale della famiglia Berlusconi con la solita veemenza del direttore Alessandro Sallusti ha tradotto su tutta la prima pagina, con la verifica della maggioranza ancora da completare, in un “avviso di sfratto a Conte”, per giunta sospettando una preventiva informazione del capo dello Stato e, tutto sommato, un suo consenso, visto che la presidente del Senato ne è la potenziale supplente.

            Se fossi stato in Sallusti, a dire la verità, sarei stato più cauto e mi sarei limitato ad attendere gli eventi, anche se ammetto pure io che il presidente della Repubblica avrebbe ben poco di cui compiacersi per lo sfilacciamento della situazione politica e dei rapporti fra gli schieramenti. Che proprio al Senato della presidente Casellati, per esempio, sono sfociati ieri in una bagarre che ha finito per mandare in infermeria un parlamentare questore e un commesso, preposti entrambi alla garanzia dell’ordine nell’aula di Palazzo Madama e dintorni. Ormai siano anche arrivati alle mani.

 

 

 

 

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Una festa a Bengasi per poterne guastare un’altra a Roma

            Altro che “la pesca provvidenziale” nella quale -chissà perché- il manifesto, di solito felicissimo nei titoli, ha voluto tradurre il colpo di teatro compiuto dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte col suo improvviso volo a Bengasi, insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dal generale Haftar. Di cui ha valorizzato il controverso ruolo in Libia ottenendo in cambio, dopo più di 100 giorni di prigionia corsara, la liberazione dei 18 pescatori prevalentemente italiani sequestrati mentre facevano il loro lavoro in acque internazionali.

            La sorpresa, per quanto festeggiata comprensibilmente da familiari e amici degli interessati e dalle autorità locali, ma liquidata dalle opposizioni come una conclusione “indecente” della vicenda, ha detto la sorella dei fratelli d’Italia Giorgia Meloni, non è servita a migliorare il clima politico del governo. Al Senato esso è stato duramente contestato, sino all’interruzione della seduta, per avere posto il bavaglio e la stretta della fiducia sulla conversione del decreto legge sulle immigrazioni. E a Palazzo Chigi si è svolto in serata, rinviato dalla mattina a causa della missione a Bengasi, un breve, mesto e inutile incontro fra il presidente del Consiglio e la delegazione dell’Italia dei Valori guidata da Matteo Renzi per la verifica della maggioranza, imposta dalle circostanze a un Conte che non ne aveva una grandissima voglia, diciamo così. E, forse imbaldanzito a suo modo dal presunto successo di Bengasi, non ha fatto nulla per nascondere il suo malumore.

            “Farsa Renzi- 20 richieste di riscatto e 30 minuti di incontro”, ha titolato, cronometro e codice penale alla mano, Il Fatto Quotidiano compiacendosi naturalmente dei metodi sbrigativi del presidente del Consiglio. Che ha gelato Renzi assicurandogli di avere già letto la sua lunga missiva di proposte e riflessioni critiche sull’azione di governo riservandosi di dargli una risposta non si sa quanto circostanziata, ma tenendo comunque a precisare -secondo indiscrezioni non smentite- di considerare un po’ anomalo, diciamo così, il partito dell’ex presidente del Consiglio. Che è nato successivamente alla formazione del governo di cui fa parte con due ministri e un sottosegretario formalmente designati dal Pd. Al che, sempre secondo indiscrezioni non smentite, la ministra Teresa Bellanova, quella delle “braccia rubate all’agricoltura”, secondo il sunnominato Fatto Quotidiano, ha reagito ricordando l’anomalia, a sua volta, di un presidente del Consiglio rimasto al suo posto dopo avere cambiato radicalmente la maggioranza.

            In questa situazione politica a dir poco velenosa – in cui il bravo e informato Marcello Sorgi può scrivere sulla Stampa, in prima pagina e senza dover temere smentite o precisazioni, che Renzi “disprezza” Conte, probabilmente ricambiato, per cui si potrebbe pure immaginare il conto alla rovescia che l’uno sta facendo per cercare di rovesciare l’altro-  mi chiedo se non ha torto l’ex senatore e vice presidente del Consiglio Marco Follini a chiedersi a sua volta, come ha appena fatto sul Dubbio, fino a quando riuscirà a trattenersi il sinora “sobrio, lucido, scrupoloso e appropriato” presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che potrebbe prima o poi sbottare, com’è d’altronde successo a un suo predecessore e collega di partito, Francesco Cossiga, offrendo al Parlamento non una terza edizione del capo di governo in carica, dopo quella gialloverde e quella giallorossa, ma una seconda, ruvida edizione di se stesso. E’ un’attesa, o speranza, alla quale mi associo molto volentieri.

 

 

 

 

 

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L’appuntamento col Natale inedito dell’incertezza e del brivido

            Sarà dunque il Natale dell’incertezza, anzi del brivido. Tutti stanno dando il loro contributo a rendercelo così contrario alle tradizioni della quiete e della speranza, che riuscirono -pensate un po’- a sopravvivere anche durante l’ultima guerra mondiale, pur tra i bombardamenti e i campi di concentramento.

            Il governo sforna continuamente notizie, smentite, precisazioni e conferme che sembrano studiate apposta perché il cittadino non possa sapere sino all’ultimo momento dove e come potrà lecitamente trascorrere Natale e Capodanno, probabilmente senza uscire da casa. E, anche rimanendo a casa, su quali e quanti ospiti ricevere, e con quali modalità, se con o senza mascherine, e magari anche qualche camice ospedaliero. Sempre meglio comunque che ritrovarsi nelle condizioni di quegli sventurati ripresi nella foto “copertina” del giornale Domani accanto alla bara del congiunto in un locale di fortuna, rimediato chissà dove.

            Pure il serafico Giuseppe Conte, sempre così calmo e sicuro di sé nelle sue conferenze stampa e altri incontri più o meno improvvisati, senza parlare delle prestazioni in Parlamento, dove da “avvocato del popolo” dell’esordio nel 2018 è diventato indifferentemente, secondo le circostanze, avvocato di se stesso, pubblico ministero e giudice, è ridotto male nella rappresentazione offertane dal vignettista Vauro Senesi, del giornale che pure lo stima di più: Il Fatto Quotidiano, naturalmente.  Oggi il presidente del Consiglio compare a “chiappe chiuse” nell’imminenza dell’incontro di verifica della maggioranza con Matteo Renzi. Che pure lui le chiappe non se le può permettere tanto meno chiuse o più aperte con quel presidente grillino della Camera in campo, Roberto Fico, che un giorno sì e l’altro pure, profittando di ogni microfono a disposizione, non so con quanto riguardo verso il presidente della Repubblica e le sue esclusive competenze costituzionali, annuncia e perora in caso di crisi o incidenti le elezioni anticipate. Che sicuramente ridurrebbero forse alle dita di una mano i parlamentari del Pd che l’anno scorso seguirono Renzi nella fondazione di Italia Viva, e i cui voti sono oggi determinanti per la sopravvivenza della maggioranza giallorossa, o giallorosa, come la vedono nel giornale di Vauro.

             Ma forse -va detto con onestà- Fico quando evoca, minaccia, auspica e quant’altro elezioni anticipate che non dipendono da lui pensa anche o soprattutto alle decine e decine di compagni di partito o movimento che, insofferenti pure loro, ricorrentemente tentati dal ricattare e immobilizzare Conte nel confronto con gli alleati e con i problemi tutti emergenziali del Paese, rischiano di rivedere solo in cartolina le Camere. Che sono diventate di decimazione sicura sia per i voti che i grillini perdono sistematicamente da due anni sia per il terzo dei seggi tagliato da loro stessi con le forbici prima parlamentari e poi referendari.

            Le Camere sono un po’ diventate adesso delle tonnare, dove ogni cosa ribolle nella disperazione e diventa miserabile: persino una decisione umanitaria come quella appena tentata dalla presidente del Senato di restituire il vitalizio al quasi moribondo Ottaviano Del Turco. Sì, ma per un mese, è sembrato che le abbiano praticamente imposto i soliti moralizzatori di turno volendo prima accertarsi di quanto davvero disponga il reprobo condannato per induzione indebita, con qualche probabilità -ahimè- che il poveretto nel frattempo muoia davvero. Che tristezza. O che schifo.

 

 

 

 

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Matteo Renzi è antipatico, d’accordo, ma prenderlo in giro non serve

            Non so, francamente, se Matteo Renzi abbia davvero usato la “sua” ministra Teresa Bellanova e il tema delle etichettature alimentari col quale la signora era alle prese a Bruxelles con i suoi interlocutori europei come pretesto per offrire al pubblico addirittura il brivido, o la complicazione, di un rinvio dell’incontro di Giuseppe Conte con la delegazione di Italia Viva, nell’ambito della verifica  della maggioranza. Che naturalmente non deve chiamarsi così perché il passato, cui quel termine appartiene, è brutto e odioso, per quanto rappresenti ancora il meglio della storia della Repubblica italiana. “Renzi allunga la verifica”, ha scritto il manifesto mentre sul Foglio si racconta di uno sconsolato o preoccupato Nicola Zingaretti che, accompagnato dal suo staff mediatico del Nazareno, va a mangiare in una trattoria deserta del centro di Roma e chiede il parere anche del cameriere sulla mossa dell’ex presidente del Consiglio.

            Certo, con queste trovate, chiamiamole così, Renzi non recupera la simpatia che ha largamente perduto, se mai ne ha avuta tanta, rispetto agli anni della scalata alla segreteria del Pd, della conquista pur un po’ troppo ruvida di Palazzo Chigi, del 40 per cento dei voti di memoria democristiana conquistato nelle elezioni europee del 1984. Poi fece il grandissimo, fatale errore di personalizzare il referendum su una pur apprezzabile -da me personalmente votata- riforma costituzionale, scatenando contro di sè tutte le antipatie che evidentemente covavano già allora sotto la cenere o le apparenze.

            A volte sembra addirittura che il giovane senatore di Scandicci provi gusto nelle sfide che gli possono procurare antipatie o, più in generale, ostilità. E mi ricorda un po’ il mio compianto amico Bettino Craxi, che suo malgrado, con quell’altezza fisica che aveva, il passo troppo lungo che seminava gli interlocutori, certe battute urticanti contro gli avversari e altro ancora si rendeva antipatico, pur essendo nel fondo -credetemi- un timido. Che tuttavia Renzi non è, avendo anzi la presunzione di essere il più furbo, e soprattutto di avere per la sua età più tempo di tutti gli altri per scalare tutto ciò che potrebbe capitargli a tiro, fosse pure la segreteria generale della Nato dopo l’elezione alla Casa Bianca del presidente Biden, di cui ha appena diffuso una vecchia foto insieme.

            Scritto tutto questo, resto tuttavia convinto che il migliore modo di contrastare Renzi non sia quello di deriderlo, come è tornato oggi a fare il giornale più amico o sostenitore del presidente del Consiglio -naturalmente Il Fatto Quotidiano- celebrandone in qualche modo le nozze in prima pagina con la “cosiddetta” ministra Bellanova, o “Vispa Teresa”, “braccia rubate all’agricoltura” e altro ancora, secondo lo stile inconfondibile del direttore Marco Travaglio.

            Per quanto malmesso pure lui, con quelle percentuali bassissime raccolte nelle elezioni in cui ultimamente si è misurato, Renzi ha una consistenza parlamentare -come del resto ce l’hanno anche i grillini- tanto sproporzionata alla forza elettorale quanto pericolosa per il governo che lui stesso d’altronde fece nascere l’anno scorso, sfilandosi subito dopo dal Pd proprio per conservarne le chiavi. Credo alle parole attribuitegli da Maria Teresa Meli oggi sul Corriere della Sera: “Se Conte non molla sulle cose che gli chiediamo apro la crisi. Non ora, ovviamente, che c’è la legge di bilancio da approvare, ma dopo, a gennaio”. E sarebbero guai seri.

 

 

 

 

 

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Jhon Elkann accusato di “tagliare la lingua” ai giornalisti delle sue testate

            Giovanni Valentini, tra i più nostalgici degli anni ruggenti di Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti all’Espresso e Repubblica, quando andavano d’amore e d’accordo e ritenevano, qualche volta a ragione, di avere la politica italiana in pugno, di poterla condizionare con una telefonata o un semplice corsivo, è saltato sulla sedia leggendo la “Mediamorfosi”  dettata ai suoi giornali da John Elkann, il nipote del compianto avvocato Gianni Agnelli. Che probabilmente sarebbe stato più prudente o meno esplicito di lui volendo dettare nuove regole o dare nuovi indirizzi alle testate di cui già disponeva direttamente o indirettamente, anche se pure lui quando ne aveva voglia andava giù pesante a criticare, come fece una volta col Corriere della Sera indicandolo “in mutandine”.

            All’amico Valentini potrei anche dare ragione quando contesta ad Elkann, come domenica sul Fatto Quotidiano, di avere indicato alla “Stampubblica” e annessi e connessi come modello “Radio Deejay”, con i suoi cinque milioni di ascoltatori, per “andare incontro all’immaginario collettivo sfidando ogni conformismo”. E’ un riferimento, in realtà,  “vagamente blasfemo”, come ha scritto Valentini vantando “il grande impegno politico, culturale, civile” di testate come Repubblica e l’Espresso.

            Non parliamo tuttavia della rivista MicroMega di Paolo Flores d’Arcais, che il nipote dell’avvocato ha scaricato improvvisamente sfidandone il fondatore a trovarsi un altro editore. E che la buona Sandra Bonsanti, strappandosi pure lei le vesti parlandone col Fatto Quotidiano, ha un po’ troppo generosamente paragonato ad una specie di cattedrale laica del giornalismo italiano. La cui ragione di nascere e di vivere fu negli anni Ottanta una furibonda lotta all’emergente presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi, a sostegno invece del Pci di Enrico Berlinguer e successori: qualcosa che Jhon Elkann non ha potuto vivere appieno per ragioni anagrafiche, avendo per fortuna solo 44 anni, ma di cui qualcuno deve avergli lasciato un penoso ricordo.

             A parte le sue critiche al “modello Radio Deejay,” non condivido invece la quasi disperazione di Valentini per la regola, dettata dal nipote dell’avvocato, del giornalismo praticato con “equilibrio, distanza critica dai fatti” e da “ogni forma di militanza”: tutta roba che Valentini traduce sbrigativamente nel “taglio della lingua”. Par di capire che tra la partigianeria, sin forse alla faziosità, e la militanza Valentini non veda differenze, per cui sospetta della democraticità e persino “purezza”, come si suol dire, di un editore come Jhon Elkann, con tutti gli altri  interessi extra-giornalistici che ha.

            Invece la militanza è un male vero, un guaio per i giornali. Mi riferisco non a quella di chi ha lavorato in scuole di giornalismo come sono state spesso le ormai scomparse testate di partito, piccole e grandi: dall’Unità all’Avanti, dalla Voce Repubblicana al Popolo e al Secolo d’Italia. Mi riferisco a quella, per esempio, che ho personalmente visto all’opera negli anni di Tangentopoli. Allora giornali di diversa e persino opposta tendenza politica, uniti però nell’antisocialismo, concordavano ogni sera come e cosa offrire ai loro lettori l’indomani per farli godere del gran lavoro che facevano nella Procura di Milano e dintorni a caccia del “cinghiale” Craxi. Quello non era chiaramente giornalismo. E ce ne sono ancora residui, anche se gli avversari sono cambiati, e si chiamano magari Matteo Renzi, o Matteo Salvini o ancora il vecchio, ostinatissimo e persino ondeggiante Silvio Berlusconi.

 

Una mezza “grazia” è in arrivo per Ottaviano Del Turco

            Al di là dell’arrabbiatura procuratale da un intervento televisivo di Vittorio Feltri, la presidente del Senato ha dunque deciso di intervenire per ripristinare -si vedrà in che modo ed entità- il vitalizio parlamentare tolto a Ottaviano Del Turco. Delle cui gravi condizioni di salute, attigue alla morte, Maria Elisabetta Alberti Casellati ha precisato di non essere stata informata quando ha partecipato all’”atto dovuto” contro l’ex senatore, deputato, europarlamentare, ministro, segretario del Partito Socialista, vice segretario della Cgil, perché condannato in via definitiva nel 2015 a 3 anni e 11 mesi di reclusione per “induzione indebita”.

            Fu l’unico reato sopravvissuto ad una lunga lista di ancora più gravi capi d’imputazione mossigli dalla Procura di Pescara per gli anni in cui era stato presidente della regione Abruzzo, arrestato ancora in quella veste nell’estate del 2008 per la gestione della sanità locale. Il cui principale imprenditore privato, scampato con la prescrizione ai reati contestati pure a lui, lo aveva accusato di avergli estorto danaro di cui tuttavia non furono trovate tracce negli accertamenti disposti sul patrimonio mobiliare e immobiliare dell’imputato. Che aveva invece potuto dimostrare di avere inferto pesanti penalità nei rimborsi regionali alle cliniche del suo accusatore, guadagnandosi così più di un motivo di rivalsa.

           Rivelato che nella “stessa seduta del Consiglio di Presidenza” occupatasi del caso di Del Turco aveva “assunto l’iniziativa per sanare un caso di decurtazione di un vitalizio che presentava forti elementi di iniquità”, Maria Elisabetta Casellati ha assicurato che “coerentemente mi impegnerò personalmente per tutelare le ragioni” dell’ex governatore della regione abruzzese. Con altrettanta coerenza, e senso di opportunità, anche se desta qualche perplessità sapere che un organo istituzionale si riunisce e decide su qualcuno senza disporre di tutte le informazioni necessarie o opportune,  pur in mancanza di iniziative di parte, Vittorio Feltri ha chiuso la polemica con parole di “commozione” e “ringraziamento per ciò che potrà realizzare” la presidente del Senato. Il cui intervento peraltro -notizia non certo irrilevante sul piano istituzionale e politico- toglie dall’imbarazzo in cui si è trovato il presidente della Repubblica di fronte alla richiesta pervenutagli da più parti di sanare lui la situazione graziando il pur inconsapevole, ormai, Del Turco, affetto anche dal morbo di Alzheimer, oltre che Parkinson e tumore.

            L’imbarazzo di Sergio Mattarella, ospite proprio ieri del Senato per il concerto tradizionale di Natale nell’aula di Palazzo Madama, derivava -e deriva- anche dal fatto che è pendente una richiesta difensiva di revisione del processo conclusosi con la condanna definitiva di Del Turco. Essa potrebbe al limite, pur con tutti i dubbi consigliati dai precedenti passaggi della vicenda giudiziaria dell’ex senatore, garantire all’interessato una  riabilitazione più piena, diciamo così, di una sia pur apprezzabile grazia presidenziale. Che per sua natura non può incidere sul merito del trattamento giudiziario riservato a Del Turco e colpirne le responsabilità.

           Ai familiari ormai, viste le condizioni personali dell’amico Ottaviano, auguro sinceramente di avere, e in tempo, la revisione del processo e una ben diversa conclusione per il loro congiunto. Che non è il mostro uscito dalle aule giudiziarie in una stagione di falsa e rigeneratrice rivoluzione. Non c’era in Italia nessuna Bastiglia da espugnare, nessun Capeto da ghigliottinare.

 

 

 

 

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Al pettine anche il nodo della “discontinuità” mancata a Palazzo Chigi

            Non appena si apre uno spiraglio di chiarimento della pasticciatissima situazione politica, in cui la maggioranza e l’opposizione hanno in comune una elevatissima confusione interna, si pongono questioni apparentemente verbali che in realtà nascondono la volontà di non chiarire un bel niente.

            Gli spiragli si aprono quando si torna al vecchio e vero linguaggio della politica, come la crisi, improvvisa o “pilotabile” che sia, la verifica, il rimpasto e simili, attraverso cui sono trascorsi una cinquantina d’anni di democrazia in Italia, succedendosi e intrecciandosi diverse formule politiche: dalla originaria unità resistenziale al centrismo, al centrosinistra, alla cosiddetta pausa o tregua di solidarietà nazionale e infine al superamento della vecchia incompatibilità fra socialisti e liberali, ritrovatisi insieme nel governo durante la fase conclusiva della cosiddetta Prima Repubblica, mentre la Storia, con la maiuscola, segnava il fallimento spontaneo del comunismo. La seconda guerra mondiale aveva già segnato per fortuna la fine del nazifascismo.

            Poi arrivarono la seconda, la terza e forse persino la quarta Repubblica, più o meno in corso, con le loro illusioni alternate di presidenzialismo, grazie alla personalizzazione dei partiti, piccoli e grandi, e di elezione diretta del governo con la designazione formale del presidente del Consiglio sulle schede delle coalizioni o singole forze politiche aspiranti alla guida del Paese. Ma questo sostanziale espediente  non ha impedito il passaggio a Palazzo Chigi di uomini mai votati a questo scopo dagli elettori, come -nell’ordine in cui si sono avvicendati- Lamberto Dini, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e  Giuseppe Conte. Che, messo alle strette in questi ultimi giorni, perdendo per strada pezzi della sua maggioranza e strizzando l’occhio a pezzi dell’opposizione, ha mostrato di volere accettare i rischi o la salvezza -secondo l’esito della partita- di una verifica, di un rimpasto e persino di una crisi. Ma si è subito corretto spiazzando i giornali con interpretazioni opposte e ripiegando su altri termini, soprattutto uno che forse considera nuovo ma non lo è: “confronto”. Eppure da autentico o presunto ispirato al celebre conterraneo pugliese che lo precedette a Palazzo Chigi nella Prima Repubblica dovrebbe sapere che di “confronto”, appunto, visse e si distinse Aldo Moro smontando e rimontando ai suoi tempi gli equilibri politici, dentro e fuori la sua Dc.

           Anche il presidente grillino della Camera, Roberto Fico, peraltro sempre più tentato dall’avventura di sindaco della sua Napoli, ha appena ribadito di non volere assolutamente chiamare “verifica” quella che pure Conte, magari consigliato da volenterosi sopra e sotto il Colle, si è praticamente incaricato di tentare, sfidato ormai un giorno sì e l’altro pure da Matteo Renzi. Che da socio parlamentarmente determinante della maggioranza gli ha posto condizioni che -chissà perché- in bocca a lui  diventano “ricatti” da scherno. Come se non fosse stato un “ricatto” anche il no opposto l’anno scorso dai grillini alla condizione di una “discontinuità” a Palazzo Chigi posta dal Pd per subentrare ai leghisti nel governo.

           I grillini pretesero e ottennero invece la conferma del presidente uscente del Consiglio  innescando non pochi dei problemi che sono oggi sul tappeto di una crisi “virtuale” -come l’ha giustamente definita Stefano Folli su Repubblica- che potrebbe trascinarsi per chissà quant’altro tempo ancora, non certo a vantaggio del Paese e di tutte le sue emergenze.

 

 

 

 

 

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