Giuseppe Conte è passato dal frecciarossa all’omnibus, con fermata a richiesta

            Più vedo la foto ormai d’archivio del presidente del Consiglio che attraversa in mascherina i corridoi di Palazzo Chigi per raggiungere il suo ufficio, o magari quello del potente portavoce, più mi chiedo sinceramente, non per ridere, chi e cosa lo spinga a tollerare ciò che gli accade intorno, nel governo e dintorni. Neppure l’ambizione più sfrenata, ammesso e non concesso che ne abbia, come sostengono a bassa e alta voce i suoi critici o avversari, può spiegare tanta tolleranza. Che forse definirebbe indifferenza la buonanima di Antonio Gramsci, uso a disprezzare  questo vizio più di ogni altro.

            Farebbe forse invidia anche a Giobbe la pazienza del professore e avvocato catapultato quasi due anni fa alla guida del governo dagli amici grillini, ma un po’ anche dai leghisti di Matteo Salvini. Che allora, per come sono andate le cose, avrebbero forse fatto meglio ad accontentarsi subito e direttamente di Luigi Di Maio, senza attendere l’estate dell’anno dopo per offrirgli inutilmente la presidenza del Consiglio.

            Il decreto legge dei 55 miliardi per il presunto rilancio o l’altrettanto presunta ripartenza -una volta tanto non un decreto amministrativo come i dpcm sfornati in abbondanza da quando è scoppiata l’emergenza virale- doveva essere una frecciarossa, senza fermata fra la stanza di Conte e le Camere, salvo la deviazione del Quirinale. Poi è diventato un rapido anomalo, con troppe fermate durante il trasferimento dal deposito alla stazione di partenza. Poi ancora un direttissimo, quindi un diretto, quindi ancora un omnibus, come si chiamavano una volta i treni che si fermavano ad ogni stazione, anche la più modesta. Siamo alla fine arrivati ad un convoglio obbligato a fermarsi ad ogni richiesta di sosta o passaggio lungo i binari.

            Gli annunci dei rinvii hanno dato la misura della precarietà di una situazione politica che, per quanto “necessitata”, come si sforzano di spiegare tutti i cultori del patriottismo, del senso di responsabilità, della saggezza e quant’altro, è forse ancora più pericolosa del covid 19.

            “La danza attorno a Conte” annunciata in prima pagina dal Foglio, con un titolo turchese, fa venire alla mente quelle dei Il Fogliocannibali attorno al pentolone in cui bolle la vittima di turno.

            “Il decreto del domani” annunciato dal giornale dei vescovi italiani con la minuscola per non confonderlo con l’omonimo quotidiano in Avvenirepreparazione a Milano su iniziativa di Carlo De Benedetti, orfano di Repubblica, mi sembra una Messaggerodefinizione quanto meno appropriata. Ma ancor più il titolo dato dal Messaggero all’editoriale del professore Alessandro Campi, che ha racconto di un Paese “appeso all’anarchia dei grillini”. Le cui lotte interne tra fazioni, sottofazioni, donne, uomini, reggenti e aspiranti, più precari dei migranti che si rifiutano di regolarizzare nella stagione dei raccolti agricoli, hanno trasformato la maggioranza in una palude.

            E’ ormai dalle elezioni europee di fine maggio dell’anno scorso, quando il movimento di Beppe Grillo precipitò dal 33 per cento dei voti delle politiche del 2018 al 17 per cento, che il presidente del Consiglio mostra e chiede comprensione per il “travaglio”, al minuscolo, dei pentastellati. Cui il Travaglio Il Fattoal maiuscolo cerca invece dalle colonne del Fatto Quotidiano, che dirige, di dare consigli o  ordini. Oggi è stata la volta degli ordini, con un titolo su tutta la prima pagina che intima di “piantarla”. Ma come? Questo è il problema.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

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