Il rischio di crisi salva la legge contro corruzione ma anche prescrizione

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede deve avere tirato un sospiro di sollievo apprendendo che il presidente della Repubblica ha firmato, per la promulgazione, la legge “spazzacorrotti” approvata definitivamente a Montecitorio il 18 dicembre scorso. E’ finita all’improvviso, pur senza un comunicato ufficiale sulla firma, la riflessione impostasi dal capo dello Stato di fronte anche ai dubbi espressi sul provvedimento dal Consiglio Superiore della Magistratura, di cui egli è costituzionalmente il presidente. Si tratta di dubbi particolarmente penetranti sulla norma che sospende la prescrizione  all’emissione della sentenza di primo grado per tutti i reati, e non solo per quelli corruttivi.

Il presidente della Repubblica ha probabilmente interrotto la sua riflessione -pur avendo ancora una settimana di tempo per la firma della legge- di fronte all’insorgenza delle prime voci e interpretazioni sui tempi non rapidi della firma mentre si appesantiva improvvisamente la situazione politica. E’ sin troppo evidente, in particolare, la falla apertasi all’interno della maggioranza di governo sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, con riflessi più o meno ritorsivi anche sulle misure in cantiere per l’utilizzo dei fondi destinati nel bilancio al cosiddetto reddito di cittadinanza e all’accesso anticipato alla pensione.

Voci per quanto non confermate attribuiscono al capo dello Stato il timore di concorrere, anche se involontariamente, alle tensioni politiche procrastinando ulteriormente la firma della legge contro la corruzione, o addirittura consentendone la promulgazione con una lettera di segnalazione o puntualizzazione non mancata in altre occasioni, come l’emanazione del decreto legge su sicurezza e immigrazione. Che peraltro,  poi convertito in legge, è incorso nelle contestazioni di sindaci definiti per questo “traditori” dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, ma soprattutto di regioni che si stanno avvalendo dell’accesso diretto alla Corte Costituzionale per la verifica della legittimità di alcune disposizioni che interferiscono con le competenze delle amministrazioni locali.

In ordine ai dubbi da più parti sollevate, anche -ripeto- dal Consiglio Superiore della Magistratura, sulla modifica radicale dell’istituto della prescrizione, il capo dello Stato ha evidentemente voluto scommettere pure lui -solo i fatti potranno dire se con troppo ottimismo o con pacata ragionevolezza- sulla capacità di questa maggioranza di governo non solo di durare, ma di varare la riforma del processo penale. Nell’ambito della quale si dovrà trovare il modo di contemperare il rischio di un allungamento a tempo indeterminato del percorso in tre tappe di un procedimento giudiziario -tra primo, secondo e terzo grado di giudizio- con la “ragionevole durata” del processo prescritta dall’articolo 111 della Costituzione, modificato proprio a questo fine nel 1999.

E’ opportuno ricordare di nuovo che i leghisti hanno accettato, con dichiarazioni di Salvini e della ministra della funzione pubblica e avvocata di spicco Giulia Bongiorno, partecipi di un vertice di maggioranza dedicato a questo problema, l’introduzione della nuova norma sulla prescrizione subordinandone l’applicazione proprio alla riforma del processo penale. Dalla quale invece ripetutamente il ministro grillino della Giustizia ha dichiarato di volere prescindere, ritenendo quindi incondizionata la sospensione della prescrizione  alla sentenza di primo grado, sia di condanna sia di assoluzione. La quale ultima, una volta impugnata dalla pubblica accusa, potrebbe paradossalmente condannare anche l’assolto ad essere un imputato a vita.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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