Il pasticciaccio brutto della prescrizione procurato a Conte dall’amico Bonafede

             Chissà se in cuor suo, nell’intimo delle tentazioni inconfessabili, tra un selfie e l’altro strappatigli nel “transatlantico” di Montecitorio dalle deputate grilline dopo averlo ammirato in aula alla prova del “question time” d’importazione anglosassone, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrà ancora una volta invidiato l’amico Donald Trump, che lo chiama affettuosamente “Giuseppi” quando s’incontrano o si sentono al telefono. Una invidia doppia però, questa volta, perché il presidente degli Stati Uniti non solo ha superato lo scoglio sempre insidioso delle elezioni di medio termine, cioè di metà mandato, ma ha in qualche modo celebrato il sostanziale successo, nonostante i guadagni degli avversari alla Camera, licenziando lo scomodo ministro della Giustizia.

           Dio solo sa quanto sia diventato scomodo negli ultimi giorni a Conte il guardasigilli Alfonso Bonafede, cui però egli deve in fondo la sponsorizzazione e l’ approdo alla guida di un governo dove, negli originari progetti grillini, il professore di diritto e “avvocato del popolo”  era destinato solo a fare il ministro della pubblica amministrazione: quello che adesso fa ed è la leghista Giulia Bongiorno. La quale, guarda caso, è stata la più vigorosa all’interno del governo e della maggioranza a creare il caso Bonafede, contestandogli “la bomba atomica” lanciata sui processi con la proposta di fermare la prescrizione alla sentenza di primo grado, togliendo quindi ogni scadenza ai giudizi successivi.

           Formalmente, per colleganza di partito, gratitudine e quant’altro, Conte ha dovuto condividere la difesa di Bonafede fatta da Luigi Di Maio, contemporaneamente suo vice presidente del Consiglio e capo di partito, e fronteggiare quindi la difesa fatta, a sua volta, di Giulia Bongiorno dall’altro vice presidente del Consiglio e leader della Lega Matteo Salvini. In realtà, però, Conte sa benissimo, da presidente del Consiglio e da avvocato, che Bonafede si è messo nei guai, non foss’altro saltando sul treno legislativo sbagliato per introdurre la sua controriforma della prescrizione, dopo le modifiche apportatele dal predecessore Andrea Orlando, del Pd.  Che non a caso si è appena vantato dei tagli apportati alla prescrizione fra un giudizio e l’altro e ha accusato il successore  di stare facendo pasticci inenarrabili.

          Il primo di questi pasticci è proprio il salto sul treno sbagliato, o quanto meno assai controverso, della legge sulla lotta alla corruzione: tanto controverso che i tempi di esame in commissione, alla Camera, si sono praticamente bloccati perché l’ammissibilità dell’emendamento  voluto, ispirato e quant’altro da Bonafede ad una legge di contenuto diverso ha investito la giunta del regolamento di Montecitorio, e quindi il presidente stesso della Camera, che è il grillino Roberto Fico.

             Il secondo pasticcio è consistito nella sottovalutazione delle reazioni della magistratura, dove i no sono prevalsi subito e di molto sui sì: dal primo presidente della Cassazione al procuratore generale, dal presidente emerito della suprema Corte al presidente dell’associazione nazionale delle toghe, con un coro di dubbi e di veti cui risulta che non sia rimasto insensibile il capo dello Stato Sergio Mattarella. Alla cui firma alla fine la legge dovrà arrivare, col rischio di essere rimandata alle Camere se imbottita di cose dalla dubbia costituzionalità o copertura finanziaria.

            Il terzo, o quarto pasticcio, se si vuole considerare terzo quello dell’allarme sostanzialmente scattato al Quirinale, è la forza politica e logica con la quale, proprio a causa delle circostanze precedenti, Matteo Salvini ha riproposto l’esigenza di una generale riforma della giustizia, nella quale andrebbe affrontato il problema della prescrizione salvaguardando naturalmente il principio costituzionale della “ragionevole durata” dei processi. Che pertanto non possono diventare “eterni”, ha ammonito il leader della Lega.

            Rolli.jpgAprire tuttavia il vaso di Pandora della riforma della giustizia, comprensiva della separazione delle carriere, della responsabilità civile dei magistrati e altro ancora, potrebbe scatenare nel governo e nella maggioranza una tempesta più grande di quella fatta scoppiare da Bonafede sul terreno della prescrizione.  E, più in particolare, potrebbe provocare altre scosse nel movimento grillino, superiori a quelle emerse col voto palese di fiducia cui il governo ha dovuto ricorrere nell’approvazione del decreto legge sulla sicurezza che porta il nome di Salvini. Cinque senatori del movimento, uno per ciascuna delle stelle del movimento, come si è divertito a raffigurare nella sua vignetta Stefano Rolli sul Secolo XIX, hanno negato sino all’ultimo il loro voto, anche a costo di una espulsione che farebbe rivivere all’incontrario al comandante Gregorio De Falco, politicamente dissidente, l’avventura di quell’ordine da lui lanciato per telefono a Francesco Schettino di “risalire, cazzo” -scusate la parolaccia- sulla nave Concordia che aveva abbandonato nel naufragio all’isola del Giglio.  Il problema per il senatore De Falco sarebbe questa volta di scendere lui dal movimento, prima di esserne cacciato.

           Proprio il rimando alla riforma della giustizia ha consentito a Salvini di imporre alla fine a Bonafede un apparente compromesso, che disinnesca la bomba della modifica alla legge sulla corruzione subordinandone l’applicazione alla riforma, appunto, della giustizia penale, per la quale il governo si è dato un anno di tempo, se basterà. 

 

 

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