Quella benedetta caccia agli untori suggerita da Sergio Mattarella

            Il presidente della Repubblica  Sergio Mattarella farà fatica ad usare il ventaglio offertogli al Quirinale, peraltro ben dotato di aria condizionata, come la Camera e il Senato, in vista della solita pausa estiva della politica. Che spesso peraltro è pausa solo di nome perché i problemi sono ben più forti del calendario e le polemiche non vanno mai in ferie.

            Il ventaglio dei giornalisti parlamentari, del resto, non serve ormai a rifrescarsi. Serve, più proficuamente, a chi lo riceve stando ai vertici delle istituzioni per fare il punto della situazione, esprimere auspici e lanciare moniti. Mattarella ha ben colto l’occasione per riproporre il passaggio dei Promessi Sposi in cui Alessandro Manzoni, raccontando della peste a Milano di quattro secoli fa e degli untori che ne moltiplicavano portata ed effetti, lamenta “il buon senso nascosto per paura del senso comune”.

            Ben detto, presidente. Il “senso comune” dei nostri giorni, dominati da populismo, sovranismo, giustizialismo, approssimazione, incompetenza, malanimo e altro ancora, è purtroppo desolante. Ormai siamo alla profezia della fine del Parlamento, sia pure “fra qualche lustro”, come ha detto il profeta della democrazia digitale Davide Casaleggio sviluppando il pensiero del padre, Roberto. Che fondò col superstite Beppe Grillo il Movimento delle 5 Stelle ora al governo con la Lega non più soltanto padana di Matteo Salvini.

            Il grande, grandissimo Manzoni deplorò in quello che ritengo il più bel romanzo della letteratura italiana la caccia degli untori che riuscirono nella Milano della peste a mettere in ginocchio la città più ancora dell’epidemia che l’aveva colpita. Il problema oggi, se davvero tornasse e prevalesse il buon senso, smettendo di nascondersi dietro il senso comune, è quello di fare la caccia agli untori che stanno ammorbando la democrazia.

            Penso a chi vive e cresce elettoralmente di antipolitica. A chi scambia per casta qualsiasi categoria diversa dalla propria. A chi liquida come “privilegi rubati” i cosiddetti diritti acquisiti. A chi scambia le opposizioni per lobby. A chi preferisce i processi in piazza a quelli nei tribunali. A chi straccia i contratti fregadosene delle penali. A chi predica bene ma razzola male, anzi malissimo, contro l’accaparramento dei posti e la pratica della cosiddetta lottizzazione. A chi scambia le leggi per coriandoli. A chi abusa della disinformazione altrui e l’alimenta.

            Chi siano costoro non ci vuole molto a capire leggendo i giornali e ascoltando la radio e la televisione, o navigando in internet. Se poi costoro sono arrivati al governo per effetto di un risultato elettorale che non consentiva obiettivamente, nelle condizioni date, altre soluzioni, per cui il buon senso -per tornare a Manzoni e a Mattarella- ha imposto di mettersi alla finestra sperando nel buon Dio, c’è solo da mettersi a questo punto le mani nei capelli. Almeno per quelli che li hanno. Gli altri dovranno accontentarsi di strofinarle sulla loro calvizie. E sperare che la tempesta dell’assurdo passi presto.  

Neppure la morte di Sergio Marchionne disarma i suoi avversari

            Sergio Marchionne morendo ha paradossalmente tolto giornali e televisioni dall’imbarazzo di continuare a scriverne e parlarne da morto quando era ancora in vita. Ciò è accaduto per giorni interminabili e penosi, fra i misteri -forse troppi- che hanno accompagnato il  ricovero a Zurigo, l’operazione alla spalla e l’agonia, mentre nel gruppo FCA e accessori si affrettavano a sostituire il capo senza aspettarne l’ultimo respiro.

           Bandiera a mezz'asta.jpg Romano Prodi, all’epoca presidente della Commissione Europea ed ex presidente del Consiglio, ha giustamente ricordato sui giornali di cui è editorialista che Marchionne “nel 2004 salvò la Fiat da morte sicura”. Dopo soli 14 anni nessuno ha potuto salvarlo disgraziatamente da una morte che lui, pur non stando bene da un anno, come ha appena rivelato il suocero Pier Luigi Battezzato, non aveva minimamente messo nel conto decidendo di ricoverarsi a Zurigo, e lasciando invariata l’agenda degli appuntamenti già presi per una quindicina di giorni dopo, anche se questo particolare il padre della sua compagna non lo ha detto. Ha detto, invece, il suocero assai significativamente: “Quello di Sergio doveva essere un intervento semplice. E invece è accaduto il peggio. A volte penso che se non fossero andati là –lui e Manuela, la compagna– forse sarebbe stato diverso. Se si fosse fatto operare alle Molinette, qui in Italia….”.

            Morire in queste condizioni a 66 anni, dopo essere riuscito a fare in soli 14 quello che ha fatto, almeno dall’epoca del salvataggio della Fiat, e con tutto ciò che avrebbe potuto fare  se non avesse forse sbagliato ospedale, scelto -a sentire il suocero- solo o soprattutto per difendere meglio la sua privacy, ti macera l’anima.

            In questo grandissimo dramma umano colpisce ancora di più la pochezza, a dir poco, dei politici, sindacalisti e quant’altri che non si sono fermati neppure davanti alla notizia della morte sulla strada delle critiche al Marchionne manager e imprenditore. E’ il caso, per esempio, dell’ex segretario generale della Cgil Sergio Cofferati, delle cui esperienze dopo la guida del maggiore sindacato italiano ho perso il conto. Egli ha detto al Manifesto che il salvatore della Fiat “aveva coraggio, ma con un modello sbagliato”.

          Rolli  2.jpg Già, il modello giusto per mantenere in vita le aziende e difendere i posti di lavoro era quello di Cofferati e dei suoi colleghi e compagni. Che hanno portato il sindacato e la sinistra sulla luna facendola diventare rossa, come ci ha scherzato sopra il vignettista Stefano Rolli, del Secolo XIX, pensando alla prossima, vicinissima eclissi: la più lunga del secolo, al minuscolo.

Le Camere senza vista sognate al computer da Davide Casaleggio

            Deve averla detta e fatta davvero grossa Davide Casaleggio sognando la fine del Parlamento, sia pure fra “qualche lustro”, per fare saltare sulla sedia persino i suoi amici al Fatto Quotidiano. Dove il vignettista Riccardo Mannelli gli ha dato la voce di Benito Mussolini, evocando ”il bivacco” che il Duce del fascismo avrebbe potuto fare del Parlamento per i suoi “manipoli”, diventati manipolisti nello scenario digitale del “figlio dello Spirito Santo” dei grillini. Così Davide Casaleggio è stato definito, sempre sul Fatto Quotidiano”, dal fondatore ed ex direttore Antonio Padellaro, che ha evocato il fascino mitico di Roberto Casaleggio padre nel Movimento delle 5 Stelle.

            Paragonato Roberto Casaleggio allo Spirito Santo e il figlio Davide in qualche modo a Gesù, non resta che assegnare, nella rappresentazione religiosa che Padellaro ha fatto del movimento ora pilotato dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, il posto e il ruolo di Dio a Beppe Grillo. Che forse non a caso preferisce lui stesso definirsi ogni tanto “l’Elevato”, andandogli forse stretti i panni ufficiali del “Garante”, sempre con la maiuscola.

            Giustamente Padellaro si è chiesto se basteranno i più semplici propositi espressi da Di Maio di far funzionare meglio le Camere, una delle quali peraltro presieduta ora da un grillino, ad evitare o ridurre i danni d’immagine e un certo sapore eversivo che Davide Casaleggio procura al Movimento delle 5 Stelle proiettandolo nello scenario di una democrazia digitale. Che è semplicemente una falsa democrazia, non lo sviluppo o l’ammodernamento di quella “rappresentativa” alla quale siamo abituati. E che è sancita da una Costituzione difesa con forza due anni fa non più tardi di due anni fa partecipando alla campagna referendaria contro la riforma targata Matteo Renzi. Il quale, poveretto, si era limitato da Palazzo Chigi a cercare di tagliare le unghie al Senato, riducendone la consistenza numerica, le competenze  e la rappresentatività, con un sistema elettorale un po’ anomalo, a tutto ed esclusivo vantaggio della Camera.  

            La sortita di Davide Casaleggio ha avuto l’inconveniente, fra l’altro, di arrivare nel dibattito politico mentre la maggioranza che sostiene il governo grilloleghista o gialloverde – o giallo blu, visto che neppure i colori sono certi- sperimenta le prime difficoltà in un Parlamento dove manca il “mandato imperativo” reclamato dal Movimento 5 Stelle. Che farebbe rischiare la decadenza a quanti in Parlamento votassero difformemente dalle indicazioni e decisioni dei gruppi o partiti di appartenenza o di elezione.

           Villone.jpg Anche se non sono mancate, oltre a quelle di Padellaro, reazioni critiche alla democrazia digitale teorizzata dal “figlio dello Spirito Santo” dei grillini, mi spiace dover dire che ho potuto trovare solo sul Manifesto parole nella cui chiarezza e fermezza potermi riconoscere del tutto. Sono quelle usate da Massimo Villone per scrivere: “Noi ci batteremo perché fra un paio di lustri vi sia ancora un Parlamento forte e rappresentativo, e che risulti invece provata la inutilità di Casaleggio junior”.

 

 

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La musica agrodolce di Mattarella ai magistrati di tirocinio, e non solo

            Certo, i magistrati in tirocinio ricevuti sotto i soffitti del Quirinale hanno sentito suonare dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella una musica diversa da quella del sottosegretario leghista alla Giustizia Jacopo Morrone, detto spiritosamente anche Tafazzi. Che nella sede del Consiglio Superiore della Magistratura in un eccesso di sincerità li scandalizzò di recente esortandoli a guardarsi dalle correnti nelle quali si articola il dibattito -si dice così ?- fra le toghe italiane, ma soprattutto da quelle di sinistra. Ne nacque una polemica furiosa, sino alle richieste inutili delle dimissioni di Morrone da parte del presidente uscente dell’organo di autogoverno dei magistrati e di alcuni parlamentari del Pd.

            Mattarella ha invece difeso “il diritto” anche delle toghe “di associarsi liberamente”. Un diritto che, secondo il capo dello Stato, costituisce “una condizione preziosa contro ogni tentativo di indebita intromissione”. Cui, in verità, con tutto il rispetto personale e istituzionale dovuti al presidente della Repubblica, e con tutte le distanze che meritava il linguaggio del sottosegretario leghista, potrebbe o dovrebbe bastare il Consiglio Superiore della Magistratura. Che infatti apre pratiche di cosiddetta tutela ogni volta che una toga è o si sente minacciata di tntromissione o da altro.

            Il capo dello Stato ha tuttavia aggiunto alla difesa del diritto correntizio, qual è o è diventato quello di “associarsi liberamente”, un monito che non nasce da uno scrupolo teorico, direi filosofico, ma da una realtà che lo stesso Mattarella deve avere percepito personalmente in tre anni e più trascorsi alla Presidenza della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura.

            “Occorre evitare -ha detto testualmente Mattarella- che l’aggregazione associativa possa trasformarsi in corporativismo o, peggio ancora, in forme di indebita tutela, se non di ingiustificato favore basate sul mortificante criterio di appartenenza”. E’ ciò che invece avviene   da tempo, diciamo pure sistematicamente, con la pratica delle nomine o promozioni.

             Esiste di fatto nel Consiglio Superiore della Magistratura, senza neppure il bisogno del concorso specialistico della componente “laica”, cioè politica, dei membri eletti dalle Camere, e non dalle toghe, il famoso “Manuele Cencelli”. Che è stato adottato nelle varie edizioni della Repubblica -prima, seconda e questa terza in collaudo, destinata, secondo le previsioni, anzi gli auspici appena espressi da Davide Casaleggio, a fare a meno persino del Parlamento- per la spartizione dei Ministeri, sottosegretariati, enti e quant’altro.

            Questa pratica fra le toghe è diventata talmente sfacciata, e spesso paralizzante per gli uffici giudiziari, costretti a rimanere a lungo senza titolari, che è paradossalmente nata una nuova corrente per denunciarla e contrastarla: quella di Piercamillo Davigo. Che sono personalmente curioso di vedere all’opera nel nuovo Consiglio, dove è approdato in rappresentanza dei giudici di legittimità.

            Mi auguro che Davigo, il “dottor Sottile” a suo modo della squadra di Francesco Saverio Borrelli alla Procura di Milano negli anni di “Mani pulite”, sappia usare coi colleghi nel Palazzo dei Marescialli la stessa grinta che mette nei salotti televisivi, dove è frequentemente invitato, per sostenere la sua pur poco rasserenante visione o interpretazione della giustizia. In forza della quale chi è assolto in un processo deve essere avvertito e persino sentirsi più fortunato che innocente. E chi è condannato -aggiungo io- deve sperare che nessuno gli tolga il diritto all’appello.

Dalla logica della sentenza sulla trattativa non si salva nessuno, neppure la Consulta e la Procura di Milano

Più leggo stralci delle 5.253 pagine della sentenza  di primo grado della Corte d’Assise di Palermo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia di un quarto di secolo fa, se mai troverò il tempo e la voglia di leggerle tutte, magari nelle modalità di stampa annunciate dal Fatto Quotidiano, e più ne diffido.

Mi ha colpito, per esempio, un inciso sull’avvicendamento al Viminale, nell’estate del 1992, fra i democristiani Vincenzo Scotti e Nicola Mancino con la formazione del primo governo del socialista Giuliano Amato.

In quell’avvicendamento, lamentando in particolare “l’assenza di pubbliche e plausibili spiegazioni” della mancata conferma di Scotti a ministro dell’Interno dopo la sua “azione di contrasto contro le mafie”, la sentenza ha indicato un sostanziale “segnale” di disponibilità alla trattativa dopo la strage di Capaci.  Dove erano stati uccisi Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutti gli uomini della scorta. Un segnale prezioso -avverte la sentenza- per fare prendere sul serio dal capo della mafia Totò Riina gli approcci tentati dall’allora colonnello Mario Mori e altri ufficiali dell’Arma dei Carabinieri attraverso l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino.

Ma le “spiegazioni” della mancata conferma di Scotti al Viminale erano notissime già all’epoca del fatto. Non retroscena ma cronache politiche vere e proprie raccontarono nel mese di giugno del 1992 dello sconcerto che lo stesso Scotti e l’allora guardasigilli socialista Claudio Martelli provocarono nei segretari dei loro partiti, Arnaldo Forlani e Bettino Craxi, per un incontro avuto al Quirinale con l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Il quale li convocò per essere informato di alcuni provvedimenti legislativi in cantiere dopo la strage di Capaci ma colse l’occasione, diciamo così, anche per parlare con loro della formazione del nuovo governo: il primo della legislatura uscita dalle urne del 5 aprile di quell’anno.

Preoccupato per la precarietà della situazione politica, aggravata dai contraccolpi dell’inchiesta giudiziaria milanese su Tangentopoli e dal clima di emergenza creatosi con l’attentato di Capaci,  clima in cui era maturata anche la sua elezione al Quirinale, Scalfaro aspirava alla formazione di un governo di tregua, magari capace di guadagnarsi l’astensione o la benevola opposizione dei comunisti. E si lasciò andare a immaginare uno scenario in cui i suoi due interlocutori, muovendosi all’uopo all’interno dei loro partiti, potessero scambiarsi i ruoli di presidente e vice presidente del Consiglio.

Marco Pannella, allora in eccellenti rapporti con Scalfaro, informò dell’udienza quirinalizia e dei suoi contenuti Bettino Craxi, che a sua volta ne riferì ad Arnaldo Forlani. Entrambi non gradirono per niente, ciascuno nel suo stile. Craxi, che ancora aspirava a fare lui il presidente del Consiglio, imprecò contro il “tradimento” di Martelli e Forlani aprì alla richiesta della sinistra del suo partito di riservarle nel nuovo governo un Ministero di grande peso, come quello dell’Interno, da destinare al loro uomo di punta in quel momento, che era il capogruppo del Senato Nicola Mancino.

Quando si arrivò all’incarico a Giuliano Amato -con la forzata rinuncia di Craxi all’ambizione di tornare a Palazzo Chigi, non avendo il capo della Procura di Milano escluso in un incontro irrituale con Scalfaro un suo coinvolgimento nell’indagine famosa come “Mani pulite”-  le trattative concrete per la lista dei ministri presero una piega a dir poco scontata. Scotti finì alla Farnesina e Mancino al Viminale.

Martelli riuscì a rimanere al Ministero della Giustizia con una telefonata di chiarimento a Craxi, cui chiese di poter continuare in via Arenula “il lavoro cominciato con Giovanni”, cioè Falcone, da lui nominato direttore degli affari penali nei mesi precedenti: lavoro drammaticamente interrotto a Capaci.

Scotti non protestò per la sua nuova destinazione ma per la incompatibilità fra cariche di governo e mandato parlamentare introdotta da Forlani all’interno della Dc come segnale di cambiamento. Egli preferì restare deputato -con le relative e ancora intatte immunità, dissero i malevoli- piuttosto che fare il ministro degli Esteri.

Martelli rimase al Ministero della Giustizia sino al 10 febbraio del 1993, quando si dimise per un avviso di garanzia ricevuto dalla Procura di Milano. Che lo coinvolse in Tangentopoli non credo proprio per allontanarlo da via Arenula allo scopo di mandare a Totò Riina un altro  “segnale” favorevole alla trattativa, per seguire la logica applicata nella sentenza di Palermo alla partenza di Scotti dal Viminale.

Con quella logica qualcuno potrebbe vedere un “segnale” favorevole alla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia persino nella sentenza della Corte Costituzionale del 28 luglio 1993 in materia di carcere duro. Ad essa si attenne in autunno per non rinnovare il trattamento speciale a 334 detenuti di mafia  il guardasigilli Giovanni Conso, presidente emerito della stessa Corte, subentrato a Martelli in via Arenula e confermato nel governo di Carlo Azeglio Ciampi.

Quella decisione non portò Conso sul banco degli imputati solo perché i pubblici ministeri avrebbero dovuto passare la pratica ad altri uffici: quelli del tribunale dei ministri, con le procedure previste dalla legge, comprensive di un coinvolgimento del Senato.  Essa tuttavia  è incorsa nelle critiche dei giudici della Corte d’Assise di Palermo per la “speranzella”, coltivata tanto in buona fede da Conso da esprimerla pubblicamente, che l’allentamento delle tensioni nelle carceri potesse produrre anche un cambiamento nell’organizzazione mafiosa. Che continuava a eseguire e progettare attentati anche dopo la cattura di Totò Riina, avvenuta il  15 gennaio 1993.

Da sola, peraltro, quella cattura poteva o doveva smentire il sospetto di una tresca, penalmente tradotta poi nel reato di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario,  per assecondare l’organizzzazione criminale guidata da u curtu in latitanza dal lontano 1969.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La rivincita di Sergio Marchionne sulla sinistra anche nel commiato dalla vita

            Dal Pd, che rimane il principale partito della sinistra italiana, pur sceso nei sondaggi Ipsos freschi di stampa al 17 per cento, perdendo due punti rispetto alle elezioni politiche di marzo, si sono levate due sole voci per difendere quella che è ormai solo la memoria di Sergio Marchionne, in coma “irreversibile” a Zurigo mentre scrivo. E già sostituito al vertice della FCA, cioè l’ex Fiat da lui salvata e resa più forte e mondiale.

            Le due sole o ascoltate voci levatesi dal Pd in difesa di Marchionne sono state quelle solite, sarei tentato di dire, di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni, non a caso ex e non più presidenti del Consiglio. Renzi, che del Pd è stato anche segretario, sempre quindi al passato, ha detto dei critici e perduranti avversari di Marchionne, pensando forse un po’ anche a se stesso, che nutrono “l’odio ideologico di chi detesta le persone di talento”.

            Paradossalmente anche nel suo drammatico commiato dalla vita, sostituito in verità al vertice dell’azienda con inelegante, quasi disumana e sicuramente anticristiana tempestività da chi non crede evidentemente nei miracoli, Marchionne ha messo a nudo i limiti di una sinistra prevalentemente arcaica. Che non ha voluto e saputo rendergli neppure l’onore delle armi.

            Di questa sinistra arcaica porta la barba il segretario ex reggente ma sempre provvisorio del Pd Maurizio Martina, di quasi quarant’anni mal portati con quella sofferenza che ha deciso masochisticamente di rendere ancora più evidente rinunciando al pennello e al rasoio. La vignetta appena dedicatagli sul Corriere della Sera da Emilio Giannelli, con la concisione di un’editorialista armato solo di matita, è tanto impietosa quanto meritata.  Marchionne ne sorriderebbe, se potesse.

  

 

    

Quei vuoti d’aula, ma anche di memoria, di iniziativa, di coerenza e di identità

            Se alla fine di ogni settimana politica ci fosse una foto da scegliere per rappresentarne il fatto più significativo, non si potrebbe fare a meno questa volta dell’immagine desolante dell’aula della Camera nella seduta di venerdì 20 luglio. Un’aula praticamente vuota in cui il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, rispondendo ad una interpellanza urgente  ha denunciato il “pasticcio” della gara gestita dal precedente governo per la vendita dell’Ilva di Taranto, incorsa anche in alcune valutazioni critiche dell’Autorità anti-corruzione presieduta da Raffaele Cantone. Che era stata investita del problema dallo stesso Di Maio e, più in alto, dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

            Con la denuncia del vice presidente del Consiglio grillino e l’annuncio di “nuove indagini” dei suoi uffici il destino del complesso siderurgico pugliese, che sembrava destinato al risanamento e al rilancio col passaggio al colosso ArcerolMittal, è tornato ad essere incerto. O, se si preferisce, è diventato più incerto di prima, con tutto ciò che l’incertezza procura sul destino di una comunità d’interessi valutata in oltre 15 mila famiglie.

            Le idee sul complesso siderurgico di Taranto sono tanto confuse all’interno dello stesso partito di Di Maio – al di là, anzi nonostante le certezze mostrate dal superministro ogni volta che parla di qualsiasi problema gli capiti di trattare con le sue apodittiche dichiarazioni-  che neppure il fondatore del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, riesce a farsi sentire, e capire lui stesso. D’altronde, egli non ha saputo produrre meglio e di più di una proposta di realizzare sul posto, quasi come riscatto dopo tanto inquinamento, un parco giochi: un’opinione personale, l’ha subito definita Di Maio.

            Già in crisi con le previsioni di aumento della disoccupazione formulate dal contestato presidente dell’Inps Tito Boeri come effetto del decreto legge tanto sbandierato proprio da Di Maio all’insegna della dignità nella lotta al precariato dei contratti a termine, ai grillini non deve piacere l’idea di una crisi irreparabile dell’Ilva. E, non sapendo che fare, essi hanno disertato venerdì pure loro, come tutti gli altri gruppi cui solevano impartire lezioni di serietà e diligenza,  l’aula di Montecitorio. Dove invece il “capo” aveva deciso di drammatizzare la situazione a tal punto da provocare le sostanziali proteste di Cantone. Il quale ha avvertito il rischio di vedersi addebitare un annullamento della gara di aggiudicazione, con tutte le complicazioni conseguenti, che potrebbe invece essere solo nelle tentazioni del vice presidente grillino del Consiglio.

              Le criticità della gara sono sanabili, si è affrettato a precisare il presidente dell’Autorità anticorruzione, non riuscendo tuttavia a sottrarsi alle critiche e proteste  del predecessore di Di Maio, l’ex ministro piddino dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Che Di Maio sfotte, ogni volta che ne parla in un salotto televisivo, dicendo che sarà pure più bravo e più competente di lui, giovane alle primissime armi di governo, ma gli ha lasciato in eredità troppi problemi irrisolti.

            I vuoti grillini in quell’aula deserta della Camera erano venerdì scorso ancora più desolanti degli altri: desolanti ed emblematici della crisi d’identità in cui si trovano i parlamentari delle 5 Stelle alle prese con le questioni di governo, comprensive dei rapporti con gli alleati leghisti. Loro, i grillini, che alle alleanze sono stati a lungo allergici, sognando una vittoria elettorale che li rendesse autosufficienti.

            Da quando sono al governo diventando essi stessi “Stato”, come li ammonì una volta Di Maio sculacciandoli per l’abitudine di sentirsi ancora all’opposizione, e di praticarla anche contro di lui, i parlamentari grillini si sentono pesci fuor d’acqua. E quella che passa loro ogni tanto il compagno di partito Roberto Fico dallo scranno di presidente della Camera, prendendo le distanze dai porti chiusi -o semichiusi- da Matteo Salvini e dal pentastellato Danilo Toninelli  agli sbarchi degli immigrati soccorsi in mare è troppo poca acqua per soddisfare la sete congenita di opposizione.

            Abituati a criticare le nomine effettuate dagli altri, vedendovi sempre l’aspetto lottizzatorio e poco o per niente meritocratico, i grillini debbono oggi effettuare e difendere nomine non meno sospettabili di lottizzazione, clientelismo e familismo, a cominciare dalle segretarie dei ministri per finire ai vertici, per esempio, dalla Cassa Depositi e Prestiti.

            Non parliamo poi della sofferenza dei parlamentari delle 5 Stelle ogni volta che debbono praticare il garantismo non solo per i compagni di partito, a livello locale e nazionale, incorsi in qualche problema con l’amministrazione giudiziaria ma anche per gli alleati o compagni di viaggio al governo, com’è appena accaduto col caso del ministro degli affari europei Paolo Savona. Che è stato inchiodato, diciamo così, al suo posto con prontezza di riflessi anche da Di Maio, e non solo da Salvini, all’annuncio dell’avviso di garanzia per presunta usura bancaria, con altri 22 indagati,  quando era presidente dell’Unicredit.

            Quel rompiscatole di Matteo Renzi, come viene avvertito l’ex segretario del Pd in casa grillina, ha avuto gioco sin troppo facile nel rinfacciare a Di Maio, proprio a proposito della difesa di Savona, la rapidità e sommarietà con cui il Movimento delle 5 Stelle  reclamava le dimissioni  di esponenti del suo governo raggiunti da avvisi di garanzia, o solo sospettati di poterne ricevere. Ma di quelle dimissioni va anche detto, onestamente, che Renzi le concesse o assecondò con una certa disinvoltura o incoerenza rispetto alle sue attuali posizioni garantiste. Lo  dimostrano impietosamente le vicende  -per esempio- di Federica Guidi e di Maurizio Lupi, praticamente abbandonati dall’allora presidente del Consiglio agli attacchi dell’opposizione grillina per vicende giudiziarie che peraltro non li avevano neppure coinvolti direttamente, almeno nel momento della loro “volontaria” rinuncia alle cariche, rispettivamente, di ministri dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture.

La sentenza di Palermo sulla trattativa inciampa in un inciso su Vincenzo Scotti

            Nelle 5.252 pagine -Dio mio, quante- della sentenza di primo grado sulla “trattativa” fra lo Stato e la mafia, appena depositata dalla Corte d’Assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto, c’è un inciso che da solo basta e avanza per dubitarne.

            A sostegno del clima di cedevolezza politica in cui sarebbe maturato  il negoziato fra pezzi dello Stato e la mafia dopo la strage di Capaci, dove il 23 maggio 1992 aveva perso la vita il magistrato Giovanni Falcone, la sentenza indica “l’avvicendamento” al Viminale, come ministro dell’Interno, tra i democristiani Vincenzo Scotti e Nicola Mancino.

            Di Scotti, nominato dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga in quello che si sarebbe rivelato il settimo e ultimo governo di Giulio Andreotti, si sottolinea nella sentenza “l’azione di contrasto alle mafie”, spintasi in effetti sino all’adozione di un decreto legge, con l’allora ministro socialista  della Giustizia Claudio Martelli, per impedire la scarcerazione imminente di pericolosi imputati di mafia. Un decreto di cui anche di recente Scotti, 85 anni quasi compiuti, presidente della Link Campus University molto frequentata e apprezzata dai grillini, si è vantato raccontando le resistenze da lui opposte ai dubbi di Cossiga, che allora era ancora al Quirinale.

            Secondo la sentenza della Corte d’Assise di Palermo l’avvicendamento fra Scotti e Mancino con la formazione del primo governo del socialista Giuliano Amato il 28 giugno 1992  -dopo la strage, ripeto di Capaci- sarebbe avvenuto “in assenza di plausibili pubbliche spiegazioni” che potessero allontanare il sospetto ch’esso rientrasse fra “i segnali di cedimento dello Stato”. Segnali che dovevano servire ad accreditare agli occhi del capo della mafia Totò Riina i contatti cercati con lui da ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, attraverso l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, per farlo desistere dalle stragi. Che proseguirono il 19 luglio con quella di via D’Amelio per ammazzare Paolo Borsellino.

            “In assenza di plausibili pubbliche spiegazioni”: ecco l’inciso galeotto, diciamo così, in cui inciampa la voluminosa sentenza che, per quanto di solo primo grado, è stata scambiata per un verdetto sicuro, di carattere “storico”.  Per la cui diffusione, non so in quante puntate o fascicoli, si è appena impegnato Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio.

            Non sarebbero quindi state né pubbliche né plausibili le spiegazioni pur riscontrabili nelle cronache politiche dell’epoca a proposito della mancata conferma di Scotti nel primo governo Amato, formato fra le stragi di Capaci e di via D’Amelio.

            Durante le trattative per la formazione di quel governo si erano incrociate e sommate due circostanze rimaste ignote solo ai giudici di primo grado della Corte d’Assise palermitana.

            La prima circostanza era stata una convocazione al Quirinale di Scotti e di Martelli, ai quali Oscar Luigi Scalfaro, da poco subentrato a Cossiga e preoccupato delle tensioni politiche accumulatesi attorno alla vicenda di Tangentopoli, propose, suggerì o quant’altro di scambiarsi i posti, a loro piacimento, di presidente e vice presidente del Consiglio di un nuovo governo finalizzato ad una tregua politica, con l’astensione o la benevola opposizione dei comunisti.

            Informato da Marco Pannella, che aveva allora buoni canali col Quirinale, il segretario socialista Bettino Craxi sentendosi ancora in corsa per un ritorno a Palazzo Chigi, da dove era stato sloggiato nel 1987 dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita, naturalmente non gradì. Ma, informato a sua volta dallo stesso Craxi, non gradì neppure il segretario della Dc Arnaldo Forlani, convinto che dovesse essere Craxi, appunto, il nuovo presidente del Consiglio, per quante voci già circolassero su un suo possibile coinvolgimento nelle indagini giudiziarie su Tangentopoli. Entrambi i leader della maggioranza, insomma, si sentirono scavalcati o aggirati da Scotti e da Martelli. Che sembravano non essere rimasti insensibili allo scenario prospettato loro da Scalfaro.

            L’altra circostanza era stata la richiesta avanzata dalla minoranza di sinistra della Dc di aggiudicarsi nel nuovo governo un Ministero di peso, esattamente quello dell’Interno, da destinare a Mancino, capogruppo al Senato.

            Quando si arrivò, dopo le consultazioni di rito, alla rinuncia di Craxi, pretesa con forza da Scalfaro, e all’incarico al suo ex braccio destro a Palazzo Chigi, Giuliano Amato, la casella del Viminale fu assegnata nelle trattative fra i partiti a Mancino, appunto. E Scotti fu “promosso” ministro degli Esteri, con l’impegno di rinunciare al mandato parlamentare per una regola interna di partito appena adottata in materia di incompatibilità, e da lui rifiutata sino a preferire alla Farnesina la carica di deputato.

            Anche Martelli, in quella trattativa di governo, rischiò di cambiare incarico per la delusione procurata con quell’incontro quirinalizio a Craxi. Che poi invece lo graziò, avendogli Martelli telefonato per chiedergli di essere lasciato al Ministero alla Giustizia per “portare avanti -disse testualmente- la linea di Giovanni”, cioè di Falcone, direttore degli affari penali in via Arenula, così drammaticamente osteggiata dalla mafia, sino ad ucciderlo.

           Dopo alcuni mesi Martelli sarebbe stato tuttavia  costretto a dimettersi da guardasigilli perché coinvolto pure lui nelle indagini su Tangentopoli con iniziative della Procura di Milano, non finalizzate di certo ad allontanarlo dal Ministero della Giustizia per facilitare intese fra lo Stato e la mafia.

          Al posto di Martelli  andò, per decisione di Scalfaro, il giurista e presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Conso, morto in tempo nel 2015, durante il processo della “trattativa”, per assumersi interamente la responsabilità di 334 mancati rinnovi del trattamento duro in carcere a detenuti di mafia.

         A quella decisione, presa nell’autunno del 1993 come esponente del sopraggiunto governo di Carlo Azeglio Ciampi, il guardasigilli arrivò ispirandosi ad una sentenza della Corte Costituzionale da poco emessa -il 23 luglio-  proprio sul carcere duro, e non solo nella “speranziella”  che un allentamento della tensione nei penitenziari potesse facilitare un cambio di uomini e strategie al vertice della mafia. A meno che non si voglia ora sostenere che anche la Corte Costituzionale si fosse fatta carico in quedel problema di creare il clima favorevole alla “trattativa”.  

 

           

 

L’ottimismo di Conte messo a dura prova dai fatti e dai suoi due angeli custodi

               Eppure Giuseppe Conte aveva appena spiegato in una lunga intervista al Fatto Quotidiano di avere voluto ai suoi fianchi due vice presidenti del Consiglio di peso massimo, anche a rischio di rimanerne schiacciato, per rendere più spedita l’azione di governo, sottraendola alle vecchie “liturgie” dei vertici di maggioranza.

            La vignetta di Stefano Rolli, sul Secolo XIX, che ritrae il presidente del Consiglio solo nella sua stanza, alla quale si affacciano guardandosi bene dall’entrarvi il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, ha smentito per un pò la rappresentazione ottimistica del capo del governo. Che, dopo un lungo e difficile incontro col Ministro dell’Economia Giovanni Tria sulle nomine alla Cassa Depositi e Prestiti, non è riuscito né a mettere a confronto il suo interlocutore con Di Maio e Salvini né a confrontarsi lui da solo con loro due. E così il problema è rimasto irrisolto ancora per una mezza giornata, sino a quando un vertice è stato possibile, ma con uno dei “titolari”, Matteo Salvini, sostituito dal suo vice politico: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Nel frattempo  una ulteriore dose di veleno era stata iniettata nel dibattito politico e nei soliti retroscena, che finiscono in certe circostanze per reggere, a torto o a ragione, a tutte le precisazioni, smentite e persino circostanze sopraggiunte come pecette.

            All’ostinazione di Tria nel sostenere al vertice della Cassa Depositi e Prestiti il fidato Dario Scannapieco, attuale vice presidente della Banca Europea degli Investimenti, era stata attribuita la forza di un sostegno, dietro le quinte, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che si era trovato così, volente o nolente, coinvolto in una bega non si sa francamente se più di governo, di partiti o di persone.

            Va detto che, prima di farsi rappresentare nel vertice risolutivo dal sottosegretario leghista a Palazzo Chigi, Salvini aveva cercato di minimizzare la vicenda attribuendo il primo, mancato vertice a qualche disguido comunicativo. Ma in quelle stesse ore scoppiava un altro caso, stavolta sul fronte del decreto legge contro il precariato che è diventato la bandiera di Di Maio. Il presidente  dell’Inps Tito Boeri,  non conversando al bar con amici e intercettato da qualche giornalista curioso, ma parlando davanti alle competenti commissioni di Montecitorio accusava il vice presidente grillino del Consiglio di avere perduto ogni contatto con “la crosta terrestre”. E ribadiva i calcoli, forse in difetto, dei suoi uffici previdenziali secondo i quali la lotta ai contratti a termine produrrà più che contratti a tempo indeterminato, almeno ottomila nuovi disoccupati l’anno.

            Il mandato dell’attuale presidente dell’Inps, di cui il capogruppo grillino alla Camera ha chiesto a questo punto le dimissioni, scadrà a fine anno. E solo allora Conte, per quanto contrariato per lo scontro ormai continuo col vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, potrà dire se Boeri sarà sostituito o confermato. Lo aveva comunicato lui stesso nella già ricordata intervista al Fatto Quotidiano, prima della nuova raffica di polemiche, che peraltro ha coinvolto anche l’altro vice presidente del Consiglio, Salvini, accusato dal presidente dell’Inps di criticarlo, invece di provvedere alla sua sicurezza, minacciata peraltro non si è capito bene da chi. A Boeri il leader leghista non perdona di vedere negli immigrati, di cui il ministro dell’Interno vuole contenere il flusso, le risorse necessarie a garantire il pagamento delle pensioni, attuali e future.

 

 

 

 

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