L’ottimismo di Conte messo a dura prova dai fatti e dai suoi due angeli custodi

               Eppure Giuseppe Conte aveva appena spiegato in una lunga intervista al Fatto Quotidiano di avere voluto ai suoi fianchi due vice presidenti del Consiglio di peso massimo, anche a rischio di rimanerne schiacciato, per rendere più spedita l’azione di governo, sottraendola alle vecchie “liturgie” dei vertici di maggioranza.

            La vignetta di Stefano Rolli, sul Secolo XIX, che ritrae il presidente del Consiglio solo nella sua stanza, alla quale si affacciano guardandosi bene dall’entrarvi il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, ha smentito per un pò la rappresentazione ottimistica del capo del governo. Che, dopo un lungo e difficile incontro col Ministro dell’Economia Giovanni Tria sulle nomine alla Cassa Depositi e Prestiti, non è riuscito né a mettere a confronto il suo interlocutore con Di Maio e Salvini né a confrontarsi lui da solo con loro due. E così il problema è rimasto irrisolto ancora per una mezza giornata, sino a quando un vertice è stato possibile, ma con uno dei “titolari”, Matteo Salvini, sostituito dal suo vice politico: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Nel frattempo  una ulteriore dose di veleno era stata iniettata nel dibattito politico e nei soliti retroscena, che finiscono in certe circostanze per reggere, a torto o a ragione, a tutte le precisazioni, smentite e persino circostanze sopraggiunte come pecette.

            All’ostinazione di Tria nel sostenere al vertice della Cassa Depositi e Prestiti il fidato Dario Scannapieco, attuale vice presidente della Banca Europea degli Investimenti, era stata attribuita la forza di un sostegno, dietro le quinte, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che si era trovato così, volente o nolente, coinvolto in una bega non si sa francamente se più di governo, di partiti o di persone.

            Va detto che, prima di farsi rappresentare nel vertice risolutivo dal sottosegretario leghista a Palazzo Chigi, Salvini aveva cercato di minimizzare la vicenda attribuendo il primo, mancato vertice a qualche disguido comunicativo. Ma in quelle stesse ore scoppiava un altro caso, stavolta sul fronte del decreto legge contro il precariato che è diventato la bandiera di Di Maio. Il presidente  dell’Inps Tito Boeri,  non conversando al bar con amici e intercettato da qualche giornalista curioso, ma parlando davanti alle competenti commissioni di Montecitorio accusava il vice presidente grillino del Consiglio di avere perduto ogni contatto con “la crosta terrestre”. E ribadiva i calcoli, forse in difetto, dei suoi uffici previdenziali secondo i quali la lotta ai contratti a termine produrrà più che contratti a tempo indeterminato, almeno ottomila nuovi disoccupati l’anno.

            Il mandato dell’attuale presidente dell’Inps, di cui il capogruppo grillino alla Camera ha chiesto a questo punto le dimissioni, scadrà a fine anno. E solo allora Conte, per quanto contrariato per lo scontro ormai continuo col vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, potrà dire se Boeri sarà sostituito o confermato. Lo aveva comunicato lui stesso nella già ricordata intervista al Fatto Quotidiano, prima della nuova raffica di polemiche, che peraltro ha coinvolto anche l’altro vice presidente del Consiglio, Salvini, accusato dal presidente dell’Inps di criticarlo, invece di provvedere alla sua sicurezza, minacciata peraltro non si è capito bene da chi. A Boeri il leader leghista non perdona di vedere negli immigrati, di cui il ministro dell’Interno vuole contenere il flusso, le risorse necessarie a garantire il pagamento delle pensioni, attuali e future.

 

 

 

 

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