La sentenza di Palermo sulla trattativa inciampa in un inciso su Vincenzo Scotti

            Nelle 5.252 pagine -Dio mio, quante- della sentenza di primo grado sulla “trattativa” fra lo Stato e la mafia, appena depositata dalla Corte d’Assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto, c’è un inciso che da solo basta e avanza per dubitarne.

            A sostegno del clima di cedevolezza politica in cui sarebbe maturato  il negoziato fra pezzi dello Stato e la mafia dopo la strage di Capaci, dove il 23 maggio 1992 aveva perso la vita il magistrato Giovanni Falcone, la sentenza indica “l’avvicendamento” al Viminale, come ministro dell’Interno, tra i democristiani Vincenzo Scotti e Nicola Mancino.

            Di Scotti, nominato dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga in quello che si sarebbe rivelato il settimo e ultimo governo di Giulio Andreotti, si sottolinea nella sentenza “l’azione di contrasto alle mafie”, spintasi in effetti sino all’adozione di un decreto legge, con l’allora ministro socialista  della Giustizia Claudio Martelli, per impedire la scarcerazione imminente di pericolosi imputati di mafia. Un decreto di cui anche di recente Scotti, 85 anni quasi compiuti, presidente della Link Campus University molto frequentata e apprezzata dai grillini, si è vantato raccontando le resistenze da lui opposte ai dubbi di Cossiga, che allora era ancora al Quirinale.

            Secondo la sentenza della Corte d’Assise di Palermo l’avvicendamento fra Scotti e Mancino con la formazione del primo governo del socialista Giuliano Amato il 28 giugno 1992  -dopo la strage, ripeto di Capaci- sarebbe avvenuto “in assenza di plausibili pubbliche spiegazioni” che potessero allontanare il sospetto ch’esso rientrasse fra “i segnali di cedimento dello Stato”. Segnali che dovevano servire ad accreditare agli occhi del capo della mafia Totò Riina i contatti cercati con lui da ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, attraverso l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, per farlo desistere dalle stragi. Che proseguirono il 19 luglio con quella di via D’Amelio per ammazzare Paolo Borsellino.

            “In assenza di plausibili pubbliche spiegazioni”: ecco l’inciso galeotto, diciamo così, in cui inciampa la voluminosa sentenza che, per quanto di solo primo grado, è stata scambiata per un verdetto sicuro, di carattere “storico”.  Per la cui diffusione, non so in quante puntate o fascicoli, si è appena impegnato Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio.

            Non sarebbero quindi state né pubbliche né plausibili le spiegazioni pur riscontrabili nelle cronache politiche dell’epoca a proposito della mancata conferma di Scotti nel primo governo Amato, formato fra le stragi di Capaci e di via D’Amelio.

            Durante le trattative per la formazione di quel governo si erano incrociate e sommate due circostanze rimaste ignote solo ai giudici di primo grado della Corte d’Assise palermitana.

            La prima circostanza era stata una convocazione al Quirinale di Scotti e di Martelli, ai quali Oscar Luigi Scalfaro, da poco subentrato a Cossiga e preoccupato delle tensioni politiche accumulatesi attorno alla vicenda di Tangentopoli, propose, suggerì o quant’altro di scambiarsi i posti, a loro piacimento, di presidente e vice presidente del Consiglio di un nuovo governo finalizzato ad una tregua politica, con l’astensione o la benevola opposizione dei comunisti.

            Informato da Marco Pannella, che aveva allora buoni canali col Quirinale, il segretario socialista Bettino Craxi sentendosi ancora in corsa per un ritorno a Palazzo Chigi, da dove era stato sloggiato nel 1987 dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita, naturalmente non gradì. Ma, informato a sua volta dallo stesso Craxi, non gradì neppure il segretario della Dc Arnaldo Forlani, convinto che dovesse essere Craxi, appunto, il nuovo presidente del Consiglio, per quante voci già circolassero su un suo possibile coinvolgimento nelle indagini giudiziarie su Tangentopoli. Entrambi i leader della maggioranza, insomma, si sentirono scavalcati o aggirati da Scotti e da Martelli. Che sembravano non essere rimasti insensibili allo scenario prospettato loro da Scalfaro.

            L’altra circostanza era stata la richiesta avanzata dalla minoranza di sinistra della Dc di aggiudicarsi nel nuovo governo un Ministero di peso, esattamente quello dell’Interno, da destinare a Mancino, capogruppo al Senato.

            Quando si arrivò, dopo le consultazioni di rito, alla rinuncia di Craxi, pretesa con forza da Scalfaro, e all’incarico al suo ex braccio destro a Palazzo Chigi, Giuliano Amato, la casella del Viminale fu assegnata nelle trattative fra i partiti a Mancino, appunto. E Scotti fu “promosso” ministro degli Esteri, con l’impegno di rinunciare al mandato parlamentare per una regola interna di partito appena adottata in materia di incompatibilità, e da lui rifiutata sino a preferire alla Farnesina la carica di deputato.

            Anche Martelli, in quella trattativa di governo, rischiò di cambiare incarico per la delusione procurata con quell’incontro quirinalizio a Craxi. Che poi invece lo graziò, avendogli Martelli telefonato per chiedergli di essere lasciato al Ministero alla Giustizia per “portare avanti -disse testualmente- la linea di Giovanni”, cioè di Falcone, direttore degli affari penali in via Arenula, così drammaticamente osteggiata dalla mafia, sino ad ucciderlo.

           Dopo alcuni mesi Martelli sarebbe stato tuttavia  costretto a dimettersi da guardasigilli perché coinvolto pure lui nelle indagini su Tangentopoli con iniziative della Procura di Milano, non finalizzate di certo ad allontanarlo dal Ministero della Giustizia per facilitare intese fra lo Stato e la mafia.

          Al posto di Martelli  andò, per decisione di Scalfaro, il giurista e presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Conso, morto in tempo nel 2015, durante il processo della “trattativa”, per assumersi interamente la responsabilità di 334 mancati rinnovi del trattamento duro in carcere a detenuti di mafia.

         A quella decisione, presa nell’autunno del 1993 come esponente del sopraggiunto governo di Carlo Azeglio Ciampi, il guardasigilli arrivò ispirandosi ad una sentenza della Corte Costituzionale da poco emessa -il 23 luglio-  proprio sul carcere duro, e non solo nella “speranziella”  che un allentamento della tensione nei penitenziari potesse facilitare un cambio di uomini e strategie al vertice della mafia. A meno che non si voglia ora sostenere che anche la Corte Costituzionale si fosse fatta carico in quedel problema di creare il clima favorevole alla “trattativa”.  

 

           

 

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