Quei vuoti d’aula, ma anche di memoria, di iniziativa, di coerenza e di identità

            Se alla fine di ogni settimana politica ci fosse una foto da scegliere per rappresentarne il fatto più significativo, non si potrebbe fare a meno questa volta dell’immagine desolante dell’aula della Camera nella seduta di venerdì 20 luglio. Un’aula praticamente vuota in cui il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, rispondendo ad una interpellanza urgente  ha denunciato il “pasticcio” della gara gestita dal precedente governo per la vendita dell’Ilva di Taranto, incorsa anche in alcune valutazioni critiche dell’Autorità anti-corruzione presieduta da Raffaele Cantone. Che era stata investita del problema dallo stesso Di Maio e, più in alto, dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

            Con la denuncia del vice presidente del Consiglio grillino e l’annuncio di “nuove indagini” dei suoi uffici il destino del complesso siderurgico pugliese, che sembrava destinato al risanamento e al rilancio col passaggio al colosso ArcerolMittal, è tornato ad essere incerto. O, se si preferisce, è diventato più incerto di prima, con tutto ciò che l’incertezza procura sul destino di una comunità d’interessi valutata in oltre 15 mila famiglie.

            Le idee sul complesso siderurgico di Taranto sono tanto confuse all’interno dello stesso partito di Di Maio – al di là, anzi nonostante le certezze mostrate dal superministro ogni volta che parla di qualsiasi problema gli capiti di trattare con le sue apodittiche dichiarazioni-  che neppure il fondatore del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, riesce a farsi sentire, e capire lui stesso. D’altronde, egli non ha saputo produrre meglio e di più di una proposta di realizzare sul posto, quasi come riscatto dopo tanto inquinamento, un parco giochi: un’opinione personale, l’ha subito definita Di Maio.

            Già in crisi con le previsioni di aumento della disoccupazione formulate dal contestato presidente dell’Inps Tito Boeri come effetto del decreto legge tanto sbandierato proprio da Di Maio all’insegna della dignità nella lotta al precariato dei contratti a termine, ai grillini non deve piacere l’idea di una crisi irreparabile dell’Ilva. E, non sapendo che fare, essi hanno disertato venerdì pure loro, come tutti gli altri gruppi cui solevano impartire lezioni di serietà e diligenza,  l’aula di Montecitorio. Dove invece il “capo” aveva deciso di drammatizzare la situazione a tal punto da provocare le sostanziali proteste di Cantone. Il quale ha avvertito il rischio di vedersi addebitare un annullamento della gara di aggiudicazione, con tutte le complicazioni conseguenti, che potrebbe invece essere solo nelle tentazioni del vice presidente grillino del Consiglio.

              Le criticità della gara sono sanabili, si è affrettato a precisare il presidente dell’Autorità anticorruzione, non riuscendo tuttavia a sottrarsi alle critiche e proteste  del predecessore di Di Maio, l’ex ministro piddino dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Che Di Maio sfotte, ogni volta che ne parla in un salotto televisivo, dicendo che sarà pure più bravo e più competente di lui, giovane alle primissime armi di governo, ma gli ha lasciato in eredità troppi problemi irrisolti.

            I vuoti grillini in quell’aula deserta della Camera erano venerdì scorso ancora più desolanti degli altri: desolanti ed emblematici della crisi d’identità in cui si trovano i parlamentari delle 5 Stelle alle prese con le questioni di governo, comprensive dei rapporti con gli alleati leghisti. Loro, i grillini, che alle alleanze sono stati a lungo allergici, sognando una vittoria elettorale che li rendesse autosufficienti.

            Da quando sono al governo diventando essi stessi “Stato”, come li ammonì una volta Di Maio sculacciandoli per l’abitudine di sentirsi ancora all’opposizione, e di praticarla anche contro di lui, i parlamentari grillini si sentono pesci fuor d’acqua. E quella che passa loro ogni tanto il compagno di partito Roberto Fico dallo scranno di presidente della Camera, prendendo le distanze dai porti chiusi -o semichiusi- da Matteo Salvini e dal pentastellato Danilo Toninelli  agli sbarchi degli immigrati soccorsi in mare è troppo poca acqua per soddisfare la sete congenita di opposizione.

            Abituati a criticare le nomine effettuate dagli altri, vedendovi sempre l’aspetto lottizzatorio e poco o per niente meritocratico, i grillini debbono oggi effettuare e difendere nomine non meno sospettabili di lottizzazione, clientelismo e familismo, a cominciare dalle segretarie dei ministri per finire ai vertici, per esempio, dalla Cassa Depositi e Prestiti.

            Non parliamo poi della sofferenza dei parlamentari delle 5 Stelle ogni volta che debbono praticare il garantismo non solo per i compagni di partito, a livello locale e nazionale, incorsi in qualche problema con l’amministrazione giudiziaria ma anche per gli alleati o compagni di viaggio al governo, com’è appena accaduto col caso del ministro degli affari europei Paolo Savona. Che è stato inchiodato, diciamo così, al suo posto con prontezza di riflessi anche da Di Maio, e non solo da Salvini, all’annuncio dell’avviso di garanzia per presunta usura bancaria, con altri 22 indagati,  quando era presidente dell’Unicredit.

            Quel rompiscatole di Matteo Renzi, come viene avvertito l’ex segretario del Pd in casa grillina, ha avuto gioco sin troppo facile nel rinfacciare a Di Maio, proprio a proposito della difesa di Savona, la rapidità e sommarietà con cui il Movimento delle 5 Stelle  reclamava le dimissioni  di esponenti del suo governo raggiunti da avvisi di garanzia, o solo sospettati di poterne ricevere. Ma di quelle dimissioni va anche detto, onestamente, che Renzi le concesse o assecondò con una certa disinvoltura o incoerenza rispetto alle sue attuali posizioni garantiste. Lo  dimostrano impietosamente le vicende  -per esempio- di Federica Guidi e di Maurizio Lupi, praticamente abbandonati dall’allora presidente del Consiglio agli attacchi dell’opposizione grillina per vicende giudiziarie che peraltro non li avevano neppure coinvolti direttamente, almeno nel momento della loro “volontaria” rinuncia alle cariche, rispettivamente, di ministri dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture.

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