La musica agrodolce di Mattarella ai magistrati di tirocinio, e non solo

            Certo, i magistrati in tirocinio ricevuti sotto i soffitti del Quirinale hanno sentito suonare dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella una musica diversa da quella del sottosegretario leghista alla Giustizia Jacopo Morrone, detto spiritosamente anche Tafazzi. Che nella sede del Consiglio Superiore della Magistratura in un eccesso di sincerità li scandalizzò di recente esortandoli a guardarsi dalle correnti nelle quali si articola il dibattito -si dice così ?- fra le toghe italiane, ma soprattutto da quelle di sinistra. Ne nacque una polemica furiosa, sino alle richieste inutili delle dimissioni di Morrone da parte del presidente uscente dell’organo di autogoverno dei magistrati e di alcuni parlamentari del Pd.

            Mattarella ha invece difeso “il diritto” anche delle toghe “di associarsi liberamente”. Un diritto che, secondo il capo dello Stato, costituisce “una condizione preziosa contro ogni tentativo di indebita intromissione”. Cui, in verità, con tutto il rispetto personale e istituzionale dovuti al presidente della Repubblica, e con tutte le distanze che meritava il linguaggio del sottosegretario leghista, potrebbe o dovrebbe bastare il Consiglio Superiore della Magistratura. Che infatti apre pratiche di cosiddetta tutela ogni volta che una toga è o si sente minacciata di tntromissione o da altro.

            Il capo dello Stato ha tuttavia aggiunto alla difesa del diritto correntizio, qual è o è diventato quello di “associarsi liberamente”, un monito che non nasce da uno scrupolo teorico, direi filosofico, ma da una realtà che lo stesso Mattarella deve avere percepito personalmente in tre anni e più trascorsi alla Presidenza della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura.

            “Occorre evitare -ha detto testualmente Mattarella- che l’aggregazione associativa possa trasformarsi in corporativismo o, peggio ancora, in forme di indebita tutela, se non di ingiustificato favore basate sul mortificante criterio di appartenenza”. E’ ciò che invece avviene   da tempo, diciamo pure sistematicamente, con la pratica delle nomine o promozioni.

             Esiste di fatto nel Consiglio Superiore della Magistratura, senza neppure il bisogno del concorso specialistico della componente “laica”, cioè politica, dei membri eletti dalle Camere, e non dalle toghe, il famoso “Manuele Cencelli”. Che è stato adottato nelle varie edizioni della Repubblica -prima, seconda e questa terza in collaudo, destinata, secondo le previsioni, anzi gli auspici appena espressi da Davide Casaleggio, a fare a meno persino del Parlamento- per la spartizione dei Ministeri, sottosegretariati, enti e quant’altro.

            Questa pratica fra le toghe è diventata talmente sfacciata, e spesso paralizzante per gli uffici giudiziari, costretti a rimanere a lungo senza titolari, che è paradossalmente nata una nuova corrente per denunciarla e contrastarla: quella di Piercamillo Davigo. Che sono personalmente curioso di vedere all’opera nel nuovo Consiglio, dove è approdato in rappresentanza dei giudici di legittimità.

            Mi auguro che Davigo, il “dottor Sottile” a suo modo della squadra di Francesco Saverio Borrelli alla Procura di Milano negli anni di “Mani pulite”, sappia usare coi colleghi nel Palazzo dei Marescialli la stessa grinta che mette nei salotti televisivi, dove è frequentemente invitato, per sostenere la sua pur poco rasserenante visione o interpretazione della giustizia. In forza della quale chi è assolto in un processo deve essere avvertito e persino sentirsi più fortunato che innocente. E chi è condannato -aggiungo io- deve sperare che nessuno gli tolga il diritto all’appello.

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