Conte tifa per gli avvocati nella polemica aperta contro di loro da Gratteri

Con i tempi che corrono, segnati anche dalla confusione fatta dal capo della Procura di Catanzaro Nicola Gratteri fra difensori e complici degli imputati, può non essere stata casuale la risposta data dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte all’ultima domanda di una lunga intervista fattagli per Il Fatto Quotidiano dal direttore Marco Travaglio. Che gli ha chiesto, in particolare, se “tornando indietro” riscriverebbe il lunghissimo curriculum che tante polemiche gli procurò nel momento di ricevere da Sergio Mattarella l’incarico di presidente del Consiglio.

“No, scriverei solo Giuseppe Conte, avvocato”, ha detto l’inquilino di Palazzo Chigi, ancora amareggiato dalle tante conferme a quel lungo elenco di “esperienze di aggiornamento” all’estero giunte dagli atenei ma “persesi nella baraonda” delle polemiche sui primi, mancati riscontri.  Al massimo, come gli ha suggerito l’intervistatore una volta tanto di umore veramente buono, senza punte di sarcasmo, aggiungerebbe nel laconico curriculum, ridotto ad un bigliettino da visita, la qualifica di presidente del Consiglio.

Più ancora dell’insegnamento universitario, Conte preferisce vantarsi quindi della sua professione forense. Gratteri è avvisato, direbbe il compianto Giulio Andreotti, convinto che “a pensare male si fa peccato ma spesso s’indovina”. E Dio solo sa di quanti richiami e moniti si sia reso meritevole , con le sue sortite contro avvocati, e commercialisti, dei malcapitati che si affidano alla loro assistenza, il notissimo magistrato calabrese. Che ci fu risparmiato come ministro della Giustizia nel primo e sinora unico governo di Mattero Renzi, quattro anni fa, grazie all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E ciò fra le doglianze, a dir poco, del direttore del Fatto Quotidiano, convinto che “Re Giorgio” si fosse fatto prendere la mano dalla diffidenza o insofferenza maturata verso i magistrati, in particolare quelli dell’accusa, dopo essersi scontrato con loro per le intercettazioni subìte, sia pure “occasionalmente”, durante le indagini sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella lontana stagione delle stragi ordinate da Totò Riina. E fermiamoci qui, senza inseguire gli inquirenti vecchi e nuovi sulla strada dei “piaceri” o “aiuti” che la mafia avrebbe voluto fare con le bombe alle ambizioni politiche di Silvio Berlusconi.

La rivendicazione della sua professione forense onora il presidente del Consiglio -specie di questi tempi, ripeto- anche perché lui, come ci affrettammo a segnalare sul Dubbio mentre faceva il suo governo, è solo il quinto degli avvocati succedutisi a quel posto nella storia della Repubblica. Quinto, in ordine rigorosamente cronologico, dopo Mario Scelba, Adone Zoli, Fernando Tambroni e Giovanni Leone, salito poi anche al Quirinale: tutti peraltro democristiani, di un’area cioè politica e culturale non estranea a Conte. Che ha raccontato a Travaglio, spero senza metterlo in crisi, di avere votato prima delle 5 Stelle i “centristi” della coalizione berlusconiana e il Prodi dell’esperienza ulivista.

Democristiano è anche l’uomo che Conte nell’intervista a Travaglio ha collocato, diciamo così, nel suo Pantheon eleggendolo a “modello” nel ruolo che gli è capitato di svolgere dopo il terremoto elettorale del 4 marzo scorso: Aldo Moro. Una scelta, credo, non dettata solo da ragioni campanilistiche, essendo Conte nato, come Moro, in Puglia.

In particolare, Moro nacque il 23 settembre 1926 a Maglie, in provincia di Lecce, dove una statua lo ricorda e l’onora come lo statista del dialogo: un democristiano a 24 carati immaginato dallo scultore con una copia dell’Unità in tasca, il giornale cioè ufficiale di un partito -quello comunista- elettoralmente alternativo allo scudo crociato ma che egli era riuscito ad associare alla maggioranza nell’ultima crisi gestita da presidente della Dc, prima di essere sequestrato dalle brigate rosse il 16 marzo 1978, fra il sangue della sua scorta, per essere assassinato pure lui dopo 55 giorni di drammatica prigionia.

Conte invece è nato nella provincia pugliese di Foggia, in un borgo più che in un paese, di soli 400 abitanti, chiamato Volturara Appula. Vi nacque il 6 agosto 1964, meno di un mese dopo che proprio Aldo Moro era riuscito a formare il suo secondo governo di centro-sinistra sfuggendo al “rumore di sciabole” annotato nei suoi diari da Pietro Nenni: il leader socialista vice presidente del Consiglio.

E’ sicuramente una grande ambizione, quella di Giuseppe Conte di assomigliare ad una figura storica come Moro, avendo peraltro alle spalle come forze di governo due partiti così diversi come le sue 5 Stelle – sue, poi, fino ad un certo punto, essendone capo il suo vice e mai silente Luigi Di Maio- e la Lega di Matteo Salvini. Stento, sinceramente, a paragonare l’uno alla Dc e l’altra al Psi.

Chissà cosa avranno detto dalle parti grilline leggendo di Giuseppe Conte ispirato al “modello Moro”, ma anche di lui come “l’unico normale fra tutti” giudicato dal vulcanico comico di Genova prima delle elezioni del 4 marzo scorso, quando Di Maio presentò al “garante”, all’”elevato” e chissà cos’altro del Movimento 5 Stella la squadra delle persone selezionate per la lista dei ministri da portare al Quirinale.

Conte in quella lista, se non ricordo male, era destinato solo alla Funzione Pubblica, dove è arrivata per conto della Lega l’avvocato Giulia Bongiorno Egli invece è finito, proprio per quella “normalità” riconosciutagli da Grillo, e da lui stesso simpaticamente rivelata nell’intervista al Fatto Quotidiano, addirittura a Palazzo Chigi. Come può risultare sorprendente la politica.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Un “normale” Giuseppe Conte si racconta a Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

            A dispetto di una foto ormai di culto che lo ritrae…assente al banco del governo, alla Camera, fra i due vice presidenti del Consiglio invece presenti, che parlano e decidono fra di loro, Giuseppe Conte c’è e fa regolarmente la sua parte orgogliosamente dichiarata di “ponte” fra il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini. I quali, da capi dei due movimenti che compongono il governo, gli consentono di evitare le vecchie “liturgie dei vertici delle coalizioni”. Ogni volta che c’è un problema lui non deve perdere tempo: li consulta separatamente o li riunisce e risolve ogni cosa, con grande risparmio di tempo e di energia rispetto a quanti lo hanno preceduto a Palazzo Chigi, e prima ancora al Viminale, quando era ancora lì la sede della Presidenza del Consiglio, e non solo del Ministero dell’Interno.

            La testimonianza della presenza “silenziosamente operosa” di Conte, come lui stesso l’ha definita, è stata resa in una lunga intervista, spalmata in due pagine e mezza del Fatto Quotidiano, al direttore in persona Marco Travaglio. Che ha anche cronometrato l’incontro contando 120 minuti, al netto forse dei saluti all’arrivo.

            La prima qualità umana, più ancora che politica, rivendicata da Conte è la “normalità”, certificatagli già alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo dal fondatore in persona, “garante”, “elevato” e quant’altro del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo. Il quale, giudicandolo all’istante fra tutti i ministri di penombra, diciamo così, presentatigli da Di Maio dopo avere mandato addirittura al Quirinale “la lista” di governo che aveva in mente di proporre al capo dello Stato al momento opportuno, disse al professore: “Sei fra tutti, quello normale”. E ciò forse anche perché era allora destinato -se non ricordo male- solo alla funzione pubblica, dove invece sarebbe arrivata, ma in quota leghista, l’avvocata Giulia Bongiorno.

          Modello Moro.jpgEppure il modello politico che si è dato Conte nell’intervista a Travaglio non si può proprio definire normale, almeno nel senso di ordinario, rispondendo addirittura al nome di uno statista e di un martire della politica e della democrazia come il compianto Aldo Moro. Di cui sino ad ora l’attuale presidente del Consiglio può condividere di certo solo l’origine pugliese. Moro nacque a Maglie, in provincia di Lecce, dove gli hanno eretto una statua meritatissima, al netto della forzatura politica di quella copia dell’Unità, lo storico giornale comunista, infilatagli in una tasca della giacca, per quanto egli fosse stato un democristiano a 24 carati.  Conte invece è nato quasi 54 anni fa- quando Moro aveva appena formato il suo secondo governo di centrosinistra fra il “rumore di sciabole” avvertito da Pietro Nenni nei suoi diari- a Volturara Appula, in provincia di Foggia: un borgo, più che un paese, di circa 400 abitanti.

           Noiaa al Consiglio.jpg Nella rappresentazione che ha fatto a Travaglio del suo lavoro a Palazzo Chigi il professor Conte ha cercato di imitare di Moro la tendenza a smussare le difficoltà, eccedendo forse un po’ troppo, sino a dare l’impressione che si annoi. E a rammaricarsi del fatto che non può lasciare assistere i giornalisti alle sedute del Consiglio dei Ministri, né trasmetterle in diretta alla maniera una volta reclamata dai grillini. Non lo fa, par di capire, per non annoiare anche loro, cioè noi, abituati come saremmo agli spettacoli pirotecnici della politica, a scontri durissimi, che magari ci inventiamo riferendone di seconda mano. Nelle riunioni consiliari che gli capita di presiedere, quando non è all’estero, come è accaduto una volta anche per non partecipare ad una decisione in cui poteva incorrere in un conflitto d’interesse riguardando qualche cliente del suo ufficio legale, non dico che non voli una mosca ma di sicuro “mai una parola grossa o un insulto” fra i ministri. Quando ci sono contrasti, lui media e compone in tutta serenità, e con generale soddisfazione. Se poi c’è qualcuno che fuori racconta il contrario, dice il falso.

            L’esperienza di governo, nonostante le grane degli sbarchi, delle telefonate col Quirinale, della corrispondenza con Bruxelles, delle bonifiche ministeriali reclamate da grillini o leghisti che si sentono intralciati o boicottati dalle solite burocrazie renitenti, un buon risultato lo ha già prodotto a Giuseppe Conte. Che, ormai abbastanza noto, ha deciso di fare a meno per il futuro del suo troppo lungo curriculum. Gli basta ora vantare la sua qualifica di avvocato, neppure più quella di professore, come ha detto chiudendo l’intervista al Fatto Quotidiano. Anzi, avvocato e presidente del Consiglio. Ex presidente del Consiglio, quando lo sarà.

 

 

 

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La solita gazzarra politica sulla tragedia di turno nei soccorsi a mare

            Non vorrei trovarmi nei panni della giornalista tedesca Nadia Kriwald e del collega libico Emad Matoug: i testimoni, oltre che cronisti, che hanno smentito i soccorritori volontari di una nave spagnola il cui racconto, supportato dalla foto di un bimbo annegato, ha fatto il giro mediatico del mondo per addossarne la colpa ai militari della Libia. I quali avrebbero prelevato dal solito gommone in avaria 158 persone lasciando in mare deliberatamente  due donne che si erano rifiutate di tornare sulla costa di provenienza, una delle quali poi morta col suo bambino.

            La credibilità dei due giornalisti e testimoni, che hanno riconosciuto ai soccorritori libici di avere salvato e prelevato tutti i naufraghi, nessuno escluso, è stata subito contestata per il fatto che essi erano ospiti della motovedetta militare di Tripoli. Che ci stavano a fare  su quel mezzo ?, hanno chiesto degli emuli del Giulio Andreotti che soleva dire: a pensare male si fa peccato ma s’indovina, cioè ci si azzecca. Eppure non mancano cronisti presenti per il loro mestiere anche sui mezzi della Guardia Costiera ed altri della marineria militare italiana.

            Ma il guaio maggiore per i due testimoni a discolpa dei soccorritori libici è il sospetto, alternativo alla loro versione, che i due cadaveri addossati alla responsabilità dei militari di Tripoli siano stati portati lì apposta, trovati chissà dove, dai volontari della nave spagnola per costruirci un caso. Un sospetto un po’ debole, a dire il vero, perché la donna sopravvissuta al naufragio, di cui pure hanno fatto il giro mediatico del mondo le foto, potrebbe smentirlo. E’ tuttavia curiosa la coincidenza, anzi la tempestività con la quale tutta la vicenda è esplosa nel bel mezzo dello scontro fra la Commissione Europea di Bruxelles e il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini sulla “sicurezza” degli approdi libici e, indirettamente, sull’affidabilità dei soccorsi gestiti dalle autorità di quel paese. Su cui invece il nuovo governo italiano punta con decisione, avendovi peraltro contribuito e contribuendo tuttora con mezzi e addestramenti.

            La questione dei migranti e dei soccorsi in mare, già drammatica di suo, anche nelle dimensioni ridotte in cui il nuovo governo l’ha ereditata da quello di Paolo Gentiloni grazie all’azione svolta dall’allora ministro dell’Interno Carlo Minniti, è diventata più tossica da quando è stata assunta come bandiera, e con risultati elettorali di peso, dalla Lega di Matteo Salvini. E poiché le campagne elettorali in Italia non finiscono mai, essendocene sempre una alle porte, di ogni grado e livello,  il quadro non cambierà se non in peggio.

Ai ferri corti Matteo Salvini e la Commissione Europea sui migranti

            Per ora si sono presi degli “ipocriti”, ma il conflitto apertosi a Bruxelles tra “quelli” della Commissione Europea, come li chiama il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, e il nuovo governo italiano sull’immigrazione potrebbe salire di tono, e di iniziative.

            A fare imbestialire Salvini è stato l’annuncio della Commissione Europea contro la linea adottata a Roma di lasciare soccorrere i naufraghi nelle acque libiche dalla polizia locale, fornita dei necessari mezzi di sorveglianza proprio dal nostro Paese. O di consegnarli ad esse se soccorsi da altri mezzi, ai quali in caso contrario non sarebbe permesso l’accesso ai porti italiani per le operazioni di sbarco, salvo che concorrano ad accoglierli immediatamente anche altri paesi europei, senza lasciarli tutti a nostro carico.

            La Commissione di Bruxelles, come ha spiegato la portavoce Natasha Bertaud, non considera sicuri i porti della Libia,  e la Libia più in generale, dove i naufraghi -per ciò stessi compresi nella decisione di fuggirne- rischiano nuove tragedie.

            A spiegare e rafforzare la posizione della Commissione, quando già Salvini aveva cominciato a protestare da Mosca, dove si trovava ancora per il viaggio compiuto a sue spese in occasione della finale dei campionati mondiali di calcio, è stata la quasi ministra degli Esteri della stessa commissione, l’italiana Federica Mogherini. Che ha definita non politica ma “giuridica”, e sostanzialmente obbligata, la posizione di Bruxelles richiamandosi ad una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, negativa sulle condizioni di affidabilità e sicurezza della Libia.

            Già indispettito dall’intervento della pur sempre connazionale Mogherini, mandata a Bruxelles dal governo di Matteo Renzi, di cui era ministra degli Esteri, Salvini è andato su tutte le furie quando gli esperti gli hanno rivelato la data non proprio recente di quella sentenza della Corte Europea: il 2012, ben sei anni fa. Nel frattempo le condizioni della Libia saranno rimaste critiche, per carità, ha ragionato il ministro dell’Interno italiano, ma è cambiato di parecchio il contesto.

             In particolare, è’ stato formato in Libia un governo riconosciuto e garantito dall’Onu. E con questo governo sono stati trattati e conclusi accordi,  non solo da parte italiana, con il coinvolgimento della stessa Commissione Europea. E altri stanno maturando proprio per fermare le ondate di fuga dalle coste libiche gestite da odiosi trafficanti di carne umana chiamati comunemente e sbrigativamente “scafisti”. Dei quali pertanto Salvini ritiene che divengano “complici”, come ha ribadito da Mosca, tutti quelli che di fatto ne consentono il losco commercio.

            “O si cambia o procederemo da soli”, ha annunciato il ministro dell’Interno, chiedendo quindi una revisione della linea della Commissione Europea e confermando al tempo stesso le direttive impartite al suo arrivo al Viminale. In forza delle quali i naufraghi in acque libiche vanno lasciati alla gestione di quel Paese, cui quindi vanno consegnati quando sono soccorsi da altre navi.

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, peraltro premuto dall’attività di “persuasione” del presidente della Repubblica, poco o per niente convinto di quanto sta accadendo anche davanti alle coste italiane, ha ora un’altra grana da gestire. E che grana.

Le celle di Grillo socchiuse sotto le stelle, quelle di Bonafede serrate

Anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, come già aveva fatto prima, durante e dopo la campagna elettorale il “capo” del Movimento delle 5 Stelle Luigi Di Maio, è caduto nella tentazione di liquidare come opinioni “personali” quelle che Beppe Grillo espone ogni tanto sul suo blog, ora ben distinto d’altronde da quello del partito.

Questa volta Grillo, anche a costo di guadagnarsi un benvenuto da Piero Sansonetti fra i sostenitori della riforma penitenziaria predisposta dal governo di Paolo Gentiloni, ha spiazzato i suoi con la denuncia del superaffollamento delle carceri e con la condivisione delle pene alternative per sfoltirle. E nella speranza -sempre l’ultima a morire, si sa-  che maturino davvero i tempi per fare a meno degli istituti dove oggi marciscono quelli che pure dovrebbero passarvi per essere “rieducati”, secondo l’articolo 27 della Costituzione.

Ebbene, sono proprio le misure alternative al carcere previste dalla riforma penitenziaria quelle che, prima ancora di arrivare in via Arenula come guardasigilli, avevano fatto storcere il naso e non so cos’altro a Bonafede. Che, approdato nel governo, ne ha bloccato il percorso difendendo il principio della certezza della pena in concorrenza con gli alleati leghisti.

Il “garante”, l’”elevato” e non so cos’altro sia diventato Beppe Grillo nel movimento arrivato al governo con la rapidità delle sue bracciate di nuotatore non si è lasciato fermare dalla sorpresa del suo amico guardasigilli. Egli ha aperto la 24.ma settimana del suo blog –“ufficiale” ma, ripeto, personale- riproponendo in poche righe il tema di “Un mondo senza carceri”. Basta cliccare sulla parola rossa del richiamo per rileggersi nel dettaglio le sue riflessioni dei giorni scorsi. “Il sistema punitivo che stiamo adottando -ha riassunto Grillo coinvolgendo con quel plurale anche il suo amico Bonafede, credo- è antico come il mondo, ma soprattutto non funziona”.

C’è tuttavia qualcuno che condivide in modo assai curioso il ragionamento del fondatore del movimento delle 5 stelle, o della strana banda musicale che è diventata con i tanti che suonano ciascuno per conto suo.

Antonio Ingroia, per esempio, che non manca mai di una certa urticante franchezza, anche adesso che non è più magistrato -e che magistrato- ma fa l’avvocato ed ha scoperto, come egli stesso ha più volte raccontato, la parte nascosta del pianeta della giustizia frequentato per tanti anni da pubblico ministero, si è doluto con Il Dubbio della qualità e non della quantità della frequentazione carceraria.

Mi ha colpito, in particolare, il passaggio della sua intervista in cui Ingroia ha detto a Errico Novi che “da noi la percentuale di corrotti e di mafiosi negli istituti di pena è bassissima”. Alta, troppo alta, intollerabilmente alta sarebbe invece quella di chi ha commesso reati -o è solo accusato, aggiungerei, di averli commessi- “in condizioni di disagio e di marginalità”. Che con la pena detentiva “si incancreniscono” e rendono probabile che chi esce dal carcere vi ritorni, per giunta con la complicità di quei giornali che riferiscono “con troppa enfasi” dei “rari casi di evasione dai domiciliari o dai regimi di semilibertà”.

Tolti “i corrotti e i mafiosi”, condannati ma più spesso in attesa di giudizio, e di frequente assolti senza che nessuno chieda loro uno straccio di scuse, i detenuti da disagio e marginalità dovrebbero essere quelli per droga ma anche per omicidi, rapine, furti. Ebbene, qui ho una certa difficoltà a seguire l’ex pubblico ministero Ingroia. E chiedo all’avvocato che ne ha preso il posto se sia giusto confinare gli altri, cioè gli accusati di corruzione e di mafia, al netto delle assoluzioni confinate nelle pagine interne dei giornali, in un’area a dir poco di indifferenza, come ha finito per fare lui, volente o nolente. Di costoro non vorrei che si potesse pensare e dire che se diventassero finalmente tanti, superaffollando solo loro le carceri italiane, potremmo pure disinteressarci del problema. E accettare l’idea che, riempite ben bene le celle di questi detenuti, se ne possano o addirittura se ne debbano buttar via le chiavi.

Quello delle chiavi delle celle da buttare è il sogno -si sa- dei manettari e giustizialisti. Che in questi ultimi tempi si sono sentiti incoraggiati -spero più a torto che a ragione- dalla nascita del cosiddetto governo del cambiamento, ma alla rovescia, visto il già ricordato blocco subìto dalla riforma penitenziaria. Che neppure il presidente grillino della Camera Roberto Fico è riuscito ad evitare, per quanti tentativi abbia compiuto nelle more della crisi di governo, e forse anche dopo, ricevendo delegazioni e promuovendo riunioni.

Non a caso, pur parlando anche lui del carattere “personale” della sortita di Grillo, il titolare della terza carica dello Stato ha mostrato di condividerla rispondendo ai  giornalisti durante una visita al carcere di Poggioreale. Fico ha anzi avvertito sulla questione l’apertura di un “dibattito”. Altro che la frettolosa e infastidita liquidazione del problema, preferita da altri nel movimento, come la solita, stravagante “provocazione” di un comico prestato alla politica, o addirittura alla pre-politica dopo le distanze che lui stesso ne ha preso.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Un pò a pezzi la dignità del decreto legge Di Maio contro il precariato

            Bè, questa volta non si può dire che volino gli stracci. Nello scontro consumatosi nel governo -tra accuse, smentite, precisazioni e quant’altro- sulla paternità di conti e previsioni che hanno praticamente compromesso la vantata dignità del decreto legge contro la precarietà voluto dai grillini, a volare è un pezzo grosso come il presidente dell’Inps Tito Boeri. Del quale a reclamare la testa non è stato e non è solo il leader leghista Matteo Salvini, che ne aveva già chiesto la destituzione, o la mancata conferma alla vicina scadenza del mandato, per avere chiesto più immigrati allo scopo di pagare con i loro presunti contributi le pensioni già maturate dagli italiani, e pure quelle future.

            Cominciano ora ad essere tentati dall’idea di sostituire Boeri anche i grillini, che l’altra volta l’avevano difeso con le solite, laconiche dichiarazioni del vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio. E che poi ne aveva ricordato e apprezzato il contributo decisivo dato al presidente della Camera, pure lui grillino, per ricalcolare col sistema contributivo e tagliare anche dell’ottanta per cento i vitalizi degli ex deputati.  Per gli ex senatori si vedrà.

            Boeri.jpgChe figuraccia. Non tanto di Boeri, che non ha avuto rapporti facili neppure col governo che lo nominò, cioè quello di Matteo Renzi, né con quello successivo di Paolo Gentiloni, quanto dei grillini. Che adesso debbono incassare dall’ex fidato presidente ormai “terminale” dell’Inps l’accusa di “negazionisti economici”, e sentirsi anche sfidati a cacciarlo, per avere contestato i suoi calcoli sugli effetti del decreto legge contro la precarietà: ottomila posti di lavoro in meno ogni anno, nella prospettiva di un decennio,  visti gli impedimenti o le difficoltà di rinnovare i contratti a termine. Per cui si arriva alla cifra di ottantamila destinati alla disoccupazione: non proprio un successo per una lotta a favore di un’occupazione finalmente stabile e “dignitosa”: altro che quella provvisoria e indecente prodotta dalle riforme del mercato del lavoro di Renzi e di Gentiloni, sempre a sentire i grillini.

           Fra i pentastellati, peraltro, nonostante un comunicato congiunto emesso tra il vice presidente del Consiglio Di Maio e il ministro dell’Economia Giovanni Tria per smentire o comunque chiudere il conflitto fra di loro raccontato dai giornali, non è finita con l’offensiva contro Boeri la caccia ai sabotatori, complottisti e simili. Che lavorerebbero più o meno all’ombra nei palazzi del potere, compresi quelli dei Ministeri che i grillini hanno ricevuto in eredità, per impedire il Cambiamento, con la maiuscola, pattuito fra Di Maio e Salvini col contratto di governo addirittura “alla tedesca”. Alla cui esecuzione dovrebbe provvedere ogni giorno Giuseppe Conte a Palazzo Chigi fra una telefonata di protesta del presidente della Repubblica contro i blocchi portuali di Salvini e quelle che lo stesso Salvini gli impone di fare ai capi di governo in Europa per prendersi almeno un po’ dei migranti  da lui trattenuti al largo delle nostre coste.

           L’ultima operazione, quella appena gestita a Pozzallo, si è conclusa, almeno per ora, con questo bilancio: dei 451 profughi soccorsi in mare dopo il viaggio su un barcone partito dalle coste libiche, 270 sono stati presi in carico da sei paesi dell’Unione Europea -50 per ciascuna dalla piccola Malta, dalla grande Germania, dalla Francia ora in festa per la vittoria alla finale russa dei campionati mondiali di calcio, dalla Spagna, dal Portogallo e 20 dall’Irlanda- e 181 dall’Italia.

           Sempre meglio di prima, quando i migranti ce li dovevamo prendere tutti, ha detto Salvini di ritorno da Mosca, dove ha tifato per la Croazia. E senza commentare il rifiuto d’accoglienza ribadito, per “non cadere nell’Inferno”, da paesi dell’ex est-europeo con i quali lui ha curiosamente stabilito rapporti politici privilegiati all’insegna del sovranismo.

 

 

 

 

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Il governo ha problemi di pilotaggio, anche se Matteo Salvini lo nega

            Prima di volare a Mosca per la finale dei campionati mondiali di calcio tifando Croazia contro la Francia -almeno quella di Emmanuel Macron, che ricambia la sua ostilità- Matteo Salvini ha scritto al Corriere della Sera per garantire che in Italia “un pilota al comando c’è”. E sarebbe naturalmente lui, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno. Che si è appena preso una rivincita, diciamo così, sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’affare dello sbarco di 67 migranti a Trapani, praticamente imposto dal capo dello Stato dopo il loro blocco voluto dal Viminale sul pattugliatore italiano Ubaldo Diciotti, in attesa che la Procura vi  disponesse qualche arresto.

            Le misure reclamate da Salvini, essendo stati quei migranti trasferiti sul pattugliatore dopo minacce subìte dall’equipaggio di un’altra nave italiana che intendeva consegnarli alla guardia costiera libica, non si sono rivelate arbitrarie. I due fermi a carico dei sospettati di dirottamento o altro sono stati confermati dalla magistratura.

            Anche la vicenda successiva di sbarchi bloccati al largo delle coste italiane, dopo il trasbordo di 451 migranti da un barcone su due navi militari italiane, si è sviluppata secondo la linea reclamata dal ministro dell’Interno. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha strappato l’impegno dei governi di Malta, di Parigi  e di Berlino di prendersene in carico 150, salvo altre destinazioni ancora in corso di trattativa a livello europeo.

            Al netto dei toni spesso troppo sbrigativi, e dei suoi curiosi rapporti privilegiati con paesi europei come l’Ungheria e l’Austria, che dell’accoglienza ai migranti non vogliono neppure sentir parlare, Salvini qualche risultato lo sta obiettivamente raccogliendo. Come ha ricordato al Corriere, durante i 44 giorni da lui trascorsi al Viminale gli sbarchi in Italia sono stati 3.716, contro i 31.421 dell’analogo periodo dell’anno scorso.

            Ma un problema di “pilotaggio”, come lo ha chiamato l’editorialista del Corriere Antonio Polito, cui Salvini ha risposto con la sua lettera di assicurazioni, resta aperto nel governo gialloverde. Alle spalle, o fra i piedi,  del cui presidente scoppia un problema quasi ogni giorno. L’ultimo è stato sollevato dall’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio, accusando i burocrati del Ministero dell’Economia, difesi immediatamente dal titolare del dicastero, di avere manipolato la relazione tecnica del cosiddetto decreto legge della dignità contro il precariato. E’ il provvedimento varato il 2 luglio a Palazzo Chigi e finalmente approdato nella tipografia della Gazzetta Ufficiale.

            Schermata 2018-07-15 alle 08.19.30.jpgNella relazione, contro i cui estensori sono volate parole grosse di Di Maio che hanno scatenato la fantasia dei vignettisti, si prevede la perdita di ottomila posti di lavoro ogni anno per effetto della stretta sui contratti a termine. Un aumento della disoccupazione creato dalla lotta al precariato, e previsto anche dall’Inps,  è quanto meno un’autorete, non certamente compensabile sul piano economico e sociale dalla prospettiva tanto onerosa quanto incerta del cosiddetto reddito di cittadinanza. Che ha consentito ai grillini di raccogliere tanti voti nelle zone più disagiate del Paese. Dove la delusione per le promesse troppo ambiziose dei pentastellati comincia a farsi sentire, visto che i sondaggi elettorali hanno portato il movimento di Beppe Grillo quattro punti sotto il risultato del 4 marzo scorso.

            Dello scontro verificatosi, sia pure con una coda di smentite e precisazioni,  fra i Ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro da una parte e il Ministero dell’Economia dall’altro,  il presidente del Consiglio dovrà pure trovare il tempo di occuparsi tra una telefonata e l’altra con gli omologhi europei per trovare altri paesi, oltre a Malta, alla Francia e alla Germania, disposti ad accollarsi qualcuno dei rimanenti 301 migranti in attesa di destinazione sulle due navi militari italiane che li hanno prelevati da un peschereccio, o barcone, partito dalle coste libiche. Dove i trafficanti stanno almeno dismettendo, di fronte ai problemi creati loro da Salvini, gli ancor più precari gommoni soccorsi a richiesta nelle settimane scorse, dopo qualche frazione d’ora di navigazione, dalle navi delle organizzazioni volontarie battenti spesso bandiere di dubbia legittimità.

Dal Foglio cattive notizie per il portavoce di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi

            Claudio Cerasa, palermitano di 36 anni, da tre direttore del Foglio fondato nel 1996 da Giuliano Ferrara con l’aiuto di Silvio Berlusconi, di cui era stato ministro per i rapporti col Parlamento nel governo affondato dai leghisti di Umberto Bossi in pochi mesi, sarà pure un ragioniere, come gli rimprovera spesso fantozzianamente sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Che diffida, diciamo così e chissà perché, di questa pur benemerita categoria di diplomati. Ma il giovanotto si è rivelato un eccellente polemista nella replica che, rispondendo ad una domandina autoconfezionatasi nella rubrica della posta, ha opposto all’annuncio della chiusura del suo giornale fatto con sedicente spirito di scherzo al fogliante Salvatore Merlo da Rocco Casalino. Che è addirittura il capo dell’ufficio stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Al quale vorrei esprimere, se non ne fossi trattenuto dal fatto che non lo conosco, tutta la mia comprensione per una scelta così ardimentosa suggeritagli dai dirigenti del movimento delle 5 stelle portandolo a Palazzo Chigi.

            Oltre a ribadire la linea antigrillina del suo giornale, elencandone nel dettaglio tutte le buone ragioni che ritiene rafforzate dalle prove di governo che ministri e sottosegretari pentastellati stanno dando, Cerasa ha regalato a Casalino un abbonamento al quotidiano. E soprattutto gli ha anticipato l’annuncio di una permanente edizione domenicale e sportiva del Foglio. Che così dal 19 agosto potrà arrivare in tutti i giorni della settimana, e non solo in sei,  nelle pur selezionate edicole dove è già presente.

            Ciò accadrà col consenso e con i soldi -ritengo- dell’editore attuale del Foglio Valter Mainetti. Una cui recente lettera motivata di dissenso dalla linea del giornale, pubblicata e commentata dal direttore sotto lo spiritoso titolo de La voce del padrone, può avere forse indotto il collaboratore del presidente del Consiglio ad aspettarsene la chiusura, sia pure per scherzo, come -ripeto- ha puntualizzato l’interessato. Il cui umore quindi continuerà ad essere disturbato almeno per un po’ a Palazzo Chigi, e fra un mese per ogni sacrosanto giorno della settimana, dal giornale del “ragioniere”, per tornare a Travaglio.  

Grillo offre un diversivo alle difficoltà del governo: l’abolizione delle carceri

            Da professionista dello spettacolo com’è rimasto anche dopo avere applicato la sua specialità alla politica italiana, sconvolgendola ancor più di quanto non avessero fatto i magistrati più di 25 anni fa con le indagini su Tangentopoli, Beppe Grillo ha cercato di convogliare sulle carceri l’attenzione pericolosamente concentrata sull’immigrazione dall’alleato Matteo Salvini. Che sta rischiando il naufragio non dei migranti trattenuti un giorno sì e l’altro pure sulle navi che li trasportano verso le coste siciliane, a volte anche militari e battenti bandiera italiana, ma del governo di cui è vice presidente e ministro dell’Interno.

             Le invadenze di campo e la confusione istituzionale sono ormai tali che il presidente della Repubblica ha suonato l’allarme mettendo in riga, per adesso, almeno il presidente del Consiglio. Il quale però stenta a mettere a sua volta in riga Salvini, che ha scoperto con dichiarato stupore di non avere competenze sull’uso delle manette.

            In questo quadro caotico, per non parlare dei conflitti continui, seppur negati, fra il ministro dell’Economia e il vice presidente grillino del Consiglio che confeziona decreti e quant’altro senza le necessarie coperture finanziarie, il “garante”, l’”elevato” e non so cos’altro del Movimento delle 5 stelle ha lanciato sul suo blog “personale” – esiste anche questa distinzione nello spettacolo della politica italiana- il tema delle carceri troppo affollate e dannose. Che, in attesa di una società  abbastanza grillinizzata da non avere più senza bisogno di sbarre, andrebbero quanto meno alleggerite col ricorso alle cosiddette misure alternative.  Sono probabilmente le stesse che il precedente governo aveva messo in cantiere con una riforma penitenziaria bloccata però dal nuovo guardasigilli Alfonso Bonafede: un grillino abbastanza influente dalle sue parti, tanto da avere scoperto da allievo il professore Giuseppe Conte e da averlo indicato con successo al suo partito, agli alleati e al pur recalcitrante capo dello Stato per la carica di capo del governo enfaticamente chiamato “del cambiamento”.

            Chissà cosa avrà detto il povero Bonafede leggendo l’ultima sortita del suo Beppe Grillo. Che, per quanto -ripeto- personale, dovrebbe averlo messo in imbarazzo come ministro della Giustizia insediatosi in via Arenula protestando contro il predecessore troppo preoccupato per le condizioni di disagio dei detenuti e smanioso, secondo lui, di sacrificare il principio della “certezza” della pena.

            Ingroia.jpgFra le prime reazioni al diversivo lanciato da Grillo nelle acque agitate della maggioranza e del governo si è distinta quella dell’ex magistrato -e che magistrato- Antonio Ingroia. Che non ha soltanto condiviso ma spiegato più compiutamente, e con disarmante chiarezza, lo spirito delle improvvise aperture del comico genovese allo sfollamento delle carceri. Esse -si è doluto Ingroia- sono troppo piene di detenuti da “disagio e marginalità” e non abbastanza  di “corrotti e mafiosi”.

            Derivano probabilmente da disagio e marginalità, secondo l’ex pubblico ministero ora avvocato, gli omicidi, le rapine, i furti, le truffe e simili. I detenuti per questi reati possono essere compatiti e aiutati ad uscire, senza obbligarli alle evasioni di cui i giornali -si è doluto ancora Ingroia- riferiscono sempre in modo troppo “enfatico”. Per gli altri il discorso può invece cambiare.  Delle loro celle, una volta chiuse e complete di detenuti, spesso in attesa di giudizio,  si possono pure buttare via le chiavi.

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