Quanti medici al capezzale di Matteo Renzi e del suo partito…

Per quanto lodevolmente consapevole del “grosso problema di degenerazione del linguaggio e del discorso politico”, che contribuisce ad aggravare la crisi italiana, il buon Ernesto Galli della Loggia non si è trattenuto dalla tentazione di contribuirvi dismettendo i panni di editorialista del principale giornale nazionale, il Corriere della Sera, e di professore universitario di storia contemporanea per indossare quelli di un medico ospedaliero. Così egli ha certificato sul Dubbio “lo stato comatoso” del Partito Democratico, pur dopo che l’assemblea nazionale ha promosso da reggente a segretario, per quanto a termine, Maurizio Martina. Che con volto sofferto e ora anche barbuto porterà il Pd al congresso e alle primarie di febbraio, o giù di lì, prima comunque delle elezioni della primavera prossima per il rinnovo del Parlamento europeo.

Il coma, anche in una versione o edizione farmacologica come potrebbero immaginare gli ottimisti sperando nello stesso Martina o in chiunque dovesse subentrargli, non è decisamente una buona condizione di salute. Non parliamo poi della morte piddina certificata sul Fatto Quotidiano da Andrea Scanzi. Che, coerentemente con la rappresentazione funeraria scelta a commento dell’”inutile” sessione dell’assemblea nazionale, ha accusato l’ex segretario del Pd Matteo Renzi di “vilipendio di cadavere” per il discorso che vi ha pronunciato. E che non è piaciuto neppure a Ernesto Galli della Loggia, convinto della incapacità di Renzi di liberarsi dalla “schiavitù del suo stesso personaggio di capocorrente”, incompatibile addirittura con la figura di “uomo politico, e tantomeno di uno statista”, o tanto più.

Per quelli del Fatto Quotidiano” Renzi non avrebbe futuro neppure come uomo di televisione, vista la sua ambizione di arrivarvi, o tornarvi dopo la giovanile esperienza di concorrente ai tempi -credo- di Mike Buongiorno, perché egli sarebbe adatto non a un televisore ma ad un frullatore. Dove lo ha impietosamente disegnato un prima pagina il vignettista Riccardo Mannelli.

Non mi sembrava francamente, per tornare a Galli della Loggia,  che il capocorrente fosse un ruolo  incompatibile addirittura con quello di uomo politico dopo avere conosciuto e frequentato, per esempio nella Dc, personalità come Aldo Moro, Amintore Fanfani, Carlo Donat-Cattin, Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani. E neppure mi sembra che si possa chiedere a Renzi di rinunciare al seguito che continua ad avere nel partito, pur dopo gli errori che ha sicuramente commesso, per carità, ma sono abbastanza competitivi, diciamo così, con quelli compiuti dai suoi avversari interni.

Il 19 per cento raccolto nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso dal PdR, come lo chiama Ivo Diamanti indicando con la R appunto Renzi, mi è sembrato addirittura un miracolo dopo una campagna elettorale durata praticamente 18 mesi, dai due e mezzo che avrebbe dovuto. Già, perché la diciassettesima legislatura -diciamo la verità- era bella che finita di fatto la sera del 4 dicembre 2016, quando fu chiara la sconfitta -e che sconfitta- del Pd nel referendum sulla riforma costituzionale.

Di elezioni anticipate, nonostante l’esaurimento del principale compito assegnatosi o assegnato alla legislatura dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano dopo la propria rielezione e il varo della maggioranza governativa delle larghe intese, lo stesso Napolitano e il suo successore Sergio Mattarella non vollero neppure sentir parlare nel 2017 trovando una sponda decisiva nel governo di Paolo Gentiloni.  Ed esponendo non solo Renzi ma tutto il Pd, nel frattempo sottoposto ad una scissione a sinistra consentita proprio dalle mancate elezioni anticipate, ad un logoramento pesantissimo. Negare una simile circostanza solo perché a denunciarla il 5 marzo scorso fu Renzi, non mi sembra possibile, e neppure onesto.

Alla urgenza di un chiarimento politico Mattarella, dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale, ne preferì un’altra: la istituzionalizzazione, in qualche modo, di una forza di opposizione che poteva diventare sistemica come quella dei grillini. Lo ha ben percepito e scritto sul Dubbio Paolo Delgado vedendo in questo la conferma dell’appartenenza dell’attuale presidente della Repubblica alla scuola di Aldo Moro. Che volle istituzionalizzare a suo tempo prima l’opposizione dei socialisti, portandoli nella maggioranza e nel governo col centrosinistra, e poi quella dei comunisti con la formula della solidarietà nazionale.

Ma qui si ferma la mia condivisione dell’analogia di Delgado, che non mi sento di seguire sino ad attribuire a Moro il tentativo di istituzionalizzare, magari attraverso un’amnistia dopo una sua liberazione, le brigate rosse che lo avevano rapito. Il massimo cui Moro pensò o puntò durante la sua lunga e penosa prigionia, quando ancora sperava di poter uscire vivo da quella drammatica esperienza, era il ritiro dalla politica. Ne scrisse esplicitamente nelle lettere dal “carcere del popolo”, come sfrontatamente i terroristi definivano il loro covo.

E poi, la pur indubitabile e apprezzabile tendenza di Moro a includere piuttosto che escludere, a istituzionalizzare piuttosto che estremizzare le opposizioni, non prescindeva mai dalla necessità della chiarezza, nonostante l’immagine di uomo ermetico e per niente chiaro attribuita allo statista democristiano dai suoi detrattori.

A parte il fatto che i socialisti e i comunisti si erano già guadagnati da soli gran parte della cosiddetta istituzionalizzazione partecipando alla Resistenza e poi al patto costituzionale, da cui era esclusa la destra missina, che mai Moro pensò infatti di includere piuttosto che escludere, il presidente della Dc -per restare alla sua ultima funzione o carica nel partito- non scambiò mai le elezioni anticipate per un fatto quasi eversivo. Come invece scappò una volta di dire a Napolitano lamentando l’abitudine che si era presa di interrompere anzitempo le legislature: nel 1972, nel 1976, nel 1979, nel 1983, nel 1987, nel 1994, nel 1996, nel 2008.

Moro era presidente del Consiglio nel 1976, di un bicolore Dc-Pri, quando il Psi guidato da Francesco De Martino gli ritirò l’appoggio annunciando che mai più sarebbe tornato in maggioranza senza il Pci. Moro  non fece nulla per prolungare la legislatura fino alla scadenza ordinaria del 1977. E quando le elezioni anticipate del 1976 si conclusero con l’arrivo al traguardo di quelli che chiamò “i due vincitori”, la sua Dc e il Pci di Enrico Berlinguer, nessuno dei quali in grado di governare senza o contro l’altro, egli ne assecondò l’intesa all’insegna della transizione, della provvisorietà. Era  noto a tutti gli addetti ai lavori l’accordo che Moro e Berlinguer strinsero di andare alle elezioni anticipate quando uno dei due partiti si fosse ritirato dalla maggioranza, senza cercare espedienti per sfuggire alle urne. E infatti, dopo la morte di Moro, quando Berlinguer ritirò l’appoggio al secondo dei governi monocolori di Andreotti sostenuti esternamente dai comunisti, si andò alle elezioni anticipate del 1979.

Sotto questo profilo, nel reclamare o nel negare le elezioni anticipate di fronte al venir meno delle condizioni di cosiddetta governabilità, molto paradossalmente -lo riconosco, sapendo bene di chi sto scrivendo- fu l’anno scorso più moroteo l’allora segretario del Pd Renzi che Mattarella. Il quale ora è alle prese, secondo Delgado, col problema della istituzionalizzazione della Lega di Matteo Salvini, forse per sottrarla alle tentazioni elettorali temute più o meno esplicitamente dagli imprevisti alleati di governo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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